Ludovica a casa del Nonno
di
passodalfiume
genere
corna
Ludovica era arrivata a casa di Federico in perfetto orario. O meglio, a dire il vero, era rimasta più di mezz'ora davanti al portone del palazzo signorile di via Sant'Agostino, nel pieno del quadrilatero della moda di Milano, indecisa se fosse più adatto presentarsi in anticipo, spaccando il minuto o in ritardo.
Poi la pioggia, che si era annunciata nel pomeriggio con nuvole scure, era scesa a cadere e l'aveva spinta a mettere da parte ogni strategia e a suonare il citofono.
La ragazza era nervosa. Sperava di fare la migliore impressione possibile con i genitori del fidanzato, non era la prima volta che li incontrava, ma ad ogni occasione per lei era un motivo di stress.
Federico non era ancora arrivato, gettandola in una leggere agitazione.
Pierpaolo e la signora Mariastella erano adorabili , l'avevano accolta amorevolmente da subito. Avendo avuto il figlio da giovani, appena ventenni, erano riusciti a conservare uno spirito fresco che li riempiva di solarità. C'era poi nonna Enrica, una donna forte, una sessantottina convinta che raccontava sempre del suo impegno civile durante gli anni della protesta e di come, non di rado, si fosse scontrata con la polizia e con gli antagonisti del movimento , che descriveva come, gente stupida, ignorante e nostalgica. Ludovica la adorava e la donna ricambiava l'apprezzamento, approvando il gusto del nipote in fatto di donne.
Eppure, nonostante l'accoglienza calorosa, la ragazza sapeva di dover sostenere una sorta di esame. La madre di Federico lavorava nella moda e di sicuro avrebbe giudicato il suo outfit.
Dopo l’incontro con Ginevra, era andata a casa a cambiarsi, ci aveva messo un paio d’ore per scegliere l'abbigliamento più adatto, quello che avrebbe venduto l’immagine da brava ragazza che Ludovica, si era imposta da quanto aveva cominciato a frequentare Federico.
Un pullover oversize color panna, caratterizzato da una pesante lavorazione a trecce spesse, Una minigonna avana a pieghe di velluto a coste, stivali alti sopra il ginocchio in pelle scamosciata con un tacco non troppo esagerato ma sufficente a slanciare una figura gia snella di suo, una sciarpa molto lunga e voluminosa color marrone scuro, aveva persino messo gli occhiali che di solito sostituiva con le lenti a contatto, proprio per vendere meglio il suo inganno, eppure, non era riuscita a rinunciare qualcosa che raccontasse comunque di lei. Sotto a quel costume di scena, indossava un body sgambato nero a maniche lunghe, con un pannello in tulle trasparente sulla schiena e un taglio a tanga che le scopriva del tutto le natiche, era il suo piccolo segreto, la sua affermazione di identità.
Il padre, che non nascondeva affatto di gradire la sua presenza e che mentre era seduto sulla poltrona, non si era negato di sbirciare sotto la gonna della ragazza, quando lei si era piegata per salutare la moglie, era docente universitario alla Bocconi, l'avrebbe interrogata su Goethe e sui filosofi della sua corrente; Ludovica, per non fare brutta figura, non lo avrebbe mai confessato a nessuno, ma aveva passato l'intero pomeriggio a ripassare filosofia sui libri delle superiori.
Cosi dopo essersi seduta sulle sue ginocchia, su cui l’uomo l’aveva invitata come da consuetudine da quando lei aveva preso a frequentare quella casa, mentre parlavano di cultura e grandi scrittori, e lui le massaggiava le cosce li dove erano nude, tra l’orlo corto della minigonna e gli stivali alti, si era esibita in uno sfoggio di cultura che aveva impressionato tutti.
Nonna Enrica l'avrebbe messa alla prova su questioni politiche, femminismo ed emancipazione, mentre il figlio, apparentemente ignorato da tutti e tollerato da Ludovica, gia avvezza a quelle attenzioni, spingeva la mano tra le cosce della futura nuora, sotto l’orlo della gonna, le tenne testa, anche lì si sentiva preparata, condividendo già molti dei principi che l'anziana esprimeva, seppur in una visione più moderna.
“buona sera!” Federico era finalmente arrivato e lei corse a salutarlo, sentendosi sicuramente meglio, con l’arrivo del fidanzato.
Quello che la intimidiva davvero, però, era l'uomo che se ne stava in disparte, rinchiuso nel suo studio: il patriarca della famiglia, il signor Filippo. "Il commendatore", come lo chiamava scherzosamente il genero.
Filippo era un uomo che nel dopoguerra, quando il boom economico aveva risollevato il paese, aveva rilevato la piccola pasticceria artigianale del padre per trasformarla, con impegno e fatica, in un colosso dell'industria dei panettoni. Un uomo severo, tutto d'un pezzo, dotato di uno sguardo capace di sottomettere anche lo spirito più fiero. Sembrava leggerti dentro, e questo metteva in agitazione la povera Ludovica che, in sua presenza, tremava e perdeva ogni spontaneità, fino a sentirsi una totale imbranata.
«Oh Ludovica, perdona quell’orso di mio padre. Se ne sta rinchiuso nello studio a leggere il giornale e a fumare uno dei suoi sigari», si scusò Mariastella per l’assenza dell’uomo.
«No, signora, non importa, lo saluterò a tavola!» disse lei, felice di poter ritardare il loro incontro.
«Sciocchezze! Anzi, va’ di là con la scusa di salutarlo, così forse riuscirai a stanarlo dal suo rifugio!» le disse Enrica.
«Beh… non vorrei disturbarlo», fece lei stringendosi nelle spalle, sperando con tutto il cuore di non doversi cimentare in quella prova.
«Non ti preoccupare: anche se non lo ammetterebbe mai, lui ti adora!» le confessò la nonna, strizzandole l’occhio.
«Dice sul serio? Non si direbbe», rispose la ragazza.
«Sì Tata, è vero, ti trova deliziosa», le disse Federico seduto al suo fianco.
«Un po’ imbranata, ma deliziosa», aggiunse il padre del ragazzo, diventando immediatamente l’oggetto delle occhiatacce delle due donne sedute in salotto con loro.
« Cara, non preoccuparti. Vallo a salutare, così forse si ricorda di avere anche degli obblighi sociali a cui dover rispondere, ogni tanto!» la incoraggiò Enrica.
«Ok… se dite che non lo disturbo, vado», si rassegnò Ludovica.
La casa dei nonni di Federico occupava in pratica tutto l’ultimo piano del palazzo, girando intorno al cortile interno in cui solo poche auto di lusso, e decisamente privilegiate, avevano il permesso di sostare.
Per raggiungere l’antro dell'uomo, Ludovica dovette camminare fino all’estremità opposta dell’appartamento rispetto al salotto in cui si trovavano gli altri. Man mano che avanzava, le voci della famiglia si perdevano, attenuate dai soffici tappeti sul pavimento, dalle tende preziose che decoravano le finestre e dai grandi quadri alle pareti. Le sembrava di essere entrata in un’altra realtà: da sola, lontana da tutti.
Una leggera ansia cominciò a salirle nel petto quando si trovò finalmente davanti alla porta dello studio. Proprio in quel momento, un fulmine cadde poco lontano, seguito immediatamente da un fragoroso tuono; Ludovica sobbalzò, mentre un brivido freddo le correva lungo la schiena.
«Cazzo, devo fare la pipì!» pensò, dopo aver sollevato il pugno verso la porta, un attimo prima di trovare il coraggio che le mancava per bussare.
«Brava Ludovica, sempre tempestiva con questa cazzo di vescica debole!» si lamentò con se stessa. Ormai era lì, tornare indietro a cercare un bagno le sembrava improponibile. Così strinse le ginocchia, trasse un profondo respiro e colpì il legno davanti a sé per tre volte.
Nessuno rispose. Rimase perplessa a fissare il pannello di quercia, chiedendosi cosa fosse meglio fare. Poi le venne in mente che l’uomo aveva una certa età: non rispondere poteva essere il segno di qualcosa di grave, un malore o uno svenimento. Mettendo da parte ogni esitazione, abbassò con prudenza la maniglia ed entrò nello studio.
La stanza era al buio, fatta eccezione per una lampada da tavolo che illuminava una poltrona dall'alto schienale. Seduto lì, in un elegante completo grigio, con le gambe accavallate e una copia del Sole 24 Ore tra le mani, il nonno di Federico sembrava del tutto assorto nella lettura e nei suoi pensieri, mentre un sigaro fumava in un portacenere di cristallo.
«Permesso… Buonasera, signor Filippo», si annunciò lei timidamente.
