Brivido al Traguardo

scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 20 min

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Parte 1. Motor Show
In un piazzale assolato del Motor Show di Bologna, tra due file di vetture Gran Turismo di lusso, una giovane donna dai capelli ramati camminava con aria sfacciata ed elegante, ignorando gli sguardi que inevitabilmente attirava.
Indossava un abito lungo in raso beige, caratterizzato da un tessuto scivoloso e lucente che ne esaltava la silhouette. Il vestito era leggero, tanto da aderire al corpo nei punti in cui le sue forme erano più generose: mostrava il volume del seno, il piercing che le decorava l'ombelico e la linea sottile del perizoma sui fianchi e sull’inguine. Il capo presentava una scollatura morbida a cappuccio sul davanti e spalline sottilissime che si incrociavano sulla schiena, mentre una profonda apertura laterale, che saliva fino alle anche, scopriva le gambe a ogni passo.
Al collo portava una collana sottile decorata con piccoli ciondoli a quadrifoglio, abbinata a grandi orecchini a cerchio che le incorniciavano il viso. Entrambi i polsi erano ornati: a destra spiccavano alcuni bracciali rigidi e sottili, tra cui uno con un dettaglio a cuore, mentre a sinistra spuntava un cronografo dorato da uomo dal design classico. Con la stessa mano sinistra reggeva i manici sottili di una borsa in tinta con l'abito. Sotto gli occhiali da sole aviator che le coprivano gli occhi, su un viso valorizzato solo da un accenno di trucco per conservare un'aria acqua e sapone, sfoggiava un sorriso delicato, magnetico e pieno di consapevolezza.
Si aggirava tra la folla, che passava continuamente dall'ammirare le auto da sogno in esposizione allo scattare qualche souvenir digitale con gli smartphone, rapita da quella bellezza mozzafiato che camminava da sola in mezzo a loro. Chiara sembrava ignorare tutti, persone e vetture, finché non raggiunse una supercar dal profilo basso e aggressivo, progettato per massimizzare l'aderenza e l'aerodinamica.
«È una Ferrari 458 Italia... Il motore da 4,5 litri eroga 570 cavalli, scatta da 0 a 100 in meno di 3,4 secondi e supera i 325 chilometri orari di velocità massima. Ha un cambio F1 a doppia frizione a 7 rapporti e Pininfarina ha disegnato queste curve per incollare l'auto all'asfalto senza bisogno di vistosi alettoni...», disse un uomo in completo elegante, tradendo un marcato accento milanese.
Lei sollevò lo sguardo e gli sorrise, lasciandolo parlare.
«Decisamente meravigliosa», aggiunse lui, ma era chiaro a entrambi che non si stesse riferendo all'automobile.
Sembrò apprezzare; era un bell'uomo, forse un po' troppo maturo per i suoi gusti, ma di certo dotato di fascino.
«Ha solo un grande difetto», continuò lui, aprendo la portiera dell'auto con un sorriso, «una ragazza bella come lei seduta sul posto del passeggero». Così dicendo, sollevò un piede e lo posò sulla ruota anteriore, come se la stesse invitando a seguirlo.
«Ha ragione», rispose lei, togliendosi gli occhiali senza perdere quell'aria seducente e fissando i suoi occhi nocciola in quelli dell'uomo, «ma io queste auto preferisco guidarle!».
L'uomo trasalì nel riconoscerla. «Aspetti... ma lei è Chiara, Chiara Grifone della Grifone Racing!»
«Sì», gli sorrise lei. «E il suo piede è sulla mia auto.»
L’uomo lo ritirò dalla ruota anteriore con uno scatto quasi comico, come se quel cerchio in lega a cinque razze fosse diventato improvvisamente rovente. Il sorriso da consumato seduttore si sciolse in un'espressione di puro stupore e reverenziale imbarazzo. Davanti a lui non c'era una semplice modella o un'appassionata, ma la prima donna italiana a girare su un circuito di Formula E: a soli ventuno anni, Chiara era già una diva del motorsport.
«Mi perdoni Chiara, non l’avevo riconosciuta senza… beh, la tuta e il casco», tentennò l'uomo, sistemandosi la giacca del completo e sentendosi improvvisamente piccolissimo.
«Sì, di solito indosso dei vestiti un po' più femminili quando esco di casa», disse lei, richiamando l’attenzione dell’uomo sul suo abito e su ciò che c'era dentro.
«E le sta benissimo», arrossì lui, cogliendo l’invito.
Chiara lasciò andare una breve risata sommessa, un suono cristallino. Fece un passo avanti, facendo ondeggiare il raso beige del vestito che tornò ad aderire morbido sui fianchi, poi infilò gli occhiali da sole nella scollatura dell'abito. L’uomo, ora così vicino, ebbe l’impressione che sotto il raso il seno della ragazza fosse nudo; dovette fare uno sforzo per non fissarlo.
Lei ne era perfettamente consapevole. Sapeva cosa pensasse la gente, come gli uomini la guardavano e la desideravano, e come i critici l’attaccavano per essere troppo bella e, soprattutto, donna in quel mondo che apparteneva agli uomini. I detrattori dicevano che fosse lì solo per la sua bellezza, arrivando a negare un talento cristallino dimostrato fin dagli esordi. I pettegolezzi erano cresciuti quando Faris Al Thani, il giovane erede di una casa reale del Golfo Persico, dopo averla scoperta sui social e incontrata durante una vacanza sul Mar Nero, si era offerto di finanziare la scuderia del padre fino a portarla al massimo livello delle competizioni su pista.
