Villa Minosa: Vittorio e Caterina
di
passodalfiume
genere
trio
Vittorio aveva lavorato venticinque anni nella stessa azienda, scalando a fatica i ranghi fino ad avere, finalmente, il suo nome sulla porta dell’ufficio. Non era un uomo brillante, non prendeva mai l’iniziativa; era un mulo da soma. Gli affidavano un progetto – un progetto che non era mai davvero suo – e lui, lavorando anche sedici ore al giorno, lo portava avanti fino a finirlo. Era uno sgobbone, uno stacanovista. Di solito il merito del suo lavoro finiva ad altri ma, quel giorno, la sua fortuna cambiò.
«Ha davvero fatto un buon lavoro questa volta, Vittorio» gli disse George, l’affiliato esterno dell’azienda arrivato direttamente da Londra.
«Grazie, dottore» rispose imbarazzato.
«Non sia timido, lei è un grande lavoratore!» lo incalzò l’uomo dall’aspetto aristocratico.
«Sì, mi scusi, signore».
«Su via, andiamo nel suo ufficio a festeggiare. È grazie a lei se il cliente ha firmato».
Nell’ufficio di Vittorio, pochi metri quadri in cui a stento trovavano posto una scrivania, un archivio e due comode poltrone, non c’era molto da offrire. Gli venne in mente, però, che in un cassetto conservava una bottiglia di amaro dei monaci benedettini dell'Abbazia di Vallamorosa, situata sull'Appennino Toscano.
«Mmm!… dozzinale» sentenziò l’inglese dopo averlo assaggiato, storcendo il naso e gettando nello sconforto il povero Vittorio.
«Come ha detto, scusi?»
«E questa… bellissima… signorina?» chiese l’altro entusiasta, senza rispondergli, afferrando dalla scrivania la foto di una ragazza, una delle uniche due che l'impiegato teneva esposte.
Il ritratto, custodito nella cornice d'argento, mostrava il viso di una giovane donna i cui lineamenti evocavano una bellezza fresca e naturale. Il volto era incorniciato da lunghi capelli castano scuro, setosi e ondulati, che scendevano morbidi lungo le spalle nude, divisi da una riga centrale che metteva in risalto la simmetria perfetta dei suoi tratti. La pelle aveva un colorito sano e ambrato, tipico di chi aveva trascorso del tempo sotto il sole. La fronte era alta e distesa, mentre le sopracciglia, ben definite e leggermente arcuate, sottolineavano uno sguardo intenso e magnetico. Gli occhi, grandi e scuri, esprimevano una vivacità profonda; lo sguardo era rivolto direttamente verso l'osservatore, fermo ma velato da una leggera nota di mistero. Il naso, sottile e dritto, conduceva l'attenzione verso la bocca dalle labbra ben disegnate, accennate in un sorriso appena percepibile, accattivante. A completare il quadro, sul lato sinistro del viso, poco sopra il labbro superiore, spiccava un piccolo neo che accentuava quell'aria un po' da monella, un dettaglio che trasformava la compostezza del ritratto in un'espressione maliziosa e consapevole, capace di catturare l'attenzione di chiunque posasse gli occhi sulla fotografia.
«È… mia figlia Caterina» rispose timidamente Vittorio.
«Oh my God, ma in quest’altra foto è fenomenale!» esclamò George, afferrando la seconda cornice, questa volta a doppio vetro in un formato, 30X30.
In quell'immagine la stessa ragazza era ripresa in un microscopico bikini bianco sul ponte di un cabinato, in una posa decisamente seducente. La luce naturale, diffusa e dorata, avvolgeva la pelle del soggetto ed eliminava le ombre nette, enfatizzando l'atmosfera estiva e sognante della scena.
«Siamo a Capri, sulla barca di un amico» disse Vittorio, incapace di nascondere il proprio disagio.
«Interessante…» rispose l’inglese, continuando ad ammirare il vetro.
La ragazza era inginocchiata su una superficie imbottita della barca, con le mani poggiate a terra, quasi come se si stesse accingendo a gattonare flessuosa verso l’obiettivo. Restava rivolta di tre quarti rispetto a chi la osservava, con il busto proteso in avanti e lo sguardo magnetico diretto verso la fotocamera.
little italian slut pensò tra se, l’inglese, fermando gli occhi sula curva del suo culo , piccolo ma invitante.
«Molto carina» dichiarò George al padre della ragazza.
“Grazie dottore” fece Vittorio.
Tuttavia, osservando la luce nei suoi occhi, non era difficile intuire che i pensieri suscitati da quell’immagine fossero tutt'altro che pieni di rispetto e ammirazione.
«Non è una foto recente, lì Caterina aveva quindici anni» precisò Vittorio, tendendo le mani per riavere indietro la cornice, senza successo.
George rimase conturbato da ciò che vedeva. Il viso della ragazza, dai lineamenti delicati, mostrava un'espressione intensa, fresca e fortemente maliziosa, accentuata dalle ciocche di capelli che le sfioravano le guance. La chioma scura, questa volta, era raccolta in una treccia ordinata che le scendeva lungo la schiena nuda. Oltre al micro-slip bianco a vita alta, sulle spalle portava una camicia leggera, forse di lino, di colore rosa antico, lasciata scivolare deliberatamente per scoprire la schiena e dare quasi l’illusione che fosse in topless. Dietro il parapetto della barca si estendeva una distesa marina calma, che rifletteva la luce chiara del cielo, mentre in lontananza, sulla destra, si intravedeva il profilo sfocato della costa.
Era il genere di foto che sarebbe stata bene su uno dei molti siti di escort frequentati dall’inglese, non sulla scrivania di un padre.
«Davvero deliziosa» ripeté l'uomo. E Vittorio notò che, nel dirlo, si leccò le labbra.
«Deve somigliare molto a sua madre» disse l’uomo.
«Oh sì, è bella come lei, ma purtroppo Valeria non c’è più».
«Oh, caro, mi scusi, sono stato sconveniente. È da molto che è morta?»
«Non è morta… diciamo che si è presa una pausa… per seguire un amico in Senegal… sì..una pausa», disse Vittorio abbassando lo sguardo. «Una pausa di quindici anni» aggiunse sospirando.
George ripose finalmente la cornice sulla scrivania, ma i suoi occhi rimasero fissi sull'immagine per qualche istante ancora, prima di risalire verso Vittorio con una condiscendenza aristocratica che si mescolava a una fredda determinazione.
«Quindi ha cresciuto la ragazza da solo?»
«Praticamente, sì» rispose l'impiegato, stringendosi nelle spalle.
