Chi resta | Capitolo 5 | Lorenza

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 20 min

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sentimentali
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La voce di Bianca arriva prima di Bianca.

L'ho sentita dal pianerottolo, il tre di gennaio, con le chiavi in una mano e la borsa della spesa che mi tirava l'altro braccio, attraverso la porta dell'interno quattordici che qualcuno aveva lasciato accostata. Leggeva a voce alta, da sola, mettendo le parole in fila come si posano i piatti su una tavola apparecchiata: «Il tasso guardò la casa grande. La casa grande era vuota. Il tasso guardò la casa grande». E poi si fermava. Non una virgola, non un respiro: un vuoto vero, di due secondi abbondanti, in cui sentivo il fiato di una persona piccola che trattiene qualcosa che ancora non le appartiene. Poi ripartiva, un tono più in basso. «E allora decise.»

Era una pausa fatta bene. Io lo so riconoscere, perché sono una che ascolta come si guarda un pavimento da lucidare: cerco dove la voce si consuma. E quella pausa, quattro giorni prima, non la conoscevo.

Mi chiamo Lorenza, ho trentanove anni, abito all'interno quindici, cioè nella porta accanto, sullo stesso ballatoio. Traduco bugiardini. Sono quella che scrive «in caso di dimenticanza non assumere una dose doppia», per capirci, e nessuno ha mai letto una riga di quello che faccio, se non di notte, con la paura. Lavoro a casa, in silenzio, su testi scritti per essere letti da una persona sola a bassa voce. Forse è per questo che ho un debole per chi legge ad alta voce. Ada, la portinaia, sente i passi. Io sento le voci. Lei dice che i passi non mentono. Io le ho risposto che le voci non sanno farne a meno.

Per chi arriva adesso, la versione corta. All'interno quattordici abitano Valeria, quarantun anni, e Gianluca, quarantaquattro, separati da due anni. I figli, Pietro e Bianca, non si sono mai spostati: sono i genitori che si danno il cambio, una settimana a testa, la domenica sera alle sette, in modo da non incrociarsi mai. Ognuno ha un altro. A giugno la casa si vende, e il cambio finisce. Il condominio lo chiama il nido. Io lo chiamo il turno, perché in questa casa di loro conosciamo gli orari prima delle persone.

Io tengo i bambini quando i turni non quadrano. Ho le chiavi dell'interno quattordici: me le ha date lei, tre anni fa, con una scusa pratica, e lui non ha mai chiesto di riaverle indietro, che è il modo in cui in quella casa si dice grazie.

Lo dico subito, così non dobbiamo girarci intorno. Sono un po' innamorata di Gianluca. Un po'. La misura è quella da bugiardino: una compressa al giorno, ai pasti, non superare la dose consigliata. Non delle spalle, che pure ci sono, né delle mani, che sono grandi e hanno sempre una crepa da qualche parte. Della voce. Ha una voce da cantina, di quelle dove si tengono le cose buone: fresca, bassa, con dentro un odore di legno. Quando parla ai figli allarga le vocali, e io, dall'altra parte del pianerottolo, con la chiave nella toppa, mi fermo.

Non è nobile. Ma è esatta.


Quella sera di fine dicembre Gianluca ha suonato alla mia porta alle otto e un quarto. Aveva la giacca da lavoro con le strisce, il berretto di lana in mano, e le guance rosse del piazzale.

«Lorenza. Scusa l'ora.»

«Non è un'ora.»

«Domani c'è il turno di Capodanno.» Parlava come si compila un modulo, una casella alla volta, e la domanda la teneva in fondo. «La notte la linea non si ferma e i guasti non guardano il calendario. Ilaria è ancora a Pesaro dai suoi, Valeria è via fino al due, e io non ho nessuno. Se non puoi lo chiedo a mio fratello, ma sta a Brescia.»

«A che ora?»

«Dalle nove. Fino a quando finisco. L'una, l'una e mezza.»