L’uomo sollevò lo sguardo verso la ragazza con aria indifferente, per poi tornare subito con gli occhi sulle righe dell’articolo che stava leggendo.
«Mia moglie, ti ha mandato a darmi la caccia?» chiese.
«Sì… cioè no… ecco, vede… ero venuta a salutarla», disse lei, sentendosi immediatamente stupida davanti a quell’uomo.
«Avvicinati, signorina. Vieni alla luce, non startene nell’ombra come una sguattera!» le ordinò il commendatore con tono severo.
«Sì, mi scusi».
Filippo la squadrò da capo a piedi. Ludovica entrò nel panico: come le era venuto in mente di indossare una gonna corta a casa di un uomo così tradizionalista?
Per non parlare del body attillato che, nell'imbarazzo, sembrava fatto di ortica, ed aver perso ogni comodità, Il bisogno di liberare la vescica si fece ancora più intenso.
«Di sicuro sei una bella ragazza», si limitò a dire. Non c’era alcuna ombra di adulazione nelle sue parole, solo un’osservazione oggettiva, quasi fredda.
“Grazie?” la sua risposta suonò come una domanda, quasi non si riconoscesse il merito di quel complimento. Ludovica ne era turbata, ma in un modo che non si sarebbe mai aspettata.
Se da un lato non vedeva l’ora di sottrarsi a quell’incontro, dall’altro la figura imponente dell’uomo la attraeva e la incuriosiva. Era convinta che, se fosse rimasta, trovando il coraggio di trattenersi abbastanza a lungo, lui avrebbe condiviso con lei chissà quali conoscenze e quali esperienze; Ludovica adorava arricchirsi ascoltando facendo suoi i vissuti degli altri.
«Beh, cosa fai lì impalata? Siediti», le disse, indicandole una poltrona gemella a quella su cui sedeva lui, proprio di fronte.
«Sì, scusi, certo, scusi», disse lei.
«Perché continui a scusarti? Cosa avresti fatto di male?» chiese l’uomo, quasi cercasse di provocarla o di prenderla in giro.
«Sì, scusi, ha ragione, signor Filippo… mi scusi», rispose impacciata mordendosi subito la lingua. Negli occhi vispi del vecchio, Ludovica colse un bagliore di divertimento e soddisfazione.
«Bevi qualcosa, mia cara?» domandò lui. Poi, anticipando la sua risposta, versò il liquido ambrato di una bottiglia di cristallo in un bicchiere vuoto. Chiaramente non era un'offerta, ma un ordine.
«Grazie, ma…» Non fece in tempo a finire la frase che si ritrovò in mano il bicchiere colmo a metà.
«Piove piuttosto forte là fuori», disse l’uomo osservando la pioggia bagnare la finestra dello studio, mandando giù un sorso dal proprio bicchiere. Ludovica capì che quello era il segnale: doveva seguire il suo esempio.
Sollevò il cristallo e un odore pungente, torbato ,intensamente alcolico le invase le narici. Whisky. Lei detestava quel distillato, ma sotto lo sguardo indagatore del Commendatore non osò tirarsi indietro. Accostò il cristallo alle labbra e bevve. Il liquido le bruciò la gola come fuoco liquido, strappandole quasi un colpo di tosse che riuscì a trattenere solo stringendo i denti. Come se non bastasse, il calore improvviso che le si espanse nello stomaco mandò un ulteriore stimolo di allarme dritto alla sua vescica già colma.
«Ti piace?» le chiese il commendatore.
«Sa di sciroppo per la tosse andato a male.» strizzando gli occhi pieni di lacrime, rispose lei in uno slancio di assoluta sincerità.
Era abituata all’alcol, ne aveva bevuto parecchio negli anni, ma il whisky, era roba da stomaci forti e palati più raffinati del suo.
Un istante dopo , quando realizzò di aver offeso il suo ospite che era stato generoso nel condividerlo con lei, si raggelò. «Oh… mi scusi commendatore! È che io… non sono abituata al whisky», aggiunse subito. Per un brevissimo frammento di secondo, Ludovica avrebbe potuto giurare di aver visto un accenno di sorriso aprirsi sul volto burbero dell'uomo.
«Beh, ti ci abituerai. Mia moglie ha imparato ad apprezzarlo, ne beve più di me, ormai», le rispose, colmandole di nuovo il bicchiere per rimpiazzare la dose che lei aveva appena buttato giù.
“ok….grazie” disse Ludovica, rassegnata a dover ripetere la prova.
“è poi scioglie i nervi e tu ragazza mia sembri un fascio unico di nervi” concluse lui. “salute!” disse invitando la sua ospite ad un nuovo brindisi.
“Salute” rispose lei, gia preoccupata di quali effetti quell’alcol avrebbe potuto avere sulle sue inibizioni.
“Federico è molto preso da te” le disse dopo un attimo di silenzio.
“si, è io lo sono da lui” rispose Ludovica.
“sei innamorata?” le chiese fissandola negli occhi. Ludovica cercò di non esitare nel rispondergli.
“Si certo” disse drizzando la schiena, per sembrare sicura.
“...so che fate del gran sesso!” disse il signor Filippo facendola arrossire.
“bè…io… noi…” rispose confusa, non si aspettava di certo che il suo ragazzo condividesse anche quell’aspetto con il nonno.
“ti ho turbata?” chiese l’uomo.
“no, sono solo un pò sorpresa”.
“che il mio unico nipote, mi parli della sua fidanzata?”.
“che…sia sceso cosi nel particolare” rispose lei.
“non ti imbarazzare signorina, sono un uomo di un altra generazione, ma anche ,un uomo che nonostante l’età, resta con la mente aperta”.
“Capisco”.
“mi dice che hai dei tatuaggi” le disse, quasi mandandole di traverso il sorso di whisky, che stava bevendo.
“come scusi?” chiese tossendo.
«Mio nipote Federico, mi riferisce che hai tatuaggi!» disse l'uomo con uno sguardo inquisitorio che fece arrossire Ludovica fino alla radice dei capelli. Dopo aver trovato il coraggio, la ragazza si limitò ad annuire, stringendo le ginocchia tra loro sotto la minigonna.
«E dove, se posso sapere?» chiese il nonno del fidanzato, incrociando le braccia.
Il Commendator Filippo la fissava con quegli occhi che sembravano lame, capaci di squarciare la superficie da studentessa modello che lei si era sforzata di esibire per tutta la sera. Ludovica avvertì un brivido freddo risalirle la schiena.
Si sentì improvvisamente esposta, vulnerabile. Aveva fatto di tutto per evitare di rimanere sola con lui, temendo il suo giudizio più di ogni altra cosa, e ora si trovava intrappolata in quello strano, opprimente magnetismo.
Sentiva che Filippo non stava solo chiedendo dei tatuaggi; stava scavando nella sua vita, tra le feste nei club, gli eccessi e gli errori che cercava disperatamente di dimenticare da quando aveva conosciuto il nipote.
“sono grandi? come quelle punk che a volte vedo su internet?” chiese lui.
Sotto quello sguardo da giudice, Ludovica sentì di non potersi sottrarre. Aprì la bocca, la voce un po' più acuta per l'imbarazzo, decisamente meno ferma di quanto avrebbe voluto.
«No... non sono grandi, signore,» mormorò, portandosi d'istinto una mano alla base del collo, le dita che tremavano impercettibilmente sopra la sciarpa che sembrava toglierle il fiato.
«C'è un rametto di fiori selvatici sulla spalla sinistra. Le linee sono molto sottili, partono da sotto la clavicola e arrivano fino al collo..»
Filippo non batté ciglio, fumando il suo sigaro. Continuò a studiarla, come se stesse leggendo un libro scritto in una lingua che conosceva fin troppo bene. Quel silenzio la costrinse a continuare, quasi a voler riempire il vuoto per attenuare la vergogna.
«Poi ce n'è un altro piccolo, dietro l'orecchio,» proseguì Ludovica, spostando nervosamente una ciocca di capelli con le dita che le bruciavano. «… una luna con delle stelline. E... e uno sullo sterno, al centro del petto. Un disegno geometrico, un sole, con i punti cardinali.»
“Non c’è altro?” chiese lui
Le guance le andavano a fuoco. Il tatuaggio sul fianco, era il manifesto della Ludovica più autentica, quella sensuale, viziata e sconsiderata.
Inghiottì ancora un altro sorso di Whisky e con esso il nodo che aveva in gola, nascondendo la mano tra le cosce per nascondere il fatto che stesse sudando.