«Non deve essere stato facile!».
«A volte sì, altre meno».
«Immagino. Con una ragazza così, le avrà dato parecchi grattacapi».
«Che intende?».
«Beh, una giovane donna così bella, dallo sguardo consapevole e disinibito, deve aver avuto molti spasimanti e corteggiatori» disse l'inglese, accarezzando la foto della ragazza in bikini e seguendo con il dito la linea flessuosa del suo corpo.
Vittorio, esterrefatto, non seppe cosa rispondere.
«Sa, amico mio…» esordì l'inglese, lisciandosi con studiata calma il bavero della giacca. «Sabato sera sono stato invitato a una cena di gala molto esclusiva sul lago di Como. A Villa Mimosa. È la dimora di un mio carissimo amico, un ambiente d’élite. Credo proprio che lei dovrebbe partecipare.»
Vittorio rimase gelato da quella proposta. Per venticinque anni i dirigenti del calibro di George lo avevano ignorato o lo avevano trattato come puro materiale da ufficio. Quell'invito improvviso lo lasciava confuso; forse era solo paranoico, pensò, o forse finalmente qualcuno si era accorto del suo valore e voleva premiarlo, introducendolo tra la gente che conta.
«Ne sarei onorato, George!» disse alla fine, abbozzando un sorriso.
«Benissimo. Anzi, estenda pure l’invito anche a sua figlia Caterina».
Caterina? si trovò a pensare Vittorio. Perché invitare anche sua figlia? Non ne vedeva il senso. Inoltre, la vita di una ventunenne era un compendio di appuntamenti e obblighi sociali che difficilmente, con così poco anticipo, le avrebbero permesso di partecipare.
«La ringrazio infinitamente, George…» farfugliò sentendo le guance andare in fiamme per l'imbarazzo e l'ansia. «Ma non credo sia il caso… Caterina ha ventuno anni, è un’età difficile, piena di amici, studia all'università, ha i suoi impegni e non…»
«Vittorio, Vittorio!» lo interruppe George. La voce si era abbassata di un tono, perdendo ogni traccia di finta giovialità. L'uomo fece un passo avanti, invadendo lo spazio ristretto della scrivania e appoggiando le mani sul legno, proprio accanto alla foto a doppio vetro. «Non mi fraintenda. il nostro marchio, ci tiene molto a sapere che i nostri uomini migliori siano integrati nelle pubbliche relazioni. Il rinnovo del suo contratto e la gestione dei prossimi progetti strategici dipendono anche da come l'azienda viene rappresentata in certi contesti. Rifiutare un invito del genere… beh, potrebbe dare l'impressione che lei non sia abbastanza motivato a restare nella squadra.»
Il messaggio era arrivato forte e chiaro. Non era un invito: era un ordine mascherato da opportunità. Vittorio guardò il nome impresso sulla porta del suo minuscolo ufficio, il traguardo di una vita di sacrifici e umiliazioni, e sentì un nodo stringergli la gola.
«Capisco, signore» rispose con un filo di voce, abbassando lo sguardo. «Parlerò con Caterina. Saremo presenti.»
George sorrise, un sorriso tirato e sottile che non gli raggiunse gli occhi.
«Eccellente. Sapevo di poter contare sulla sua dedizione, Vittorio. Ci vediamo a Villa Mimosa. E mi raccomando il dress code, completo elegante per lei e un abitino da sera per sua figlia… sono sicuro che la ragazza ,ci delizierà con la sua femminile presenza» concluse l’uomo.
Vittorio tornò a casa che erano le 9 passate di sera.
“Sono a casa” disse senza avere risposta “c’è nessuno?” chiese. “le luci sono tutte accese, l’aria condizionata è a manetta, quindi per forza ci deve essere qualcuno in casa, no?” disse con la voce incrinata dal pensiero dell’ultima bolletta della luce, posandola giacca e lo zainetto con dentro i documenti dell’ufficio e il laptop.
“Kat ,ci sei?” chiese ancora avanzando nel corridoio, sciogliendo il nodo della cravatta, esausto dalla giornata.
“Tata, sei in casa?”, chiese ancora ,vedendo dal riflesso della credenza in corridoio la TV accesa sul quale andavano, le immagini di un videogioco popolare tra i teenager a cui anche lui, si era avvicinato di recente per pura curiosità, Fornite!
“Tesoro ,tutte le luci accese, non è che la corrente papà non la paga…” si interruppe davanti alla scena che gli si parava davanti.
Il salone era stato trasformato in una specie di set fotografico, i due iPhone della figlia, stavano montati su dei cavalletti a differenza altezza, luci da per tutto, il tavolino di cristallo, quello che gli avevano regalato i nonni quando si era laureato, quello che aveva sempre avuto il suo posto davanti ai due divani di pelle bianca era stato messo in un angolo in malo modo, forse trascinato sul parquet visti i segni sul pavimento, al suo posto c’era un futon bianco su cui , tra una marea di pupazzi di ogni tipo, stesa a pancia sotto su un enorme orso rosa, praticamente mezza nuda, con indosso solo la biancheria intima, un completino color rosa pastello, che lasciava ben poco all’ immaginazione ,delle enormi cuffie da gaming bianche e un controller tra le mani, c’era Caterina.
Vittorio si avvicinò, per dare un senso a quello che stava vedendo, nonostante il video gioco la stanza era in un totale silenzio, interrotto da alcuni commenti della figlia, che sembrava concentrata a giocare e un costante rumore di fondo, una sorta di vibrazione ovattata.
“No raga, solo chi si abbona al mio canale e mi manda una bella Tip, può giocare con il mio gingillo!”.
“Certo, se paghi ,il sito di da accesso al comando, per un tot di tempo in base a quanto hai pagato”.
“si puoi aumentare o diminuire l’intensità ,anche se , quasi nessuno l’abbassa” ridacchiò.
il monologo di Caterina non aveva alcun senso per il padre, poi notò tra le gambe divaricate e i glutei sodi, che dalle mutandine della figlia tra le sue cosce ,spuntava una sorta di antenna viola e, una volta avvicinatosi, che il tassello sul suo inguine era completamente bagnato.
“Vecchio?” chiese Caterina “Quale Vecchio?” ripeté voltandosi.
“Pà! cazzo! che ci fai a casa?!” esclamò togliendosi le cuffie e saltando in piedi.
“Io..io.. questa è casa mia”, disse Vittorio confuso ,realizzando che il reggiseno della figlia non aveva le coppe ma solo il ferretto a sostenere il seno completamente nudo.