Avevo già detto sì prima che finisse la frase. Lui l'ha capito dal modo in cui ho spostato la mano sullo stipite, e ha fatto quel mezzo sorriso che ha lui, tutto nelle vocali.

«Grazie. Davvero.»

Ecco. Quello è il momento in cui ci si dovrebbe fermare, per salute. Una voce che dice «davvero» in quel modo non andrebbe usata nei condomini.

«Non è niente» ho detto. «Pietro cosa mangia?»

«Qualsiasi cosa gli dai, purché non sia verde. Bianca vuole la storia del tasso. Quella che hai già letto altre volte, la stessa.»

«La so a memoria.»

«Ti riconosce dal modo in cui la leggi» ha detto.

Mi ha salutata con il mento, come saluta tutti, ed è sceso. Il ferro ha tremato sotto i suoi passi per tre rampe. Sono rimasta sulla porta finché non ho sentito il portone.

Sul davanzale della cucina avevo messo in fresco una bottiglia di prosecco, comprata il 28 al supermercato, con l'aria di una che non ha aspettative. Non l'ho guardata. Ho chiuso la finestra.


Il trentuno sono entrata al quattordici alle nove meno un quarto. Gianluca stava allacciando le scarpe da lavoro seduto sul divano, con la borsa del turno già pronta davanti ai piedi, e Pietro, a fianco a lui, stava fingendo di non aver bisogno di nessuno. Mi ha salutata con la testa senza togliersi le cuffie.

«Il numero del turno è sul frigo» ha detto Gianluca, e poi, dopo averci pensato: «Anzi, no, non serve il turno. Chiamami e basta. Rispondo.»

Ha baciato i figli sulla testa. Bianca era sul tappeto, col libro aperto sulle ginocchia, e non ha alzato gli occhi: gli ha teso la guancia senza smettere di leggere. Lui si è chinato, le ha detto qualcosa all'orecchio che non ho sentito. Ho sentito invece il tono: quello basso, del dopo. Poi si è raddrizzato e mi ha guardata da sopra la borsa.

«Se il rubinetto del lavatoio è gelato non è un guasto. È solo dicembre.»

«Ci penso io.»

«Lo so che ci pensi tu.»

E la porta si è chiusa.

Ho fatto la pasta in bianco. Pietro, alle dieci, si è addormentato sul divano con le cuffie ancora in testa e un videogioco in pausa sullo schermo, e io gliele ho tolte piano, senza svegliarlo. Bianca, no. Bianca non voleva dormire, e a Capodanno, è noto, un bambino ha il diritto di non voler dormire.

«Leggi il tasso» ha detto, dal letto.

Mi sono seduta sul bordo del letto, nella cameretta con le stelle di plastica sul soffitto e la finestra che dà sul cortile, e ho aperto il libro. Era un libro vecchio, con la copertina morbida di tante mani e un angolo mangiato da qualcuno. Ho cominciato dall'inizio. Il tasso che cerca una casa. Il tasso che ne trova una troppo piccola, una troppo fredda, una con troppa gente. La mia voce l'ho sempre trovata una voce di servizio: chiara, regolare, senza difetti. Ho letto fino a pagina diciotto.

«Il tasso guardò la casa grande. La casa grande era vuota. Il tasso guardò la casa grande. E allora decise...»

«No» ha detto Bianca. «Così no.»

«Così no cosa?»

«Manca la pausa.»

L'ho guardata. Aveva i capelli sparsi sul cuscino, le mani sopra la coperta con le dita aperte, come una che ha già capito di avere ragione.

«Quale pausa? Le altre volte non me l'hai mai detto.»

«Le altre volte ero piccola» ha detto, con tutta la serietà dei sette anni. «Dopo "grande". Si conta fino a due. Il tasso deve decidere.» Ha preso fiato e ha fatto la voce, quella finta, da lettrice. «Il tasso guardò la casa grande.» Un secondo. Un altro. «E allora decise.»

«E chi te l'ha insegnata?»

