Chi resta | Capitolo 2 | Nicolò

di
genere
sentimentali

Il fumo arriva prima di lei. Sale dal terzo piano al quarto senza fretta, in una striscia sottile che il vento del cortile piega verso i tetti, e a ottobre, quando l'aria comincia a essere pulita e fredda, sa di più: di tabacco, e sotto il tabacco di qualcosa di dolce, come una mela dimenticata in un cassetto. Lo sento dalla finestra del sottotetto, che non chiudo mai. Sono le dieci e venticinque di un mercoledì. Mia madre è in ospedale fino alle sette, i compiti di greco stanno sul tavolo con la stessa pagina aperta da un'ora, e io sono seduto per terra sul ballatoio del quarto, con la schiena contro il muro e le ginocchia tirate su, ad aspettare che la signora del terzo finisca la sigaretta.

Ho diciotto anni, compiuti a giugno, faccio l'ultimo anno di liceo e ho una specialità: sono quello che nessuno guarda. Non lo dico con rancore, è un fatto, come l'altezza. In classe, alla terza fila, sono un banco che risponde presente. In casa, all'ultimo piano di una scala B dove tutti si affacciano sulla porta di tutti, sono l'unico che abita sopra le teste. E chi vive sopra le teste ha un privilegio che gli altri non sanno di aver perso: vede la gente quando pensa di non essere vista.

Nessuno, in una casa di ringhiera, alza mai gli occhi. Si guardano le porte, i vasi, le tende degli altri, si guarda il pianerottolo per capire chi è in casa. Ma sopra, dove il ferro cigola come una barca, non guarda nessuno. E dal mio angolo, se mi siedo dove mi siedo io, tra il secondo e il terzo paletto della ringhiera, vedo esattamente il gomito del ballatoio sotto di me: il punto dove il ferro gira verso la scala, con il lampione del cortile che gli batte contro e i vasi di gerani allineati come soldati. Lì, il mercoledì sera, ogni tanto, arriva la signora Valeria.

Abita all'interno quattordici. Ha quarantun anni, lavora in un museo, e io so di lei tre cose certe. Che rientra con il tacco il lunedì e con le scarpe da ginnastica nel fine settimana. Che ride con la testa un po' all'indietro, come per lasciare uscire la risata dal collo. E che fuma solo lì, sul gomito del ballatoio, e solo quando la casa è sua.

Perché la casa, all'interno quattordici, non è mai di tutti e due insieme. Questo lo sanno tutti in scala B, anche quelli che fingono di non saperlo. Lei e il signor Gianluca sono separati da due anni, ma i figli, Pietro che ne ha undici e Bianca che ne ha sette, non si sono mai mossi da lì. Sono i genitori che si danno il cambio: una settimana lei, una settimana lui, la domenica alle sette, in modo da non incrociarsi mai. Una specie di staffetta in cui i due atleti hanno concordato di non vedersi mai passare il testimone. Nella settimana di lui, lei dorme altrove, da un uomo con i capelli bianchi e la macchina grigia. Nella settimana di lei, il signor Gianluca sparisce da un'altra parte, dove va a stare una ragazza con il motorino. La signora Wanda, al primo, dice che è una cosa civile. Mia madre dice che è una cosa stanchissima.

Io dico che è una cosa che si può guardare per ore.


Quel mercoledì lei esce alle dieci e mezza, come tutte le altre volte. Chiude la porta con la mano sul legno, piano. Ha una maglia larga da casa e i capelli raccolti in un modo che non è un'acconciatura, è un'ora di sera. Si appoggia al muro del gomito con la spalla sinistra, e con la destra toglie dalla tasca un pacchetto e un accendino. Sotto il vaso grande dei gerani, in terra, c'è un sottovaso di plastica verde in cui ci sono già cinque o sei mozziconi di altre sere. Ogni tanto lo tocca con la punta del piede per accertarsi che sia lì.

Accende. Chiude gli occhi sul primo tiro. Non li chiude come chi gode, li chiude come chi fa una cosa che ha diritto di fare una volta a settimana, e che si concede senza testimoni. Poi li riapre, e guarda in giù.

È questo, che io guardo. Non la sigaretta e non lei: dove guarda lei.