“ma che ore sono?” chiese Caterina coprendosi con un cuscino.
“Sono le nove quasi e dieci” la informò il padre, guardando il cronografo al polso.
“Cazzo, ho fatto sei ore di diretta?!” si sorprese lei.
“Diretta?”,
“Si cazzo pà, mi hai rovinato la diretta streaming su twitch!!",
“oh..scusami..ehi aspetta un attimo signorina!” .
“Che palle cazzo!!” disse Caterina, facendo il broncio, giocandosi la carta della piccola di casa, per passarla liscia. Carta che come al solito, ebbe il suo effetto.
“si scusa piccola, mi dispiace, la prossima volta però avvisami, quando tieni occupato il salotto, ok?” disse Vittorio, mentre un sorriso sornione celato dentro il cuscino che stringeva al petto, si allargava sulla bocca della figlia.
«Sabato a Como?» disse Caterina indossando una maglietta, osservando allibita il padre. «Sabato sera Luca e la sua band, i Dannati, suonano al Corallo, io non posso assolutamente mancare» aggiunse con gli occhi che le brillavano di frustrazione.
«Chi?» chiese Vittorio, confuso.
«Luca, il mio ragazzo».
«Ma non era Rami, quel ragazzo indiano, il tuo fidanzato?»
«Eh, papà, ma quale fidanzato! No, ci sono uscita solo un paio di volte, è un secolo che non lo vedo».
«Ma se ha persino dormito qui…» sussurrò l’uomo.
«E beh? Non è che tutti quelli che dormono qui sono i miei fidanzati!»
«Tutti… E quanti sarebbero questi 'tutti'?» chiese Vittorio, la voce incrinata dalla preoccupazione.
In quel momento, le chiacchiere che gli erano giunte all’orecchi nei mesi passati presero improvvisamente forma.
Voci a cui non aveva mai voluto credere, secondo le quali la figlia, quando lui si trovava al lavoro o in trasferta per l'azienda, era solita ospitare diversi uomini in casa, a volte più di uno alla volta.
«Comunque non posso andare a Como, punto» tagliò corto la ragazza, eludendo la domanda e voltandogli le spalle.
«Kat, ti prego. Non ti chiedo mai niente. Fa' questo per me e ti prometto che mi mostrerò grato» la supplicò l'uomo.
Tra i due, negli anni, si era instaurato un rapporto malsano. Vittorio non era mai riuscito a ottenere il vero rispetto di Caterina, soprattutto da quando Valeria, la madre della ragazza, li aveva abbandonati per scappare in Senegal con un ragazzo di colore più giovane di lei di quindici anni. Da quel giorno, Vittorio aveva perso definitivamente quella naturale autorità che dovrebbe essere tipica di un padre.
In compenso, aveva scoperto che per far leva su Caterina una ricompensa, un regalino o una concessione economica avevano molto più effetto dell’impartire un ordine o del cercare di imporre un ruolo a cui lui, da maschio beta, non si era mai sentito avvezzo.
“Va bene ,cazzo, pà, ma se mi annoio c’è ne andiamo”, pretese lei.
“va bene Tata, se ti annoi c’è ne andiamo!” le confermò.
“villa Mimosa?” chiese l’agente di polizia locale, rivolto al conducente di una skoda Ottavia EV rossa, che aveva fermato per non aver rispettato lo stop ad una rotatoria.
“si, il navigatore sembra impazzito” ci sta facendo girare da un ora in tondo! si lamentò lui.
“mi faccia indovinare ,è stato invitato anche lei alla cena di gala?” disse Diego, avendo impressione di star vivendo un autentico déjà-vu.
“si esatto”.
“stasera è la seconda persona che mi chiede la stessa cosa!”.
“Ci diamo una mossa?!” chiese nervosa la ragazza affianco dell’uomo alla guida.
“Tesoro calma ,il signore sta facendo il suo lavoro!”
“si..cazzo di lavoro!” disse lei alzando gli occhi al cielo.
“Scusi è un pò nervosa, stasera”, disse l’uomo ossequioso.
“sa, non vogliamo problemi” aggiunse.
Diego ,ebbe un sospetto, l’uomo sembrava troppo nervoso, e accomodante, la ragazza vestita in modo succinto, con un abitino rosso, forse minorenne.
“Vedremo” disse l’uomo severo, fece il giro dell’auto e si mise davanti allo sportello della ragazza, bussando al vetro. la ragazza lo guardò seccata e abbassò il finestrino.
“che c’è?” chiese sfrontata. ma fu la luce della torcia puntata in faccia a risponderle.
Caterina era seduta con le gambe accavallate, il corpo leggermente ruotato verso la portiera per allontanarsi il più possibile dal padre, impegnato a discutere lo stop saltato. Non degnò il poliziotto nemmeno di un'occhiata; i suoi occhi erano piantati sullo schermo dell’iPhone, la cui luce azzurrina rimandava sul suo viso annoiato una smorfia di puro fastidio. Dall'alto del suo punto di osservazione, l'agente non poté fare a meno di notare il netto contrasto tra quell'auto tipicamente familiare e l'eleganza provocante della ragazza.
Caterina indossava un miniabito rosso fuoco, un modello senza spalline che lasciava completamente nude la linea del décolleté e le clavicole. Il tessuto, interamente arricciato in fitte pieghe orizzontali, le fasciava strettamente il busto esaltandone la silhouette. Dal fianco partiva un vistoso drappeggio laterale, una cascata di tessuto leggero che ricadeva morbida lungo la portiera, sfiorando la plastica del sedile. A causa del taglio cortissimo del vestito e del profondo spacco, il gesto di accavallare le gambe offriva alla luce della torcia le cosce quasi completamente scoperte, creando una linea slanciata che terminava sul tappetino dell'auto, dove brillavano i dettagli luminosi dei sandali gioiello.
L'atmosfera all'interno dell'auto era sospesa e tesa, rotta soltanto dal ticchettio nervoso e regolare delle sue unghie curate sullo schermo del telefono. Per lei, quella pattuglia a bordo strada era solo una banale, insopportabile perdita di tempo.
“può scendere un attimo dal veicolo?” le chiese l’uomo.
“pà!” Caterina fece appello al padre.
“Perchè agente?” chiese l’uomo preoccupato.
“Solo un controllo, lei resti in auto!” gli intimò. “signorina la prego scenda un attimo” le disse portando non per minaccia ma, per pura abitudine la mano alla pistola nella fondina, ma per la ragazza fu un gesto che la convinse a scendere a più miti consigli e ad un approccio più collaborativo.
