Alisia - 04 - Mostrum
scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 7 min
di
SoloAlessia
genere
pulp
cura
A+
*** A volte è particolarmente difficile essere una troia ***
Guardo il cadavere nudo nella vasca. Gli occhi aperti fissano il soffitto. L’acqua è ancora calda.
Non avevo nessun motivo per ucciderlo.
Era stato gentile. Mi aveva portata a casa sua, mi aveva offerto da mangiare, cibo vero, non carne sintetica o farina d’insetti. Aveva perfino aperto una bottiglia di vino, roba da ricchi. Roba che si può permettere solo chi è iscritto al Partito.
Aveva spento le telecamere prima di farmi entrare: «È meglio se non mi vedono con una come te».
Grazie. Non sapeva di aver firmato la sua condanna a morte.
L’ho affogato nella grossa vasca da bagno che lui chiamava Jacuzzi.
Non gli ho dato neanche il tempo di scoparmi. L’ho spinto sott’acqua, gli ho tenuto la testa giù mentre scalciava, mentre l'aria gli usciva dalla bocca, mentre le mani si aggrappavano al bordo della vasca. Finché non ha smesso di muoversi.
Perché l’ho ucciso? Non era sulla lista. Non mi aveva fatto del male. Non era un nemico.
L’ho ucciso perché potevo. L’ho ucciso perché mi piace uccidere. L’ho ucciso perché sono un mostro. Niente vendetta. Niente rivalsa. Niente scuse. Sono un mostro.
Osservo le foto appese al muro. Una donna sorridente, due bambini piccoli, poi guardo di nuovo il cadavere. «Mi dispiace. Ti sei imbattuto nella puttana sbagliata. Ti sei imbattuto in un mostro.»
Cerco di dare una ripulita al bagno. Forse sua moglie penserà a un malore. Magari non saprà mai che suo marito è morto per aver caricato una troia per strada.
Mi vesto, indosso il giaccone e tiro su il cappuccio. Esco.
Ho ancora una gran voglia di cazzo.
Cerco di non farmi notare mentre torno nella Transtiberina, dove vivono i pezzenti, dove vivo io.
Pochi chilometri, un altro mondo.
Passo davanti a un distributore automatico: c'è la fila per la razione serale di polpette proteiche e acqua depurata.
Sono a casa.
Vicolo del Peccato, scala di ferro, mi tolgo i vestiti prima di suonare il campanello. La porta si apre di uno spiraglio. Marco mi guarda con gli occhi rossi e la faccia assonnata di chi ha passato troppo tempo davanti ai computer. Non dice niente. Mi guarda e basta.
«Sorpresa! Ho voglia di scopare.»
Apre del tutto la porta. «Ali! Non puoi presentarti a casa mia così!» Sorrido. «Come no… Certo che posso!»
Lo spingo contro il divano. Gli tiro via i vestiti e salgo sopra di lui. Prendo in mano il suo cazzo, lo accarezzo decisa. In pochi secondi è già duro. Lo guido dentro di me, fino in fondo.
Lui sospira, chiude gli occhi, ansima, mi accarezza piano, mi bacia il collo, le spalle, la bocca. Mi piace, Marco ha questo modo strano di scopare, continua a baciarmi, ad accarezzarmi, sembra più interessato al mio piacere che al suo…
Comunque funziona: sto letteralmente sgocciolando di piacere, ho un orgasmo lunghissimo, urlato.
Mi prende per i fianchi e mi tiene ferma, continua a baciarmi, poi ricomincia a muoversi, prima lentamente, poi più veloce. Cazzo… vengo di nuovo, forte, stringendolo dentro. Lui non smette, continua a baciarmi il collo, il mento, le labbra.
Mi sposta piano, mi fa sdraiare sul divano, si inginocchia davanti a me e mi allarga le gambe, avvicina la bocca alla fica.
La bacia. Un bacio vero. Nessuno mi bacia la fica, nessuno bacia la fica a una puttana, lui lo fa. E mi piace.
La sua lingua entra lenta, calda. Mi lecca il clitoride, assaggia il mio sapore. Mi succhia le labbra, infila la lingua dentro, la muove, la tira fuori, la spinge di nuovo. Non ha fretta, è preciso, quasi devoto. Lo prendo per i capelli: «Scopami! Ti prego…» Lui continua, la lingua più profonda, le mani che mi tengono ferme le gambe. Vengo ancora, più forte, più a lungo. Mi fa tremare, mi fa chiudere gli occhi, mi toglie il respiro.