«Nessuno. Lo fanno così. La mamma e il papà.»

Ha detto «la mamma» e «il papà» con la stessa facilità con cui si dice «la pioggia» e «il sole». Poi, per farmi capire meglio, ha fatto le due voci una dietro l'altra, perché ai bambini non basta raccontare, vogliono dimostrare. Ha fatto la mamma, che legge più svelta, con un po' d'ironia nel mezzo delle frasi, e la pausa arrivava come un sassolino che si lancia in acqua. E ha fatto il papà, grave, slargato, e la pausa arrivava come una porta che si aspetta di vedere aprire. Due voci che non si somigliano per niente, e la stessa pausa. Due secondi identici, nello stesso punto, dopo la stessa parola.

Non ho pensato niente. Ho guardato la pagina.

E c'era, a margine, in alto, sulla destra, una parola scritta a matita, piccola e dritta, con una freccetta che puntava tra "grande" e "E allora". La grafia stretta e regolare di chi numera gli elenchi. *pausa*.

L'ho letta due volte. Poi ho richiuso il libro sul dito.

«Lo hanno scritto loro?»

«Lo ha scritto la mamma» ha detto Bianca, con gli occhi già a mezz'asta. «Per insegnarlo al papà.»

«E il papà ha imparato?»

«Sì. Ma lo fa più lungo» ha detto, e si è girata sul fianco. «Lascia il libro qui.»

Si è addormentata prima che finissi di chiudere la tenda. Ho spento la luce lasciando accesa quella delle stelle.


A mezzanotte, in cortile, hanno cominciato i botti. Pochi, di quelli presi nel ripostiglio, e più lontano il tuono rotondo dei fuochi veri sopra i tetti di Isola. Ho aperto la finestra della cucina e sono rimasta lì, con il giubbotto sulle spalle. Il fico spoglio, i lavatoi, le corde vuote per il bucato. Giù, oltre il fico, una luce sola, fioca, dietro una tenda: la portineria. Ada non va a letto a Capodanno. Ascolta la casa che brinda.

In frigo, nel frigo del quattordici, avevo messo la mia bottiglia di prosecco: l'avevo portata con me, nella borsa, senza deciderlo. Non l'ho aperta. Non ho brindato. A mezzanotte e due minuti ho mandato un messaggio solo a mia madre e ho spento il telefono.

Ho la mia parte di colpa, in tutto questo, e la dichiaro. Non sono ingenua: sapevo benissimo perché ero lì. Sapevo benissimo che a un certo punto della notte, tra l'una e l'una e mezza, sarebbe tornato, con le mani gelate e la giacca che sa di piazzale, e che io sarei stata in piedi, con una tazza di tè in mano e una frase pronta. Sono una persona che prepara le frasi.

All'una e dieci ho sentito la chiave.

Non l'ho sentita come la sente Ada. Ho sentito il ferro del ballatoio, il passo pesante e lento che in questa casa conoscono tutti; poi la chiave piano nella serratura, per non far rumore. È entrato con il berretto in mano, il collo rosso di freddo, e dietro di lui l'aria di fuori ha attraversato la cucina come un ospite.

«Dormono?»

«Lei da mezzanotte meno un quarto. Lui da prima.»

«Il guasto era a Greco» ha detto. «Un deviatoio. Niente di che. Abbiamo finito alle dodici e mezza e il capo ha detto di andare a casa.» Poi ha guardato le tazze sul tavolo, due, che avevo messo senza chiedermelo. «Hai fatto il tè.»

«Non sapevo se volevi un caffè.»

«Il tè va bene.»

Ha preso la tazza con tutte e due le mani, e io ho visto le sue dita che stavano ricominciando a sentire: prima rosse, poi bianche alla punta, poi di nuovo vive. Il vapore gli saliva sul viso. Era un uomo stanco, e questo mi ha fatto un effetto che le parole non sanno rendere. Ma ci provo: mi ha fatto venire voglia di essere una stanza.