“si subito” disse. aprì la portiera, spostò le gambe per uscire, il vestito era cosi corto che inevitabilmente, l’intimo nero che lei portava sotto, finì divorato dallo sguardo dell’uomo.
“ecco” disse lei, l’aria di sfida sembrava sparita, sostituita da un'inquietudine misteriosa.
“ha un documento?” chiese l’agente.
“si..nella borsetta” rispose lei timidamente, quella timidezza le dava un area ancora più appetitosa, pensò Diego, squadrandola, era proprio il suo tipo, piccola minuta, ma con tutte le forme giuste a loro posto.
“che succede qui” disse un secondo agente che accortosi del fatto era sceso dall’auto pattuglia ed era venuto a dare supporto al collega. “Faccio solo un controllo sui documenti della signorina” disse lui sorridendo al collega.
“ha i documenti signorina” ripeté l’altro.
“si ,come dicevo al suo collega, sono nella borsetta , in auto” ora l’aria colpevole della ragazza era evidente a tutti e due.
“li prende per favore” la invitò lui.
Caterina si voltò, aprii la portiera e si chinò a prendere la piccola pochette di strasse nera con cui aveva completato l’outfit per quella serata.
“Cazzo” borbottò lei , scoprendo che la catenina della tracolla si era incastrata nella guida sotto il seggiolino, rallentandola nel recuperarla e esponendola agli sguardi avidi dei due uomini, che la fissavano affascinati e divertiti.
Nel piegarsi, i tacchi alti, accentuarono la postura e il vestito già corto di suo, messo sotto sforzo finì per ritirarsi lentamente, ma inesorabilmente sopra le natiche ,giovani e sode, completamente scoperte ,vestite solo da un perizoma nero e da una sottile striscia in silicone trasparente, che solcava la pelle tra di esse.
Ma la cosa che attirò più lo sguardo dei due agenti, fu il piccolo plug argentato che la ragazza aveva piantato nel suo ano.
“Cazzo, Cazzo, Cazzo” disse tra i denti, scuotendo il sedere, sudata e con il volto rosso per la posizione.
“Cazzo papà aiutami!" disse lei , senza sapere che uno dei due agenti, il più viscido, aveva tirato fuori il suo smartphone e ,approfittando della sua posizione aveva scattato due foto del suo magnifico culo.
“aspetta Kat” disse il padre cercando di liberare la borsetta della figlia. “ecco, forse” aggiunse tirando, ma nel farlo la catenella che di certo non era pensata per sopportare tale sforzo si spezzo.
“Cristo ,ma sei un imbranato!” le urlò contro “mi hai rovinato la Calvin Klein, ora me la ricompri!!” pretese sollevandosi.
Voltandosi, trovò i due agenti con un sorriso sornione allargato sulla faccia.
“ecco agente” disse porgendogli la carta di identità.
“Caterina Olivo, 21 anni?” chiese l’uomo “è parente dell’uomo nell’auto?” aggiunse
“si quel coglione è mio padre, sfortunatamente” disse lei.
“posso vedere la sua borsetta signorina?” fece l’altro.
“perché?” chiese allarmata la ragazza.
“che succede agente?” chiese Vittorio dall’auto.
“Lei resti in auto!” lo intimò lui. “forse c’è qualcosa che non dovremmo vedere?” chiese poi alla ragazza.
“no, non c’è niente di strano, solo le mie cose” disse Caterina stringendosi nelle spalle senza però guardarli negli occhi.
“le dispiace” disse l’agente prendendole la borsetta dalle mani.
“ma io…” disse lei.
“non si preoccupi, faremmo in un attimo le disse l’altro” passandole una mano intorno alla vita.
“va…va bene!” rispose Caterina con il fiato spezzato in gola, aveva sempre avuto un debole per gli uomini maturi e quel tizio era proprio il suo tipo, autoritario, forte , dallo sguardo severo.
“allora ,che abbiamo qui? una sigaretta elettronica, un profumo da borsette D&G, fazzolettini umidi ,delle chiavi” poi si interruppe, qualcosa aveva attirato la sua attenzione, prendendolo con due dita, dall’interno della borsa, tirò fuori un altro perizoma, questa volta viola e in pizzo. “e queste?”.
“be sono le mie mutandine” disse Caterina arrossendo.
“si, ma sembrano usate” disse l’agente che senza alcun riguardo o vergogna, prese ad annusarle. “e anche tanto, usate”.
“è che ho visto un mio amico prima di partire per como e…” si giustificò lei.
“ah è per questo che nel suo ano c’è un plug?” chiese l’agente con in mano le sue mutandine.
“ma questo cosa c’entra?” ,chiese lei confusa.
“risponda al collega”.
Caterina tenendo la borsetta sull’inguine, non riusciva a negare che quella situazione umiliante, la stava eccitando.
“su allora Caterina, non ha nulla da dichiarare?”, chiese ancora.
“si.. lui è un patito di sesso anale e io…be…gli dovevo un favore”, ammise.
“oh ecco vede… non è stato difficile” le disse, restituendogli la borsetta.
“può andare” la rassicurò l’altro.
“Sul serio?”.
“certo non abbiamo motivo di trattenerla” disse quello che le stava accanto, posando una mano sul culo e afferrandole una natica, facendola fremere.
“è davvero un bel vestito quello che indossa Caterina, ma faccia attenzione” fece l’altro, “è un attimo ,vede ,flop!” disse afferrando il tessuto sullo sterno della ragazza e tirandolo in basso in un gesto rapido, scoprendole le tette, che rimbalzarono con i capezzoli eretti al fresco della notte.
“Tutto apposto agente” disse vittorio notando lo strano movimento attorno alla figlia, ignaro che mentre lui aspettava paziente in auto, uno si era chinato sul seno della ragazza a succhiarne i capezzoli, mentre l’altro le palpava culo e fica.
“lei stia in macchina signore” gli intimò ancora.
Caterina complice di quel gioco, mentre fondeva la lingua con ognuno di loro, si ritrovò il cazzo dei due uomini in mano, non vi volle molto per portarli all’orgasmo, prima uno poi l’altro, si scaricarono sulle sue cosce e alla fine la lasciarono andare.
“Ora signore” disse il primo agente dopo essersi dato una sistemata. “passiamo a lei” aggiunse sventolando il blocchetto delle contravvenzioni.
Dopo dieci minuti l’auto ripartì, con la figlia di Vittorio, elettrizzata per un altra storia da raccontare nel suo podcast o in una diretta streaming ,e una multa da 285.90, e 5 punti decurtati dalla patente per il padre.