Guarda la scala. Non la porta di fronte, non il fico del cortile, non il cielo, che sarebbe il posto dove si guarda quando si fuma da soli. Guarda la rampa che sale dal secondo piano. Fisso, senza muovere la testa, come se da un momento all'altro dovesse spuntarne qualcuno. E ogni volta che al secondo piano si apre una porta o il ferro di un gradino fa un suono, lei gira appena il mento, e poi si accorge di averlo fatto, e lo raddrizza. Il mercoledì delle dieci e mezza non passa nessuno. Passa qualche volta il signor Fabrizio del secondo, ma il mercoledì no, il suo giorno è il martedì. Lei guarda una rampa vuota, e lo sa, e la guarda lo stesso.

Fuma metà della sigaretta. L'altra metà la lascia consumare tra le dita, senza portarla alla bocca, guardando la brace che sale verso le nocche. Poi la spegne nel sottovaso, rientra, e il ferro del terzo vibra sotto i suoi piedi ancora un momento dopo che non c'è più.

Io rimango dov'ero, con il naso freddo e il greco che non si traduce da solo, e penso una cosa stupida, che mi vergogno anche a scrivere. Penso: ecco com'è essere guardati da qualcuno che non ti vede, e da qualcuno che non ti vedrà. Lei non sa di me. Io so tutto di lei. Non credo che sia una differenza fondamentale, ma a diciotto anni si ha l'impressione che sia l'unica.


C'è una ragazza. Non c'è sempre una ragazza, in queste storie, e di solito è una scusa, ma nel mio caso è un fatto di banchi: si chiama Emma e siede due file davanti a me, in diagonale, e io conosco la sua schiena meglio di quanto conosca la mia faccia.

So che tiene la matita dietro l'orecchio destro e che quando si concentra la dimentica lì e ne cerca un'altra. So che quando non capisce una frase di Tucidide preme il labbro inferiore sotto il dente, non forte, giusto un segno. So che ha una giacca verde che porta dal primo giorno di scuola, e che la mattina, se entra prima del professore di scienze, si scioglie i capelli dietro il collo con due mani, per rifarseli, e per un secondo il collo resta nudo e la cosa più importante dell'aula è quel secondo.

Emma ha compiuto diciotto anni a marzo, io a giugno, il che mi rende, nella sua contabilità, il piccolo della classe. Emma, da parte sua, sa che esisto perché una volta, in seconda, mi ha chiesto gli appunti di latino. Li ha ricopiati e me li ha restituiti con un «grazie!» che era rivolto agli appunti. Io ho detto «figurati» agli appunti. Ho ancora quel foglio, restituito con una piega. Non lo dirò a nessuno mai.

Ho fatto, negli anni, alcune cose per essere visto. Mi sono tagliato i capelli, lei ha detto «ah, ti sei tagliato i capelli?» a una ragazza accanto a me, chiedendo una cosa a lei di me. Ho letto un libro che leggeva lei, e ne ho parlato ad alta voce alla ricreazione vicino al suo banco, ed è stata una cosa così trasparente che ho dovuto chiudere gli occhi mentre la dicevo. Ho scritto il suo nome sul retro di un quaderno e poi l'ho cancellato con tanta cura che è rimasto in rilievo, come una cicatrice di carta.

Non è che lei sia crudele. È che c'è un modo di essere guardati che non dipende da quanto ci si sforza, e io non l'ho ancora capito.


Il caso, a volte, è meno stupido di quanto si dica. Il lunedì dopo, la professoressa d'italiano ha annunciato un lavoro a coppie sul paesaggio urbano: dieci foto e un testo, sorteggio dei nomi, nessuna trattativa. Ha pescato dal cestino della cancelleria i biglietti piegati e ha letto, con la voce di chi legge una sentenza: «Nicolò. Con Emma.»

Ho sentito il banco che si spostava sotto di me di qualche millimetro. Emma si è girata, mi ha guardato per la prima volta da due anni, ha detto «ah, ok» come si dice a un cambio di orario, e ha scritto il mio nome sul suo quaderno. Con una biro nera. Io non ho più sentito niente per tutto il resto dell'ora.

Dopo la lezione, in corridoio, mi ha chiesto dove abitavo. Le ho detto: «In una casa di ringhiera, all'Isola.» Lei ha detto: «Davvero? Come quelle di Milano vecchia? Si può fotografare?» Ho detto di sì. Non sapevo se si potesse, ma ho detto di sì con la voce di uno che conosce la portinaia. In fondo la portinaia, in un certo senso, conosce me.

È venuta il sabato pomeriggio, alle quattro. Il sabato dopo il mercoledì in cui la signora Valeria aveva finito di fumare la sua metà di sigaretta. Cioè in una settimana che non era più di lei, ma del signor Gianluca.

