Chi resta | Capitolo 4 | Fabrizio
scritto il 2026-10-12 tempo di lettura 17 min
di
fexalox
genere
sentimentali
cura
A
Ho le mani calde. Sempre, a dicembre come a luglio, anche dopo un'ora di piazzale a maneggiare ferro gelato: mia madre diceva che ero nato con la stufa accesa, e lo diceva con un certo orgoglio, come se fosse una dote di famiglia, tipo l'orecchio musicale. Per quarantotto anni non mi sono chiesto a cosa servisse. Adesso lo so, e preferirei non saperlo.
Mia moglie Rita ha le mani fredde dal giorno in cui l'ho conosciuta, ventisei anni fa, e ogni sera da ottobre a marzo, a letto, me le infila sotto la maglia, sulla schiena, senza svegliarsi del tutto, come si appoggia una mano su un termosifone passando in corridoio. Non è un gesto d'amore, e non lo è mai stato: è un'abitudine, che è una cosa più solida. Io resto fermo e mi lascio usare. Dopo ventisei anni sono diventato un elettrodomestico di famiglia, e gli elettrodomestici non si ringraziano: si controllano una volta l'anno.
Controllare è proprio il mio mestiere. Faccio il tecnico dei bruciatori, assistenza caldaie, e il mio lavoro consiste nel tenere al caldo la gente degli altri. Dicembre è il mese in cui nessuno mi chiede dove sono. Le caldaie si fermano la sera, quando tutti rientrano e accendono tutto insieme, e un tecnico che esce dopo cena per un'emergenza è la cosa più verosimile del mondo. Il martedì e il venerdì ho le reperibilità. Così dico a casa, e Rita annuisce, e non chiede mai niente. Quelli che non chiedono non sono ingenui. Sono gente che ha già deciso che cosa vuole sapere. Lo so perché ne ho sposata una.
Abito al secondo piano della scala B, sul lato opposto a quello dei Rinaldi. Dalla finestra della cucina vedo il loro ballatoio in diagonale, i gerani, la ringhiera, la porta dell'interno quattordici. In una casa di ringhiera tutti vedono la porta di tutti, e io sono uno che la porta degli altri la guarda con attenzione, perché ho capito presto che chi guarda le porte degli altri non si fa guardare la propria.
Per chi non lo sapesse: all'interno quattordici abitano Valeria e Gianluca, separati da due anni. I figli, Pietro e Bianca, non si sono mai spostati da lì: sono i genitori che si danno il cambio, una settimana a testa, la domenica sera alle sette, in modo da non incrociarsi mai. Ognuno ha qualcun altro, lei un signore coi capelli bianchi e la macchina grigia, lui una ragazza bionda che viene a prenderlo in motorino. Lo chiamano il nido.
Rientro dopo mezzanotte, e nell'androne mi tolgo le scarpe. Non per i vicini: per il ferro. La scala B è una cassa armonica, e ogni passo dal portone al secondo piano si sente in tutta la casa. Da tre anni salgo in calze, con le scarpe in mano, come un ladro in casa propria. La portinaia lo sa, e me lo dice con il modo in cui non mi guarda. La signora Wanda, al primo, mi saluta da due anni guardandomi il bavero, e credo che sappia anche lei. Una sera di novembre ho fatto il caffè a mezzanotte e non l'ho bevuto, e il giorno dopo, incrociandomi sul pianerottolo, ha annusato l'aria e non ha detto niente. In questa casa nessuno dice niente, e non è per gentilezza. È una forma di proprietà: ognuno tiene il segreto dell'altro come si tiene un mazzo di chiavi.
A Natale la scala B si svuota come un teatro a fine spettacolo. Chi ha famiglia è partito il ventiquattro, chi non ce l'ha è rimasto dietro le tende, e i ballatoi, con le lucine a batteria che qualcuno ha appeso ai vasi, hanno l'aria di una nave ferma in porto.
Quell'anno anche i bambini dell'interno quattordici erano via. Li avevano portati dai nonni il giorno prima, nel pomeriggio, Pietro con lo zaino e Bianca con un orso di pezza grande quanto lei, e io li avevo visti dalla cucina. Avevo visto la signora Valeria restare sul ballatoio a salutare finché la macchina non era uscita dal portone. Era la sua settimana. Quando la macchina è sparita è rimasta ancora un po' lì, con le braccia incrociate, a guardare il cortile, e poi è rientrata e ha acceso la luce della cucina.
Da noi il pranzo di Natale era durato fino alle cinque, con la madre di Rita e Tommaso che non alzava gli occhi dal telefono e Agata che raccontava la scuola a un tavolo che non la ascoltava. Alle nove e venti il mio telefono ha squillato, perché alle nove e venti l'avevo messo io a squillare. Una chiamata a Natale si prepara, come tutto il resto: un'anziana di via Farini, bruciatore in blocco, e sono le cose per cui uno ti perdona, perché sono pietose.