“Cazzo adoro il mio lavoro” fece Diego.
“Già cazzo che serata, prima la bionda, poi sta troietta mora” disse Piero, dando il cinque al cognato.
“mi sa che stasera a villa Mimosa si divertiranno un casino” aggiunse riaccendendo la panda bianca e verde, e riprendendo la loro ronda serale.
«Ha davvero fatto un buon lavoro questa volta, Vittorio» gli disse George, l’affiliato esterno dell’azienda arrivato direttamente da Londra.
«Grazie, dottore» rispose imbarazzato.
«Non sia timido, lei è un grande lavoratore!» lo incalzò l’uomo dall’aspetto aristocratico.
«Sì, mi scusi, signore».
«Su via, andiamo nel suo ufficio a festeggiare. È grazie a lei se il cliente ha firmato».
Nell’ufficio di Vittorio, pochi metri quadri in cui a stento trovavano posto una scrivania, un archivio e due comode poltrone, non c’era molto da offrire. Gli venne in mente, però, che in un cassetto conservava una bottiglia di amaro dei monaci benedettini dell'Abbazia di Vallamorosa, situata sull'Appennino Toscano.
«Mmm!… dozzinale» sentenziò l’inglese dopo averlo assaggiato, storcendo il naso e gettando nello sconforto il povero Vittorio.
«Come ha detto, scusi?»
«E questa… bellissima… signorina?» chiese l’altro entusiasta, senza rispondergli, afferrando dalla scrivania la foto di una ragazza, una delle uniche due che l'impiegato teneva esposte.
Il ritratto, custodito nella cornice d'argento, mostrava il viso di una giovane donna i cui lineamenti evocavano una bellezza fresca e naturale. Il volto era incorniciato da lunghi capelli castano scuro, setosi e ondulati, che scendevano morbidi lungo le spalle nude, divisi da una riga centrale che metteva in risalto la simmetria perfetta dei suoi tratti. La pelle aveva un colorito sano e ambrato, tipico di chi aveva trascorso del tempo sotto il sole. La fronte era alta e distesa, mentre le sopracciglia, ben definite e leggermente arcuate, sottolineavano uno sguardo intenso e magnetico. Gli occhi, grandi e scuri, esprimevano una vivacità profonda; lo sguardo era rivolto direttamente verso l'osservatore, fermo ma velato da una leggera nota di mistero. Il naso, sottile e dritto, conduceva l'attenzione verso la bocca dalle labbra ben disegnate, accennate in un sorriso appena percepibile, accattivante. A completare il quadro, sul lato sinistro del viso, poco sopra il labbro superiore, spiccava un piccolo neo che accentuava quell'aria un po' da monella, un dettaglio che trasformava la compostezza del ritratto in un'espressione maliziosa e consapevole, capace di catturare l'attenzione di chiunque posasse gli occhi sulla fotografia.
«È… mia figlia Caterina» rispose timidamente Vittorio.
«Oh my God, ma in quest’altra foto è fenomenale!» esclamò George, afferrando la seconda cornice, questa volta a doppio vetro in un formato, 30X30.
In quell'immagine la stessa ragazza era ripresa in un microscopico bikini bianco sul ponte di un cabinato, in una posa decisamente seducente. La luce naturale, diffusa e dorata, avvolgeva la pelle del soggetto ed eliminava le ombre nette, enfatizzando l'atmosfera estiva e sognante della scena.
«Siamo a Capri, sulla barca di un amico» disse Vittorio, incapace di nascondere il proprio disagio.
«Interessante…» rispose l’inglese, continuando ad ammirare il vetro.
La ragazza era inginocchiata su una superficie imbottita della barca, con le mani poggiate a terra, quasi come se si stesse accingendo a gattonare flessuosa verso l’obiettivo. Restava rivolta di tre quarti rispetto a chi la osservava, con il busto proteso in avanti e lo sguardo magnetico diretto verso la fotocamera.
little italian slut pensò tra se, l’inglese, fermando gli occhi sula curva del suo culo , piccolo ma invitante.
«Molto carina» dichiarò George al padre della ragazza.
“Grazie dottore” fece Vittorio.
Tuttavia, osservando la luce nei suoi occhi, non era difficile intuire che i pensieri suscitati da quell’immagine fossero tutt'altro che pieni di rispetto e ammirazione.
«Non è una foto recente, lì Caterina aveva quindici anni» precisò Vittorio, tendendo le mani per riavere indietro la cornice, senza successo.
George rimase conturbato da ciò che vedeva. Il viso della ragazza, dai lineamenti delicati, mostrava un'espressione intensa, fresca e fortemente maliziosa, accentuata dalle ciocche di capelli che le sfioravano le guance. La chioma scura, questa volta, era raccolta in una treccia ordinata che le scendeva lungo la schiena nuda. Oltre al micro-slip bianco a vita alta, sulle spalle portava una camicia leggera, forse di lino, di colore rosa antico, lasciata scivolare deliberatamente per scoprire la schiena e dare quasi l’illusione che fosse in topless. Dietro il parapetto della barca si estendeva una distesa marina calma, che rifletteva la luce chiara del cielo, mentre in lontananza, sulla destra, si intravedeva il profilo sfocato della costa.
Era il genere di foto che sarebbe stata bene su uno dei molti siti di escort frequentati dall’inglese, non sulla scrivania di un padre.
«Davvero deliziosa» ripeté l'uomo. E Vittorio notò che, nel dirlo, si leccò le labbra.
«Deve somigliare molto a sua madre» disse l’uomo.
«Oh sì, è bella come lei, ma purtroppo Valeria non c’è più».
«Oh, caro, mi scusi, sono stato sconveniente. È da molto che è morta?»
«Non è morta… diciamo che si è presa una pausa… per seguire un amico in Senegal… sì..una pausa», disse Vittorio abbassando lo sguardo. «Una pausa di quindici anni» aggiunse sospirando.
George ripose finalmente la cornice sulla scrivania, ma i suoi occhi rimasero fissi sull'immagine per qualche istante ancora, prima di risalire verso Vittorio con una condiscendenza aristocratica che si mescolava a una fredda determinazione.
«Quindi ha cresciuto la ragazza da solo?»
«Praticamente, sì» rispose l'impiegato, stringendosi nelle spalle.
«Non deve essere stato facile!».
«A volte sì, altre meno».
«Immagino. Con una ragazza così, le avrà dato parecchi grattacapi».
«Che intende?».
«Beh, una giovane donna così bella, dallo sguardo consapevole e disinibito, deve aver avuto molti spasimanti e corteggiatori» disse l'inglese, accarezzando la foto della ragazza in bikini e seguendo con il dito la linea flessuosa del suo corpo.
