Undercover Lady. 7
di
passodalfiume
genere
dominazione
Il taxi lasciò Alice davanti al vialetto di casa, con un sommesso rombo di motore. Salì i gradini di corsa, il cuore che batteva a un ritmo diverso, accelerato da quelle poche, stringate parole al telefono: «Piccola devi venirmi a prendere a Verona!». Nessuna spiegazione. Solo l'urgenza ruvida nella voce di Linda.
Entrò in casa giusto il tempo di afferrare le chiavi dal vassoio svuotatasche all’ingresso.
«Signora… dove va?!» le chiese Vanessa, la domestica, quando la vide rientrare trafelata.
«A Verona, Mami. Non preoccuparti, poi ti spiego» le rispose sbrigativa prima di sparire dietro la porta. Sapeva quanto quella donna, sempre premurosa e presente, si impensierisse facilmente, ma non c’era tempo per i dettagli. Vanessa le aveva fatto da madre quando la sua era lontana, e il legame che le univa era molto più profondo di quello tra una collaboratrice domestica e la sua datrice di lavoro.
Pochi secondi dopo era in garage. Salì sul maestoso fuoristrada d’argento, girò la chiave nel cruscotto e il vecchio motore V8 si accese all'istante con un sussurro profondo e rotondo, fedele come lo era stato per suo padre vent'anni prima.
Ma non appena accese la luce di cortesia dell'abitacolo, la realtà del loro matrimonio le si parò davanti con la violenza di uno schiaffo.
«Cristo, Linda!» disse alla moglie assente, stringendo le dita sul volante fino a farsi sbiancare le nocche.
Il santuario di pelle Zermatt e radica era, come sempre, un campo di battaglia. L’odore stantio di cibo etnico, di sigarette fumate una dietro l’altra e di sudore impregnava l'aria in modo quasi permanente, corrompendo l'originario profumo di cuoio pulito.
Sul sedile del passeggero giacevano i contenitori unti, resti di un pasto cinese consumato chissà quanti giorni prima, con le bacchette di legno che rotolavano pericolosamente verso la fessura del sedile. L'odore dolciastro della salsa agrodolce ormai andata a male si mescolava a quello dei fumi di tabacco assorbiti dai tessuti.
Sui sedili posteriori regnava l'anarchia più totale. Un borsone da palestra semiaperto sputava pezzi di outfit sportivo: un asciugamano rosso appallottolato e una scarpa da running infangata, la cui terra secca si era già sbriciolata sul tappetino immacolato. Un ombrello bagnato giaceva abbandonato sulla cappelliera, una giacca di pelle era rannicchiata in un angolo come uno straccio e un orso di peluche rosa, di dimensioni quasi reali e visibilmente unto, le sorrideva con irriverenza dal sedile.
Appesi alla bell'e meglio alle maniglie sul soffitto, ostacolando completamente la visuale dello specchietto retrovisore, tre abiti della lavanderia ancora nel cellophane oscillavano come fantasmi a ogni minima vibrazione del motore. Come se non bastasse, un paio di décolleté di Linda giacevano abbandonate sul pavimento, una dritta e l'altra rovesciata, in mezzo a una sfilza di scontrini appallottolati, cavi di caricabatterie aggrovigliati, riviste, quotidiani spiegazzati, un'infinità di cuffiette e bottigliette d'acqua vuote che ballavano nel vano della portiera.
Ma quello che le fece quasi venire un embolo, l'insulto supremo al suo senso dell'ordine, furono le mutandine. Un paio di tanga brasiliani rosa, decisamente vissuti dopo ore di appostamento, abbandonati con disinvoltura proprio lì, appesi alla leva del cambio.
Alice chiuse gli occhi per un istante, imponendosi di respirare. Quell'abitacolo era la memoria di suo padre, il tempio del suo ordine mentale. E Linda lo trattava come un retrobottega, la sua personale discarica.
Strinse il volante di pelle, respirando a fondo per ritrovare il controllo. Innestò la marcia ed uscì nel buio, imboccando l'autostrada A4 in direzione Verona.
Mentre i fari del SUV divoravano l'asfalto bagnato, Alice sentì l'irritazione sfumare in qualcosa di più profondo. Guardò con la coda dell'occhio la spia del gasolio: Linda gliel'aveva lasciata poco sopra la riserva, costringendola a calcolare mentalmente i chilometri rimasti. A volte era convinta che sua moglie lo facesse apposta.
«Perché mi odi?» borbottò tra sé, immaginando di rivolgere la domanda alla sua dolce e caotica compagna.
«Non ti odio, questo è il mio modo di mostrarti il mio amore!» le avrebbe risposto irriverente Linda, se fosse stata lì seduta accanto a lei.
Non era cattiveria, no. Quella era una provocazione silenziosa, un modo per stuzzicare la sua natura iper-organizzata, per vedere fino a che punto la sua compostezza da manager potesse incrinarsi davanti al disordine.
Eppure, mentre i tergicristalli battevano un ritmo regolare sul parabrezza, Alice sorrise al buio. Linda viveva così: a briglia sciolta, seguendo l'istinto puro, l'intuizione che si accendeva un attimo prima della logica. Lei, al contrario, era una creatura di puro ragionamento, di incastri perfetti, di piani d'azione strutturati. Due mondi opposti che in quell'agenzia investigativa – e nella vita – si univano in modo miracoloso. Quell'anarchia che a stento tollerava era la stessa forza vitale che la teneva stretta a lei. Linda rompeva le sue regole, ma le salvava la vita.
