Chi resta | Capitolo 3 | Wanda

di
genere
sentimentali

Lunedì mattina, alle sei e un quarto, la scala B sapeva di cera d'api, di cavolo bollito e di cotogna.

La cera è di Ada, che il lunedì lucida il corrimano con uno straccio di flanella e non lo direbbe mai. Il cavolo è del quarto piano, e scende fino al primo come una cosa che ha ritrovato la strada di casa. La cotogna non era di nessuno dei due, e infatti sono rimasta sulla soglia con la borsa del pane in mano e il bastone appoggiato allo stipite, a naso in su, come fanno i cani davanti a una cosa che non dovrebbe essere lì.

Mi chiamo Wanda, ho ottantun anni e non sento più niente dal 2011. Non è un modo di dire: niente. Il dottore dice che sono i nervi, io dico che è la vita, e in tutti e due i casi le scale di questa casa, che per gli altri suonano come un organo, per me sono mute come un disegno, a parte il tremito che mi sale dal ferro fino alle ginocchia. Ada sente. Io annuso. Quando un senso se ne va gli altri fanno gli straordinari, e il mio naso, in quattordici anni, ha fatto carriera.

So chi è in casa e chi no. So che Fabrizio del secondo ha fatto il caffè a mezzanotte e non l'ha bevuto, e so anche perché, e non lo dirò. So che la madre del ragazzo del quarto rientra dall'ospedale che sa di alcol e di sapone pulito, e che il ragazzo fino a ottobre sapeva di cartella e di calzini e adesso sa di sapone di marca. Si è innamorato. Non gliel'ho detto: ho imparato che alla gente non piace sentirsi dire di che odore è la propria felicità. Lo scopre da sola, di solito, quando è finita.

E poi c'è l'interno quattordici, al terzo, dove abitano due persone che non si incontrano mai. Una settimana lei e una settimana lui, il cambio la domenica sera, per via dei bambini. Li conosco da undici anni e non li ho mai sentiti litigare, né ridere, per ovvi motivi. Li conosco col naso. Lui sa di ferro: non di sporco, di ferro, di grasso di rotaia che nemmeno il sapone verde da meccanici riesce a levargli dalle mani, e sotto, di freddo, il freddo dei piazzali dove lavora di notte. Lei sa di tabacco, perché fuma di nascosto sul ballatoio, e sopra il tabacco sa di cotogna: una crema per le mani all'antica, di quelle in tubetto di alluminio che dal droghiere non si trovano, con cui si toglie il fumo dalle dita prima di rientrare dai figli. Lo so da due anni. Non ho mai detto niente. Ada dice che una portinaia che parla non sente più niente. Io sono sorda, e posso permettermi di non sentire e di non parlare, che è più economico.

Ora, quel lunedì era la settimana di lui.

Il signor Gianluca era rientrato la domenica alle sette e mezza, lei era uscita col suo trolley e la sua scia se ne era andata da un pezzo, perché un odore di donna sulle scale dura una notte, non di più. Quello che avevo davanti era fresco. Aveva ancora la punta dolce che le cose hanno solo nell'ora dopo che le hai toccate.

Mentre me ne stavo lì a farmi domande, dall'alto è sceso il signor Gianluca. Io i passi non li sento, ma sento il ferro che trema sotto la suola, e da un po' ho imparato a leggere anche quello: è pesante, lento, di un uomo che scende le scale come se portasse qualcosa anche a mani vuote. Aveva la borsa del turno e il berretto di lana in mano. Mi ha salutata con il mento, come sempre, e mi è passato accanto per andare in strada.

E la cotogna era lui.

Non lei. Lui. Un uomo grande come un armadio, che lavora sui treni, sapeva della crema per le mani di sua moglie.


Ho fatto quello che fanno le vecchie: ho aspettato e ho annusato.

Il giovedì, alle cinque e quaranta, stessa cosa. La domenica, quando è uscito con il trolley alle sette meno dieci, con la scusa del sacco della spazzatura ero già alla porta del primo, e la cotogna non gli stava più sopra, gli stava dentro: nel colletto, nei capelli, in quel punto dietro l'orecchio dove l'odore di una persona si ferma più a lungo. Era un odore da federa, per capirci. Il genere di cosa che ti resta addosso se dormi dove ha dormito qualcuno.