«E l'ultimo è sul fianco,» disse, quasi in un sussurro, abbassando gli occhi per sfuggire a quel magnetismo che la stava schiacciando.
«È una frase. Cinque righe di una poesia di Pablo Neruda. Parla di... di memoria, di un ricordo».
Omise deliberatamente le parole sulla fame, sulla bocca e sulla pelle, terrorizzata dall'idea che il Commendatore potesse leggerle in faccia l'erotismo di quei versi.
Quando tornò a sollevare lo sguardo, il cuore le batteva all'impazzata nel petto. Filippo la fissò per lunghi, interminabili secondi, sorseggiando il suo whisky e fumando il sigaro il cui fumo aveva riempito l’aria, togliendole quasi il respiro.
«Mi piacerebbe vederli.» Ludovica non riusciva a capire se la sua fosse una richiesta o una semplice fantasia. «Soprattutto la frase di Neruda con cui hai scelto di decorare il tuo corpo,» aggiunse, sbuffando il fumo del suo sigaro direttamente sul volto della ragazza.
La nube grigia la avvolse, densa e aromatica, facendole stringere gli occhi e trattenere il respiro. La sottomissione psicologica che provava verso quell'uomo potente era quasi fisica, una morsa che le bloccava le gambe.
«Be’… è una cosa un pò intima.» gli rispose, ora l’urgenza di svuotare la vescica si era fatta impellente.
«E non vuoi mostrarli anche a me?» chiese. La sua voce sembrava ipnotica, imbrigliava la mente della ragazza alla sua volontà, annullando ogni sua capacità di reazione.
«Qui, adesso?» si limitò a rispondere lei, incredula solo per aver potuto valutare come possibile quell’eventualità. Il cuore le rimbalzava nel petto, minacciando di spaccare quel sole geometrico che aveva impresso sullo sterno.
«Nel mio studio, non ci disturberà nessuno. Questo è il mio regno, nessuno osa entrarvi a meno che non sia io a volerlo».
«Ah…» si soffermò Ludovica, sentendo il peso di quell'affermazione. «Allora le devo chiedere scusa per la mia intrusione,» aggiunse, la voce ridotta a un filo sottile, lo sguardo che cercava una via di fuga nella penombra della stanza.
«Ti ripeto figliola, nessuno entra qui, se non lo voglio,» le disse con tono profondo.
Ludovica capì che l’uomo la stava aspettando, Il timore reverenziale che aveva provato fino a quel momento mutò forma, mescolandosi a una strana, proibita elettricità. Sentiva il peso dei suoi ventun anni di fronte all'autorità di un uomo di dichiarato potere, ma anche il richiamo familiare di quel gioco pericoloso a cui giocava a Milano, quella linea sottile tra il lusso e l'errore che credeva di aver messo da parte stando con Federico.
«Allora, Ludovica.» Fu la prima volta che gli sentì pronunciare il suo nome e quello ebbe un effetto strano su di lei.
Un calore cominciò a diffondersi partendo dallo stomaco fino a scaldarle il collo e il volto. «Vorresti mostrarmi i tuoi tatuaggi?» le chiese con un tono che sembrava un invito più che una pretesa, un invito a cui Ludovica non seppe resistere.
Forse era l'alcol che le girava nelle vene, allentando i freni inibitori e offuscando quel senso di colpa che avrebbe dovuto fermarla, o forse era qualcosa di molto più profondo. Il fascino magnetico che quell'uomo d'esperienza e di potere accertato esercitava su di lei era totalizzante. Filippo, il nonno di Federico, non assomigliava in nulla ai ragazzi superficiali delle feste di Milano, e nemmeno alla rassicurante dolcezza del nipote tra le cui braccia la ragazza aveva trovato, protezione e conforto; la sua era un'autorità assoluta, un'energia che la schiacciava e, allo stesso tempo, la attraeva irrimediabilmente, portando fuori la puttana che era dentro di lei, spingendola ad assecondare ogni sua singola richiesta.
Filippo posò il proprio bicchiere sul tavolino di radica tra le due poltrone, senza mai distogliere gli occhi da lei. Il silenzio nello studio era assoluto, interrotto solo dal respiro leggermente affannato della ragazza.
«Allora, signorina,» ripeté lui, la voce ridotta a una frequenza bassa, quasi confidenziale, che vibrò direttamente nello stomaco della ragazza. «Da dove vogliamo iniziare?»
Ludovica avvertì un'ondata di calore salirle al volto, mentre l'effetto del whisky le rendeva i movimenti fluidi, quasi privi di peso. Con un misto di vergogna e di inspiegabile audacia, portò la mano destra al lobo dell'orecchio. I suoi occhi cercavano volutamente di evitare quelli del Commendatore, la sua era vergogna mista a un desiderio crescente.
Con un gesto lento, esasperato dall'esitazione, radunò i lunghi capelli scuri che aveva tenuti sciolti sulle spalle e li spostò di lato, facendoli ricadere sulla spalla opposta. Il movimento scoprì completamente la pelle candida dietro l'orecchio sinistro, offrendo allo sguardo dell'uomo la minuscola mezzaluna nera circondata da tre piccole stelle.
Filippo, messi gli occhiali, si avvicinò a lei per osservarla meglio, facendola trasalire. La vicinanza del suo corpo e l'odore del sigaro la avvolsero completamente.
«Questo... questo è il più piccolo,» sussurrò lei, sentendosi terribilmente esposta sotto lo sguardo ravvicinato del Commendatore, che si era proteso in avanti per guardare da vicino quel primo disegno. L'anziano studiò la mezzaluna per qualche istante, il respiro calmo, prima di tornare a posare la schiena contro la propria poltrona di pelle.
«E gli altri?» chiese l’uomo, incrociando nuovamente le gambe.
Ludovica sentì il cuore battere fin dentro le orecchie. Il calore del whisky le dava una strana lucidità, ma la sua mente oscillava ancora tra il panico e una totale resa a quell'autorità. «Per quelli, l’unico modo che avrei per mostrarglieli, Filippo, sarebbe spogliandomi,» gli rispose timidamente.
«Siamo soli, mia cara ragazza, e io sono un uomo di mondo, ho amato moltissime donne prima di incontrare mia moglie Enrica,» le disse, con una calma così assoluta e naturale da disarmarla.
Le sue parole, invece di spaventarla, ebbero uno strano effetto: spazzarono via la paura del giudizio morigerato, sostituendola con la certezza che quell'uomo conoscesse già ogni debolezza femminile. E in effetti, anche se la cosa sorprese Ludovica, così fu. La vergogna svanì, lasciando posto a una strana complicità.
«Va bene,» disse, la voce che non le sembrava quasi la sua.
Si alzò in piedi al centro dello studio, sotto la luce fioca delle lampade schermate. Con le dita rese più fluide dall'alcol, fece scivolare la sciarpa, lasciandola sulla poltrona dietro di lei, sfilò il maglione, fece scorrere in basso la cerniera di lato che teneva insieme la minigonna, lasciandola cadere sul pavimento con un fruscio leggero. Poi esitò un attimo, guardando l’uomo che aveva davanti. Nei suoi occhi non c’era minaccia, nessuna volgarità predatoria, ma uno strano senso di protezione e comprensione che la convinse a proseguire. Era come se lui le stesse offrendo il permesso di essere se stessa, senza le maschere dietro le quali sempre più spesso si nascondeva.
“non essere timida, ragazza, la timidezza, non ti appartiene” le disse il commendatore.
Ludovica, deglutii, nervosa, pose le dita tremanti tra le cosce, lì dove due piccole clip chiudevano il body, e le fece scattare. Il suono metallico riecheggiò nel silenzio dello studio. Liberò il tessuto nero e lo sfilò con un unico, lungo gesto lento, facendolo scivolare via dalle braccia e dal busto.
In breve, rimase completamente esposta, con solo gli stivali di camoscio a vestirla, nuda nella penombra davanti a Filippo.
La luce accarezzò la spalla sinistra, rivelando il delicato intreccio di fiori selvatici che scendeva dalla clavicola, e la simmetria geometrica del sole impresso sullo sterno, tra i seni conici, che ora, erano offerti ,nudi, proprio sopra il battito accelerato del suo cuore.
“Ti depili” osservò dopo aver insistito un attimo lo sguardo sul pube, glabro, di Ludovica.
“si è un abitudine, l’ho fatto anche oggi prima di venire qui” ammise lei.
“personalmente amo uno stile più naturale” prosegui lui. Ludovica timida si coprì con una mano il sesso, mentre l’altra andò a nascondere il seno, cercando di negare all’uomo lo stato in cui la sua femminilità stava mutando.