«Vai» ha detto Rita. «Metti la sciarpa.»
Me l'ha sistemata lei, sul collo, con due dita. Erano fredde come ogni anno, e per il tempo di un gradino ho avuto voglia di dirle tutto. Poi sono sceso.
Sulla rampa tra il primo e il secondo ho incontrato Gianluca.
Saliva con un sacchetto di plastica in una mano e il berretto di lana nell'altra, con la giacca da lavoro ancora addosso, quella con le strisce, e le spalle di uno che lavora sui treni. Lo conosco da undici anni, dal giorno in cui si sono trasferiti: ci siamo sempre salutati con un cenno, da uomini che hanno in comune soltanto la ringhiera. Ma quella sera la settimana era di Valeria, e la regola della scala B la sanno tutti, anche quelli che fingono di non saperla: nella settimana di lei, lui non sale.
«Buon Natale, Fabrizio.»
«Buon Natale.»
«Guasto alla linea» ha detto, prima che io chiedessi niente. «Il turno è saltato, e il treno per Pesaro non è partito, e Ilaria è già di là con i suoi. I regali dei bambini sono nell'armadio di camera, domani tornano alle nove, e Valeria mi ha chiesto di metterli sotto l'albero.»
Io non avevo detto una parola. Spiegava a me quello che non doveva spiegare a nessuno, in fila, con le cause prima degli effetti, e l'ultima frase detta un poco più in fretta delle altre. Io conosco quel tono. È il mio. È il tono di chi ha preparato il discorso salendo le scale e lo consegna prima che glielo chiedano.
Mi ha teso la mano per gli auguri. Era gelata. Non fredda: gelata, la mano di uno che ha aspettato un treno sul binario e poi ha camminato per tutta Milano. Ma io faccio quel mestiere da venticinque anni, e so leggere una cosa sotto un'altra come si legge una lastra: sotto il gelo, in profondità, c'era qualcosa che tremava. Freddo fuori e febbre dentro. Gliel'ho tenuta un secondo di più del necessario, come si tiene un pezzo da diagnosticare.
«Buon Natale» ho ripetuto, e l'ho lasciato salire.
Dal cortile, uscendo, ho guardato in alto. Al terzo la finestra della cucina era accesa e il vetro era già appannato, a metà, e dietro il vetro c'era una sagoma ferma, con i capelli raccolti in alto. Non si muoveva. Aspettava qualcuno che era ancora sulle scale.
Ho preso la macchina.
Corinna abita in via Pastrengo, al quarto piano senza ascensore, e ha la caldaia più ingrata di Milano: una Vaillant del duemilatré che le ho rimesso in marcia tre volte e che non scalda mai la camera da letto. È così che l'ho conosciuta. Una chiamata, un martedì di tre anni fa, e una donna in maglione che mi apre con una tazza in mano e dice «È nel ripostiglio», e poi, quando le do la mano per presentarmi: «Lei ha le mani calde.» L'ha detto come una diagnosi, senza complimento, e nessuno me l'aveva mai detto in quel modo. Io ho sentito una cosa che non c'entrava con le caldaie.
Ha quarantun anni, i capelli corti con un po' di grigio alle tempie che non tinge, un figlio di quindici che sta una settimana da lei e una dal padre. Come i Rinaldi, ma a casa di Corinna nessuno ha mai chiamato la cosa con un nome americano. Il figlio, a Natale, era dal padre. Me l'aveva detto il martedì prima: «Sarò sola, ma non ti sto chiedendo niente.» Che è la frase che usa chi chiede.
Era giovedì, e il giovedì non è né martedì né venerdì. Era la prima volta che andavo fuori dal calendario.
Ha aperto in maglione di lana grossa, con i calzettoni e un piatto di panettone in mano, e dentro casa si vedeva il fiato.
«La caldaia è di nuovo morta» ha detto.
«Ho portato gli attrezzi.»
«Lascia perdere la caldaia.»
Ha posato il piatto sul mobile dell'ingresso. Poi mi ha preso le mani, tutte e due, e se le è messe sulla faccia. Le guance erano di marmo. Ho tenuto quella faccia come si tiene una tazza che scotta, e lei ha chiuso gli occhi e ha fatto un respiro lungo, di chi esce da una stanza fredda.
«Ecco» ha detto. «Tutto il giorno ho aspettato questo e basta.»