La domenica dopo è successo il contrario. Lei è uscita alle sette meno un quarto, e passando davanti alla mia porta ha lasciato una scia che non era sua: limone chimico, pietra bagnata, il verde. Il sapone di lui, quello con la pomice, che non profuma nessuna donna e che nessuna donna sceglierebbe. Aveva passato la sua settimana a lavarsi le mani con il sapone di suo marito. O di quello che è stato suo marito. Dalle mie parti, per queste cose, non ci sono ancora parole aggiornate.

Nessuno se n'era accorto. Né loro né la casa, perché tutti sono occupati a sentire i passi e a guardare le porte, e l'aria non la guarda nessuno. Io sono sorda: mi tocca guardare l'aria.

Ognuno dei due, ne sono sicura, ha una ragione buona. A lui si spaccano le mani, sui piazzali, a novembre, e la crema è lì, in bagno, e una crema è una crema. Lei si lava con quello che trova. Sono ragioni di quelle che si dicono anche a sé stessi, davanti allo specchio, con la faccia seria. Lo so perché per trentotto anni ne ho avuta una anch'io.


Si chiamava Livio, e stava al dodici, cioè nella porta accanto alla mia, sullo stesso ballatoio del primo. Arrivò nel 1970 con due valigie e una pipa. Io avevo ventisei anni ed ero sposata con Renzo da quattro, un uomo che mi voleva bene con il talento di quelli che non si accorgono di niente e non per questo sono stupidi. Livio faceva l'impiegato in una compagnia di assicurazioni. Era gentile, faceva ridere Renzo, veniva a pranzo la domenica, e giocavano a scopa fino alle quattro, sempre la stessa partita, che Renzo perdeva.

Sapeva di tabacco da pipa al miele, di lana bagnata e di sapone da barba. E di una cosa in più, che non ho mai saputo dire, che era soltanto lui: come il pane ha l'odore del pane e in più l'odore del forno da cui viene. Lo sentivo arrivare sul ballatoio un minuto prima che aprisse la porta, e restava un minuto dopo che l'aveva chiusa. Mi sono innamorata così, di un odore, prima ancora che di un uomo. Non c'è nessuna dignità in questo. Ma è andata così.

Non faccia quella faccia, chi mi legge. Non sono nata ottantunenne.

Una domenica di novembre del 1971, con una nebbia che entrava nelle case, Livio venne a pranzo con la febbre. Trentotto e mezzo, disse, ma non voleva stare solo, e Renzo gli diede una coperta e lo sistemò sul divano del salotto. Alle due Renzo doveva andare alla partita con un cugino. «Lascialo dormire» disse sulla porta. «Torno alle sei.»

Me lo ricordo, quel silenzio. Lavai i piatti, tutti, a lungo, con l'acqua bollente, per tenere le mani occupate. Poi tornai in salotto con lo straccio in mano e mi fermai sulla soglia.

Dormiva a bocca socchiusa, con un braccio sotto la testa e il colletto della camicia aperto. La febbre ha un odore, lo sa chi ha avuto figli o malati: di pane caldo e di sale, e sotto, di pelle. Sul bracciolo della poltrona c'era la sua sciarpa grigia, di lana grossa, quella che portava da quando lo conoscevo.

Non toccai lui. Voglio che sia chiaro: lui non lo toccai. Mi sedetti per terra accanto al divano, con la schiena contro il bracciolo e la sua testa all'altezza della mia, a un palmo, e respirai. Poi presi la sciarpa. Non so perché la sciarpa e non lui. Forse perché la sciarpa non poteva svegliarsi.

Ci nascosi la faccia. Era ancora tiepida della stanza. Dentro c'era tutto: la pipa, il miele, il sapone, la nebbia, il collo di un uomo. Feci un piccolo rumore in gola e mi fermai, e lui respirò più forte, e non si mosse. Allora feci una cosa che non avevo mai fatto e che avrei rifatto tante volte, in seguito, ma mai più in quel modo: infilai una mano sotto la gonna, con la sciarpa sulla bocca e i suoi capelli a un palmo dal mio orecchio, e mi toccai piano, senza un suono, guardando il suo collo che saliva e scendeva.

Non ci volle molto. Ero tesa come una corda, e il suo respiro mi faceva da metronomo. Venni mordendo la lana, con tutto il corpo che si tirava e poi si lasciava andare contro il divano, e nemmeno il fiato mi uscì. Poi rimasi lì, per terra, con la faccia nella sciarpa e le gambe che tremavano, a sentire il mio cuore e il suo respiro. A un certo punto il respiro di Livio cambiò. Si fece più corto, più attento.

Non ho mai saputo se dormiva. Ci ho pensato per trentotto anni. Ma anche uno che sogna respira così.