Alice schiacciò il piede sull'acceleratore. Il Land Rover rispose con forza, la spia della riserva iniziò a farsi minacciosa proprio nei pressi di un autogrill alle porte di Brescia. Alice sterzò imboccando l’ingresso, entrando nel piazzale e infilando la corsia di rifornimento. Oltre all'auto, anche il suo corpo chiedeva il conto: lo stomaco reclamava cibo. Non cenava da ore e il pomeriggio passato a confrontarsi con Vincenzo l'aveva svuotata. L'incontro era stato intenso, un faccia a faccia denso di parole non dette e sguardi taglienti, un corpo a corpo psicologico che le aveva lasciato addosso una stanchezza appiccicosa.
Spense il motore, fece rifornimento, pagò al self-service e dopo aver parcheggiato davanti all’autogrill, camminò verso il bar che a quell’ora era l’unica cosa ancora aperta. Entrando, la luce al neon le ferì gli occhi. Si diresse al banco, osservando alcuni prodotti, che dichiaravano una tristezza e un mancanza di volontà o cura da parte di chi li aveva preparati.
“Cosa prende?” le chiese un ragazzo da dietro al bancone, alice avrebbe voluto rispondere con sarcasmo, ma volendo evitare di offendere chi con quei panini si pagava da vivere, soprassedette.
“prendo il tramezzino vegetariano e un acqua naturale”
“fredda o temperatura ambiente?”
“Temperatura ambiente"
“Sono 9 euro, faccia pure lo scontrino in cassa le preparo tutto”
“prendo anche questo pacchetto di Oreo” disse, non era solita prendere cibo spazzatura, ma era uno sfizio, per consolarsi un pò.
“allora ,sono 12,50” si corresse l’uomo.
Alice, lasciò da parte ogni considerazione per il costo di quel pasto, era quello che avrebbe pagato in un albergo di lusso, ma con qualità dei prodotti decisamente diversi, andò alla cassa, notò lo sguardo della cassiera. la squadrava dall'alto in basso, con una smorfia di sufficienza e un pizzico di sospetto. mentre lei pagava passando l’iphone sul lettore, Alice si irrigidì. Solo in quel momento, incrociando il proprio riflesso nello specchio alle spalle della cassiera, si rese conto del suo stato. I capelli, di solito impeccabili, erano arruffati; la camicia di seta era spiegazzata e segnata dal sudore freddo della tensione; le occhiaie scavavano il viso. Aveva l'aspetto vissuto di una che aveva appena passato una notte in bianco o peggio. Per una manager abituata al controllo assoluto della propria immagine pubblica, quell'occhiata fu una scudisciata.
Mormorò un saluto e tornò alla vettura a passi rapidi, stringendo il sacchetto di plastica. Salita a bordo, divorò il tramezzino in tre morsi, lo stomaco che protestava per la qualità del cibo. so godette i sei biscotti ripieni, svuotò la bottiglietta d’acqua con una sete atavica. Poi, i suoi sensi si concentrarono si se stessa.
Aveva un aspetto orribile, e un odore peggiore, no, non poteva andare in giro cosi,, si tolse la camicia e grazie a dei fazzolettini imbevuti, si tirò via di dosso i residui della giornata appena passato.
“sarebbe meglio fare una doccia” si disse, ma sapeva che non c’era tempo, si guardò allo specchietto retrovisore. Non poteva presentarsi a Verona in quelle condizioni. Aveva bisogno di dignità.
Si girò verso i sedili posteriori. Gli abiti della lavanderia. Un piccolo miracolo nel caos di Linda.
“Vediamo cosa c’è qui” disse.
Scivolò sul sedile posteriore, protetta dai vetri oscurati del fuoristrada. Strappò il primo cellophane con un gesto deciso.
Il primo era un minidress D&G a sottoveste in raso lucido color champagne, con spalline sottili come ragnatele e un inserto di pizzo sul seno che non lasciava spazio all'immaginazione. Bellissimo, certo. Ma sembrava una camicia da notte d'alta seduzione.
Passò al secondo abito, un tubino in jersey verde acido Cavalli, dalla texture pitonata, aderente come una seconda pelle, privo di fodera, con uno spacco laterale progettato per aprirsi fino all'anca e un colore che avrebbe illuminato l'autostrada a giorno. Troppo vistoso, decisamente ridicolo per una come lei.
Con le mani che cominciavano a tremare, Alice strappò l'ultimo cellophane. Un body in pizzo nero La Perla, completamente trasparente sul torace, con uno scollo a cuore che incorniciava il seno, abbinato a un paio di pantaloni Prada in ecopelle nera con taglio a jeans, così aderenti che sembravano dipinti. Roba da club rock, il genere di outfit con cui Linda amava provocare il mondo e confondere i sospettati durante gli appostamenti nei locali bene.
Alice fissò i capi. Sua moglie era sfrontata, anarchica, fiera del proprio corpo e maestra nell'usare la seduzione come un'arma o come un gioco. Lei, al contrario, sapeva sì di avere una bella fisicità e non temeva la propria femminilità, ma la sua era un'eleganza fatta di sottrazione, di tagli sartoriali, di tailleur che accarezzavano le forme senza gridarle in faccia ai passanti.
«Non ho nemmeno le scarpe adatte da abbinare», si lamentò come se quella fosse una sua priorità, poi si richiamò all’ordine: Linda era la priorità.
No, non c’era tempo. Tra il neon verde acido e l'effetto camicia da notte, scelse quel binomio scuro. Almeno le avrebbe dato una parvenza di aggressiva operatività, pur conservando una certa eleganza.