In camera faceva ancora più freddo. Il letto era sfatto da una parte sola e il radiatore, sotto la finestra, era un pezzo di ferro spento. Mi ha slacciato la camicia con le dita rigide, bottone per bottone, e quando mi ha messo le mani sul petto ho sentito il gelo salirmi fino alla gola e ho riso, e lei ha detto «Ah. Il forno.» Con un sollievo vero. Le sue mani, sotto la camicia, cercavano il punto dove la mia pelle era più calda, e l'hanno trovato sulle costole, e ci sono rimaste.
Le ho tolto il maglione. Sotto non aveva niente, e la pelle era fredda e tesa, di una carne che si era raccolta su se stessa per non sprecarsi, i capezzoli già duri per il freddo e per il resto. Le ho appoggiato i palmi sulle scapole, aperti, e sono scesi piano lungo la schiena fino ai fianchi, e ogni punto che toccavo cambiava, dal grigio-rosa al rosso, come un metallo sotto una lampada. Le mie mani lavorano così, conosco la regola: il calore non si dà, si lascia passare, ed è questione di pazienza. Lei tremava e poi no. Lei tremava e poi basta.
«Mettimi giù» ha detto.
L'ho distesa sotto il piumone, e lei mi ha tirato dietro per la cintura. Si è liberata dei calzettoni e del resto con un calcio, e io mi sono spogliato in fretta, in quel freddo, con la pelle d'oca anch'io. Mi ha guidato la mano tra le sue gambe. Fuori era fredda, dentro bollente, e quella differenza mi ha fatto perdere la testa: era l'unico punto caldo della casa e io ci sono rimasto con due dita, lento, finché le cosce si sono aperte da sole e lei ha detto «ah» come si dice entrando nell'acqua calda. Si è bagnata in un modo che sentivo salire fino al polso.
Poi è salita lei. Corinna sa quello che vuole, e lo prende. Mi ha messo le mani sul petto, tenendomi fermo, e si è calata sopra di me adagio, senza smettere di guardarmi, e io le ho preso i fianchi e sono entrato nel caldo. Non ho più sentito il freddo della stanza. Si muoveva piano, con la schiena inarcata e il piumone che le scivolava dalle spalle, e il vapore del suo respiro mi arrivava sulla faccia. Io tenevo le mani sulle sue cosce, sulla schiena, sul seno, ovunque, per scaldare tutto quello che si poteva scaldare prima che finisse. Quando ha cominciato ad andare più veloce le sue mani sul mio petto erano diventate roventi. Le avevo scaldate io, e adesso me le restituiva, come un marchio. Ha detto il mio nome. Poi ha detto «adesso» senza voce, e io sono venuto con lei, tutto, con la sua fronte contro la mia e le mani che mi bruciavano le costole.
Dopo il letto era diventato un posto abitabile. Siamo rimasti sotto il piumone, io sulla schiena e lei con la testa nell'incavo della spalla, e il fiato di tutti e due faceva una nuvola nella luce della lampada.
«Resta» ha detto.
«Non posso.»
«Lo so. Lo dico lo stesso. A Natale si può dire quello che non si può fare.»
Ha tirato su il piumone fino al mento.
«Sai quanto ci mette il letto a raffreddarsi quando te ne vai? Tre minuti. Li ho contati, il martedì. Dopo tre minuti non è più né mio né tuo, è un letto.»
Non lo diceva per farmi sentire in colpa. Lo diceva come lo direbbe un tecnico: un dato. Io ho taciuto, e a Corinna il mio silenzio basta, ed è la cosa che mi ha tenuto lì per tre anni.
Alla porta, a mezzanotte e cinquanta, mi ha preso le mani un'ultima volta e se le è messe sotto il maglione, sulla pancia, per un minuto intero.
«Per la strada» ha detto. Come si fa il pieno.
Milano a Natale, all'una, è una città dopo un funerale: le strade larghe, i semafori che cambiano per nessuno. Ho lasciato la macchina in via, per non far sbattere il cancello del cortile, e sono entrato dal portone con le chiavi in mano per non farle tintinnare. Faceva meno tre, e l'aria aveva quel sapore di metallo che viene prima del gelo vero.
Nell'androne mi sono chinato per slacciare le scarpe, per abitudine, una mano sul tallone. Non le ho tolte. Dall'androne si vede il cortile come da un palchetto: il fico spoglio, i lavatoi, le corde per il bucato vuote, e i ballatoi, tre piani di ferro con le luci spente, e il silenzio che hanno le case quando tutti dormono e qualcuno finge.
Tranne una.
Al terzo, sul lato opposto al mio, in fondo alla curva, la cucina dell'interno quattordici era accesa. Il vetro era appannato da cima a fondo, fino ai bordi. Chi fa il mio mestiere sa che una cucina con il bollitore appanna dall'alto, e una stanza con una persona sola appanna al centro. Quella era appannata ovunque, di colpo, come succede quando dentro si respira in due da vicino. Fuori il cortile era di ghiaccio. Il rubinetto del lavatoio, che di solito gocciola tutta la notte e a cui in casa nessuno fa più caso, non faceva un rumore: si era gelato. Nel silenzio che ne veniva, il vetro era l'unica cosa tiepida del cortile.