Alle sei tornò Renzo. Livio si svegliò con la febbre scesa e la faccia lavata, ringraziò tutti, e lo accompagnai alla sua porta, otto passi. Il giorno dopo bussò: «Wanda, non hai visto la mia sciarpa grigia? Devo averla lasciata da voi.» «No» dissi. Fu la mia prima bugia detta in faccia. La sciarpa era nel cassetto della biancheria, sotto le lenzuola buone. Ci è rimasta trentotto anni, dentro un sacchetto di plastica, perché non perdesse l'odore. Livio se ne comprò un'altra, blu, e non la nominò più.

Renzo morì nel 1999. Io avevo cinquantacinque anni, Livio cinquantanove, e il ballatoio del primo era largo otto passi dalla mia porta alla sua. Per dieci anni ci siamo detti buongiorno e buonasera, ognuno con le sue piante e le sue mani in mano. Chi dei due aspettava? Alle volte penso che io aspettassi lui e lui aspettasse me, e che fossimo due sciocchi. Altre volte penso che lui non aspettasse niente, e che io sia stata solo una signora con un'idea fissa. Non lo saprò mai, e questa è la parte che non si perdona.

Nel novembre del 2009 Ada mi fermò sulla porta e disse: «Non sento più i passi del signor Livio da tre giorni.» Io i passi ancora li sentivo, allora. Feci mente locale, e non li sentivo da tre giorni nemmeno io, e non me n'ero accorta, perché ero occupata a non chiedermi niente.

Quella sera aprii il cassetto e presi il sacchetto. Sapeva di sacchetto: di plastica, di armadio, di me. L'odore di Livio se n'era andato da anni, senza dire niente, come gli ospiti educati, e io non me n'ero accorta perché ogni volta che lo annusavo lo completavo con la memoria, che è una fabbrica di profumi ma fabbrica soltanto quelli che ha già. Trentotto anni a tenere una sciarpa, e non avevo tenuto niente.

È la sola cosa che ho imparato in tutta la vita, e la dico a chi passa: l'odore non si conserva. Si può tenere una sciarpa, una pipa, un uomo. L'odore, no. L'odore si può soltanto respirare finché c'è, e chi se lo tiene per dopo lo perde.


Non sono una che dà consigli. Quelle sono le zie. Ma tre settimane a odorare un uomo che sa di sua moglie, e una moglie che sa di suo marito, e nessuno dei due che lo sa, mi hanno fatto venire una specie di prurito, come quando si vede un quadro storto.

Venerdì sono scesa alle cinque e venti. Ho bussato alla finestra della portineria, che era già illuminata (Ada dorme poco e male, come tutte quelle che ascoltano) e le ho detto: «Mi presti la sedia.» Non ha chiesto perché. Mi ha dato la sedia e un caffè nella tazza col bordo scheggiato, e poi si è messa a smistare la posta con la schiena dritta di una che non c'è.

Sono stata seduta nell'androne per mezz'ora, con il bastone tra le ginocchia, a fare la portinaia. Alle sei meno dieci il ferro ha cominciato a tremare sotto i miei piedi, lento, pesante, e ho capito che stava arrivando.

Si è fermato nella luce con la borsa del turno e il berretto in mano.

«Signora Wanda. Sta male?»

«Sto benissimo. Sono seduta qui perché lei passa alle sei meno dieci, e io ho una cosa da dirle, e alla mia età le cose non si rimandano.»

«Dica.»

«Lei sa di sua moglie.»

Ha aperto la bocca e l'ha richiusa. Io non sento, ma a guardare le facce si impara: ho visto la sua fare un passo indietro senza muovere i piedi.

«Come?»

«Cotogna. La crema. Da tre settimane le sue mani, il colletto, i capelli. Sa di lei.»

Ha guardato le mani. Le ha girate, i palmi verso l'alto, come se ci fosse scritto qualcosa. Sono mani grandi, con i tagli sulle nocche, di quelli che vengono col freddo.

«Mi si spaccano» ha detto. «Con il gelo, sui piazzali. La crema è lì, in bagno, e...»

«Certo.»

«È solo la crema.»

«Lo so. È quello che le ho detto: è la crema.»

Ha riso. Una risata piccola, a scatti, di uno che non ride da un pezzo e ha perso il meccanismo. Poi ha smesso.

«Non le dico cosa farne» ho detto. «Non sono qui per questo. Le dico che c'è, e le dico un'altra cosa, poi non le dico più niente per tutta la vita. Domenica scorsa, quando è uscita lei, sua moglie sapeva di sapone verde. Il suo. Quello con la pomice.»