La vestizione nei confini del sedile posteriore si rivelò una sessione di contorsionismo umiliante. Dovette spogliarsi completamente per mettersi addosso il completo, dato che l'intimo di pizzo non ammetteva estranei.
Salvatore, nome CB Buffalo Bill, dopo sedici ore di tratta sul suo TIR, voleva fare solo due cose: svuotare la vescica e bere un caffè. Ma poi il suo sguardo stanco fu attirato verso il SUV parcheggiato vicino all’ingresso del bar.
Una donna sulla quarantina, una bella signora dai capelli castani, stava in bilico appena fuori dallo sportello posteriore del mezzo, impegnata in una lotta impari con il capo di pelle che cercava di infilare, sotto al quale non portava altro che quel pizzo ricamato, sgambatissimo, semitrasparente e non ancora del tutto sistemato, che non lasciava spazio a ipotesi.
Alice era dovuta scendere dall’auto per vestirsi, pur restando al riparo della portiera. Con i pantaloni fermi a mezza coscia e ignara del suo ospite, in parte nuda, china in avanti, si guardò le mani mentre agganciava i minuscoli bottoni automatici al cavallo, avvertendo una strana, improvvisa vertigine per il modo in cui quella trama le segnava la carne e sacrificava ogni centimetro della sua solita compostezza. Poi tornò alla sua sfida.
L'ecopelle era spietata. Ancheggiando per favorire il movimento, centimetro dopo centimetro, il rivestimento lucido salì lungo le gambe generò un attrito quasi elettrico. Dovette infilare le dita sotto il bordo interno per tirarlo su, accarezzando la linea profonda dell'inguine coperta solo dal velo nero del body. Ogni palmo di stoffa conquistato verso i fianchi costringeva le sue forme a una compressione forzata, che le toglieva il fiato e le metteva in evidenza il fondoschiena a ogni minimo sussulto.
“ci siamo quasi” disse cercando di darsi coraggio.
Nemmeno si accorse del camionista che con stupore la stava fissando, domandandosi se quello che vedeva fosse reale o un sogno molto vivido.
Con un sospiro di pura disperazione, fece un ultimo sforzo saltellando sul posto, mentre lentamente il tessuto finalmente la copriva.
«Oh, finalmente», disse tirando su la zip e chiudendo il bottone in vita,
Era ora di andare, Linda l’aspettava a Verona.
Voltandosi, incontrò il volto paonazzo di Salvatore dietro di lei.
«Buonasera», lo salutò algida, cercando di negare l’imbarazzo provato per essere stata colta in una simile situazione, senza ricevere risposta. L’autotrasportatore teneva incollati gli occhi nella trama trasparente del body dove sotto, completamente nudo, si offriva il suo seno, i capezzoli della donna, sollecitati del fresco della serata si ergevano spavaldi e invitanti.
«Ué bambola, si nù babà!» esclamò l'autotrasportatore, facendo schioccare un bacio sulla punta delle dita raccolte davanti alla bocca.
Alice arrossì per quella sfrontatezza, sorpresa di aver reagito a un complimento simile come una ragazzina.
«Beh… grazie», replicò tradendo un certo imbarazzo.
«Salvatore, piacere!» si presentò lui “buffalo Bill, per gli amici e le amiche” aggiunse sornione.
“Buffalo Bill?!” sorrise Alice intrigata da tanta confidenza dell’uomo.
“si signora bella!” disse lui, accennando un buffo inchino.
«Alice», pronunciò porgendogli la mano, mentre una voce nella testa le chiedeva cosa diavolo stesse facendo, dato che Linda la stava aspettando a Verona in piena emergenza.
«Alice nel paese delle meraviglie!» interloquì l’uomo, cercando di essere spiritoso.
«Ah… sì… soprattutto oggi», commentò lei, sinceramente divertita da quell'assurdità.
«Ti posso offrire un caffè?» propose Salvatore.
«Non ho molto tempo, ma grazie, come se avessi accettato», rifiutò con garbo, cercando di rimanere cortese.
«E p'me fa 'nu poco 'e compagnia, nun 'o tiene 'o tiempo?» le domandò lui, accorciando le distanze con un passo lento.
«Sei di Napoli», la sua non fu una domanda ma un'affermazione. Conosceva molto bene quella lingua.
«Sì, napoletanissimo. Chiaia», precisò l'autotrasportatore.
«Ho fatto l’università a Napoli, alla Federico II», disse lei, rimproverandosi subito dopo per quel frammento privato che aveva avvertito il bisogno impellente di condividere con uno sconosciuto.
«Ah… allora sei una dottoressa!» le sorrise lui, irresistibile.
«Giurisprudenza e Criminologia», sussurrò, mentre un pensiero sconveniente prendeva forma nella sua testa.
«Azz…» commentò Salvatore, sinceramente colpito.
Alice avrebbe voluto farsi da parte, sottrarsi a quel contatto visivo, ma ci fu qualcosa nello sguardo dell'uomo che la trattenne. Un ardore autentico, verace e passionale che per un istante la immobilizzò. Lo osservò con attenzione: era un po' sovrappeso, ma il suo corpo comunicava una forza solida e il volto esprimeva una virilità fiera. Nonostante le Crocs, la canotta bianca e i calzoncini di cotone grigi indossati per pura comodità durante la tratta, dava l’idea di essere una persona curata, con i capelli corti e la barba fatta di fresco. Quando le si fece più vicino, un profumo dalle note muschiate le accarezzò le narici. Ma più di ogni altra cosa furono i suoi occhi a ipnotizzarla, di un verde così intenso da renderle difficile staccarsene.