Dietro, due sagome. Una alta, una più bassa. Così vicine che a un certo punto il vetro ne faceva una. Poi la sagoma bassa ha perso la sua forma raccolta: i capelli erano scesi. Non ho visto altro. Non c'era altro da vedere, e ho capito, dal modo in cui ho smesso di respirare, che non ne avevo bisogno.
Sono rimasto sotto il portico, con le chiavi in mano, senza fiato. Ho pensato di andare via. Ho pensato che in quel cortile c'era più rispetto nel buio che nella luce, e che la cosa onesta sarebbe stata salire. Non mi sono mosso.
Sul vetro è comparsa una mano.
Dall'interno, aperta, grande: ha lasciato un'impronta nitida, il palmo e le cinque dita, e sotto le dita la condensa ha cominciato a colare in righe sottili. È rimasta lì, ferma, a lungo. Poi un'altra mano, più piccola, si è posata sopra la prima, le dita sulle dita, e si sono incastrate.
Sono rimaste così.
Non so quanto. Il ferro dei ballatoi non faceva rumore, il cortile era mio. Ho pensato che le mie mani, in tre anni, non avevano mai fatto quella cosa lì: stare ferme. Le mie danno calore e se ne vanno. Quelle due, sul vetro, non davano e non prendevano. Erano lì.
La luce della camera si è accesa mentre la cucina era ancora accesa. Due finestre, per un momento. Poi la cucina si è spenta, e il vetro appannato è diventato un rettangolo nero con le due mani ancora impresse, colanti, che nessuno poteva più vedere. Ne è rimasta una sola, in fondo, quella della camera.
Mi sono accorto di avere le mani nelle tasche, strette a pugno, come i bambini quando guardano una cosa che non devono. E non erano calde. Per la prima volta da quando ho memoria, non lo erano.
Alla finestra della portineria la tenda si è mossa. Poco: un soffio, o un dito. Non c'era luce. Ada dorme poco, lo sanno tutti. Non ho avuto bisogno di chiedermi cosa avesse sentito, e cosa non avesse sentito: dopo i passi di Gianluca, alle nove e mezza, nella scala non ce n'era stato uno solo da riconoscere.
Ho salito le scale con le scarpe ai piedi.
Non l'ho deciso. L'ho scoperto a metà della prima rampa, quando il ferro mi ha risposto, un colpo a ogni gradino, pesante, onesto, un uomo che sale a casa propria alle due di notte e non ha niente da nascondere ai muri. Al primo, davanti alla porta della signora Wanda, mi sono fermato un secondo. Nessun rumore. Ma ho sentito l'odore della cera, e il pensiero idiota di un naso fine dietro il legno. Sono salito.
Rita dormiva. Mi sono infilato a letto con il maglione, e lei mi ha cercato nel sonno, come ogni notte. Le sue mani fredde sono arrivate sotto la maglia, sulla schiena, e si sono fermate. Non si è svegliata. Ho aspettato che si scaldassero, come ho aspettato ventisei anni di inverni. Non si sono scaldate: le mie erano fredde quanto le sue. Siamo rimasti così, due mani fredde su una schiena fredda, nel buio, e per un attimo ho avuto la certezza che lei fosse sveglia, e sapesse, e avesse deciso. Poi il respiro è tornato lungo, e non ho saputo più niente.
Alle tre mi sono alzato. Ho acceso il gas, ho fatto il caffè e questa volta l'ho bevuto, in piedi, alla finestra della cucina, con la tazza tenuta tra tutte e due le mani per scaldarle. Il cortile era bianco di brina. In fondo, in diagonale, al terzo, era accesa una sola finestra.
È rimasta accesa fino al mattino. Alle sette, quando il cielo è diventato di quel grigio che non ha più bisogno di lampioni, la luce c'era ancora. Non l'ha spenta nessuno: l'ha resa inutile il giorno, come succede alle lampade lasciate accese per sbaglio o per qualcuno.
Ho pensato che in quella casa avrebbe dovuto dirlo qualcuno. Che la luce era rimasta accesa.
Poi mi sono ricordato che abito nella scala B.