Non ha detto niente per molto. Nel cortile, fuori, qualcosa ha fatto un rumore: l'ho capito perché Ada ha alzato la testa dalla posta, e ha girato appena il mento verso i vetri, e poi l'ha raddrizzato.

«Lo sa?» ha chiesto lui, piano. «Lei. Lo sa che...»

«Non lo sa nessuno dei due. Lo so io, e lo sa la ringhiera.»

«Perché lo dice a me?»

Perché in undici anni lei non ha fatto un rumore più del necessario, avrei potuto rispondere. Perché ha la faccia di uno che sta zitto per rispetto. Gli ho detto una cosa più vera: «Perché ho avuto un vicino così.»

Poi ho detto l'altra cosa, quella che avevo preparato tutta la notte e che a dirla sembrava poco: «L'odore non si conserva, signor Gianluca. Le cose che si tengono senza dirle perdono l'odore. Io ho una sciarpa in un sacchetto, e da sedici anni sa di sacchetto.»

«Che sciarpa?»

«Non importa. Vada a lavorare.»

Ha infilato il berretto. Ha fatto due passi verso il portone e poi è tornato indietro, come si torna a prendere le chiavi.

«Cotogna, ha detto.»

«Cotogna.»

«Gliel'ho regalata io. Il primo Natale, qui, undici anni fa. Diceva che era una crema da nonna.» Ha guardato la sedia, la tazza, me. «L'ha sempre usata, allora. Non ci avevo mai pensato.»

Poi è uscito, e il portone si è chiuso sul suo cappotto. Ada non ha detto una parola. Mi ha versato un altro caffè, che è, dalle sue parti, un modo di dire tutto.


Non so se ho fatto bene. Le vecchie, di solito, non lo sanno mai: se ne accorgono dopo, dalle facce. Ho passato il sabato a chiedermi se avevo dato a quell'uomo una cosa o gliene avevo tolta una, perché c'è una differenza, e la conosco: un odore che non sai di avere è un dono, un odore che ti hanno nominato è un oggetto, e gli oggetti si posano, si sostituiscono, si riportano indietro.

Domenica alle sei e cinquanta ero alla porta del primo, con il sacco della spazzatura come alibi.

Il signor Gianluca è sceso con il trolley alle sette in punto. Ha alzato la mano, come ogni volta, senza fermarsi. Sapeva di ferro, di freddo, di sapone verde. E basta. La cotogna non c'era più. Non ho mai saputo se l'avesse finita o se l'avesse posata, e non ho avuto il coraggio di chiedere. Portava addosso soltanto sé stesso, e mi è sembrato più piccolo di com'era stato per tre settimane.

Alle sette e venticinque è arrivata lei. Il trolley sul primo gradino, il tacco, la corsa dell'ultima rampa che a quarantun anni le viene ancora. Mi ha salutata: «Buonasera, signora Wanda», con quella gentilezza pulita di chi sta entrando in una casa che è sua e non lo è. Ha girato l'angolo del pianerottolo, e dopo di lei è rimasto nell'aria qualcosa che ho respirato due volte, per esserne sicura.

Sapone verde. Non quello vecchio, non quello consumato dalle mani di lui nel bagno di casa: nuovo. Sapeva ancora di carta e di scatola. Uno di quelli che si comprano per portarseli via.

A lei non ho detto niente. Uno per volta. Il naso non chiede il permesso a nessuno, ma la lingua sì.

Lui aveva smesso di portarsi addosso lei. Lei aveva appena cominciato a portarsi addosso lui. Si erano mancati di venticinque minuti, come ogni domenica. Io ho chiuso la porta, e sono rimasta un poco dietro il legno, a respirare quello che restava.


*Consegne, domenica 23 novembre*

*pietro ha il plastico del sistema solare per scienze è in camera sua non toccare urano che non si è ancora asciugato*
*bianca ha la tosse secca le ho dato lo sciroppo alla rosa canina mattina e sera il cucchiaio è nel cassetto*
*il termosifone del bagno perde un po chiamo io l'idraulico non è grave*
*in frigo c'è il brodo per due giorni e il parmigiano è finito*
*ho preso la crema per le mani alla cotogna era finita quella nuova è sulla mensola del bagno*
*i gerani li ho portati sul davanzale della cucina di notte ormai gela ricordati di rimetterli fuori a marzo*
scritto il
2026-10-02
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