Ci siamo seduti, uno di fronte all'altra, al tavolo di cucina. Fuori, qualche botto in ritardo. Io avevo in testa una frase preparata da due giorni e non la ricordavo più.

«Bianca mi ha insegnato una cosa» ho detto invece.

«Cioè?»

«Il tasso. La pausa dopo "grande". Due secondi.»

Ha sorriso nella tazza.

«Sì. È una cosa nostra.»

«Dice che l'ha scritta la mamma. Per insegnartela.»

Ha tenuto lo sguardo basso ancora un po'. Poi ha detto, piano, in quella voce un tono più giù che non è di nessuno:

«Me la leggeva così quando Pietro non era ancora nato. Sul divano, la sera. Leggeva alla pancia. Io ridevo, e lei diceva: stai zitto, ascolta la pausa. Poi me l'ha scritta sul libro, per quando toccava a me.»

Non ho detto niente. Era la prima volta che mi diceva qualcosa di loro. Una persona così, che mi dà una cosa del genere a quell'ora, in cucina, con la tazza fra le mani, non si può rimproverare di niente, e io non gli ho rimproverato niente.

«Mi fai sentire com'è?»

L'ho detto con la voce di servizio, e mi è uscita lo stesso come non avrei voluto.

Mi ha guardata. Ha guardato la porta del corridoio, dove dormivano. Poi si è alzato, è andato a prendere il libro dal comodino di Bianca camminando in punta di piedi e l'ha riportato in cucina, con l'angolo mangiato e la copertina morbida. Si è fermato in piedi, vicino al piano cottura, con il fianco appoggiato alla credenza, e ha aperto a pagina diciotto senza cercarla.

«Poco» ha detto. «Sono le due di notte.»

«È l'una e un quarto.»

«Poco lo stesso.»

E ha cominciato a leggere.

Non l'avevo mai sentito leggere, non a me. Quando parlava ai figli, io ero sempre dall'altra parte di una porta. Adesso lo avevo a tre metri, in una cucina con una luce sola, e la sua voce non arrivava all'orecchio: arrivava più in basso, sullo sterno, come arriva il basso di un organo in una chiesa vuota. Una voce di cantina. Fresca, calda sotto, con l'odore del legno. Le parole le posava una per volta, senza fretta, con quell'allargarsi delle vocali che gli viene quando non pensa a come parla. «Il tasso guardò la casa grande. La casa grande era vuota.»

Ho sentito una cosa salirmi dalle ginocchia. Non una cosa dignitosa. La nuca ha cominciato a formicolare, e il tè, nella tazza, mi tremava sulla superficie come se ci fosse un treno. Ho stretto le cosce sotto il tavolo, piano, per non farmi sentire dal legno. Le mie mani, sulla ceramica, erano diventate caldissime, e per un momento ho pensato che sarebbe bastato così poco, che se avessi chiuso gli occhi e lasciato fare a quella voce mi sarei sciolta lì, sulla sedia, senza che nessuno mi toccasse.

«Il tasso guardò la casa grande.»

E si è fermato.

La pausa. Due secondi.

Li ho contati anch'io, senza volerlo. Uno. Nella cucina si sentiva il frigo, il ticchettio di un tubo, un botto lontano che non finiva mai di rotolare. Due. Ho aspettato che alzasse gli occhi. Che li alzasse su di me, la persona che sedeva al tavolo con la tazza in mano e una frase che non diceva.

Non li ha alzati.

Guardava il corridoio. La porta d'ingresso, dietro di me, quella da cui doveva entrare qualcuno. Quei due secondi non erano miei, e nemmeno dei bambini. Erano un posto lasciato libero.

«E allora decise» ha detto, piano.

Ha letto ancora due righe. Poi ha chiuso il libro e ha tenuto la mano sulla copertina, ferma, come si fa con una cosa che potrebbe riaprirsi.

«Ecco» ha detto. «Così.»

«Grazie.»