Non ha ancora finito: si alza per darmi un bacio. Sento il mio sapore sulle sue labbra, sulla sua lingua, lo assaggio mentre il suo cazzo entra di nuovo in me. Si muove piano, continuando a baciarmi, le mani mi accarezzano i fianchi, il collo, i capelli.
Alla fine viene, piano, senza fretta, senza urlare, solo un gemito lungo e basso contro la mia bocca. Resta dentro, abbracciato a me. Continua ad accarezzarmi i capelli. Anche dopo. Anche quando il suo cazzo si affloscia piano. Anche quando il respiro rallenta.
Non so come comportarmi, non so cosa dire. «Sei bravo! E te lo dice una che se ne intende…»
Marco non sembra apprezzare il complimento, non risponde, mi guarda in silenzio. Mi stringe tra le braccia.
Si addormenta abbracciato a me, la testa sulla mia spalla, il respiro regolare, una mano ancora sul mio fianco. Sento il suo cuore battere contro la mia pelle, il suo sperma mi cola ancora tra le gambe.
C'è qualcosa che non riesco a capire. Resto immobile, con il suo peso ancora addosso, il suo odore sulla pelle, il suo respiro che mi scalda il collo.
Mi piacerebbe addormentarmi, chiudere gli occhi e riaprirli il giorno dopo. Non posso, io non dormo. Sono progettata per essere disponibile ventiquattro ore al giorno. Sto ferma, guardo il soffitto...
Penso alla persona che ho ucciso qualche ora fa, penso a Marco, al suo modo di fare, a come mi bacia, a come mi scopa… cazzo! Sono di nuovo bagnata.
Mi alzo piano dal divano, attenta a non svegliarlo. Prendo una coperta dalla sedia e gliela stendo addosso. Lui si muove appena, sussurra qualcosa nel sonno, non capisco. Lo osservo un secondo, poi mi guardo intorno.
La stanza è grande, disordinata, piena di roba vecchia. Mi annoio. Comincio a curiosare.
I computer sono accesi. Marco li usa per entrare nei server del Partito Unico dei Patrioti, ruba documenti, li pubblica. Dice che il popolo deve sapere. Io non capisco a cosa serva, ma mi fido di lui.
Guardo i vecchi CD appoggiati su uno scaffale. Musica classica: Motörhead, Iron Maiden, Dream Theater. «La musica moderna è solo rumore». Dev'essere una battuta. Io non riesco a capirla.
Poi vedo il foglio sul tavolo. Un ritratto disegnato a mano, a matita.
Sono io. Ho i capelli legati, lo sguardo rilassato, quasi dolce. Sorrido, un sorriso sereno, pulito.
Non è il mio sorriso.
Guardo il mio riflesso sullo schermo del computer. Vedo una puttana psicopatica. Osservo di nuovo il ritratto. Non sono io.
Marco si muove nel sonno, sussurra il mio nome. «Ali… Dove sei?»
«Cazzo, cazzo, cazzo… Capisco.»
Mi vesto in fretta. Prendo il giaccone ed esco senza fare rumore.
Corro. Corro per le strade dissestate, giro vicoli a caso. Corro finché non sono abbastanza lontana, finché mi regge il fiato. Mi fermo davanti a una scalinata, mi siedo.
Ho il viso bagnato, dev'essere la pioggia.
Penso a quando l’ho invitato al “Peccatum Carnis”, a quando gli ho chiesto se voleva farmi scopare dai suoi amici… Marco abbassava gli occhi, cambiava discorso. Non voleva una puttana a sua disposizione, lui voleva…
Ma che cazzo! Sono un’assassina, uccido la gente. Perché sono qui a preoccuparmi per un ragazzino? Perché ho piegato con cura il ritratto e l'ho messo in tasca?
Che giornata di merda.
Qualcuno mi tocca una spalla. Non l’ho sentito arrivare, non è da me. «Figliola, hai bisogno di aiuto? Posso darti conforto.»
Alzo lo sguardo. Vestito nero, collare bianco. Chiesa della Tradizione.
Fottuti clerici. Sono i clienti peggiori: perversi, violenti, convinti che il loro Dio li perdonerà sempre… e non vogliono mai pagare.
Se accetto di seguirlo, mi tratterà male. Mi farà male.
È il tuo giorno fortunato, clerico. Oggi puoi trattarmi male. Oggi puoi farmi male e forse uscirne vivo.