“mi scusi” disse, abbassando lo sguardo, notando una certa disapprovazione per il gesto negli occhi di Filippo.
Poi l'attenzione dell’uomo fu catturata dal fianco sinistro dove le cinque righe in corsivo della poesia di Neruda si incurvavano lungo la linea dello sterno, pronte per essere finalmente lette dall'unico uomo, dopo federico, che almeno di recente, era stato capace di spogliarla delle sue difese.
Filippo si sporse in avanti, sistemandosi gli occhiali sul naso.
Con un tocco leggero ,sfiorò la pelle di Ludovica, facendola fremere, mentre le sue dita scorrevano, i suoi occhi lessero l'inchiostro una riga alla volta, e quando parlò, la sua voce profonda diede un peso inatteso a ogni singolo verso:
«Ho fame della tua bocca,
della tua voce, della tua pelle,
e vagando digiuno per le strade,
mi nutro solo del tuo ricordo…»
La lettura terminò, lasciando che le parole vibrassero nell'aria. Ludovica trattenne il respiro, con le guance in fiamme.
Filippo tolse gli occhiali e si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona, studiandola con una calma disarmante.
«Vedi, mia cara,» commentò, lo sguardo che indugiava sulla curva del suo bacino, sulle cosce tornite, sul seno piccolo ma invitante, sulle natiche alte e sode su cui ,senza che lei glielo potesse impedire, fece posare una mano.
«Queste sono le parole che avrebbe scelto una donna che vive a pieno la sua natura. Una donna disinibita, intensa e profondamente vera…» aggiunse mentre la mano si spinse tra le sue natiche in profondità ,fino a sfiorarle il sesso che l’uomo, insierito discreto, un dito tra le labbra cedevoli, trovò umido.
“Sei una bellissima giovane donna” disse portandosi alla bocca dopo averlo annusato, il nettare con cui la ragazza gli aveva bagnato le dita.
Ludovica rimase immobile, in un attesa che sembrava ormai insostenibile.
Filippo fece fare un piccolo giro al bicchiere di cristallo, facendo tintinnare il ghiaccio. «Federico è un bravo ragazzo, ma è ingenuo. Guarda solo la superficie. Cerca una fidanzata da presentare alla famiglia, e tu ti sforzi di essere quella persona. Ma questo inchiostro racconta un'altra storia. Racconta che sotto l’apparenza c'è un fuoco che mio nipote non potrebbe mai comprendere fino in fondo, né gestire completamente...»
Ludovica sentì una scossa attraversarle lo stomaco. Le parole dell’uomo, l’avevano spogliata di ogni segreto, e ora suonavano come una condanna.
“so che hai anche dei piercing” continuò, evidentemente non sazio del supplizio a cui stava esponendo la ragazza.
“si..tre”, ammise lei.
“voi mostrarmeli?” chiese lui.
Ludovica, ormai avvinta alla sua condizione, si arrese.
“il primo è qui sull’ombellico” gli disse mostrandogli i due cuoricini swarovski che le decoravano la parta alta dell’ombellico.
Ludovica, quasi inconscia, si era avvicinata e Filippo, vista la distanza ridotta, si era avvantaggiato andando a scoprire la consistenza del suo seno e la turgidità dei suoi capezzoli, lei si ritrasse di un passo, leggermente imbarazzata.
“Va avanti” le disse lui, facendole segno con le mani di accomodarsi sulle sue ginocchia.
Ludovica esitò, pur sapendo di non volersi sottrarre a quello che non era un invito, ma un comando.
Quando fu seduta ,l’uomo riprese ciò che aveva interrotto, afferrandole i seni riprese a valutarne il volume e la reattività dei capezzoli sotto i suoi polpastrelli.
“Poi c’è questo” si piegò verso l’uomo e aprì la bocca tirando fuori la lingua su cui al centro, in un palato piena di saliva, tra un alito che diventava sempre più caldo, brillava un piccolo pomello metallico.
“e l’altro?” chiese l’uomo dopo aver osservato a lungo le labbra spalancate della ragazza.
Ludovica ebbe un sussulto visto che l’altro piercing, era sulla sua vagina, due brillanti, posti in modo verticale, e passava per il cappuccio, la piega protettiva del tessuto che copriva il clitoride.
Quella richiesta, non voleva dire, farla restare nuda, come gia era davanti all’uomo ma esporla del tutto.
“Ti crea imbarazzo?” le chiese lui, notando l’esitazione nella ragazza, Ludovica avrebbe voluto dirgli di si, ma si limitò a scuotere la testa.
“allora, su alzati e fammi vedere” le disse e lei obbedì.
“metti un piede qui sulla sedia” la diresse, e Ludovica, cosi fece.
Con una gamba sollevata, il suo sesso esposto, l’uomo cosi vicino da poter sentirne il calore del respiro, scaldarle la pelle, la poteva ammirare in tutto il suo segreto.
“Schiudi le labbra ,lascia che guardi all’interno” le disse e lei, non ebbe la forza di protestare, mostrando la sua fichetta umida, e la carne rosata al suo interno, non protestò nemmeno quando l’uomo passandole le dita lungo la fessura, le disse:
“Sei tutta bagnata” per poi delicatamente spingere dentro il dito medio fino alle nocche.
Ludovica, prese a gemere, mentre l’anziano, la esplorava, si sentì colta da una dolcissima morte, quando la bocca di lui si chiuse sul suo sesso e prese a divorarla.
“Commendatore” sussurrò mentre l’uomo dimostrava tutta la sua esperienza, succhiandola , muovendo la lingua e le dita nella sua fica.
“Filippo!” gemette. “la prego, mi scappa la pipì” ammise ormai certa di non poterla più tenere.
“Falla qui dentro” le disse l’uomo mettendole tra le cosce, un secchiello d’argento, nei cui c’erano alcuni cubetti di ghiaccio.
“ma io…” sussurrò lei.
“Non preoccuparti, lasciati andare” le disse l’uomo schudendole il sesso con una mano.
Ludovica, abbandono ogni resistenza, ogni pudore, e lasciò che l’urina lasciasse la sua vescica davanti agli occhi dell’uomo.
“Ecco brava, falla tutta” le disse.
Quando ebbe finito, le ginocchia non le ressero ,quando spinta dell’umiliazione patita e la manipolazione e l’audacia della lingua dell’uomo che durante l’intera minzione, non le aveva dato un attimo di pausa, un violento orgasmo la colse lasciandola sul pavimento, senza fiato.
“Credo che dovresti restituirmi il favore, ragazza mia” le disse, senza nemmeno darle il tempo di recuperare le forze, offrendole la propria erezione fuori dai pantaloni.
“Sembri sorpresa" le disse “Sapevo che oggi saresti venuta a casa nostra, e mi sono preparato”, le sorrise sfiorandole il viso, “oggi la farmacologia moderna, è in grado di restituire l’ardore anche ad un povero vecchio come me”, concluse prendendola per mano e guidandola tra le su ginocchia spalancate.
Il cazzo di Filippo sventolava fiero e forte davanti agli occhi di Ludovica.
Non era mai stata con un uomo cosi anziano, ma le dimensioni del nonno di Federico, il fatto che fosse la manifestazione di una virilità ancora piena ed energica, le fecero domandarsi se non si fosse persa qualcosa in passato.
“Su piccola mia, Federico mi dice sempre che sei bravissima in questo” le disse, accarezzandole il viso.
Sentire il nome del fidanzato, invece di farla recedere ,spinse Ludovica oltre un limite che non si sarebbe mai aspettata di varcare.
Federico aveva tradito la sua fiducia, aveva condiviso con il nonno, particolari della loro vita, che sarebbero dovuti restare celati, e quel suo mancato impegno, le dava la scusa per punirlo, offrendo all’anziano nonno, ciò che lui stesso ,aveva presentato come un autentico dono della fidanzata.
Venti minuti dopo, tornarono ,mano nella mano, in salotto dove tutti li aspettavano.
“Buona sera a tutti!” disse Filippo, salutando le persone presenti.
“Guarda chi è uscito dalla tana!” esclamò Enrica affacciandosi dalla cucina, vedendo comparire dietro Ludovica suo marito.
“Brava ragazza, ci sei riuscita!” si complimentò Mariastella, sorpresa dal successo ottenuto della fidanzata del figlio.
“be allora, devi proprio essere speciale” aggiunse Pierpaolo accennando un applauso.
“ho i miei metodi...non è stato facile, ma alla fine si è convinto a seguirmi” sorrise lei andandosi a sedere accanto a Federico, che l’accolse baciandola sulla guancia.
“Mi sei mancata piccola!” le disse abbracciandola.
