Io e mia cugina: il pranzo di Natale
scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 6 min
di
Luisa Damore
genere
Esibizionismo, Incesti
cura
A
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Cercami, Prima della Fame di Luisa Damore..tutto ciò che scrivo è reale
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Avevamo diciannove anni tutte e due, e da sempre ci confidavamo cose che agli altri non avremmo detto.
Quel Natale la casa era piena. I nonni a capotavola, gli zii, il rumore dei piatti, qualcuno che cercava il cavatappi. Io e Marta eravamo state mandate in cucina a prendere il secondo, e lì, per qualche minuto, eravamo sole.
Parlavamo di ragazzi, come sempre. Lei mi raccontava di uno conosciuto a una festa, io ascoltavo e annuivo, ma ero distratta. Da giorni mi portavo addosso una specie di agitazione, un calore sotto la pelle che non riuscivo a spegnere. Non era per nessuno in particolare. Era il corpo che chiedeva.
«Cos'hai?» mi disse. «Sei strana.»
Non so perché glielo dissi. Forse perché era Marta, e con lei non avevo mai avuto bisogno di scegliere le parole.
«Sono eccitata» risposi piano. «Da giorni. Ho una voglia che non so più come gestire.»
Pensavo che avrebbe riso, o cambiato discorso. Invece posò la teglia sul ripiano e mi guardò in un modo che non le avevo mai visto.
«Anch'io, se vuoi saperlo» disse. Poi, dopo un attimo: «Potremmo giocare insieme.»
Non aggiunse altro. Non ce n'era bisogno.
Dalla sala arrivò la voce di mia madre che chiedeva se il secondo fosse pronto. Marta sorrise, prese la teglia e la portò in tavola come se niente fosse. Io la seguii con le gambe che quasi non mi reggevano.
Il resto del pranzo fu una lunga attesa. Ogni volta che alzavo gli occhi lei era già lì, con un sorriso appena accennato che nessun altro poteva interpretare. Sotto il tavolo, a un certo punto, il suo piede sfiorò il mio. Rimase lì un secondo di troppo.
Quando arrivò il panettone, dissi che dovevo prendere una cosa in camera. Marta si offrì di accompagnarmi, «così ti aiuto a cercarla». Nessuno ci fece caso.
Salimmo le scale in silenzio. Chiusi la porta alle nostre spalle e girai la chiave. Il rumore dello scatto sembrò fortissimo.
«Sei sicura?» mi chiese.
«Sì» dissi. E non avevo mai detto una parola con più certezza.
Fu lei a baciarmi per prima. Un bacio lento, quasi cauto, come se volesse darmi il tempo di cambiare idea. Io non volevo cambiarla. Le misi le mani tra i capelli e la tirai verso di me, e quel bacio cambiò subito: diventò più profondo, più affamato. Aveva le labbra morbide e sapeva di vino e di mandarino. Sentivo il suo respiro accelerare insieme al mio.
Ci ritrovammo sul letto senza sapere bene come. Le sfilai il maglione, lei il mio. Sotto aveva un reggiseno di pizzo chiaro, e quando glielo slacciai il suo seno mi sembrò più bello di quanto avessi mai immaginato. Le passai i pollici sui capezzoli, già duri, e lei chiuse gli occhi e inarcò la schiena.
«Più piano» sussurrò. «Così.»
Obbedii. Scesi a baciarle il collo, la clavicola, poi il seno, prendendo un capezzolo tra le labbra e giocandoci con la lingua finché non la sentii trattenere il fiato. Le sue dita si strinsero tra i miei capelli. Ero sopra di lei, vestita solo dei jeans, e potevo sentire quanto fosse calda anche attraverso la stoffa.
Fu lei a portarmi la mano più in basso.
Le slacciai i pantaloni, glieli tolsi insieme agli slip. Era bagnata, bagnatissima, e quando la toccai per la prima volta, con due dita, scivolando piano tra le sue labbra, le uscì un gemito che dovette soffocare contro la mia spalla.
«Zitta» le dissi ridendo piano. «Ci sentono.»
«Allora non fermarti» mormorò.