Vittorio, esterrefatto, non seppe cosa rispondere.
«Sa, amico mio…» esordì l'inglese, lisciandosi con studiata calma il bavero della giacca. «Sabato sera sono stato invitato a una cena di gala molto esclusiva sul lago di Como. A Villa Mimosa. È la dimora di un mio carissimo amico, un ambiente d’élite. Credo proprio che lei dovrebbe partecipare.»
Vittorio rimase gelato da quella proposta. Per venticinque anni i dirigenti del calibro di George lo avevano ignorato o lo avevano trattato come puro materiale da ufficio. Quell'invito improvviso lo lasciava confuso; forse era solo paranoico, pensò, o forse finalmente qualcuno si era accorto del suo valore e voleva premiarlo, introducendolo tra la gente che conta.
«Ne sarei onorato, George!» disse alla fine, abbozzando un sorriso.
«Benissimo. Anzi, estenda pure l’invito anche a sua figlia Caterina».
Caterina? si trovò a pensare Vittorio. Perché invitare anche sua figlia? Non ne vedeva il senso. Inoltre, la vita di una ventunenne era un compendio di appuntamenti e obblighi sociali che difficilmente, con così poco anticipo, le avrebbero permesso di partecipare.
«La ringrazio infinitamente, George…» farfugliò sentendo le guance andare in fiamme per l'imbarazzo e l'ansia. «Ma non credo sia il caso… Caterina ha ventuno anni, è un’età difficile, piena di amici, studia all'università, ha i suoi impegni e non…»
«Vittorio, Vittorio!» lo interruppe George. La voce si era abbassata di un tono, perdendo ogni traccia di finta giovialità. L'uomo fece un passo avanti, invadendo lo spazio ristretto della scrivania e appoggiando le mani sul legno, proprio accanto alla foto a doppio vetro. «Non mi fraintenda. il nostro marchio, ci tiene molto a sapere che i nostri uomini migliori siano integrati nelle pubbliche relazioni. Il rinnovo del suo contratto e la gestione dei prossimi progetti strategici dipendono anche da come l'azienda viene rappresentata in certi contesti. Rifiutare un invito del genere… beh, potrebbe dare l'impressione che lei non sia abbastanza motivato a restare nella squadra.»
Il messaggio era arrivato forte e chiaro. Non era un invito: era un ordine mascherato da opportunità. Vittorio guardò il nome impresso sulla porta del suo minuscolo ufficio, il traguardo di una vita di sacrifici e umiliazioni, e sentì un nodo stringergli la gola.
«Capisco, signore» rispose con un filo di voce, abbassando lo sguardo. «Parlerò con Caterina. Saremo presenti.»
George sorrise, un sorriso tirato e sottile che non gli raggiunse gli occhi.
«Eccellente. Sapevo di poter contare sulla sua dedizione, Vittorio. Ci vediamo a Villa Mimosa. E mi raccomando il dress code, completo elegante per lei e un abitino da sera per sua figlia… sono sicuro che la ragazza ,ci delizierà con la sua femminile presenza» concluse l’uomo.
Vittorio tornò a casa che erano le 9 passate di sera.
“Sono a casa” disse senza avere risposta “c’è nessuno?” chiese. “le luci sono tutte accese, l’aria condizionata è a manetta, quindi per forza ci deve essere qualcuno in casa, no?” disse con la voce incrinata dal pensiero dell’ultima bolletta della luce, posandola giacca e lo zainetto con dentro i documenti dell’ufficio e il laptop.
“Kat ,ci sei?” chiese ancora avanzando nel corridoio, sciogliendo il nodo della cravatta, esausto dalla giornata.
“Tata, sei in casa?”, chiese ancora ,vedendo dal riflesso della credenza in corridoio la TV accesa sul quale andavano, le immagini di un videogioco popolare tra i teenager a cui anche lui, si era avvicinato di recente per pura curiosità, Fornite!
“Tesoro ,tutte le luci accese, non è che la corrente papà non la paga…” si interruppe davanti alla scena che gli si parava davanti.
Il salone era stato trasformato in una specie di set fotografico, i due iPhone della figlia, stavano montati su dei cavalletti a differenza altezza, luci da per tutto, il tavolino di cristallo, quello che gli avevano regalato i nonni quando si era laureato, quello che aveva sempre avuto il suo posto davanti ai due divani di pelle bianca era stato messo in un angolo in malo modo, forse trascinato sul parquet visti i segni sul pavimento, al suo posto c’era un futon bianco su cui , tra una marea di pupazzi di ogni tipo, stesa a pancia sotto su un enorme orso rosa, praticamente mezza nuda, con indosso solo la biancheria intima, un completino color rosa pastello, che lasciava ben poco all’ immaginazione ,delle enormi cuffie da gaming bianche e un controller tra le mani, c’era Caterina.
Vittorio si avvicinò, per dare un senso a quello che stava vedendo, nonostante il video gioco la stanza era in un totale silenzio, interrotto da alcuni commenti della figlia, che sembrava concentrata a giocare e un costante rumore di fondo, una sorta di vibrazione ovattata.
“No raga, solo chi si abbona al mio canale e mi manda una bella Tip, può giocare con il mio gingillo!”.
“Certo, se paghi ,il sito di da accesso al comando, per un tot di tempo in base a quanto hai pagato”.
“si puoi aumentare o diminuire l’intensità ,anche se , quasi nessuno l’abbassa” ridacchiò.
il monologo di Caterina non aveva alcun senso per il padre, poi notò tra le gambe divaricate e i glutei sodi, che dalle mutandine della figlia tra le sue cosce ,spuntava una sorta di antenna viola e, una volta avvicinatosi, che il tassello sul suo inguine era completamente bagnato.
“Vecchio?” chiese Caterina “Quale Vecchio?” ripeté voltandosi.
“Pà! cazzo! che ci fai a casa?!” esclamò togliendosi le cuffie e saltando in piedi.
“Io..io.. questa è casa mia”, disse Vittorio confuso ,realizzando che il reggiseno della figlia non aveva le coppe ma solo il ferretto a sostenere il seno completamente nudo.
“ma che ore sono?” chiese Caterina coprendosi con un cuscino.
“Sono le nove quasi e dieci” la informò il padre, guardando il cronografo al polso.
“Cazzo, ho fatto sei ore di diretta?!” si sorprese lei.
“Diretta?”,
“Si cazzo pà, mi hai rovinato la diretta streaming su twitch!!",
“oh..scusami..ehi aspetta un attimo signorina!” .