Sono sceso ad aspettarla nell'androne. Il portone, quando si è aperto, ha lasciato entrare un rettangolo di luce dorata e lei dentro, con la giacca verde e un telefono in mano. Mi ha detto: «Ciao, Nico», con un'abbreviazione che nessuno mi aveva mai dato, e ho sentito il portone chiudersi sul nome.

Ada era alla finestra della portineria. Ada è la portinaia da una vita: è piccola, ha i capelli grigi tirati indietro, e sente tutto. Mia madre dice che riconosce le persone dai passi. Emma le ha detto «buongiorno» e chiesto se poteva fotografare il cortile. Ada ha risposto «Il fico è del 1921, e il lavatoio dietro il fico ha la luce migliore alle quattro» senza alzare gli occhi dal registro, come se fosse un dato di catasto. Poi, mentre passavamo, ha detto a me, a voce bassa:

«Hai fatto le scale piano, oggi.»

Non ho capito. Poi ho capito: ero sceso a passo d'uomo, io che scendo e salgo a due a due da quando ho memoria, l'ultima rampa di corsa. Non me n'ero accorto. Ada sì. Ada, che sente tutto, aveva notato che i miei passi erano cambiati prima di me.


Emma ha fotografato tutto. Il fico con le foglie che cominciavano a ingiallire, le cassette delle lettere in ottone, i lavatoi con le vasche di pietra e la scritta sbiadita di un'impresa di sapone, le corde da bucato vuote tese tra due ganci. Faceva un passo indietro per ogni foto, e nel passo indietro veniva a trovarsi sempre, senza saperlo, a mezzo metro da me. Ho tenuto le mani nelle tasche per tutto il pomeriggio.

Poi siamo saliti. Su per le rampe, che cigolavano ognuna a modo suo, e io le spiegavo la casa come un bambino che mostra la sua stanza: qui il primo, la signora Wanda, tre colpi e una pausa; qui il secondo, dove il martedì c'è chi rientra tardi; qui il terzo. Ci siamo fermati sul ballatoio del terzo, dove il ferro vibra un poco, in fondo alla curva, perché lei voleva l'inquadratura dall'alto verso il cortile.

Era il gomito. Il gomito di ferro, con il lampione spento, e il sottovaso di plastica verde sotto il vaso dei gerani.

In quel momento la porta dell'interno quattordici si è aperta e ne è uscito il signor Gianluca, con un sacchetto della spazzatura. Ha quarantaquattro anni, le spalle di uno che lavora sui treni, e scarpe con la suola spessa anche di sabato. Ci ha salutati con un cenno del mento. Non sapeva chi fosse Emma, ma non ha chiesto: ha lasciato il sacchetto vicino alla ringhiera, ha preso l'annaffiatoio e ha cominciato a bagnare i gerani.

Emma ha scattato una foto. Poi mi ha detto piano, con la testa china sul telefono: «Guarda come li innaffia. È come se ci parlasse.»

Aveva ragione, e io non ero preparato. Li bagnava uno per uno, senza fretta, con una mano sola, e con l'altra si teneva alla ringhiera, proprio nel punto in cui la signora Valeria si appoggia con la spalla. Quando ha finito con i gerani non ha preso il sacchetto. Ha guardato in giù, per un attimo, verso il sottovaso verde. Poi si è chinato, ha preso il sottovaso con due dita, e con una cura che non c'entrava niente con l'immondizia lo ha portato dentro, in casa. Ne è uscito dopo un minuto senza, e con il sottovaso vuoto e lavato, ancora bagnato sul fondo, che ha rimesso esattamente dov'era, sotto il vaso grande, con il bordo allineato alla piastrella.

Non ha guardato né me né Emma. Ha preso il sacchetto ed è sceso, e i suoi passi hanno fatto vibrare tutto il ferro.

«Che strano» ha detto Emma.

«Cosa?»

«Che uno lavi un posacenere.»

Non avevo detto niente del posacenere. Lei l'aveva visto da sola. Per la prima volta in due anni Emma vedeva qualcosa prima di me, e io provai una cosa così mescolata di orgoglio e di gelosia che per un momento non riuscii a rispondere.

«Lo sai perché lo lava?» mi ha chiesto.

«No.»

Era la prima bugia della mia vita fatta per proteggere degli adulti. E siccome era la prima, la dissi troppo in fretta.