Non mi fermai. La accarezzai lentamente, imparando le sue reazioni: dove il respiro si spezzava, dove i fianchi si muovevano da soli. Poi scesi con la bocca. Non avevo mai fatto una cosa simile, ma il desiderio mi guidava meglio di qualsiasi esperienza. Il suo sapore era dolce e caldo, e ogni colpo di lingua le strappava un sussulto. Lei si morse il dorso della mano per non gridare, mentre di sotto sentivamo risate e il tintinnio delle posate.
Quel contrasto mi eccitava da impazzire: tutta la mia famiglia a due piani di distanza e io con il viso tra le cosce di mia cugina.
Venne con un tremito lungo, silenzioso, le gambe strette intorno alla mia testa. Rimase un momento immobile, poi mi tirò su e mi baciò, assaggiando se stessa sulle mie labbra.
«Adesso tocca a te» disse.
Mi spogliò con una calma che quasi non sopportavo. Mi fece stendere, mi baciò il ventre, l'interno delle cosce, poi si fermò, e mi guardò con un'aria di sfida.
«Dimmi che lo vuoi.»
«Lo voglio.»
«Dimmi quanto.»
«Tanto» riuscii a dire. «Da giorni.»
Sorrise e fece quello che aspettavo. Mi accarezzò con la lingua, prima piano, poi con un ritmo che cresceva, e quando mi penetrò con due dita, curvandole in un punto che nessuno aveva mai trovato così in fretta, mi coprii la bocca con il cuscino. Il piacere salì in ondate, sempre più alte, finché non esplosi: un orgasmo forte, quasi doloroso, che mi lasciò tremante e senza fiato.
Restammo abbracciate, nude, con il cuore che batteva all'impazzata. Nessuna delle due parlava. Dal piano di sotto sentimmo la voce di mia zia che chiamava: «Ragazze, il caffè!»
Scoppiammo a ridere, in silenzio, premendoci le facce contro le spalle.
Ci rivestimmo in fretta, sistemandoci i capelli davanti allo specchio. Prima di aprire la porta, Marta mi prese la mano e la strinse.
Scendemmo le scale una dietro l'altra. Mi sedetti a tavola, presi la tazzina e ringraziai chi me la porgeva. Nessuno sospettava niente.
Ma io avevo ancora il sapore di lei sulle labbra.
E sapevo già che non sarebbe stata l'ultima volta.
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Quel Natale la casa era piena. I nonni a capotavola, gli zii, il rumore dei piatti, qualcuno che cercava il cavatappi. Io e Marta eravamo state mandate in cucina a prendere il secondo, e lì, per qualche minuto, eravamo sole.
Parlavamo di ragazzi, come sempre. Lei mi raccontava di uno conosciuto a una festa, io ascoltavo e annuivo, ma ero distratta. Da giorni mi portavo addosso una specie di agitazione, un calore sotto la pelle che non riuscivo a spegnere. Non era per nessuno in particolare. Era il corpo che chiedeva.
«Cos'hai?» mi disse. «Sei strana.»
Non so perché glielo dissi. Forse perché era Marta, e con lei non avevo mai avuto bisogno di scegliere le parole.
«Sono eccitata» risposi piano. «Da giorni. Ho una voglia che non so più come gestire.»
Pensavo che avrebbe riso, o cambiato discorso. Invece posò la teglia sul ripiano e mi guardò in un modo che non le avevo mai visto.
«Anch'io, se vuoi saperlo» disse. Poi, dopo un attimo: «Potremmo giocare insieme.»
Non aggiunse altro. Non ce n'era bisogno.
Dalla sala arrivò la voce di mia madre che chiedeva se il secondo fosse pronto. Marta sorrise, prese la teglia e la portò in tavola come se niente fosse. Io la seguii con le gambe che quasi non mi reggevano.
Il resto del pranzo fu una lunga attesa. Ogni volta che alzavo gli occhi lei era già lì, con un sorriso appena accennato che nessun altro poteva interpretare. Sotto il tavolo, a un certo punto, il suo piede sfiorò il mio. Rimase lì un secondo di troppo.
Quando arrivò il panettone, dissi che dovevo prendere una cosa in camera. Marta si offrì di accompagnarmi, «così ti aiuto a cercarla». Nessuno ci fece caso.