*Consegne, domenica 28 dicembre*
*1. pietro vuole costruire i lego dei regali con te, non l'ho lasciato cominciare*
*2. bianca ha ancora un po' di tosse, sciroppo alla rosa canina mattina e sera, il cucchiaio è nel cassetto*
*3. il termosifone del bagno è a posto, non serve più l'idraulico*
*4. i gerani di notte li porto dentro sul davanzale, come hai fatto tu*
*5. [cancellato: se trovi due tazze nel lavello, sono mie]*
*6. la crema per le mani alla cotogna non l'ho trovata, ne ho presa un'altra, sentirai la differenza*
Mia moglie Rita ha le mani fredde dal giorno in cui l'ho conosciuta, ventisei anni fa, e ogni sera da ottobre a marzo, a letto, me le infila sotto la maglia, sulla schiena, senza svegliarsi del tutto, come si appoggia una mano su un termosifone passando in corridoio. Non è un gesto d'amore, e non lo è mai stato: è un'abitudine, che è una cosa più solida. Io resto fermo e mi lascio usare. Dopo ventisei anni sono diventato un elettrodomestico di famiglia, e gli elettrodomestici non si ringraziano: si controllano una volta l'anno.
Controllare è proprio il mio mestiere. Faccio il tecnico dei bruciatori, assistenza caldaie, e il mio lavoro consiste nel tenere al caldo la gente degli altri. Dicembre è il mese in cui nessuno mi chiede dove sono. Le caldaie si fermano la sera, quando tutti rientrano e accendono tutto insieme, e un tecnico che esce dopo cena per un'emergenza è la cosa più verosimile del mondo. Il martedì e il venerdì ho le reperibilità. Così dico a casa, e Rita annuisce, e non chiede mai niente. Quelli che non chiedono non sono ingenui. Sono gente che ha già deciso che cosa vuole sapere. Lo so perché ne ho sposata una.
Abito al secondo piano della scala B, sul lato opposto a quello dei Rinaldi. Dalla finestra della cucina vedo il loro ballatoio in diagonale, i gerani, la ringhiera, la porta dell'interno quattordici. In una casa di ringhiera tutti vedono la porta di tutti, e io sono uno che la porta degli altri la guarda con attenzione, perché ho capito presto che chi guarda le porte degli altri non si fa guardare la propria.
Per chi non lo sapesse: all'interno quattordici abitano Valeria e Gianluca, separati da due anni. I figli, Pietro e Bianca, non si sono mai spostati da lì: sono i genitori che si danno il cambio, una settimana a testa, la domenica sera alle sette, in modo da non incrociarsi mai. Ognuno ha qualcun altro, lei un signore coi capelli bianchi e la macchina grigia, lui una ragazza bionda che viene a prenderlo in motorino. Lo chiamano il nido.
Rientro dopo mezzanotte, e nell'androne mi tolgo le scarpe. Non per i vicini: per il ferro. La scala B è una cassa armonica, e ogni passo dal portone al secondo piano si sente in tutta la casa. Da tre anni salgo in calze, con le scarpe in mano, come un ladro in casa propria. La portinaia lo sa, e me lo dice con il modo in cui non mi guarda. La signora Wanda, al primo, mi saluta da due anni guardandomi il bavero, e credo che sappia anche lei. Una sera di novembre ho fatto il caffè a mezzanotte e non l'ho bevuto, e il giorno dopo, incrociandomi sul pianerottolo, ha annusato l'aria e non ha detto niente. In questa casa nessuno dice niente, e non è per gentilezza. È una forma di proprietà: ognuno tiene il segreto dell'altro come si tiene un mazzo di chiavi.
A Natale la scala B si svuota come un teatro a fine spettacolo. Chi ha famiglia è partito il ventiquattro, chi non ce l'ha è rimasto dietro le tende, e i ballatoi, con le lucine a batteria che qualcuno ha appeso ai vasi, hanno l'aria di una nave ferma in porto.
Quell'anno anche i bambini dell'interno quattordici erano via. Li avevano portati dai nonni il giorno prima, nel pomeriggio, Pietro con lo zaino e Bianca con un orso di pezza grande quanto lei, e io li avevo visti dalla cucina. Avevo visto la signora Valeria restare sul ballatoio a salutare finché la macchina non era uscita dal portone. Era la sua settimana. Quando la macchina è sparita è rimasta ancora un po' lì, con le braccia incrociate, a guardare il cortile, e poi è rientrata e ha acceso la luce della cucina.
Da noi il pranzo di Natale era durato fino alle cinque, con la madre di Rita e Tommaso che non alzava gli occhi dal telefono e Agata che raccontava la scuola a un tavolo che non la ascoltava. Alle nove e venti il mio telefono ha squillato, perché alle nove e venti l'avevo messo io a squillare. Una chiamata a Natale si prepara, come tutto il resto: un'anziana di via Farini, bruciatore in blocco, e sono le cose per cui uno ti perdona, perché sono pietose.
«Vai» ha detto Rita. «Metti la sciarpa.»