Forse.
«Sì, padre… ho bisogno di aiuto.»
Guardo il cadavere nudo nella vasca. Gli occhi aperti fissano il soffitto. L’acqua è ancora calda.
Non avevo nessun motivo per ucciderlo.
Era stato gentile. Mi aveva portata a casa sua, mi aveva offerto da mangiare, cibo vero, non carne sintetica o farina d’insetti. Aveva perfino aperto una bottiglia di vino, roba da ricchi. Roba che si può permettere solo chi è iscritto al Partito.
Aveva spento le telecamere prima di farmi entrare: «È meglio se non mi vedono con una come te».
Grazie. Non sapeva di aver firmato la sua condanna a morte.
L’ho affogato nella grossa vasca da bagno che lui chiamava Jacuzzi.
Non gli ho dato neanche il tempo di scoparmi. L’ho spinto sott’acqua, gli ho tenuto la testa giù mentre scalciava, mentre l'aria gli usciva dalla bocca, mentre le mani si aggrappavano al bordo della vasca. Finché non ha smesso di muoversi.
Perché l’ho ucciso? Non era sulla lista. Non mi aveva fatto del male. Non era un nemico.
L’ho ucciso perché potevo. L’ho ucciso perché mi piace uccidere. L’ho ucciso perché sono un mostro. Niente vendetta. Niente rivalsa. Niente scuse. Sono un mostro.
Osservo le foto appese al muro. Una donna sorridente, due bambini piccoli, poi guardo di nuovo il cadavere. «Mi dispiace. Ti sei imbattuto nella puttana sbagliata. Ti sei imbattuto in un mostro.»
Cerco di dare una ripulita al bagno. Forse sua moglie penserà a un malore. Magari non saprà mai che suo marito è morto per aver caricato una troia per strada.
Mi vesto, indosso il giaccone e tiro su il cappuccio. Esco.
Ho ancora una gran voglia di cazzo.
Cerco di non farmi notare mentre torno nella Transtiberina, dove vivono i pezzenti, dove vivo io.
Pochi chilometri, un altro mondo.
Passo davanti a un distributore automatico: c'è la fila per la razione serale di polpette proteiche e acqua depurata.
Sono a casa.
Vicolo del Peccato, scala di ferro, mi tolgo i vestiti prima di suonare il campanello. La porta si apre di uno spiraglio. Marco mi guarda con gli occhi rossi e la faccia assonnata di chi ha passato troppo tempo davanti ai computer. Non dice niente. Mi guarda e basta.
«Sorpresa! Ho voglia di scopare.»
Apre del tutto la porta. «Ali! Non puoi presentarti a casa mia così!» Sorrido. «Come no… Certo che posso!»
Lo spingo contro il divano. Gli tiro via i vestiti e salgo sopra di lui. Prendo in mano il suo cazzo, lo accarezzo decisa. In pochi secondi è già duro. Lo guido dentro di me, fino in fondo.
Lui sospira, chiude gli occhi, ansima, mi accarezza piano, mi bacia il collo, le spalle, la bocca. Mi piace, Marco ha questo modo strano di scopare, continua a baciarmi, ad accarezzarmi, sembra più interessato al mio piacere che al suo…
Comunque funziona: sto letteralmente sgocciolando di piacere, ho un orgasmo lunghissimo, urlato.
Mi prende per i fianchi e mi tiene ferma, continua a baciarmi, poi ricomincia a muoversi, prima lentamente, poi più veloce. Cazzo… vengo di nuovo, forte, stringendolo dentro. Lui non smette, continua a baciarmi il collo, il mento, le labbra.
Mi sposta piano, mi fa sdraiare sul divano, si inginocchia davanti a me e mi allarga le gambe, avvicina la bocca alla fica.
La bacia. Un bacio vero. Nessuno mi bacia la fica, nessuno bacia la fica a una puttana, lui lo fa. E mi piace.
La sua lingua entra lenta, calda. Mi lecca il clitoride, assaggia il mio sapore. Mi succhia le labbra, infila la lingua dentro, la muove, la tira fuori, la spinge di nuovo. Non ha fretta, è preciso, quasi devoto. Lo prendo per i capelli: «Scopami! Ti prego…» Lui continua, la lingua più profonda, le mani che mi tengono ferme le gambe. Vengo ancora, più forte, più a lungo. Mi fa tremare, mi fa chiudere gli occhi, mi toglie il respiro.