Salimmo le scale in silenzio. Chiusi la porta alle nostre spalle e girai la chiave. Il rumore dello scatto sembrò fortissimo.
«Sei sicura?» mi chiese.
«Sì» dissi. E non avevo mai detto una parola con più certezza.
Fu lei a baciarmi per prima. Un bacio lento, quasi cauto, come se volesse darmi il tempo di cambiare idea. Io non volevo cambiarla. Le misi le mani tra i capelli e la tirai verso di me, e quel bacio cambiò subito: diventò più profondo, più affamato. Aveva le labbra morbide e sapeva di vino e di mandarino. Sentivo il suo respiro accelerare insieme al mio.
Ci ritrovammo sul letto senza sapere bene come. Le sfilai il maglione, lei il mio. Sotto aveva un reggiseno di pizzo chiaro, e quando glielo slacciai il suo seno mi sembrò più bello di quanto avessi mai immaginato. Le passai i pollici sui capezzoli, già duri, e lei chiuse gli occhi e inarcò la schiena.
«Più piano» sussurrò. «Così.»
Obbedii. Scesi a baciarle il collo, la clavicola, poi il seno, prendendo un capezzolo tra le labbra e giocandoci con la lingua finché non la sentii trattenere il fiato. Le sue dita si strinsero tra i miei capelli. Ero sopra di lei, vestita solo dei jeans, e potevo sentire quanto fosse calda anche attraverso la stoffa.
Fu lei a portarmi la mano più in basso.
Le slacciai i pantaloni, glieli tolsi insieme agli slip. Era bagnata, bagnatissima, e quando la toccai per la prima volta, con due dita, scivolando piano tra le sue labbra, le uscì un gemito che dovette soffocare contro la mia spalla.
«Zitta» le dissi ridendo piano. «Ci sentono.»
«Allora non fermarti» mormorò.
Non mi fermai. La accarezzai lentamente, imparando le sue reazioni: dove il respiro si spezzava, dove i fianchi si muovevano da soli. Poi scesi con la bocca. Non avevo mai fatto una cosa simile, ma il desiderio mi guidava meglio di qualsiasi esperienza. Il suo sapore era dolce e caldo, e ogni colpo di lingua le strappava un sussulto. Lei si morse il dorso della mano per non gridare, mentre di sotto sentivamo risate e il tintinnio delle posate.
Quel contrasto mi eccitava da impazzire: tutta la mia famiglia a due piani di distanza e io con il viso tra le cosce di mia cugina.
Venne con un tremito lungo, silenzioso, le gambe strette intorno alla mia testa. Rimase un momento immobile, poi mi tirò su e mi baciò, assaggiando se stessa sulle mie labbra.
«Adesso tocca a te» disse.
Mi spogliò con una calma che quasi non sopportavo. Mi fece stendere, mi baciò il ventre, l'interno delle cosce, poi si fermò, e mi guardò con un'aria di sfida.
«Dimmi che lo vuoi.»
«Lo voglio.»
«Dimmi quanto.»
«Tanto» riuscii a dire. «Da giorni.»
Sorrise e fece quello che aspettavo. Mi accarezzò con la lingua, prima piano, poi con un ritmo che cresceva, e quando mi penetrò con due dita, curvandole in un punto che nessuno aveva mai trovato così in fretta, mi coprii la bocca con il cuscino. Il piacere salì in ondate, sempre più alte, finché non esplosi: un orgasmo forte, quasi doloroso, che mi lasciò tremante e senza fiato.
Restammo abbracciate, nude, con il cuore che batteva all'impazzata. Nessuna delle due parlava. Dal piano di sotto sentimmo la voce di mia zia che chiamava: «Ragazze, il caffè!»
Scoppiammo a ridere, in silenzio, premendoci le facce contro le spalle.
Ci rivestimmo in fretta, sistemandoci i capelli davanti allo specchio. Prima di aprire la porta, Marta mi prese la mano e la strinse.
Scendemmo le scale una dietro l'altra. Mi sedetti a tavola, presi la tazzina e ringraziai chi me la porgeva. Nessuno sospettava niente.
Ma io avevo ancora il sapore di lei sulle labbra.
E sapevo già che non sarebbe stata l'ultima volta.
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