Il prezzo del debito

scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 6 min

di
genere
etero
cura
A+

Ecco il testo corretto, con la sostituzione di tutti i "Marco" con **"Giovanni"**:

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L'appartamento di Matteo profumava di legno pregiato e tabacco costoso. Un ambiente curato, minimale, dove ogni oggetto sembrava avere il suo posto preciso. Le pareti grigie ospitavano pochi quadri astratti, e una grande finestra affacciava sulle luci della città che iniziava a svegliarsi nel tardo pomeriggio. Seduto sulla sua poltrona di pelle nera, Matteo controllava l'orologio. Le diciotto in punto.
Giovanni e Sara arrivarono con tre minuti di anticipo. Li fece entrare senza alzarsi, limitandosi a un cenno del capo verso il divano di fronte a lui. La coppia si accomodò, composta, quasi rigida. Giovanni aveva la fronte imperlata di sudore nonostante il clima mite, le mani strette sulle ginocchia. Sara, al suo fianco, manteneva una postura elegante, le gambe accavallate con grazia. Indossava un tubino nero che le arrivava sopra il ginocchio, e quando si mosse per sedersi, l'orlo si sollevò appena, rivelando il bordo di autoreggenti bianchi.
Matteo notò tutto. Notò sempre tutto.
"Grazie per essere venuti," esordì con voce calma, misurata. Non c'era ostilità nel suo tono, ma nemmeno calore. Solo l'educata freddezza di chi sta conducendo una transazione d'affari. "Sapete perché siete qui."
Giovanni deglutì visibilmente. "Sì, Matteo. Lo sappiamo."
"Dimmi."
"I soldi. Il prestito." La voce di Giovanni uscì strozzata, troppo acuta. Si schiarì la gola. "Siamo qui per parlare del rimborso."
Matteo si appoggiò allo schienale, intrecciando le dita sulla pancia. Un movimento lento, studiato. "Parlare del rimborso," ripeté, come se assaporasse le parole. "E cosa vorreste dirmi, esattamente?"
Sara prese la parola prima che il marito potesse rispondere. I suoi occhi azzurri incontrarono quelli di Matteo senza sforzo. "Siamo a corto, Matteo. Lo sai. Abbiamo avuto un periodo difficile, e le cose non sono ancora migliorate." La sua voce era ferma, ma le dita che stringevano la borsetta di pelle rivelavano tensione. "Ti chiediamo altro tempo."
"Altro tempo," replicò lui, inespressivo. "Quanto tempo?"
"Un mese. Due, se possibile." Sara si umettò le labbra. "Pagheremo gli interessi extra. Qualunque cosa tu chieda."
Matteo lasciò passare alcuni secondi di silenzio. Un silenzio pesante, denso, che sembrava togliere ossigeno alla stanza. Giovanni si agitò sul divano, incapace di sostenere lo sguardo del suo interlocutore. I suoi occhi nocciola continuarono a saettare verso la porta, come se calcolasse una via di fuga che sapeva inesistente.
"Sai quante volte ti ho rifiutato quel prestito, Giovanni?" chiese Matteo senza distogliere lo sguardo da lui.
"Tre volte." La risposta fu un sussurro.
"Tre volte," confermò Matteo. "La prima perché non presto soldi agli amici. La seconda perché non presto soldi a chi non può restituirli. La terza perché non volevo che accadesse questo." Fece un gesto circolare con la mano, indicando la situazione. "Ma tu hai insistito. E alla fine ve li ho dati. E sapete cosa significa?"
Giovanni annuì, mentre il rossore gli saliva dal collo alle guance. "Significa che siamo clienti."
"Esatto. Clienti." Matteo si sporse in avanti, i gomiti sulle ginocchia. "E i clienti rispettano i termini. Non ci sono eccezioni. Non c'è spazio per le scuse."
Sara provò un'altra strada. Si spostò appena sul divano, lasciando che il vestito si sollevasse di qualche altro centimetro. "Matteo, ti prego. Siamo amici da anni. Non puoi aiutarci come amico, non come..." Lasciò la frase in sospeso.
"Come usuraio?" completò lui, con un mezzo sorriso che non raggiunse gli occhi. "È questo che stai cercando di dire, Sara? Che dovrei fare un'eccezione perché ci conosciamo da tempo?"
"Non è quello che intendevo..."
"È esattamente quello che intendevi." Matteo si rialzò dalla poltrona con un movimento fluido. Attraversò la stanza verso un mobile bar, dove si versò due dita di whisky in un bicchiere di cristallo. Non offrì nulla ai suoi ospiti. "Ma vedi, il problema è proprio questo. Gli amici si aspettano sconti. Si aspettano comprensione. Si aspettano che tu chiuda un occhio." Bevve un sorso, piano. "I clienti no. I clienti sanno che se non pagano, ci sono conseguenze."
Giovanni sentì lo stomaco contrarsi. Sapeva cosa significava. Lo sapevano entrambi. Non era la prima volta che sentivano parlare di cosa accadeva a chi non rispettava i patti con Matteo. Storie di gente rovinata, umiliata, costretta a vendere tutto. O peggio.
"Vi ho già chiesto di rientrare," continuò Matteo, girandosi verso di loro. Il bicchiere riluceva nella sua mano. "Una volta. Due volte. Ho telefonato. Ho mandato messaggi. Ho dato possibilità." Il suo tono si fece più duro, ogni parola come un colpo preciso. "Non ci sarà una terza volta."
"Lo capiamo," disse Sara, e per la prima volta la sua voce tradì una crepa. Qualcosa di simile alla paura. "Ma non abbiamo i soldi adesso. Ti prego, dimmi cosa possiamo fare."
Matteo finì il suo whisky e posò il bicchiere con un tintinnio secco. Tornò verso la poltrona ma non si sedette. Rimase in piedi davanti a loro, imponente nella sua giacca scura, i capelli brizzolati pettinati all'indietro. Fissò prima Sara, poi Giovanni, poi di nuovo Sara.
"Cosa potete fare," ripeté lentamente, come se considersse la domanda. "Questa è la domanda giusta. Finalmente."
Il silenzio che seguì fu diverso. Carico di qualcosa di non detto, di possibilità inquietanti. Giovanni sentì il cuore battere più forte, un martellare sordo contro le costole. Sua moglie, accanto a lui, rimase immobile, i muscoli tesi sotto il vestito elegante.
"Domani sera," disse infine Matteo. "Tornerete qui. Alle venti. E porterete una risposta. Non scuse, non richieste di altro tempo." Si chinò appena, le mani appoggiate allo schienale della poltrona. "Una risposta. Chiaro?"
Giovanni riuscì solo ad annuire. Sara fece lo stesso, i suoi occhi azzurri fissi in quelli grigi di Matteo, cercando di leggere cosa si nascondesse dietro quella maschera impassibile.
"Ora andate."
Non c'era altro da aggiungere. La coppia si alzò, goffa, impacciata. Sara lisciò il vestito con un gesto automatico, mentre Giovanni già si dirigeva verso la porta. Nessuno dei due si voltò indietro.
Quando furono usciti, Matteo rimase solo nel suo appartamento. Si versò un altro whisky e si portò alla finestra, osservando le luci della città che si accendevano una dopo l'altra. Sapeva che non avrebbero trovato i soldi. Sapeva cosa sarebbe successo l'indomani. E per la prima volta quella sera, un vero sorriso gli comparve sulle labbra.
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