Mi è uscita bene, la voce. Ordinaria. Ci si abitua a tutto, anche a fingere.


Non ricordo chi dei due ha proposto di mettere via il libro. Ha preso la sua tazza, ha preso la mia, le ha messe nel lavello, e poi si è girato ad ascoltare il corridoio. Dalla cameretta non veniva niente. Una bambina che dorme fa un rumore che sembra assenza.

«Vado a rimetterlo a posto» ha detto, col libro in mano.

Io l'ho seguito a metà, fino alla porta della camera, per prendere il giubbotto che avevo lasciato su una sedia. Bianca dormiva sul fianco, con una mano fuori dal lenzuolo e le stelle di plastica che la illuminavano da sopra. Gianluca ha posato il libro sul comodino, aperto, a faccia in giù, per tenere il segno, e poi si è chinato a rimboccare il lenzuolo.

Io ho girato il libro. Un gesto da persona ordinata. Volevo solo rimetterlo come si deve, con il segno dritto.

Pagina diciotto. In alto a destra, in matita, *pausa*, con la sua freccetta. Con la luce delle stelle di plastica ho visto quello che prima mi era sfuggito: sotto quella parola la carta era lucida, un po' sfondata, come il gradino di una scala. Non è un segno che viene leggendo una volta. È il pollice di qualcuno che per anni, arrivato lì, si è fermato a toccare la parola prima di dirla. Una mano l'aveva scritta. L'altra l'aveva consumata.

Non so quanto sono rimasta a guardare. Il tempo di una pausa, forse due.

Quando ho alzato la testa, Gianluca era in piedi accanto al letto e mi guardava. Aveva visto cosa guardavo. Non c'era bisogno di niente, né di una spiegazione né di una bugia, e lui si è limitato a restare lì, con una mano sulla sponda del letto e la faccia di uno che ha lasciato la porta aperta e non sa se è stato qualcuno a entrare o il vento.

Ho richiuso il libro. L'ho rimesso sul comodino, con il segno dritto.

«Buon anno, Lorenza» ha detto, a voce bassissima.

«Buon anno.»

La bottiglia di prosecco era ancora nel frigo. Sono passata a prenderla in punta di piedi, senza dire niente, e lui non ha chiesto cosa fosse. Se l'è ricordata, forse. Ha visto la bottiglia nelle mie mani. Non ha detto «aspetta», non ha detto «poi la apriamo». Ha detto soltanto:

«Ti accompagno.»

«Sono due metri.»

«Lo so.»


Mi ha accompagnata fino alla mia porta, sul ferro gelato che ci cantava sotto i piedi, e si è fermato sulla soglia. Ho girato la chiave. La porta si è aperta sul mio ingresso buio, e l'aria di casa mia, tiepida, ci è venuta incontro. Ho posato la bottiglia per terra, contro il muro, senza guardare dove.

Poi, senza deciderlo, gli ho messo la mano aperta sul petto, sotto il colletto della giacca. La stoffa era ancora fredda di fuori. Sotto, lui era caldo.

«Dimmi buonanotte» ho detto. «Solo questo.»

Non si è spostato.

«Buonanotte.»

La voce mi è entrata nel palmo prima che nelle orecchie. Bassa, larga, con quella vibrazione che a tre metri mi arrivava allo sterno e adesso, con la mano sopra, mi saliva lungo il braccio, mi passava la spalla e scendeva. È scesa fino in mezzo alle gambe, dritta, come una cosa che conosceva la strada. Mi sono bagnata così, in piedi, sulla mia soglia, per una parola. Trentanove anni, una vita di frasi preparate, e bastava una parola.

«Ancora» ho detto.

«Lorenza.»

«Il mio nome va bene. Dillo ancora.»

L'ha detto. Più piano. E io ho fatto quello che nei condomini non si fa: gli ho preso il bavero con l'altra mano, l'ho tirato dentro di un passo, nel buio del mio ingresso, e ho chiuso la porta con la schiena.