Salvatore possedeva un indubbio fascino mediterraneo e lei, dopotutto, aveva sempre avuto un debole sopratutto per i napoletani.
Non reagì in alcun modo quando lui, ormai a un soffio da lei, le sfiorò delicatamente il mento e posò un dito sulle sue labbra carnose.
«Sta vocca 'e rose è fatta p'avé baci», le sussurrò con un tono caldo che le fece vibrare lo stomaco.
Alice sorrise restando in silenzio, disponibile.
Ormai sedotta, Alice cedette. Accorciò quell'ultimo millimetro di distanza e gli concesse un bacio. Fu un incontro di labbra profondo, caldo e travolgente. Le mani dell'uomo trovarono una presa salda sui suoi fianchi avvolti nel nero lucida, spinta contro il metallo freddo della portiera, alle sue spalle, lasciò che l’uomo saggiasse la consistenza del suo corpo.
Alice avrebbe voluto lasciarsi andare, concedersi a quell’uomo appena conosciuto e vivere quella bizzarra avventura, ma il senso del dovere nei confronti di Linda, che le aveva chiesto aiuto, la riportò sulla retta via o quanto meno cercava di farlo.
«Non posso», gli disse, mentre Salvatore, da dietro, le tormentava il collo di baci e posava con decisione i palmi sui suoi seni.
«Salvatore, ti prego», lo scongiurò lei, non per paura, ma per la consapevolezza che ormai le sarebbe bastato pochissimo per mettere da parte ogni principio o promessa.
«Piccerè, non mi puoi lasciare così», le disse lui, guidandole la mano sui propri pantaloncini, dove l’impeto acceso da Alice testimoniava tutta la sua presenza.
“non posso” ripeté lei con un sospiro che tradiva ogni principio.
«'Na cusarella veloce» disse Salvatore abbassando il cotone dei suoi short e presentandole nella mano, la propria erezione.
«'Na cusarella veloce» ripetè Alice, prendendo a muovere le dita sul cazzo di Salvatore.
La carne di lui era tesa, pulsante di un'attesa quasi dolorosa.
Alice racchiuse quella virilità fiera nel palmo della mano. Mosse le dita con un ritmo iniziale lento, quasi esplorativo, avvertendo il sussulto immediato che attraversò il corpo di Salvatore. L'uomo appoggiò la testa alla sua affondando il viso nella folta capigliatura di lei, gli occhi semichiusi e la mascella.
«Gesù, Alice...», espirò lui, mentre lei aumentava la frequenza del movimento, assecondando l'onda di quel piacere verace.
Alice fissava il profilo del suo volto nel buio, ipnotizzata dal potere che i suoi gesti avevano. Sentiva la consistenza vellutata e bollente di lui farsi sempre più esigente, la punta si andava inumidendo, poteva sentire un liquido denso bagnarle il palmo della mano ,le dita.
“nun té fermà!” sussurrò lui, "nun tè fermà!” ripete con ritmo sempre più crescente, fino a quando Salvatore le afferrò il polso, guidando gli ultimi, rapidissimi tocchi con una foga disperata.
“San Gennà!!” disse soffocando l’urlo tra i denti.
Un attimo dopo, l'uomo vibrò impercettibilmente, trattenendo il respiro mentre la tensione si scioglieva del tutto tra le dita di lei, venendo proiettata in avanti, accumulandosi, sulla coscia sinistra sulle sue natiche sode e accoglienti, brillando opalina, calda e densa, contro il tessuto nero e lucido dei suoi pantaloni di pelle, lasciando nell'aria della notte l'odore denso e primordiale di una passione consumata in un sospiro.
Volendosi dimostrare ,grata e generosa verso Salvatore, Alice ,dal seggiolino dell’auto, raccolse gli slip in pizzo color malva, che aveva smesso poco prima e ,una volta accucciatasi davanti a lui, prese con essi a nettargli il cazzo, quando fu pulito, audace e ingorda passo la lingua su glande, poi veloce, viperina, mosse le punta facendola saettare piu e piu volte, mentre L’uomo , ravvivato da quella attenzione ,rapido, riprendeva vigore.
“Nù te fermà!” la supplicò.
Alice sorrise sentendo l’uomo in completa balia dei suoi capricci, così, per assecondarlo e assecondare un suo bisogno ,avvolse le labbra carnose ,prima attorno alla punta rotonda, poi decisa, con un passo sempre più veloce, tutta l’asta.
Salvatore, forse stanco per il lungo viaggio, forse incapace di resisterle. trovò subito il suo epilogo, le farcì il palato con cui che restava nella sua sacca scrotale e Alice riconoscente, senza sprecarne nemmeno una goccia, lasciò che quel seme caldo, le scivolasse infondo alla bocca, lungo alla gola, fino a trovare riposo nel suo esofago.
«Beh…è ora di andare”
“non ti puoi fermare ancora?” chiese lui trattenendola un attimo.
“No Sasà, buona serata», ribadì all’uomo che ammutolito, restava in silenzio.
“ciao” gli ripeté risalendo sul SUV e lasciando che Salvatore cercasse un senso a quello di cui era stato testimone e protagonista.
Tornata al posto di guida, sentendo l'ecopelle ancora umida sotto il palmo della mano, si sedette al volante, sistemandosi lo specchietto.
L'immagine che le restituì il vetro era quella di un uomo, che la guardava stupefatto e riconoscente, mentre si allontanava e la salutava con un gesto della mano educato.