Me l'ha sistemata lei, sul collo, con due dita. Erano fredde come ogni anno, e per il tempo di un gradino ho avuto voglia di dirle tutto. Poi sono sceso.
Sulla rampa tra il primo e il secondo ho incontrato Gianluca.
Saliva con un sacchetto di plastica in una mano e il berretto di lana nell'altra, con la giacca da lavoro ancora addosso, quella con le strisce, e le spalle di uno che lavora sui treni. Lo conosco da undici anni, dal giorno in cui si sono trasferiti: ci siamo sempre salutati con un cenno, da uomini che hanno in comune soltanto la ringhiera. Ma quella sera la settimana era di Valeria, e la regola della scala B la sanno tutti, anche quelli che fingono di non saperla: nella settimana di lei, lui non sale.
«Buon Natale, Fabrizio.»
«Buon Natale.»
«Guasto alla linea» ha detto, prima che io chiedessi niente. «Il turno è saltato, e il treno per Pesaro non è partito, e Ilaria è già di là con i suoi. I regali dei bambini sono nell'armadio di camera, domani tornano alle nove, e Valeria mi ha chiesto di metterli sotto l'albero.»
Io non avevo detto una parola. Spiegava a me quello che non doveva spiegare a nessuno, in fila, con le cause prima degli effetti, e l'ultima frase detta un poco più in fretta delle altre. Io conosco quel tono. È il mio. È il tono di chi ha preparato il discorso salendo le scale e lo consegna prima che glielo chiedano.
Mi ha teso la mano per gli auguri. Era gelata. Non fredda: gelata, la mano di uno che ha aspettato un treno sul binario e poi ha camminato per tutta Milano. Ma io faccio quel mestiere da venticinque anni, e so leggere una cosa sotto un'altra come si legge una lastra: sotto il gelo, in profondità, c'era qualcosa che tremava. Freddo fuori e febbre dentro. Gliel'ho tenuta un secondo di più del necessario, come si tiene un pezzo da diagnosticare.
«Buon Natale» ho ripetuto, e l'ho lasciato salire.
Dal cortile, uscendo, ho guardato in alto. Al terzo la finestra della cucina era accesa e il vetro era già appannato, a metà, e dietro il vetro c'era una sagoma ferma, con i capelli raccolti in alto. Non si muoveva. Aspettava qualcuno che era ancora sulle scale.
Ho preso la macchina.
Corinna abita in via Pastrengo, al quarto piano senza ascensore, e ha la caldaia più ingrata di Milano: una Vaillant del duemilatré che le ho rimesso in marcia tre volte e che non scalda mai la camera da letto. È così che l'ho conosciuta. Una chiamata, un martedì di tre anni fa, e una donna in maglione che mi apre con una tazza in mano e dice «È nel ripostiglio», e poi, quando le do la mano per presentarmi: «Lei ha le mani calde.» L'ha detto come una diagnosi, senza complimento, e nessuno me l'aveva mai detto in quel modo. Io ho sentito una cosa che non c'entrava con le caldaie.
Ha quarantun anni, i capelli corti con un po' di grigio alle tempie che non tinge, un figlio di quindici che sta una settimana da lei e una dal padre. Come i Rinaldi, ma a casa di Corinna nessuno ha mai chiamato la cosa con un nome americano. Il figlio, a Natale, era dal padre. Me l'aveva detto il martedì prima: «Sarò sola, ma non ti sto chiedendo niente.» Che è la frase che usa chi chiede.
Era giovedì, e il giovedì non è né martedì né venerdì. Era la prima volta che andavo fuori dal calendario.
Ha aperto in maglione di lana grossa, con i calzettoni e un piatto di panettone in mano, e dentro casa si vedeva il fiato.
«La caldaia è di nuovo morta» ha detto.
«Ho portato gli attrezzi.»
«Lascia perdere la caldaia.»
Ha posato il piatto sul mobile dell'ingresso. Poi mi ha preso le mani, tutte e due, e se le è messe sulla faccia. Le guance erano di marmo. Ho tenuto quella faccia come si tiene una tazza che scotta, e lei ha chiuso gli occhi e ha fatto un respiro lungo, di chi esce da una stanza fredda.
«Ecco» ha detto. «Tutto il giorno ho aspettato questo e basta.»
In camera faceva ancora più freddo. Il letto era sfatto da una parte sola e il radiatore, sotto la finestra, era un pezzo di ferro spento. Mi ha slacciato la camicia con le dita rigide, bottone per bottone, e quando mi ha messo le mani sul petto ho sentito il gelo salirmi fino alla gola e ho riso, e lei ha detto «Ah. Il forno.» Con un sollievo vero. Le sue mani, sotto la camicia, cercavano il punto dove la mia pelle era più calda, e l'hanno trovato sulle costole, e ci sono rimaste.