Siamo saliti al quarto. Volevo mostrarle il mio angolo, il punto dove mi siedo, quello che è mio e di nessun altro. Non so perché. Forse perché la casa, quel pomeriggio, mi aveva reso coraggioso. Ci siamo seduti sul pavimento di ferro, tra il secondo e il terzo paletto, e giù sotto di noi c'era il gomito del ballatoio con il sottovaso lavato che asciugava.

Emma ha guardato in basso, poi me.

«Da qui vedi tutto» ha detto.

«Non tutto.»

«Sì. Da qui vedi tutto. E nessuno vede te.» Ha detto una cosa che non era una domanda, e poi ha aggiunto, con una voce diversa, più bassa, quella di quando preme il labbro sotto il dente: «Sei uno che vede e non dice, tu.»

Il ferro, sotto di noi, ha fatto uno schiocco per il freddo. Io ho sentito una cosa che non avevo mai sentito prima, come se qualcuno avesse acceso una luce in una stanza in cui vivevo da anni e non sapevo che avesse le pareti.

«Anche tu» ho detto. Non so come mi è uscito.

«Io cosa?»

«Vedi. Hai visto il posacenere.»

Ha riso, ma non a lungo. Poi ha detto: «Dimmi, allora. Che cosa vedi di me?»

Se penso a quel momento adesso, mi sembra che tutte le cose che avevo fatto negli anni, i capelli, il libro, il nome cancellato sul quaderno, non fossero servite a niente, e che ne fosse bastata una sola. Ho detto la verità. Sapevo la lista a memoria, non era una cosa da inventare.

Le ho detto della matita dietro l'orecchio destro, e che quando non ne trova una la cerca dall'altra parte, sempre a sinistra, come se il destro fosse un posto sicuro. Le ho detto del labbro sotto il dente, il giovedì, quando c'è Tucidide. Le ho detto della giacca verde, e del collo, e dei due secondi in cui si scioglie i capelli al mattino. Quest'ultima cosa non avrei dovuto dirla, e infatti si è vista sulla mia faccia mentre la dicevo.

Emma non ha detto niente per un po'. Aveva il telefono spento in mano, e guardava un punto di ferro davanti a sé, e sulle guance le era venuto quel colore che viene con il freddo di ottobre, o con qualcos'altro.

«Nessuno me l'aveva mai detto» ha detto.

E poi, girandosi verso di me, guardandomi negli occhi, e questa volta era proprio a me e non agli appunti, ha aggiunto quello che io non mi aspettavo, e che da quel giorno non ho più smesso di ripensare:

«Ma non so cosa farmene, Nico, di uno che mi guarda da due anni e non mi ha mai detto una parola.»

Non l'ha detto con cattiveria. L'ha detto come si dice un'informazione. Come il fico che è del 1921.

Poi si è alzata, si è pulita i jeans dal ferro, ha detto che le foto le avrebbe montate lei, e che il testo lo avremmo scritto lunedì. Ha fatto le scale piano, tutte, dal quarto fino all'androne. Io, seduto sul pavimento di ferro, le ho sentite scendere una a una, ognuna col suo suono. Ho capito di che cosa parlava Ada.


Il lunedì abbiamo scritto il testo in biblioteca, con un tavolo tra noi due e un chilometro di aria. Lei era gentile, precisa, distratta. Ma alzava gli occhi più spesso di prima. Non troppo spesso. Abbastanza da farmi capire che ogni volta lo faceva apposta.

Il martedì sera, con mia madre di turno fino alle sette e il greco fermo sulla stessa pagina, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. Ho preso il telefono e ho scritto a Emma. Non una domanda sul testo. Ho scritto: «Hai ragione. Ti guardo da due anni e non ti ho mai detto niente. Mi piaci. Da quando mi hai restituito gli appunti di latino. Ecco, l'ho detto.» L'ho mandato prima di potermi pentire, e ho messo il telefono a faccia in giù sul tavolo, come si fa con un animale che potrebbe mordere.

Ha risposto dopo undici minuti. Due parole: «Sei in casa?»

Non ho fatto in tempo a rispondere. Dieci minuti dopo, dal cortile, ho sentito il portone e poi il ferro del primo piano, sotto passi che non avevo mai sentito e che riconobbi subito, perché ogni passo aveva la stessa esitazione di una che preme il labbro sotto il dente. Il primo. Il secondo, pulito, quasi allegro. Il terzo, che vibra. Sul quarto, il ferro ha cigolato con un suono nuovo, il suono di lei, e io sono rimasto in piedi in mezzo alla stanza con le mani che non sapevo dove mettere.