“Ciao Baffalo Bill” disse, pur sapendo che l’uomo non poteva sentirla.
Innestò la marcia e la vettura d'argento ripartì verso la A4.
Entrò in casa giusto il tempo di afferrare le chiavi dal vassoio svuotatasche all’ingresso.
«Signora… dove va?!» le chiese Vanessa, la domestica, quando la vide rientrare trafelata.
«A Verona, Mami. Non preoccuparti, poi ti spiego» le rispose sbrigativa prima di sparire dietro la porta. Sapeva quanto quella donna, sempre premurosa e presente, si impensierisse facilmente, ma non c’era tempo per i dettagli. Vanessa le aveva fatto da madre quando la sua era lontana, e il legame che le univa era molto più profondo di quello tra una collaboratrice domestica e la sua datrice di lavoro.
Pochi secondi dopo era in garage. Salì sul maestoso fuoristrada d’argento, girò la chiave nel cruscotto e il vecchio motore V8 si accese all'istante con un sussurro profondo e rotondo, fedele come lo era stato per suo padre vent'anni prima.
Ma non appena accese la luce di cortesia dell'abitacolo, la realtà del loro matrimonio le si parò davanti con la violenza di uno schiaffo.
«Cristo, Linda!» disse alla moglie assente, stringendo le dita sul volante fino a farsi sbiancare le nocche.
Il santuario di pelle Zermatt e radica era, come sempre, un campo di battaglia. L’odore stantio di cibo etnico, di sigarette fumate una dietro l’altra e di sudore impregnava l'aria in modo quasi permanente, corrompendo l'originario profumo di cuoio pulito.
Sul sedile del passeggero giacevano i contenitori unti, resti di un pasto cinese consumato chissà quanti giorni prima, con le bacchette di legno che rotolavano pericolosamente verso la fessura del sedile. L'odore dolciastro della salsa agrodolce ormai andata a male si mescolava a quello dei fumi di tabacco assorbiti dai tessuti.
Sui sedili posteriori regnava l'anarchia più totale. Un borsone da palestra semiaperto sputava pezzi di outfit sportivo: un asciugamano rosso appallottolato e una scarpa da running infangata, la cui terra secca si era già sbriciolata sul tappetino immacolato. Un ombrello bagnato giaceva abbandonato sulla cappelliera, una giacca di pelle era rannicchiata in un angolo come uno straccio e un orso di peluche rosa, di dimensioni quasi reali e visibilmente unto, le sorrideva con irriverenza dal sedile.
Appesi alla bell'e meglio alle maniglie sul soffitto, ostacolando completamente la visuale dello specchietto retrovisore, tre abiti della lavanderia ancora nel cellophane oscillavano come fantasmi a ogni minima vibrazione del motore. Come se non bastasse, un paio di décolleté di Linda giacevano abbandonate sul pavimento, una dritta e l'altra rovesciata, in mezzo a una sfilza di scontrini appallottolati, cavi di caricabatterie aggrovigliati, riviste, quotidiani spiegazzati, un'infinità di cuffiette e bottigliette d'acqua vuote che ballavano nel vano della portiera.
Ma quello che le fece quasi venire un embolo, l'insulto supremo al suo senso dell'ordine, furono le mutandine. Un paio di tanga brasiliani rosa, decisamente vissuti dopo ore di appostamento, abbandonati con disinvoltura proprio lì, appesi alla leva del cambio.
Alice chiuse gli occhi per un istante, imponendosi di respirare. Quell'abitacolo era la memoria di suo padre, il tempio del suo ordine mentale. E Linda lo trattava come un retrobottega, la sua personale discarica.
Strinse il volante di pelle, respirando a fondo per ritrovare il controllo. Innestò la marcia ed uscì nel buio, imboccando l'autostrada A4 in direzione Verona.
Mentre i fari del SUV divoravano l'asfalto bagnato, Alice sentì l'irritazione sfumare in qualcosa di più profondo. Guardò con la coda dell'occhio la spia del gasolio: Linda gliel'aveva lasciata poco sopra la riserva, costringendola a calcolare mentalmente i chilometri rimasti. A volte era convinta che sua moglie lo facesse apposta.
«Perché mi odi?» borbottò tra sé, immaginando di rivolgere la domanda alla sua dolce e caotica compagna.
«Non ti odio, questo è il mio modo di mostrarti il mio amore!» le avrebbe risposto irriverente Linda, se fosse stata lì seduta accanto a lei.
Non era cattiveria, no. Quella era una provocazione silenziosa, un modo per stuzzicare la sua natura iper-organizzata, per vedere fino a che punto la sua compostezza da manager potesse incrinarsi davanti al disordine.
Eppure, mentre i tergicristalli battevano un ritmo regolare sul parabrezza, Alice sorrise al buio. Linda viveva così: a briglia sciolta, seguendo l'istinto puro, l'intuizione che si accendeva un attimo prima della logica. Lei, al contrario, era una creatura di puro ragionamento, di incastri perfetti, di piani d'azione strutturati. Due mondi opposti che in quell'agenzia investigativa – e nella vita – si univano in modo miracoloso. Quell'anarchia che a stento tollerava era la stessa forza vitale che la teneva stretta a lei. Linda rompeva le sue regole, ma le salvava la vita.