Non ha ancora finito: si alza per darmi un bacio. Sento il mio sapore sulle sue labbra, sulla sua lingua, lo assaggio mentre il suo cazzo entra di nuovo in me. Si muove piano, continuando a baciarmi, le mani mi accarezzano i fianchi, il collo, i capelli.
Alla fine viene, piano, senza fretta, senza urlare, solo un gemito lungo e basso contro la mia bocca. Resta dentro, abbracciato a me. Continua ad accarezzarmi i capelli. Anche dopo. Anche quando il suo cazzo si affloscia piano. Anche quando il respiro rallenta.
Non so come comportarmi, non so cosa dire. «Sei bravo! E te lo dice una che se ne intende…»
Marco non sembra apprezzare il complimento, non risponde, mi guarda in silenzio. Mi stringe tra le braccia.
Si addormenta abbracciato a me, la testa sulla mia spalla, il respiro regolare, una mano ancora sul mio fianco. Sento il suo cuore battere contro la mia pelle, il suo sperma mi cola ancora tra le gambe.
C'è qualcosa che non riesco a capire. Resto immobile, con il suo peso ancora addosso, il suo odore sulla pelle, il suo respiro che mi scalda il collo.
Mi piacerebbe addormentarmi, chiudere gli occhi e riaprirli il giorno dopo. Non posso, io non dormo. Sono progettata per essere disponibile ventiquattro ore al giorno. Sto ferma, guardo il soffitto...
Penso alla persona che ho ucciso qualche ora fa, penso a Marco, al suo modo di fare, a come mi bacia, a come mi scopa… cazzo! Sono di nuovo bagnata.
Mi alzo piano dal divano, attenta a non svegliarlo. Prendo una coperta dalla sedia e gliela stendo addosso. Lui si muove appena, sussurra qualcosa nel sonno, non capisco. Lo osservo un secondo, poi mi guardo intorno.
La stanza è grande, disordinata, piena di roba vecchia. Mi annoio. Comincio a curiosare.
I computer sono accesi. Marco li usa per entrare nei server del Partito Unico dei Patrioti, ruba documenti, li pubblica. Dice che il popolo deve sapere. Io non capisco a cosa serva, ma mi fido di lui.
Guardo i vecchi CD appoggiati su uno scaffale. Musica classica: Motörhead, Iron Maiden, Dream Theater. «La musica moderna è solo rumore». Dev'essere una battuta. Io non riesco a capirla.
Poi vedo il foglio sul tavolo. Un ritratto disegnato a mano, a matita.
Sono io. Ho i capelli legati, lo sguardo rilassato, quasi dolce. Sorrido, un sorriso sereno, pulito.
Non è il mio sorriso.
Guardo il mio riflesso sullo schermo del computer. Vedo una puttana psicopatica. Osservo di nuovo il ritratto. Non sono io.
Marco si muove nel sonno, sussurra il mio nome. «Ali… Dove sei?»
«Cazzo, cazzo, cazzo… Capisco.»
Mi vesto in fretta. Prendo il giaccone ed esco senza fare rumore.
Corro. Corro per le strade dissestate, giro vicoli a caso. Corro finché non sono abbastanza lontana, finché mi regge il fiato. Mi fermo davanti a una scalinata, mi siedo.
Ho il viso bagnato, dev'essere la pioggia.
Penso a quando l’ho invitato al “Peccatum Carnis”, a quando gli ho chiesto se voleva farmi scopare dai suoi amici… Marco abbassava gli occhi, cambiava discorso. Non voleva una puttana a sua disposizione, lui voleva…
Ma che cazzo! Sono un’assassina, uccido la gente. Perché sono qui a preoccuparmi per un ragazzino? Perché ho piegato con cura il ritratto e l'ho messo in tasca?
Che giornata di merda.
Qualcuno mi tocca una spalla. Non l’ho sentito arrivare, non è da me. «Figliola, hai bisogno di aiuto? Posso darti conforto.»
Alzo lo sguardo. Vestito nero, collare bianco. Chiesa della Tradizione.
Fottuti clerici. Sono i clienti peggiori: perversi, violenti, convinti che il loro Dio li perdonerà sempre… e non vogliono mai pagare.
Se accetto di seguirlo, mi tratterà male. Mi farà male.
È il tuo giorno fortunato, clerico. Oggi puoi trattarmi male. Oggi puoi farmi male e forse uscirne vivo.
Forse.
«Sì, padre… ho bisogno di aiuto.»
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