“Che palle cazzo!!” disse Caterina, facendo il broncio, giocandosi la carta della piccola di casa, per passarla liscia. Carta che come al solito, ebbe il suo effetto.
“si scusa piccola, mi dispiace, la prossima volta però avvisami, quando tieni occupato il salotto, ok?” disse Vittorio, mentre un sorriso sornione celato dentro il cuscino che stringeva al petto, si allargava sulla bocca della figlia.
«Sabato a Como?» disse Caterina indossando una maglietta, osservando allibita il padre. «Sabato sera Luca e la sua band, i Dannati, suonano al Corallo, io non posso assolutamente mancare» aggiunse con gli occhi che le brillavano di frustrazione.
«Chi?» chiese Vittorio, confuso.
«Luca, il mio ragazzo».
«Ma non era Rami, quel ragazzo indiano, il tuo fidanzato?»
«Eh, papà, ma quale fidanzato! No, ci sono uscita solo un paio di volte, è un secolo che non lo vedo».
«Ma se ha persino dormito qui…» sussurrò l’uomo.
«E beh? Non è che tutti quelli che dormono qui sono i miei fidanzati!»
«Tutti… E quanti sarebbero questi 'tutti'?» chiese Vittorio, la voce incrinata dalla preoccupazione.
In quel momento, le chiacchiere che gli erano giunte all’orecchi nei mesi passati presero improvvisamente forma.
Voci a cui non aveva mai voluto credere, secondo le quali la figlia, quando lui si trovava al lavoro o in trasferta per l'azienda, era solita ospitare diversi uomini in casa, a volte più di uno alla volta.
«Comunque non posso andare a Como, punto» tagliò corto la ragazza, eludendo la domanda e voltandogli le spalle.
«Kat, ti prego. Non ti chiedo mai niente. Fa' questo per me e ti prometto che mi mostrerò grato» la supplicò l'uomo.
Tra i due, negli anni, si era instaurato un rapporto malsano. Vittorio non era mai riuscito a ottenere il vero rispetto di Caterina, soprattutto da quando Valeria, la madre della ragazza, li aveva abbandonati per scappare in Senegal con un ragazzo di colore più giovane di lei di quindici anni. Da quel giorno, Vittorio aveva perso definitivamente quella naturale autorità che dovrebbe essere tipica di un padre.
In compenso, aveva scoperto che per far leva su Caterina una ricompensa, un regalino o una concessione economica avevano molto più effetto dell’impartire un ordine o del cercare di imporre un ruolo a cui lui, da maschio beta, non si era mai sentito avvezzo.
“Va bene ,cazzo, pà, ma se mi annoio c’è ne andiamo”, pretese lei.
“va bene Tata, se ti annoi c’è ne andiamo!” le confermò.
“villa Mimosa?” chiese l’agente di polizia locale, rivolto al conducente di una skoda Ottavia EV rossa, che aveva fermato per non aver rispettato lo stop ad una rotatoria.
“si, il navigatore sembra impazzito” ci sta facendo girare da un ora in tondo! si lamentò lui.
“mi faccia indovinare ,è stato invitato anche lei alla cena di gala?” disse Diego, avendo impressione di star vivendo un autentico déjà-vu.
“si esatto”.
“stasera è la seconda persona che mi chiede la stessa cosa!”.
“Ci diamo una mossa?!” chiese nervosa la ragazza affianco dell’uomo alla guida.
“Tesoro calma ,il signore sta facendo il suo lavoro!”
“si..cazzo di lavoro!” disse lei alzando gli occhi al cielo.
“Scusi è un pò nervosa, stasera”, disse l’uomo ossequioso.
“sa, non vogliamo problemi” aggiunse.
Diego ,ebbe un sospetto, l’uomo sembrava troppo nervoso, e accomodante, la ragazza vestita in modo succinto, con un abitino rosso, forse minorenne.
“Vedremo” disse l’uomo severo, fece il giro dell’auto e si mise davanti allo sportello della ragazza, bussando al vetro. la ragazza lo guardò seccata e abbassò il finestrino.
“che c’è?” chiese sfrontata. ma fu la luce della torcia puntata in faccia a risponderle.
Caterina era seduta con le gambe accavallate, il corpo leggermente ruotato verso la portiera per allontanarsi il più possibile dal padre, impegnato a discutere lo stop saltato. Non degnò il poliziotto nemmeno di un'occhiata; i suoi occhi erano piantati sullo schermo dell’iPhone, la cui luce azzurrina rimandava sul suo viso annoiato una smorfia di puro fastidio. Dall'alto del suo punto di osservazione, l'agente non poté fare a meno di notare il netto contrasto tra quell'auto tipicamente familiare e l'eleganza provocante della ragazza.
Caterina indossava un miniabito rosso fuoco, un modello senza spalline che lasciava completamente nude la linea del décolleté e le clavicole. Il tessuto, interamente arricciato in fitte pieghe orizzontali, le fasciava strettamente il busto esaltandone la silhouette. Dal fianco partiva un vistoso drappeggio laterale, una cascata di tessuto leggero che ricadeva morbida lungo la portiera, sfiorando la plastica del sedile. A causa del taglio cortissimo del vestito e del profondo spacco, il gesto di accavallare le gambe offriva alla luce della torcia le cosce quasi completamente scoperte, creando una linea slanciata che terminava sul tappetino dell'auto, dove brillavano i dettagli luminosi dei sandali gioiello.
L'atmosfera all'interno dell'auto era sospesa e tesa, rotta soltanto dal ticchettio nervoso e regolare delle sue unghie curate sullo schermo del telefono. Per lei, quella pattuglia a bordo strada era solo una banale, insopportabile perdita di tempo.
“può scendere un attimo dal veicolo?” le chiese l’uomo.
“pà!” Caterina fece appello al padre.
“Perchè agente?” chiese l’uomo preoccupato.
“Solo un controllo, lei resti in auto!” gli intimò. “signorina la prego scenda un attimo” le disse portando non per minaccia ma, per pura abitudine la mano alla pistola nella fondina, ma per la ragazza fu un gesto che la convinse a scendere a più miti consigli e ad un approccio più collaborativo.
“si subito” disse. aprì la portiera, spostò le gambe per uscire, il vestito era cosi corto che inevitabilmente, l’intimo nero che lei portava sotto, finì divorato dallo sguardo dell’uomo.
“ecco” disse lei, l’aria di sfida sembrava sparita, sostituita da un'inquietudine misteriosa.
“ha un documento?” chiese l’agente.