“Anche tu tato!” gli rispose, avvicinando il volto al suo e unendo le labbra a quelle del ragazzo, in un bacio passionale, mentre ancora sentiva il sapore dello sperma del Commendatore, impastarle il palato.
Poi la pioggia, che si era annunciata nel pomeriggio con nuvole scure, era scesa a cadere e l'aveva spinta a mettere da parte ogni strategia e a suonare il citofono.
La ragazza era nervosa. Sperava di fare la migliore impressione possibile con i genitori del fidanzato, non era la prima volta che li incontrava, ma ad ogni occasione per lei era un motivo di stress.
Federico non era ancora arrivato, gettandola in una leggere agitazione.
Pierpaolo e la signora Mariastella erano adorabili , l'avevano accolta amorevolmente da subito. Avendo avuto il figlio da giovani, appena ventenni, erano riusciti a conservare uno spirito fresco che li riempiva di solarità. C'era poi nonna Enrica, una donna forte, una sessantottina convinta che raccontava sempre del suo impegno civile durante gli anni della protesta e di come, non di rado, si fosse scontrata con la polizia e con gli antagonisti del movimento , che descriveva come, gente stupida, ignorante e nostalgica. Ludovica la adorava e la donna ricambiava l'apprezzamento, approvando il gusto del nipote in fatto di donne.
Eppure, nonostante l'accoglienza calorosa, la ragazza sapeva di dover sostenere una sorta di esame. La madre di Federico lavorava nella moda e di sicuro avrebbe giudicato il suo outfit.
Dopo l’incontro con Ginevra, era andata a casa a cambiarsi, ci aveva messo un paio d’ore per scegliere l'abbigliamento più adatto, quello che avrebbe venduto l’immagine da brava ragazza che Ludovica, si era imposta da quanto aveva cominciato a frequentare Federico.
Un pullover oversize color panna, caratterizzato da una pesante lavorazione a trecce spesse, Una minigonna avana a pieghe di velluto a coste, stivali alti sopra il ginocchio in pelle scamosciata con un tacco non troppo esagerato ma sufficente a slanciare una figura gia snella di suo, una sciarpa molto lunga e voluminosa color marrone scuro, aveva persino messo gli occhiali che di solito sostituiva con le lenti a contatto, proprio per vendere meglio il suo inganno, eppure, non era riuscita a rinunciare qualcosa che raccontasse comunque di lei. Sotto a quel costume di scena, indossava un body sgambato nero a maniche lunghe, con un pannello in tulle trasparente sulla schiena e un taglio a tanga che le scopriva del tutto le natiche, era il suo piccolo segreto, la sua affermazione di identità.
Il padre, che non nascondeva affatto di gradire la sua presenza e che mentre era seduto sulla poltrona, non si era negato di sbirciare sotto la gonna della ragazza, quando lei si era piegata per salutare la moglie, era docente universitario alla Bocconi, l'avrebbe interrogata su Goethe e sui filosofi della sua corrente; Ludovica, per non fare brutta figura, non lo avrebbe mai confessato a nessuno, ma aveva passato l'intero pomeriggio a ripassare filosofia sui libri delle superiori.
Cosi dopo essersi seduta sulle sue ginocchia, su cui l’uomo l’aveva invitata come da consuetudine da quando lei aveva preso a frequentare quella casa, mentre parlavano di cultura e grandi scrittori, e lui le massaggiava le cosce li dove erano nude, tra l’orlo corto della minigonna e gli stivali alti, si era esibita in uno sfoggio di cultura che aveva impressionato tutti.
Nonna Enrica l'avrebbe messa alla prova su questioni politiche, femminismo ed emancipazione, mentre il figlio, apparentemente ignorato da tutti e tollerato da Ludovica, gia avvezza a quelle attenzioni, spingeva la mano tra le cosce della futura nuora, sotto l’orlo della gonna, le tenne testa, anche lì si sentiva preparata, condividendo già molti dei principi che l'anziana esprimeva, seppur in una visione più moderna.
“buona sera!” Federico era finalmente arrivato e lei corse a salutarlo, sentendosi sicuramente meglio, con l’arrivo del fidanzato.
Quello che la intimidiva davvero, però, era l'uomo che se ne stava in disparte, rinchiuso nel suo studio: il patriarca della famiglia, il signor Filippo. "Il commendatore", come lo chiamava scherzosamente il genero.
Filippo era un uomo che nel dopoguerra, quando il boom economico aveva risollevato il paese, aveva rilevato la piccola pasticceria artigianale del padre per trasformarla, con impegno e fatica, in un colosso dell'industria dei panettoni. Un uomo severo, tutto d'un pezzo, dotato di uno sguardo capace di sottomettere anche lo spirito più fiero. Sembrava leggerti dentro, e questo metteva in agitazione la povera Ludovica che, in sua presenza, tremava e perdeva ogni spontaneità, fino a sentirsi una totale imbranata.
«Oh Ludovica, perdona quell’orso di mio padre. Se ne sta rinchiuso nello studio a leggere il giornale e a fumare uno dei suoi sigari», si scusò Mariastella per l’assenza dell’uomo.
«No, signora, non importa, lo saluterò a tavola!» disse lei, felice di poter ritardare il loro incontro.
«Sciocchezze! Anzi, va’ di là con la scusa di salutarlo, così forse riuscirai a stanarlo dal suo rifugio!» le disse Enrica.
«Beh… non vorrei disturbarlo», fece lei stringendosi nelle spalle, sperando con tutto il cuore di non doversi cimentare in quella prova.
«Non ti preoccupare: anche se non lo ammetterebbe mai, lui ti adora!» le confessò la nonna, strizzandole l’occhio.
«Dice sul serio? Non si direbbe», rispose la ragazza.
«Sì Tata, è vero, ti trova deliziosa», le disse Federico seduto al suo fianco.
«Un po’ imbranata, ma deliziosa», aggiunse il padre del ragazzo, diventando immediatamente l’oggetto delle occhiatacce delle due donne sedute in salotto con loro.
« Cara, non preoccuparti. Vallo a salutare, così forse si ricorda di avere anche degli obblighi sociali a cui dover rispondere, ogni tanto!» la incoraggiò Enrica.
«Ok… se dite che non lo disturbo, vado», si rassegnò Ludovica.
La casa dei nonni di Federico occupava in pratica tutto l’ultimo piano del palazzo, girando intorno al cortile interno in cui solo poche auto di lusso, e decisamente privilegiate, avevano il permesso di sostare.
Per raggiungere l’antro dell'uomo, Ludovica dovette camminare fino all’estremità opposta dell’appartamento rispetto al salotto in cui si trovavano gli altri. Man mano che avanzava, le voci della famiglia si perdevano, attenuate dai soffici tappeti sul pavimento, dalle tende preziose che decoravano le finestre e dai grandi quadri alle pareti. Le sembrava di essere entrata in un’altra realtà: da sola, lontana da tutti.
Una leggera ansia cominciò a salirle nel petto quando si trovò finalmente davanti alla porta dello studio. Proprio in quel momento, un fulmine cadde poco lontano, seguito immediatamente da un fragoroso tuono; Ludovica sobbalzò, mentre un brivido freddo le correva lungo la schiena.
«Cazzo, devo fare la pipì!» pensò, dopo aver sollevato il pugno verso la porta, un attimo prima di trovare il coraggio che le mancava per bussare.
«Brava Ludovica, sempre tempestiva con questa cazzo di vescica debole!» si lamentò con se stessa. Ormai era lì, tornare indietro a cercare un bagno le sembrava improponibile. Così strinse le ginocchia, trasse un profondo respiro e colpì il legno davanti a sé per tre volte.
Nessuno rispose. Rimase perplessa a fissare il pannello di quercia, chiedendosi cosa fosse meglio fare. Poi le venne in mente che l’uomo aveva una certa età: non rispondere poteva essere il segno di qualcosa di grave, un malore o uno svenimento. Mettendo da parte ogni esitazione, abbassò con prudenza la maniglia ed entrò nello studio.
La stanza era al buio, fatta eccezione per una lampada da tavolo che illuminava una poltrona dall'alto schienale. Seduto lì, in un elegante completo grigio, con le gambe accavallate e una copia del Sole 24 Ore tra le mani, il nonno di Federico sembrava del tutto assorto nella lettura e nei suoi pensieri, mentre un sigaro fumava in un portacenere di cristallo.
«Permesso… Buonasera, signor Filippo», si annunciò lei timidamente.
L’uomo sollevò lo sguardo verso la ragazza con aria indifferente, per poi tornare subito con gli occhi sulle righe dell’articolo che stava leggendo.