Alice schiacciò il piede sull'acceleratore. Il Land Rover rispose con forza, la spia della riserva iniziò a farsi minacciosa proprio nei pressi di un autogrill alle porte di Brescia. Alice sterzò imboccando l’ingresso, entrando nel piazzale e infilando la corsia di rifornimento. Oltre all'auto, anche il suo corpo chiedeva il conto: lo stomaco reclamava cibo. Non cenava da ore e il pomeriggio passato a confrontarsi con Vincenzo l'aveva svuotata. L'incontro era stato intenso, un faccia a faccia denso di parole non dette e sguardi taglienti, un corpo a corpo psicologico che le aveva lasciato addosso una stanchezza appiccicosa.
Spense il motore, fece rifornimento, pagò al self-service e dopo aver parcheggiato davanti all’autogrill, camminò verso il bar che a quell’ora era l’unica cosa ancora aperta. Entrando, la luce al neon le ferì gli occhi. Si diresse al banco, osservando alcuni prodotti, che dichiaravano una tristezza e un mancanza di volontà o cura da parte di chi li aveva preparati.
“Cosa prende?” le chiese un ragazzo da dietro al bancone, alice avrebbe voluto rispondere con sarcasmo, ma volendo evitare di offendere chi con quei panini si pagava da vivere, soprassedette.
“prendo il tramezzino vegetariano e un acqua naturale”
“fredda o temperatura ambiente?”
“Temperatura ambiente"
“Sono 9 euro, faccia pure lo scontrino in cassa le preparo tutto”
“prendo anche questo pacchetto di Oreo” disse, non era solita prendere cibo spazzatura, ma era uno sfizio, per consolarsi un pò.
“allora ,sono 12,50” si corresse l’uomo.
Alice, lasciò da parte ogni considerazione per il costo di quel pasto, era quello che avrebbe pagato in un albergo di lusso, ma con qualità dei prodotti decisamente diversi, andò alla cassa, notò lo sguardo della cassiera. la squadrava dall'alto in basso, con una smorfia di sufficienza e un pizzico di sospetto. mentre lei pagava passando l’iphone sul lettore, Alice si irrigidì. Solo in quel momento, incrociando il proprio riflesso nello specchio alle spalle della cassiera, si rese conto del suo stato. I capelli, di solito impeccabili, erano arruffati; la camicia di seta era spiegazzata e segnata dal sudore freddo della tensione; le occhiaie scavavano il viso. Aveva l'aspetto vissuto di una che aveva appena passato una notte in bianco o peggio. Per una manager abituata al controllo assoluto della propria immagine pubblica, quell'occhiata fu una scudisciata.
Mormorò un saluto e tornò alla vettura a passi rapidi, stringendo il sacchetto di plastica. Salita a bordo, divorò il tramezzino in tre morsi, lo stomaco che protestava per la qualità del cibo. so godette i sei biscotti ripieni, svuotò la bottiglietta d’acqua con una sete atavica. Poi, i suoi sensi si concentrarono si se stessa.
Aveva un aspetto orribile, e un odore peggiore, no, non poteva andare in giro cosi,, si tolse la camicia e grazie a dei fazzolettini imbevuti, si tirò via di dosso i residui della giornata appena passato.
“sarebbe meglio fare una doccia” si disse, ma sapeva che non c’era tempo, si guardò allo specchietto retrovisore. Non poteva presentarsi a Verona in quelle condizioni. Aveva bisogno di dignità.
Si girò verso i sedili posteriori. Gli abiti della lavanderia. Un piccolo miracolo nel caos di Linda.
“Vediamo cosa c’è qui” disse.
Scivolò sul sedile posteriore, protetta dai vetri oscurati del fuoristrada. Strappò il primo cellophane con un gesto deciso.
Il primo era un minidress D&G a sottoveste in raso lucido color champagne, con spalline sottili come ragnatele e un inserto di pizzo sul seno che non lasciava spazio all'immaginazione. Bellissimo, certo. Ma sembrava una camicia da notte d'alta seduzione.
Passò al secondo abito, un tubino in jersey verde acido Cavalli, dalla texture pitonata, aderente come una seconda pelle, privo di fodera, con uno spacco laterale progettato per aprirsi fino all'anca e un colore che avrebbe illuminato l'autostrada a giorno. Troppo vistoso, decisamente ridicolo per una come lei.
Con le mani che cominciavano a tremare, Alice strappò l'ultimo cellophane. Un body in pizzo nero La Perla, completamente trasparente sul torace, con uno scollo a cuore che incorniciava il seno, abbinato a un paio di pantaloni Prada in ecopelle nera con taglio a jeans, così aderenti che sembravano dipinti. Roba da club rock, il genere di outfit con cui Linda amava provocare il mondo e confondere i sospettati durante gli appostamenti nei locali bene.
Alice fissò i capi. Sua moglie era sfrontata, anarchica, fiera del proprio corpo e maestra nell'usare la seduzione come un'arma o come un gioco. Lei, al contrario, sapeva sì di avere una bella fisicità e non temeva la propria femminilità, ma la sua era un'eleganza fatta di sottrazione, di tagli sartoriali, di tailleur che accarezzavano le forme senza gridarle in faccia ai passanti.
«Non ho nemmeno le scarpe adatte da abbinare», si lamentò come se quella fosse una sua priorità, poi si richiamò all’ordine: Linda era la priorità.
No, non c’era tempo. Tra il neon verde acido e l'effetto camicia da notte, scelse quel binomio scuro. Almeno le avrebbe dato una parvenza di aggressiva operatività, pur conservando una certa eleganza.
La vestizione nei confini del sedile posteriore si rivelò una sessione di contorsionismo umiliante. Dovette spogliarsi completamente per mettersi addosso il completo, dato che l'intimo di pizzo non ammetteva estranei.