“si..nella borsetta” rispose lei timidamente, quella timidezza le dava un area ancora più appetitosa, pensò Diego, squadrandola, era proprio il suo tipo, piccola minuta, ma con tutte le forme giuste a loro posto.
“che succede qui” disse un secondo agente che accortosi del fatto era sceso dall’auto pattuglia ed era venuto a dare supporto al collega. “Faccio solo un controllo sui documenti della signorina” disse lui sorridendo al collega.
“ha i documenti signorina” ripeté l’altro.
“si ,come dicevo al suo collega, sono nella borsetta , in auto” ora l’aria colpevole della ragazza era evidente a tutti e due.
“li prende per favore” la invitò lui.
Caterina si voltò, aprii la portiera e si chinò a prendere la piccola pochette di strasse nera con cui aveva completato l’outfit per quella serata.
“Cazzo” borbottò lei , scoprendo che la catenina della tracolla si era incastrata nella guida sotto il seggiolino, rallentandola nel recuperarla e esponendola agli sguardi avidi dei due uomini, che la fissavano affascinati e divertiti.
Nel piegarsi, i tacchi alti, accentuarono la postura e il vestito già corto di suo, messo sotto sforzo finì per ritirarsi lentamente, ma inesorabilmente sopra le natiche ,giovani e sode, completamente scoperte ,vestite solo da un perizoma nero e da una sottile striscia in silicone trasparente, che solcava la pelle tra di esse.
Ma la cosa che attirò più lo sguardo dei due agenti, fu il piccolo plug argentato che la ragazza aveva piantato nel suo ano.
“Cazzo, Cazzo, Cazzo” disse tra i denti, scuotendo il sedere, sudata e con il volto rosso per la posizione.
“Cazzo papà aiutami!" disse lei , senza sapere che uno dei due agenti, il più viscido, aveva tirato fuori il suo smartphone e ,approfittando della sua posizione aveva scattato due foto del suo magnifico culo.
“aspetta Kat” disse il padre cercando di liberare la borsetta della figlia. “ecco, forse” aggiunse tirando, ma nel farlo la catenella che di certo non era pensata per sopportare tale sforzo si spezzo.
“Cristo ,ma sei un imbranato!” le urlò contro “mi hai rovinato la Calvin Klein, ora me la ricompri!!” pretese sollevandosi.
Voltandosi, trovò i due agenti con un sorriso sornione allargato sulla faccia.
“ecco agente” disse porgendogli la carta di identità.
“Caterina Olivo, 21 anni?” chiese l’uomo “è parente dell’uomo nell’auto?” aggiunse
“si quel coglione è mio padre, sfortunatamente” disse lei.
“posso vedere la sua borsetta signorina?” fece l’altro.
“perché?” chiese allarmata la ragazza.
“che succede agente?” chiese Vittorio dall’auto.
“Lei resti in auto!” lo intimò lui. “forse c’è qualcosa che non dovremmo vedere?” chiese poi alla ragazza.
“no, non c’è niente di strano, solo le mie cose” disse Caterina stringendosi nelle spalle senza però guardarli negli occhi.
“le dispiace” disse l’agente prendendole la borsetta dalle mani.
“ma io…” disse lei.
“non si preoccupi, faremmo in un attimo le disse l’altro” passandole una mano intorno alla vita.
“va…va bene!” rispose Caterina con il fiato spezzato in gola, aveva sempre avuto un debole per gli uomini maturi e quel tizio era proprio il suo tipo, autoritario, forte , dallo sguardo severo.
“allora ,che abbiamo qui? una sigaretta elettronica, un profumo da borsette D&G, fazzolettini umidi ,delle chiavi” poi si interruppe, qualcosa aveva attirato la sua attenzione, prendendolo con due dita, dall’interno della borsa, tirò fuori un altro perizoma, questa volta viola e in pizzo. “e queste?”.
“be sono le mie mutandine” disse Caterina arrossendo.
“si, ma sembrano usate” disse l’agente che senza alcun riguardo o vergogna, prese ad annusarle. “e anche tanto, usate”.
“è che ho visto un mio amico prima di partire per como e…” si giustificò lei.
“ah è per questo che nel suo ano c’è un plug?” chiese l’agente con in mano le sue mutandine.
“ma questo cosa c’entra?” ,chiese lei confusa.
“risponda al collega”.
Caterina tenendo la borsetta sull’inguine, non riusciva a negare che quella situazione umiliante, la stava eccitando.
“su allora Caterina, non ha nulla da dichiarare?”, chiese ancora.
“si.. lui è un patito di sesso anale e io…be…gli dovevo un favore”, ammise.
“oh ecco vede… non è stato difficile” le disse, restituendogli la borsetta.
“può andare” la rassicurò l’altro.
“Sul serio?”.
“certo non abbiamo motivo di trattenerla” disse quello che le stava accanto, posando una mano sul culo e afferrandole una natica, facendola fremere.
“è davvero un bel vestito quello che indossa Caterina, ma faccia attenzione” fece l’altro, “è un attimo ,vede ,flop!” disse afferrando il tessuto sullo sterno della ragazza e tirandolo in basso in un gesto rapido, scoprendole le tette, che rimbalzarono con i capezzoli eretti al fresco della notte.
“Tutto apposto agente” disse vittorio notando lo strano movimento attorno alla figlia, ignaro che mentre lui aspettava paziente in auto, uno si era chinato sul seno della ragazza a succhiarne i capezzoli, mentre l’altro le palpava culo e fica.
“lei stia in macchina signore” gli intimò ancora.
Caterina complice di quel gioco, mentre fondeva la lingua con ognuno di loro, si ritrovò il cazzo dei due uomini in mano, non vi volle molto per portarli all’orgasmo, prima uno poi l’altro, si scaricarono sulle sue cosce e alla fine la lasciarono andare.
“Ora signore” disse il primo agente dopo essersi dato una sistemata. “passiamo a lei” aggiunse sventolando il blocchetto delle contravvenzioni.
Dopo dieci minuti l’auto ripartì, con la figlia di Vittorio, elettrizzata per un altra storia da raccontare nel suo podcast o in una diretta streaming ,e una multa da 285.90, e 5 punti decurtati dalla patente per il padre.
“Cazzo adoro il mio lavoro” fece Diego.
“Già cazzo che serata, prima la bionda, poi sta troietta mora” disse Piero, dando il cinque al cognato.
“mi sa che stasera a villa Mimosa si divertiranno un casino” aggiunse riaccendendo la panda bianca e verde, e riprendendo la loro ronda serale.
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