«Mia moglie, ti ha mandato a darmi la caccia?» chiese.
«Sì… cioè no… ecco, vede… ero venuta a salutarla», disse lei, sentendosi immediatamente stupida davanti a quell’uomo.
«Avvicinati, signorina. Vieni alla luce, non startene nell’ombra come una sguattera!» le ordinò il commendatore con tono severo.
«Sì, mi scusi».
Filippo la squadrò da capo a piedi. Ludovica entrò nel panico: come le era venuto in mente di indossare una gonna corta a casa di un uomo così tradizionalista?
Per non parlare del body attillato che, nell'imbarazzo, sembrava fatto di ortica, ed aver perso ogni comodità, Il bisogno di liberare la vescica si fece ancora più intenso.
«Di sicuro sei una bella ragazza», si limitò a dire. Non c’era alcuna ombra di adulazione nelle sue parole, solo un’osservazione oggettiva, quasi fredda.
“Grazie?” la sua risposta suonò come una domanda, quasi non si riconoscesse il merito di quel complimento. Ludovica ne era turbata, ma in un modo che non si sarebbe mai aspettata.
Se da un lato non vedeva l’ora di sottrarsi a quell’incontro, dall’altro la figura imponente dell’uomo la attraeva e la incuriosiva. Era convinta che, se fosse rimasta, trovando il coraggio di trattenersi abbastanza a lungo, lui avrebbe condiviso con lei chissà quali conoscenze e quali esperienze; Ludovica adorava arricchirsi ascoltando facendo suoi i vissuti degli altri.
«Beh, cosa fai lì impalata? Siediti», le disse, indicandole una poltrona gemella a quella su cui sedeva lui, proprio di fronte.
«Sì, scusi, certo, scusi», disse lei.
«Perché continui a scusarti? Cosa avresti fatto di male?» chiese l’uomo, quasi cercasse di provocarla o di prenderla in giro.
«Sì, scusi, ha ragione, signor Filippo… mi scusi», rispose impacciata mordendosi subito la lingua. Negli occhi vispi del vecchio, Ludovica colse un bagliore di divertimento e soddisfazione.
«Bevi qualcosa, mia cara?» domandò lui. Poi, anticipando la sua risposta, versò il liquido ambrato di una bottiglia di cristallo in un bicchiere vuoto. Chiaramente non era un'offerta, ma un ordine.
«Grazie, ma…» Non fece in tempo a finire la frase che si ritrovò in mano il bicchiere colmo a metà.
«Piove piuttosto forte là fuori», disse l’uomo osservando la pioggia bagnare la finestra dello studio, mandando giù un sorso dal proprio bicchiere. Ludovica capì che quello era il segnale: doveva seguire il suo esempio.
Sollevò il cristallo e un odore pungente, torbato ,intensamente alcolico le invase le narici. Whisky. Lei detestava quel distillato, ma sotto lo sguardo indagatore del Commendatore non osò tirarsi indietro. Accostò il cristallo alle labbra e bevve. Il liquido le bruciò la gola come fuoco liquido, strappandole quasi un colpo di tosse che riuscì a trattenere solo stringendo i denti. Come se non bastasse, il calore improvviso che le si espanse nello stomaco mandò un ulteriore stimolo di allarme dritto alla sua vescica già colma.
«Ti piace?» le chiese il commendatore.
«Sa di sciroppo per la tosse andato a male.» strizzando gli occhi pieni di lacrime, rispose lei in uno slancio di assoluta sincerità.
Era abituata all’alcol, ne aveva bevuto parecchio negli anni, ma il whisky, era roba da stomaci forti e palati più raffinati del suo.
Un istante dopo , quando realizzò di aver offeso il suo ospite che era stato generoso nel condividerlo con lei, si raggelò. «Oh… mi scusi commendatore! È che io… non sono abituata al whisky», aggiunse subito. Per un brevissimo frammento di secondo, Ludovica avrebbe potuto giurare di aver visto un accenno di sorriso aprirsi sul volto burbero dell'uomo.
«Beh, ti ci abituerai. Mia moglie ha imparato ad apprezzarlo, ne beve più di me, ormai», le rispose, colmandole di nuovo il bicchiere per rimpiazzare la dose che lei aveva appena buttato giù.
“ok….grazie” disse Ludovica, rassegnata a dover ripetere la prova.
“è poi scioglie i nervi e tu ragazza mia sembri un fascio unico di nervi” concluse lui. “salute!” disse invitando la sua ospite ad un nuovo brindisi.
“Salute” rispose lei, gia preoccupata di quali effetti quell’alcol avrebbe potuto avere sulle sue inibizioni.
“Federico è molto preso da te” le disse dopo un attimo di silenzio.
“si, è io lo sono da lui” rispose Ludovica.
“sei innamorata?” le chiese fissandola negli occhi. Ludovica cercò di non esitare nel rispondergli.
“Si certo” disse drizzando la schiena, per sembrare sicura.
“...so che fate del gran sesso!” disse il signor Filippo facendola arrossire.
“bè…io… noi…” rispose confusa, non si aspettava di certo che il suo ragazzo condividesse anche quell’aspetto con il nonno.
“ti ho turbata?” chiese l’uomo.
“no, sono solo un pò sorpresa”.
“che il mio unico nipote, mi parli della sua fidanzata?”.
“che…sia sceso cosi nel particolare” rispose lei.
“non ti imbarazzare signorina, sono un uomo di un altra generazione, ma anche ,un uomo che nonostante l’età, resta con la mente aperta”.
“Capisco”.
“mi dice che hai dei tatuaggi” le disse, quasi mandandole di traverso il sorso di whisky, che stava bevendo.
“come scusi?” chiese tossendo.
«Mio nipote Federico, mi riferisce che hai tatuaggi!» disse l'uomo con uno sguardo inquisitorio che fece arrossire Ludovica fino alla radice dei capelli. Dopo aver trovato il coraggio, la ragazza si limitò ad annuire, stringendo le ginocchia tra loro sotto la minigonna.
«E dove, se posso sapere?» chiese il nonno del fidanzato, incrociando le braccia.
Il Commendator Filippo la fissava con quegli occhi che sembravano lame, capaci di squarciare la superficie da studentessa modello che lei si era sforzata di esibire per tutta la sera. Ludovica avvertì un brivido freddo risalirle la schiena.
Si sentì improvvisamente esposta, vulnerabile. Aveva fatto di tutto per evitare di rimanere sola con lui, temendo il suo giudizio più di ogni altra cosa, e ora si trovava intrappolata in quello strano, opprimente magnetismo.
Sentiva che Filippo non stava solo chiedendo dei tatuaggi; stava scavando nella sua vita, tra le feste nei club, gli eccessi e gli errori che cercava disperatamente di dimenticare da quando aveva conosciuto il nipote.
“sono grandi? come quelle punk che a volte vedo su internet?” chiese lui.
Sotto quello sguardo da giudice, Ludovica sentì di non potersi sottrarre. Aprì la bocca, la voce un po' più acuta per l'imbarazzo, decisamente meno ferma di quanto avrebbe voluto.
«No... non sono grandi, signore,» mormorò, portandosi d'istinto una mano alla base del collo, le dita che tremavano impercettibilmente sopra la sciarpa che sembrava toglierle il fiato.
«C'è un rametto di fiori selvatici sulla spalla sinistra. Le linee sono molto sottili, partono da sotto la clavicola e arrivano fino al collo..»
Filippo non batté ciglio, fumando il suo sigaro. Continuò a studiarla, come se stesse leggendo un libro scritto in una lingua che conosceva fin troppo bene. Quel silenzio la costrinse a continuare, quasi a voler riempire il vuoto per attenuare la vergogna.
«Poi ce n'è un altro piccolo, dietro l'orecchio,» proseguì Ludovica, spostando nervosamente una ciocca di capelli con le dita che le bruciavano. «… una luna con delle stelline. E... e uno sullo sterno, al centro del petto. Un disegno geometrico, un sole, con i punti cardinali.»
“Non c’è altro?” chiese lui
Le guance le andavano a fuoco. Il tatuaggio sul fianco, era il manifesto della Ludovica più autentica, quella sensuale, viziata e sconsiderata.
Inghiottì ancora un altro sorso di Whisky e con esso il nodo che aveva in gola, nascondendo la mano tra le cosce per nascondere il fatto che stesse sudando.
«E l'ultimo è sul fianco,» disse, quasi in un sussurro, abbassando gli occhi per sfuggire a quel magnetismo che la stava schiacciando.
«È una frase. Cinque righe di una poesia di Pablo Neruda. Parla di... di memoria, di un ricordo».