Ha bussato una volta. Aveva la giacca verde e i capelli sciolti, e le guance rosse per la corsa delle scale, o per il freddo, o per qualcos'altro.

«Adesso lo dici in faccia» ha detto.

Il sottotetto è una stanza sola, con il soffitto che scende obliquo da una parte e una finestra sul cortile. C'è un letto, un tavolo, una lampada. Non l'avevo mai vista con una persona dentro, e fu come vedere una foto di famiglia in cui è comparso qualcuno che non c'era mai stato. Le ho detto, in piedi, guardandola negli occhi, tutto quello che avevo scritto e anche quello che non avevo scritto: la matita, il collo, il foglio degli appunti che tengo ancora nel cassetto. Lei mi ha ascoltato senza interrompermi. Ha aspettato che finissi. Poi ha detto, piano:

«Vieni qui.»

Mi ha baciato lei. Con una mano sul mio collo, alzandosi appena sulle punte, e aveva la bocca fredda di ottobre e poi, dopo un secondo, no. Sapeva di menta e di una cosa dolce sotto. Io ho tenuto gli occhi aperti, perché non riuscivo a non guardare, e lei se n'è accorta e ha riso sulla mia bocca: «Chiudili, Nico.» Non li ho chiusi. Ho guardato il modo in cui le si abbassavano le ciglia, il piccolo tremito della palpebra, il colore che le saliva dal collo. Quando ha riaperto gli occhi mi guardava anche lei.

«Guardami» ha detto. «Ma adesso guardami davvero.»

Siamo finiti sul letto senza sapere come. Le ho tolto la giacca verde, che era la cosa più intima che avessi mai toccato, e sotto aveva una maglia leggera che sapeva del suo calore. Le mani mi tremavano. Lei se n'è accorta e le ha prese nelle sue, le ha portate sotto la maglia, sulla pelle liscia dei fianchi, e ha detto: «Non hanno bisogno di essere brave. Basta che ci siano.»

Ci siamo spogliati piano, con la lampada accesa, perché io volevo vederla e lei, questo l'ho capito dopo, voleva essere vista. Aveva un neo sotto la clavicola destra che io non conoscevo, e le ho detto anche questo, ad alta voce, e lei ha chiuso gli occhi e ha sorriso. Le ho baciato il collo, il neo, il seno, con una lentezza che non era controllo ma stupore. Sentivo il suo respiro cambiare a ogni cosa che facevo, e imparavo a leggerlo come si impara una lingua, dalle pause. Quando mi ha preso la mano e l'ha guidata più giù, tra le sue gambe, era calda e bagnata, e ho pensato che nessuno mi aveva mai fatto un regalo così grande e così semplice.

Avevo comprato un preservativo in farmacia a settembre, con la faccia in fiamme, con una speranza che mi vergognavo di avere. Lo tenevo nel cassetto sotto il foglio degli appunti. Glielo ho detto ridendo, e anche lei ha riso, e questo ha sciolto tutto.

Sono entrato in lei piano, guardandola. Lei aveva le mani sulla mia schiena e gli occhi aperti nei miei, e a ogni spinta lenta si mordeva il labbro inferiore, esattamente come fa con Tucidide, e io ho pensato che avrei ricordato quel gesto finché fossi vissuto. Non era una cosa elegante. Era goffa, calda, umida, con il letto che cigolava come la ringhiera e noi due che ridevamo e ci zittivamo a vicenda per non farci sentire dal piano di sotto. Poi non abbiamo riso più. Il suo respiro si è fatto corto e mi ha detto il mio nome, tutto intero, Nicolò, non Nico, e mi ha stretto forte con le gambe. Ho sentito che veniva prima di me, dal modo in cui tutto il suo corpo si è tirato e poi lasciato andare, e con gli occhi ancora nei miei. Poi sono venuto io, con la faccia nel suo collo, senza fare alcun rumore, per una volta. Il ferro, fuori, non ha detto niente.

Siamo rimasti così, sudati, con la lampada accesa e il freddo di ottobre che entrava dalla finestra. Lei mi accarezzava i capelli. A un certo punto ha detto, a voce bassissima, guardando il soffitto obliquo: «Sei un tipo che dice poco.»

«Ho detto tutto quello che avevo.»