Le ho tolto il maglione. Sotto non aveva niente, e la pelle era fredda e tesa, di una carne che si era raccolta su se stessa per non sprecarsi, i capezzoli già duri per il freddo e per il resto. Le ho appoggiato i palmi sulle scapole, aperti, e sono scesi piano lungo la schiena fino ai fianchi, e ogni punto che toccavo cambiava, dal grigio-rosa al rosso, come un metallo sotto una lampada. Le mie mani lavorano così, conosco la regola: il calore non si dà, si lascia passare, ed è questione di pazienza. Lei tremava e poi no. Lei tremava e poi basta.
«Mettimi giù» ha detto.
L'ho distesa sotto il piumone, e lei mi ha tirato dietro per la cintura. Si è liberata dei calzettoni e del resto con un calcio, e io mi sono spogliato in fretta, in quel freddo, con la pelle d'oca anch'io. Mi ha guidato la mano tra le sue gambe. Fuori era fredda, dentro bollente, e quella differenza mi ha fatto perdere la testa: era l'unico punto caldo della casa e io ci sono rimasto con due dita, lento, finché le cosce si sono aperte da sole e lei ha detto «ah» come si dice entrando nell'acqua calda. Si è bagnata in un modo che sentivo salire fino al polso.
Poi è salita lei. Corinna sa quello che vuole, e lo prende. Mi ha messo le mani sul petto, tenendomi fermo, e si è calata sopra di me adagio, senza smettere di guardarmi, e io le ho preso i fianchi e sono entrato nel caldo. Non ho più sentito il freddo della stanza. Si muoveva piano, con la schiena inarcata e il piumone che le scivolava dalle spalle, e il vapore del suo respiro mi arrivava sulla faccia. Io tenevo le mani sulle sue cosce, sulla schiena, sul seno, ovunque, per scaldare tutto quello che si poteva scaldare prima che finisse. Quando ha cominciato ad andare più veloce le sue mani sul mio petto erano diventate roventi. Le avevo scaldate io, e adesso me le restituiva, come un marchio. Ha detto il mio nome. Poi ha detto «adesso» senza voce, e io sono venuto con lei, tutto, con la sua fronte contro la mia e le mani che mi bruciavano le costole.
Dopo il letto era diventato un posto abitabile. Siamo rimasti sotto il piumone, io sulla schiena e lei con la testa nell'incavo della spalla, e il fiato di tutti e due faceva una nuvola nella luce della lampada.
«Resta» ha detto.
«Non posso.»
«Lo so. Lo dico lo stesso. A Natale si può dire quello che non si può fare.»
Ha tirato su il piumone fino al mento.
«Sai quanto ci mette il letto a raffreddarsi quando te ne vai? Tre minuti. Li ho contati, il martedì. Dopo tre minuti non è più né mio né tuo, è un letto.»
Non lo diceva per farmi sentire in colpa. Lo diceva come lo direbbe un tecnico: un dato. Io ho taciuto, e a Corinna il mio silenzio basta, ed è la cosa che mi ha tenuto lì per tre anni.
Alla porta, a mezzanotte e cinquanta, mi ha preso le mani un'ultima volta e se le è messe sotto il maglione, sulla pancia, per un minuto intero.
«Per la strada» ha detto. Come si fa il pieno.
Milano a Natale, all'una, è una città dopo un funerale: le strade larghe, i semafori che cambiano per nessuno. Ho lasciato la macchina in via, per non far sbattere il cancello del cortile, e sono entrato dal portone con le chiavi in mano per non farle tintinnare. Faceva meno tre, e l'aria aveva quel sapore di metallo che viene prima del gelo vero.
Nell'androne mi sono chinato per slacciare le scarpe, per abitudine, una mano sul tallone. Non le ho tolte. Dall'androne si vede il cortile come da un palchetto: il fico spoglio, i lavatoi, le corde per il bucato vuote, e i ballatoi, tre piani di ferro con le luci spente, e il silenzio che hanno le case quando tutti dormono e qualcuno finge.
Tranne una.
Al terzo, sul lato opposto al mio, in fondo alla curva, la cucina dell'interno quattordici era accesa. Il vetro era appannato da cima a fondo, fino ai bordi. Chi fa il mio mestiere sa che una cucina con il bollitore appanna dall'alto, e una stanza con una persona sola appanna al centro. Quella era appannata ovunque, di colpo, come succede quando dentro si respira in due da vicino. Fuori il cortile era di ghiaccio. Il rubinetto del lavatoio, che di solito gocciola tutta la notte e a cui in casa nessuno fa più caso, non faceva un rumore: si era gelato. Nel silenzio che ne veniva, il vetro era l'unica cosa tiepida del cortile.