Omise deliberatamente le parole sulla fame, sulla bocca e sulla pelle, terrorizzata dall'idea che il Commendatore potesse leggerle in faccia l'erotismo di quei versi.
Quando tornò a sollevare lo sguardo, il cuore le batteva all'impazzata nel petto. Filippo la fissò per lunghi, interminabili secondi, sorseggiando il suo whisky e fumando il sigaro il cui fumo aveva riempito l’aria, togliendole quasi il respiro.
«Mi piacerebbe vederli.» Ludovica non riusciva a capire se la sua fosse una richiesta o una semplice fantasia. «Soprattutto la frase di Neruda con cui hai scelto di decorare il tuo corpo,» aggiunse, sbuffando il fumo del suo sigaro direttamente sul volto della ragazza.
La nube grigia la avvolse, densa e aromatica, facendole stringere gli occhi e trattenere il respiro. La sottomissione psicologica che provava verso quell'uomo potente era quasi fisica, una morsa che le bloccava le gambe.
«Be’… è una cosa un pò intima.» gli rispose, ora l’urgenza di svuotare la vescica si era fatta impellente.
«E non vuoi mostrarli anche a me?» chiese. La sua voce sembrava ipnotica, imbrigliava la mente della ragazza alla sua volontà, annullando ogni sua capacità di reazione.
«Qui, adesso?» si limitò a rispondere lei, incredula solo per aver potuto valutare come possibile quell’eventualità. Il cuore le rimbalzava nel petto, minacciando di spaccare quel sole geometrico che aveva impresso sullo sterno.
«Nel mio studio, non ci disturberà nessuno. Questo è il mio regno, nessuno osa entrarvi a meno che non sia io a volerlo».
«Ah…» si soffermò Ludovica, sentendo il peso di quell'affermazione. «Allora le devo chiedere scusa per la mia intrusione,» aggiunse, la voce ridotta a un filo sottile, lo sguardo che cercava una via di fuga nella penombra della stanza.
«Ti ripeto figliola, nessuno entra qui, se non lo voglio,» le disse con tono profondo.
Ludovica capì che l’uomo la stava aspettando, Il timore reverenziale che aveva provato fino a quel momento mutò forma, mescolandosi a una strana, proibita elettricità. Sentiva il peso dei suoi ventun anni di fronte all'autorità di un uomo di dichiarato potere, ma anche il richiamo familiare di quel gioco pericoloso a cui giocava a Milano, quella linea sottile tra il lusso e l'errore che credeva di aver messo da parte stando con Federico.
«Allora, Ludovica.» Fu la prima volta che gli sentì pronunciare il suo nome e quello ebbe un effetto strano su di lei.
Un calore cominciò a diffondersi partendo dallo stomaco fino a scaldarle il collo e il volto. «Vorresti mostrarmi i tuoi tatuaggi?» le chiese con un tono che sembrava un invito più che una pretesa, un invito a cui Ludovica non seppe resistere.
Forse era l'alcol che le girava nelle vene, allentando i freni inibitori e offuscando quel senso di colpa che avrebbe dovuto fermarla, o forse era qualcosa di molto più profondo. Il fascino magnetico che quell'uomo d'esperienza e di potere accertato esercitava su di lei era totalizzante. Filippo, il nonno di Federico, non assomigliava in nulla ai ragazzi superficiali delle feste di Milano, e nemmeno alla rassicurante dolcezza del nipote tra le cui braccia la ragazza aveva trovato, protezione e conforto; la sua era un'autorità assoluta, un'energia che la schiacciava e, allo stesso tempo, la attraeva irrimediabilmente, portando fuori la puttana che era dentro di lei, spingendola ad assecondare ogni sua singola richiesta.
Filippo posò il proprio bicchiere sul tavolino di radica tra le due poltrone, senza mai distogliere gli occhi da lei. Il silenzio nello studio era assoluto, interrotto solo dal respiro leggermente affannato della ragazza.
«Allora, signorina,» ripeté lui, la voce ridotta a una frequenza bassa, quasi confidenziale, che vibrò direttamente nello stomaco della ragazza. «Da dove vogliamo iniziare?»
Ludovica avvertì un'ondata di calore salirle al volto, mentre l'effetto del whisky le rendeva i movimenti fluidi, quasi privi di peso. Con un misto di vergogna e di inspiegabile audacia, portò la mano destra al lobo dell'orecchio. I suoi occhi cercavano volutamente di evitare quelli del Commendatore, la sua era vergogna mista a un desiderio crescente.
Con un gesto lento, esasperato dall'esitazione, radunò i lunghi capelli scuri che aveva tenuti sciolti sulle spalle e li spostò di lato, facendoli ricadere sulla spalla opposta. Il movimento scoprì completamente la pelle candida dietro l'orecchio sinistro, offrendo allo sguardo dell'uomo la minuscola mezzaluna nera circondata da tre piccole stelle.
Filippo, messi gli occhiali, si avvicinò a lei per osservarla meglio, facendola trasalire. La vicinanza del suo corpo e l'odore del sigaro la avvolsero completamente.
«Questo... questo è il più piccolo,» sussurrò lei, sentendosi terribilmente esposta sotto lo sguardo ravvicinato del Commendatore, che si era proteso in avanti per guardare da vicino quel primo disegno. L'anziano studiò la mezzaluna per qualche istante, il respiro calmo, prima di tornare a posare la schiena contro la propria poltrona di pelle.
«E gli altri?» chiese l’uomo, incrociando nuovamente le gambe.
Ludovica sentì il cuore battere fin dentro le orecchie. Il calore del whisky le dava una strana lucidità, ma la sua mente oscillava ancora tra il panico e una totale resa a quell'autorità. «Per quelli, l’unico modo che avrei per mostrarglieli, Filippo, sarebbe spogliandomi,» gli rispose timidamente.
«Siamo soli, mia cara ragazza, e io sono un uomo di mondo, ho amato moltissime donne prima di incontrare mia moglie Enrica,» le disse, con una calma così assoluta e naturale da disarmarla.
Le sue parole, invece di spaventarla, ebbero uno strano effetto: spazzarono via la paura del giudizio morigerato, sostituendola con la certezza che quell'uomo conoscesse già ogni debolezza femminile. E in effetti, anche se la cosa sorprese Ludovica, così fu. La vergogna svanì, lasciando posto a una strana complicità.
«Va bene,» disse, la voce che non le sembrava quasi la sua.
Si alzò in piedi al centro dello studio, sotto la luce fioca delle lampade schermate. Con le dita rese più fluide dall'alcol, fece scivolare la sciarpa, lasciandola sulla poltrona dietro di lei, sfilò il maglione, fece scorrere in basso la cerniera di lato che teneva insieme la minigonna, lasciandola cadere sul pavimento con un fruscio leggero. Poi esitò un attimo, guardando l’uomo che aveva davanti. Nei suoi occhi non c’era minaccia, nessuna volgarità predatoria, ma uno strano senso di protezione e comprensione che la convinse a proseguire. Era come se lui le stesse offrendo il permesso di essere se stessa, senza le maschere dietro le quali sempre più spesso si nascondeva.
“non essere timida, ragazza, la timidezza, non ti appartiene” le disse il commendatore.
Ludovica, deglutii, nervosa, pose le dita tremanti tra le cosce, lì dove due piccole clip chiudevano il body, e le fece scattare. Il suono metallico riecheggiò nel silenzio dello studio. Liberò il tessuto nero e lo sfilò con un unico, lungo gesto lento, facendolo scivolare via dalle braccia e dal busto.
In breve, rimase completamente esposta, con solo gli stivali di camoscio a vestirla, nuda nella penombra davanti a Filippo.
La luce accarezzò la spalla sinistra, rivelando il delicato intreccio di fiori selvatici che scendeva dalla clavicola, e la simmetria geometrica del sole impresso sullo sterno, tra i seni conici, che ora, erano offerti ,nudi, proprio sopra il battito accelerato del suo cuore.
“Ti depili” osservò dopo aver insistito un attimo lo sguardo sul pube, glabro, di Ludovica.
“si è un abitudine, l’ho fatto anche oggi prima di venire qui” ammise lei.
“personalmente amo uno stile più naturale” prosegui lui. Ludovica timida si coprì con una mano il sesso, mentre l’altra andò a nascondere il seno, cercando di negare all’uomo lo stato in cui la sua femminilità stava mutando.
“mi scusi” disse, abbassando lo sguardo, notando una certa disapprovazione per il gesto negli occhi di Filippo.