Ci stavamo appena, tra l'attaccapanni e il muro. Sentivo il freddo del piazzale che gli usciva dalla giacca e, sotto, il calore di un uomo che ha lavorato tutta la notte. Gli ho messo la bocca sul collo, dove la voce nasce. L'ho sentita da lì, quando ha deglutito, quando ha detto il mio nome la terza volta e non era più una richiesta di smettere. Le sue mani sono arrivate sui miei fianchi. Non mi tiravano. Non mi spingevano via. Stavano lì, grandi, con la crepa di un pollice che mi prendeva la maglia, e io mi sono spinta contro di lui finché l'ho sentito: duro, contro la pancia, attraverso i jeans e la mia gonna. Una cosa vera. Non una voce.

Ho alzato la faccia e l'ho baciato.

Per un secondo mi ha baciata anche lui. Lo dico perché è vero, e perché me lo tengo: un secondo, la bocca che si apriva, il fiato che sapeva di tè, una mano che dal fianco mi saliva sulla schiena, sotto il giubbotto, aperta, e mi premeva contro di lui con tutta la stanchezza di quella notte. Ho pensato: adesso. Ho pensato al mio letto, a tre passi, alle lenzuola fredde, a come sarebbe stato sentire quella voce senza niente in mezzo, contro l'orecchio, sul cuscino, mentre mi prendeva.

Poi si è fermato.

Non si è staccato. Si è fermato, con la bocca a un dito dalla mia e la mano ancora sulla mia schiena. Uno. Nel buio sentivo il suo cuore sotto il mio palmo, e non correva più. Due.

Non ho avuto bisogno di contare il tre.

Ho tolto la mano io. Poi l'altra. Ho riaperto la porta alle mie spalle, e l'aria del ballatoio è entrata tra noi, gelata, e ci ha rimesso ciascuno al suo posto.

«Dormi» ho detto. Non era la frase che avevo preparato. Era più corta. Era più vera.

È rimasto un momento sulla soglia, con le mani aperte lungo i fianchi, come se gli avessi tolto qualcosa da reggere. Poi ha detto grazie, ancora, con quella voce, nelle vocali larghe. Non ho capito di che cosa. Ho chiuso.

Sono rimasta nel mio ingresso, al buio, con la schiena contro la porta. Ho sentito i suoi due metri di ferro, la chiave piano nella serratura del quattordici. La bottiglia era per terra, contro il muro. L'ho raccolta dopo molto.


Ho messo il prosecco nel frigo, dietro il latte. Non l'ho stappato.

Poi sono rimasta in cucina, senza accendere la luce, con la mano aperta sul tavolo. Ci sentivo ancora la voce, nel palmo, e il resto del corpo che non voleva saperne di dormire. Ho contato fino a due.

Uno. Due.

È lunghissimo. Nessuno lo dice, ma due secondi in una stanza vuota sono lunghissimi: ci passa dentro tutto, un rumore, una chiave, la richiesta di restare. Ho tradotto per quindici anni una frase che c'è in tutti i bugiardini: in caso di dubbio, consultare il medico. Nessuno mi ha mai spiegato che cosa si consulta quando il dubbio è un'altra persona.

Valeria era via fino al due. Non so dove, non l'ho mai chiesto. Mi sono chiesta se a mezzanotte, dovunque fosse e con chiunque fosse, li avesse contati anche lei.


*Consegne, domenica 4 gennaio*

*pietro dice che non vuole andare dai nonni a pasqua ne parliamo noi due*
*bianca ha finito il libro del tasso da sola ieri sera con le pause*
*la tosse è passata la bottiglia dello sciroppo è finita non ne serve un altra*
*lorenza ha tenuto i bambini a capodanno se la incontri sul ballatoio ringraziala anche tu*
*[cancellato: anche tu la fai la pausa dopo grande]*
*ho lasciato il libro sul comodino di bianca a pagina diciotto non toccare il segno*
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