Dietro, due sagome. Una alta, una più bassa. Così vicine che a un certo punto il vetro ne faceva una. Poi la sagoma bassa ha perso la sua forma raccolta: i capelli erano scesi. Non ho visto altro. Non c'era altro da vedere, e ho capito, dal modo in cui ho smesso di respirare, che non ne avevo bisogno.
Sono rimasto sotto il portico, con le chiavi in mano, senza fiato. Ho pensato di andare via. Ho pensato che in quel cortile c'era più rispetto nel buio che nella luce, e che la cosa onesta sarebbe stata salire. Non mi sono mosso.
Sul vetro è comparsa una mano.
Dall'interno, aperta, grande: ha lasciato un'impronta nitida, il palmo e le cinque dita, e sotto le dita la condensa ha cominciato a colare in righe sottili. È rimasta lì, ferma, a lungo. Poi un'altra mano, più piccola, si è posata sopra la prima, le dita sulle dita, e si sono incastrate.
Sono rimaste così.
Non so quanto. Il ferro dei ballatoi non faceva rumore, il cortile era mio. Ho pensato che le mie mani, in tre anni, non avevano mai fatto quella cosa lì: stare ferme. Le mie danno calore e se ne vanno. Quelle due, sul vetro, non davano e non prendevano. Erano lì.
La luce della camera si è accesa mentre la cucina era ancora accesa. Due finestre, per un momento. Poi la cucina si è spenta, e il vetro appannato è diventato un rettangolo nero con le due mani ancora impresse, colanti, che nessuno poteva più vedere. Ne è rimasta una sola, in fondo, quella della camera.
Mi sono accorto di avere le mani nelle tasche, strette a pugno, come i bambini quando guardano una cosa che non devono. E non erano calde. Per la prima volta da quando ho memoria, non lo erano.
Alla finestra della portineria la tenda si è mossa. Poco: un soffio, o un dito. Non c'era luce. Ada dorme poco, lo sanno tutti. Non ho avuto bisogno di chiedermi cosa avesse sentito, e cosa non avesse sentito: dopo i passi di Gianluca, alle nove e mezza, nella scala non ce n'era stato uno solo da riconoscere.
Ho salito le scale con le scarpe ai piedi.
Non l'ho deciso. L'ho scoperto a metà della prima rampa, quando il ferro mi ha risposto, un colpo a ogni gradino, pesante, onesto, un uomo che sale a casa propria alle due di notte e non ha niente da nascondere ai muri. Al primo, davanti alla porta della signora Wanda, mi sono fermato un secondo. Nessun rumore. Ma ho sentito l'odore della cera, e il pensiero idiota di un naso fine dietro il legno. Sono salito.
Rita dormiva. Mi sono infilato a letto con il maglione, e lei mi ha cercato nel sonno, come ogni notte. Le sue mani fredde sono arrivate sotto la maglia, sulla schiena, e si sono fermate. Non si è svegliata. Ho aspettato che si scaldassero, come ho aspettato ventisei anni di inverni. Non si sono scaldate: le mie erano fredde quanto le sue. Siamo rimasti così, due mani fredde su una schiena fredda, nel buio, e per un attimo ho avuto la certezza che lei fosse sveglia, e sapesse, e avesse deciso. Poi il respiro è tornato lungo, e non ho saputo più niente.
Alle tre mi sono alzato. Ho acceso il gas, ho fatto il caffè e questa volta l'ho bevuto, in piedi, alla finestra della cucina, con la tazza tenuta tra tutte e due le mani per scaldarle. Il cortile era bianco di brina. In fondo, in diagonale, al terzo, era accesa una sola finestra.
È rimasta accesa fino al mattino. Alle sette, quando il cielo è diventato di quel grigio che non ha più bisogno di lampioni, la luce c'era ancora. Non l'ha spenta nessuno: l'ha resa inutile il giorno, come succede alle lampade lasciate accese per sbaglio o per qualcuno.
Ho pensato che in quella casa avrebbe dovuto dirlo qualcuno. Che la luce era rimasta accesa.
Poi mi sono ricordato che abito nella scala B.
*Consegne, domenica 28 dicembre*
*1. pietro vuole costruire i lego dei regali con te, non l'ho lasciato cominciare*
*2. bianca ha ancora un po' di tosse, sciroppo alla rosa canina mattina e sera, il cucchiaio è nel cassetto*
*3. il termosifone del bagno è a posto, non serve più l'idraulico*
*4. i gerani di notte li porto dentro sul davanzale, come hai fatto tu*
*5. [cancellato: se trovi due tazze nel lavello, sono mie]*
*6. la crema per le mani alla cotogna non l'ho trovata, ne ho presa un'altra, sentirai la differenza*
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fexalox
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