Poi l'attenzione dell’uomo fu catturata dal fianco sinistro dove le cinque righe in corsivo della poesia di Neruda si incurvavano lungo la linea dello sterno, pronte per essere finalmente lette dall'unico uomo, dopo federico, che almeno di recente, era stato capace di spogliarla delle sue difese.
Filippo si sporse in avanti, sistemandosi gli occhiali sul naso.
Con un tocco leggero ,sfiorò la pelle di Ludovica, facendola fremere, mentre le sue dita scorrevano, i suoi occhi lessero l'inchiostro una riga alla volta, e quando parlò, la sua voce profonda diede un peso inatteso a ogni singolo verso:
«Ho fame della tua bocca,
della tua voce, della tua pelle,
e vagando digiuno per le strade,
mi nutro solo del tuo ricordo…»
La lettura terminò, lasciando che le parole vibrassero nell'aria. Ludovica trattenne il respiro, con le guance in fiamme.
Filippo tolse gli occhiali e si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona, studiandola con una calma disarmante.
«Vedi, mia cara,» commentò, lo sguardo che indugiava sulla curva del suo bacino, sulle cosce tornite, sul seno piccolo ma invitante, sulle natiche alte e sode su cui ,senza che lei glielo potesse impedire, fece posare una mano.
«Queste sono le parole che avrebbe scelto una donna che vive a pieno la sua natura. Una donna disinibita, intensa e profondamente vera…» aggiunse mentre la mano si spinse tra le sue natiche in profondità ,fino a sfiorarle il sesso che l’uomo, insierito discreto, un dito tra le labbra cedevoli, trovò umido.
“Sei una bellissima giovane donna” disse portandosi alla bocca dopo averlo annusato, il nettare con cui la ragazza gli aveva bagnato le dita.
Ludovica rimase immobile, in un attesa che sembrava ormai insostenibile.
Filippo fece fare un piccolo giro al bicchiere di cristallo, facendo tintinnare il ghiaccio. «Federico è un bravo ragazzo, ma è ingenuo. Guarda solo la superficie. Cerca una fidanzata da presentare alla famiglia, e tu ti sforzi di essere quella persona. Ma questo inchiostro racconta un'altra storia. Racconta che sotto l’apparenza c'è un fuoco che mio nipote non potrebbe mai comprendere fino in fondo, né gestire completamente...»
Ludovica sentì una scossa attraversarle lo stomaco. Le parole dell’uomo, l’avevano spogliata di ogni segreto, e ora suonavano come una condanna.
“so che hai anche dei piercing” continuò, evidentemente non sazio del supplizio a cui stava esponendo la ragazza.
“si..tre”, ammise lei.
“voi mostrarmeli?” chiese lui.
Ludovica, ormai avvinta alla sua condizione, si arrese.
“il primo è qui sull’ombellico” gli disse mostrandogli i due cuoricini swarovski che le decoravano la parta alta dell’ombellico.
Ludovica, quasi inconscia, si era avvicinata e Filippo, vista la distanza ridotta, si era avvantaggiato andando a scoprire la consistenza del suo seno e la turgidità dei suoi capezzoli, lei si ritrasse di un passo, leggermente imbarazzata.
“Va avanti” le disse lui, facendole segno con le mani di accomodarsi sulle sue ginocchia.
Ludovica esitò, pur sapendo di non volersi sottrarre a quello che non era un invito, ma un comando.
Quando fu seduta ,l’uomo riprese ciò che aveva interrotto, afferrandole i seni riprese a valutarne il volume e la reattività dei capezzoli sotto i suoi polpastrelli.
“Poi c’è questo” si piegò verso l’uomo e aprì la bocca tirando fuori la lingua su cui al centro, in un palato piena di saliva, tra un alito che diventava sempre più caldo, brillava un piccolo pomello metallico.
“e l’altro?” chiese l’uomo dopo aver osservato a lungo le labbra spalancate della ragazza.
Ludovica ebbe un sussulto visto che l’altro piercing, era sulla sua vagina, due brillanti, posti in modo verticale, e passava per il cappuccio, la piega protettiva del tessuto che copriva il clitoride.
Quella richiesta, non voleva dire, farla restare nuda, come gia era davanti all’uomo ma esporla del tutto.
“Ti crea imbarazzo?” le chiese lui, notando l’esitazione nella ragazza, Ludovica avrebbe voluto dirgli di si, ma si limitò a scuotere la testa.
“allora, su alzati e fammi vedere” le disse e lei obbedì.
“metti un piede qui sulla sedia” la diresse, e Ludovica, cosi fece.
Con una gamba sollevata, il suo sesso esposto, l’uomo cosi vicino da poter sentirne il calore del respiro, scaldarle la pelle, la poteva ammirare in tutto il suo segreto.
“Schiudi le labbra ,lascia che guardi all’interno” le disse e lei, non ebbe la forza di protestare, mostrando la sua fichetta umida, e la carne rosata al suo interno, non protestò nemmeno quando l’uomo passandole le dita lungo la fessura, le disse:
“Sei tutta bagnata” per poi delicatamente spingere dentro il dito medio fino alle nocche.
Ludovica, prese a gemere, mentre l’anziano, la esplorava, si sentì colta da una dolcissima morte, quando la bocca di lui si chiuse sul suo sesso e prese a divorarla.
“Commendatore” sussurrò mentre l’uomo dimostrava tutta la sua esperienza, succhiandola , muovendo la lingua e le dita nella sua fica.
“Filippo!” gemette. “la prego, mi scappa la pipì” ammise ormai certa di non poterla più tenere.
“Falla qui dentro” le disse l’uomo mettendole tra le cosce, un secchiello d’argento, nei cui c’erano alcuni cubetti di ghiaccio.
“ma io…” sussurrò lei.
“Non preoccuparti, lasciati andare” le disse l’uomo schudendole il sesso con una mano.
Ludovica, abbandono ogni resistenza, ogni pudore, e lasciò che l’urina lasciasse la sua vescica davanti agli occhi dell’uomo.
“Ecco brava, falla tutta” le disse.
Quando ebbe finito, le ginocchia non le ressero ,quando spinta dell’umiliazione patita e la manipolazione e l’audacia della lingua dell’uomo che durante l’intera minzione, non le aveva dato un attimo di pausa, un violento orgasmo la colse lasciandola sul pavimento, senza fiato.
“Credo che dovresti restituirmi il favore, ragazza mia” le disse, senza nemmeno darle il tempo di recuperare le forze, offrendole la propria erezione fuori dai pantaloni.
“Sembri sorpresa" le disse “Sapevo che oggi saresti venuta a casa nostra, e mi sono preparato”, le sorrise sfiorandole il viso, “oggi la farmacologia moderna, è in grado di restituire l’ardore anche ad un povero vecchio come me”, concluse prendendola per mano e guidandola tra le su ginocchia spalancate.
Il cazzo di Filippo sventolava fiero e forte davanti agli occhi di Ludovica.
Non era mai stata con un uomo cosi anziano, ma le dimensioni del nonno di Federico, il fatto che fosse la manifestazione di una virilità ancora piena ed energica, le fecero domandarsi se non si fosse persa qualcosa in passato.
“Su piccola mia, Federico mi dice sempre che sei bravissima in questo” le disse, accarezzandole il viso.
Sentire il nome del fidanzato, invece di farla recedere ,spinse Ludovica oltre un limite che non si sarebbe mai aspettata di varcare.
Federico aveva tradito la sua fiducia, aveva condiviso con il nonno, particolari della loro vita, che sarebbero dovuti restare celati, e quel suo mancato impegno, le dava la scusa per punirlo, offrendo all’anziano nonno, ciò che lui stesso ,aveva presentato come un autentico dono della fidanzata.
Venti minuti dopo, tornarono ,mano nella mano, in salotto dove tutti li aspettavano.
“Buona sera a tutti!” disse Filippo, salutando le persone presenti.
“Guarda chi è uscito dalla tana!” esclamò Enrica affacciandosi dalla cucina, vedendo comparire dietro Ludovica suo marito.
“Brava ragazza, ci sei riuscita!” si complimentò Mariastella, sorpresa dal successo ottenuto della fidanzata del figlio.
“be allora, devi proprio essere speciale” aggiunse Pierpaolo accennando un applauso.
“ho i miei metodi...non è stato facile, ma alla fine si è convinto a seguirmi” sorrise lei andandosi a sedere accanto a Federico, che l’accolse baciandola sulla guancia.
“Mi sei mancata piccola!” le disse abbracciandola.
“Anche tu tato!” gli rispose, avvicinando il volto al suo e unendo le labbra a quelle del ragazzo, in un bacio passionale, mentre ancora sentiva il sapore dello sperma del Commendatore, impastarle il palato.
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