«Lo so.» Si è girata verso di me. «Ecco, adesso lo so.»

Alle sei e mezza del mattino l'ho accompagnata giù. Ha fatto le scale piano, e io con lei, fino all'androne. Ada era già alla finestra della portineria, con la tenda tirata a metà. Ha guardato Emma, poi me. Non ha detto niente. Ha annuito una volta, come si fa con un dato di catasto.


Il mercoledì, quello della settimana di lei, sono tornato sul mio angolo.

Ho aperto la finestra alle dieci e venti. Alle dieci e venticinque il fumo è arrivato. Ho guardato giù dal terzo paletto.

Era esattamente come sempre, con una sola differenza: il sottovaso era pulito. Verde, lucido, senza un solo mozzicone. Bagnato ancora nel fondo, come se fosse stato lavato da poco.

La signora Valeria ha acceso la sigaretta, ha chiuso gli occhi sul primo tiro, li ha riaperti. Poi ha abbassato lo sguardo. Ha guardato il sottovaso, non la rampa. A lungo, con la brace che le saliva verso le nocche. E per la prima volta da quando la guardo, non ha buttato la cenere nel sottovaso: l'ha tenuta sul palmo, come una che non vuole rovinare una cosa bagnata di fresco.

Poi ha fatto un'altra cosa, che non aveva mai fatto. Ha alzato la testa.

Non ha guardato la rampa. Ha guardato in su, dritto, oltre il ferro del quarto piano, nel buio dove io ero seduto con la schiena al muro e il fiato trattenuto, e nessuno da due anni si era mai accorto che qualcuno ci fosse.

«Buonasera, Nicolò» ha detto.

Non ho risposto. Non me lo aspettavo, e la gola era scesa di un piano.

«Non sei tanto silenzioso come credi» ha detto. Non era un rimprovero. «Il ferro dice tutto. Il tuo ha un cigolio che ha il tuo nome. Lo sento da settimane.»

Lo sentiva da settimane. Sollievo e terrore, insieme, nella stessa frase.

«Non lo dico a nessuno» ho detto finalmente, con la voce di un bambino che risponde a una domanda che non gli è stata fatta.

«Cosa non dici?»

«Che fuma. Qui. Il mercoledì.»

Ha sorriso, e il sorriso le è venuto storto, come quello che ha Ada quando parla dei suoi. Ha guardato la sigaretta. Poi ha guardato ancora il sottovaso, e ha detto in modo pacato, senza guardarmi:

«Qualcuno lo lava, sai. Ogni settimana, quando arrivo. Non so chi sia.» Una pausa. Il ferro ha fatto il suo piccolo schiocco per il freddo. «Tu lo sai?»

Ho sentito la mia bugia di sabato salire dallo stomaco come una scala. Emma aveva detto che io sono uno che vede e non dice. Ada aveva detto che una portinaia che parla non sente più niente. Io ho diciotto anni, e non sono una portinaia.

«E lui» ha aggiunto la signora Valeria, e ha alzato la voce di un soffio, solo un soffio, come si fa per dire una cosa senza farla sentire. «Viene mai qui, lui? Il mercoledì? Alla stessa ora?»

Nella casa sotto di noi, il ferro del secondo ha fatto un suono. Lei ha girato il mento verso la rampa, e poi l'ha raddrizzato. Io ho guardato il mio piede fermo sul pavimento, e la brace che si spegneva tra le sue dita, e ho pensato a tutto quello che avevo visto da lì sopra in quelle settimane, e che nessun altro nella casa poteva sapere.

Le dovevo una risposta. Ho respirato una volta, a fondo.


*Consegne, domenica 19 ottobre*

*1. pietro ha la verifica di storia giovedì, ripassa i romani con la filastrocca dei re, l'ha inventata lui, non ridere*
*2. bianca ha ricominciato a chiedere la luce accesa sul corridoio, lasciala, passerà*
*3. il tecnico della lavatrice viene mercoledì tra le 9 e le 12, ha detto che non è grave, chiaramente ha mentito*
*4. in freezer ci sono due porzioni di lasagne, le altre sono per te*
*5. il sottovaso del geranio grande è pulito. qualcuno ha continuato a lavarlo. ringrazialo da parte mia*
*6. il ragazzo del quarto dice che il mercoledì, dopo le dieci, dal ballatoio si vede bene il cielo. io non l'avevo mai guardato*
*7. lascio il caffè nella credenza in alto, quello che ti piace*
scritto il
2026-09-24
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