Salvatore, nome CB Buffalo Bill, dopo sedici ore di tratta sul suo TIR, voleva fare solo due cose: svuotare la vescica e bere un caffè. Ma poi il suo sguardo stanco fu attirato verso il SUV parcheggiato vicino all’ingresso del bar.
Una donna sulla quarantina, una bella signora dai capelli castani, stava in bilico appena fuori dallo sportello posteriore del mezzo, impegnata in una lotta impari con il capo di pelle che cercava di infilare, sotto al quale non portava altro che quel pizzo ricamato, sgambatissimo, semitrasparente e non ancora del tutto sistemato, che non lasciava spazio a ipotesi.
Alice era dovuta scendere dall’auto per vestirsi, pur restando al riparo della portiera. Con i pantaloni fermi a mezza coscia e ignara del suo ospite, in parte nuda, china in avanti, si guardò le mani mentre agganciava i minuscoli bottoni automatici al cavallo, avvertendo una strana, improvvisa vertigine per il modo in cui quella trama le segnava la carne e sacrificava ogni centimetro della sua solita compostezza. Poi tornò alla sua sfida.
L'ecopelle era spietata. Ancheggiando per favorire il movimento, centimetro dopo centimetro, il rivestimento lucido salì lungo le gambe generò un attrito quasi elettrico. Dovette infilare le dita sotto il bordo interno per tirarlo su, accarezzando la linea profonda dell'inguine coperta solo dal velo nero del body. Ogni palmo di stoffa conquistato verso i fianchi costringeva le sue forme a una compressione forzata, che le toglieva il fiato e le metteva in evidenza il fondoschiena a ogni minimo sussulto.
“ci siamo quasi” disse cercando di darsi coraggio.
Nemmeno si accorse del camionista che con stupore la stava fissando, domandandosi se quello che vedeva fosse reale o un sogno molto vivido.
Con un sospiro di pura disperazione, fece un ultimo sforzo saltellando sul posto, mentre lentamente il tessuto finalmente la copriva.
«Oh, finalmente», disse tirando su la zip e chiudendo il bottone in vita,
Era ora di andare, Linda l’aspettava a Verona.
Voltandosi, incontrò il volto paonazzo di Salvatore dietro di lei.
«Buonasera», lo salutò algida, cercando di negare l’imbarazzo provato per essere stata colta in una simile situazione, senza ricevere risposta. L’autotrasportatore teneva incollati gli occhi nella trama trasparente del body dove sotto, completamente nudo, si offriva il suo seno, i capezzoli della donna, sollecitati del fresco della serata si ergevano spavaldi e invitanti.
«Ué bambola, si nù babà!» esclamò l'autotrasportatore, facendo schioccare un bacio sulla punta delle dita raccolte davanti alla bocca.
Alice arrossì per quella sfrontatezza, sorpresa di aver reagito a un complimento simile come una ragazzina.
«Beh… grazie», replicò tradendo un certo imbarazzo.
«Salvatore, piacere!» si presentò lui “buffalo Bill, per gli amici e le amiche” aggiunse sornione.
“Buffalo Bill?!” sorrise Alice intrigata da tanta confidenza dell’uomo.
“si signora bella!” disse lui, accennando un buffo inchino.
«Alice», pronunciò porgendogli la mano, mentre una voce nella testa le chiedeva cosa diavolo stesse facendo, dato che Linda la stava aspettando a Verona in piena emergenza.
«Alice nel paese delle meraviglie!» interloquì l’uomo, cercando di essere spiritoso.
«Ah… sì… soprattutto oggi», commentò lei, sinceramente divertita da quell'assurdità.
«Ti posso offrire un caffè?» propose Salvatore.
«Non ho molto tempo, ma grazie, come se avessi accettato», rifiutò con garbo, cercando di rimanere cortese.
«E p'me fa 'nu poco 'e compagnia, nun 'o tiene 'o tiempo?» le domandò lui, accorciando le distanze con un passo lento.
«Sei di Napoli», la sua non fu una domanda ma un'affermazione. Conosceva molto bene quella lingua.
«Sì, napoletanissimo. Chiaia», precisò l'autotrasportatore.
«Ho fatto l’università a Napoli, alla Federico II», disse lei, rimproverandosi subito dopo per quel frammento privato che aveva avvertito il bisogno impellente di condividere con uno sconosciuto.
«Ah… allora sei una dottoressa!» le sorrise lui, irresistibile.
«Giurisprudenza e Criminologia», sussurrò, mentre un pensiero sconveniente prendeva forma nella sua testa.
«Azz…» commentò Salvatore, sinceramente colpito.
Alice avrebbe voluto farsi da parte, sottrarsi a quel contatto visivo, ma ci fu qualcosa nello sguardo dell'uomo che la trattenne. Un ardore autentico, verace e passionale che per un istante la immobilizzò. Lo osservò con attenzione: era un po' sovrappeso, ma il suo corpo comunicava una forza solida e il volto esprimeva una virilità fiera. Nonostante le Crocs, la canotta bianca e i calzoncini di cotone grigi indossati per pura comodità durante la tratta, dava l’idea di essere una persona curata, con i capelli corti e la barba fatta di fresco. Quando le si fece più vicino, un profumo dalle note muschiate le accarezzò le narici. Ma più di ogni altra cosa furono i suoi occhi a ipnotizzarla, di un verde così intenso da renderle difficile staccarsene.
Salvatore possedeva un indubbio fascino mediterraneo e lei, dopotutto, aveva sempre avuto un debole sopratutto per i napoletani.
Non reagì in alcun modo quando lui, ormai a un soffio da lei, le sfiorò delicatamente il mento e posò un dito sulle sue labbra carnose.
«Sta vocca 'e rose è fatta p'avé baci», le sussurrò con un tono caldo che le fece vibrare lo stomaco.
Alice sorrise restando in silenzio, disponibile.
Ormai sedotta, Alice cedette. Accorciò quell'ultimo millimetro di distanza e gli concesse un bacio. Fu un incontro di labbra profondo, caldo e travolgente. Le mani dell'uomo trovarono una presa salda sui suoi fianchi avvolti nel nero lucida, spinta contro il metallo freddo della portiera, alle sue spalle, lasciò che l’uomo saggiasse la consistenza del suo corpo.
Alice avrebbe voluto lasciarsi andare, concedersi a quell’uomo appena conosciuto e vivere quella bizzarra avventura, ma il senso del dovere nei confronti di Linda, che le aveva chiesto aiuto, la riportò sulla retta via o quanto meno cercava di farlo.
«Non posso», gli disse, mentre Salvatore, da dietro, le tormentava il collo di baci e posava con decisione i palmi sui suoi seni.
«Salvatore, ti prego», lo scongiurò lei, non per paura, ma per la consapevolezza che ormai le sarebbe bastato pochissimo per mettere da parte ogni principio o promessa.
«Piccerè, non mi puoi lasciare così», le disse lui, guidandole la mano sui propri pantaloncini, dove l’impeto acceso da Alice testimoniava tutta la sua presenza.
“non posso” ripeté lei con un sospiro che tradiva ogni principio.
«'Na cusarella veloce» disse Salvatore abbassando il cotone dei suoi short e presentandole nella mano, la propria erezione.
«'Na cusarella veloce» ripetè Alice, prendendo a muovere le dita sul cazzo di Salvatore.
La carne di lui era tesa, pulsante di un'attesa quasi dolorosa.
Alice racchiuse quella virilità fiera nel palmo della mano. Mosse le dita con un ritmo iniziale lento, quasi esplorativo, avvertendo il sussulto immediato che attraversò il corpo di Salvatore. L'uomo appoggiò la testa alla sua affondando il viso nella folta capigliatura di lei, gli occhi semichiusi e la mascella.
«Gesù, Alice...», espirò lui, mentre lei aumentava la frequenza del movimento, assecondando l'onda di quel piacere verace.
Alice fissava il profilo del suo volto nel buio, ipnotizzata dal potere che i suoi gesti avevano. Sentiva la consistenza vellutata e bollente di lui farsi sempre più esigente, la punta si andava inumidendo, poteva sentire un liquido denso bagnarle il palmo della mano ,le dita.
“nun té fermà!” sussurrò lui, "nun tè fermà!” ripete con ritmo sempre più crescente, fino a quando Salvatore le afferrò il polso, guidando gli ultimi, rapidissimi tocchi con una foga disperata.
“San Gennà!!” disse soffocando l’urlo tra i denti.
Un attimo dopo, l'uomo vibrò impercettibilmente, trattenendo il respiro mentre la tensione si scioglieva del tutto tra le dita di lei, venendo proiettata in avanti, accumulandosi, sulla coscia sinistra sulle sue natiche sode e accoglienti, brillando opalina, calda e densa, contro il tessuto nero e lucido dei suoi pantaloni di pelle, lasciando nell'aria della notte l'odore denso e primordiale di una passione consumata in un sospiro.
Volendosi dimostrare ,grata e generosa verso Salvatore, Alice ,dal seggiolino dell’auto, raccolse gli slip in pizzo color malva, che aveva smesso poco prima e ,una volta accucciatasi davanti a lui, prese con essi a nettargli il cazzo, quando fu pulito, audace e ingorda passo la lingua su glande, poi veloce, viperina, mosse le punta facendola saettare piu e piu volte, mentre L’uomo , ravvivato da quella attenzione ,rapido, riprendeva vigore.
“Nù te fermà!” la supplicò.
Alice sorrise sentendo l’uomo in completa balia dei suoi capricci, così, per assecondarlo e assecondare un suo bisogno ,avvolse le labbra carnose ,prima attorno alla punta rotonda, poi decisa, con un passo sempre più veloce, tutta l’asta.
Salvatore, forse stanco per il lungo viaggio, forse incapace di resisterle. trovò subito il suo epilogo, le farcì il palato con cui che restava nella sua sacca scrotale e Alice riconoscente, senza sprecarne nemmeno una goccia, lasciò che quel seme caldo, le scivolasse infondo alla bocca, lungo alla gola, fino a trovare riposo nel suo esofago.
«Beh…è ora di andare”
“non ti puoi fermare ancora?” chiese lui trattenendola un attimo.
“No Sasà, buona serata», ribadì all’uomo che ammutolito, restava in silenzio.
“ciao” gli ripeté risalendo sul SUV e lasciando che Salvatore cercasse un senso a quello di cui era stato testimone e protagonista.
Tornata al posto di guida, sentendo l'ecopelle ancora umida sotto il palmo della mano, si sedette al volante, sistemandosi lo specchietto.
L'immagine che le restituì il vetro era quella di un uomo, che la guardava stupefatto e riconoscente, mentre si allontanava e la salutava con un gesto della mano educato.
“Ciao Baffalo Bill” disse, pur sapendo che l’uomo non poteva sentirla.
Innestò la marcia e la vettura d'argento ripartì verso la A4.
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