Ma Chiara, che amava l’automobilismo ,passione condivisa con tutta la sua famiglia, dal nonno al padre ai tre fratelli , e che a sedici anni già dominava in Formula 3, in soli cinque anni era volata sul tetto del mondo. Sentiva di non dover dimostrare niente a nessuno, se non a se stessa e a suo padre Walter, il suo capo meccanico e mentore.
«Non si preoccupi, ci sono abituata. Dopotutto, la scheda tecnica la conosce bene e io questo lo apprezzo», rispose lei, sfiorando con la mano sinistra il profilo della portiera aperta. Il cronografo da uomo che portava al polso brillò sotto il sole cocente di Bologna. «Solo che preferisco stare sopra, guidare, spingere a fondo il pedale, far salire i giri del motore e scaldarlo fino a portarlo al limite. Sentire il pistone battere bene fino in fondo, piuttosto che fare da passeggera inerte».
L'uomo incassò il colpo con un sospiro pieno di desiderio, capendo l’allusione della ragazza, mentre Chiara saliva a bordo della sua 458 Italia. Il raso dell'abito scivolò leggero sul sedile avvolgente, spostandosi a causa del vento che aveva cominciato a soffiare e mostrando le cosce tornite e ciò che era appena celato sotto la biancheria finita esposta al suo sguardo.
«Le auguro una buona giornata, signore», gli sorrise, sollevando l’altro piede per portarlo dentro l’abitacolo e chiudendo la portiera, lasciando l’uomo fuori, estasiato e confuso.
«È ora di andare a fare un giro, piccola», disse sfiorando il cruscotto dell’auto. Con un gesto rapido della mano destra, adorna di bracciali dorati, premette il pulsante d'accensione rosso sul volante.
Il V8 aspirato da quattro litri e mezzo prese vita con un ruggito secco e metallico, che fece vibrare l'asfalto del piazzale e zittire il brusio della folla. Questa ora iniziava ad accalcarsi, dopo che si era sparsa la voce che la nuova diva della Formula E, si trovava tra loro. Chiara sollevò lo sguardo nocciola, regalò all'uomo un ultimo sorriso magnetico e inserì la prima marcia con il paddle in carbonio, pronta a muoversi tra la folla del Motor Show che la circondava.
Sentì gli sguardi su di sé come una mano pesante che si posava sullo stomaco e la opprimeva. Non era solo una bella ragazza alla guida di un'auto da sogno, o un'atleta capace di raggiungere traguardi che alla sua età in pochi avevano tagliato ,come le due vittorie e i cinque podi totali, inclusa la storica vittoria all'E-Prix di Tokyo rimontando dall'ultima posizione in griglia dopo un incidente durante le qualifiche. No, per tutti quelli che avevano uno smartphone e seguivano il gossip, lei era la "Volpe Rossa": così l’avevano ribattezzata per lo più i media nel modo più viscido.
Era esasperata dal gossip che si mostrava spietato sulle sue scelte personali, sempre pronto a sbattere in prima pagina ogni suo sbaglio e ogni sua abitudine. Il partecipare alle feste anche prima di una gara, i molti uomini con cui si accompagnava, le sue scelte di abbigliamento sempre audaci venivano descritti come i comportamenti di una ragazza di ventuno anni viziata, capricciosa, che ama giocare con l’immagine del proprio corpo e provocare. Perfino la scelta di praticare il topless su uno yacht, a bordo piscina o in spiaggia a Saint-Tropez ,diventava virale sui rotocalchi e sui social.
All’inizio Chiara si infuriava nel vedere la propria privacy violata in quel modo e per i giudizi morali che ne seguivano. Poi Rocco, il manager della scuderia, sempre cinico e calcolatore, le aveva detto durante una discussione a tre a cui era presente anche suo padre:
«È pubblicità. Che se ne parli bene o male, basta che se ne parli». E poi, senza alcun riguardo per la ragazza che conosceva da quando era solo una bambina con il sogno della Formula 1 , poiché per lui contavano solo i numeri e le cifre , aveva aggiunto: «Sei una bella ragazza, sfrutta la cosa. Hai già un profilo su Instagram e uno su X; aprine uno anche su OnlyFans, così pagano se vogliono vederti le tette».
Non furono quelle parole a far contorcere lo stomaco alla ragazza, che di certo non aveva alcun problema a mostrarsi, ma il consenso tacito dell’uomo presente, che avrebbe dovuto tutelarla e proteggerla più di tutti: suo padre.
“se va bene a te papà” si era detta lei, un pò furiosa, per come il padre sembrava interessato più alla sua carriera che al suo benessere. Cosi, aveva seguito il consiglio del suo manager, aveva cavalcato l’onda, anzi, l’aveva alimentata, con contenuti sempre più espliciti al limite del ban, sui social e piccanti sull’account bianco e blu e ,come aveva previsto l’uomo, avevano portato nuovo interesse, linfa e clamore alla scuderia, che si poteva definire, tra le più chiacchierate sul web.
Parte 2. Fuga in Autostrada.
L’autostrada scorreva veloce intorno alla furia rossa guidata da Chiara; in poco meno di un'ora sarebbe arrivata a Milano, la sua meta per quel venerdì sera.
Il display al centro del cruscotto si illuminò: “Chiamata in entrata”.
«Ciao, Rocco, cosa c’è?», chiese lei, già divertita dalla sfuriata del manager.
«Chiara, cazzo! Avevamo un accordo con la direzione della fiera per tenere l’auto fino a domani! Quella macchina è un magnete per i media, e l'emiro non ha investito milioni nella scuderia per vederci fare una figura del genere con l'organizzazione!», sbuffò Rocco dall'altro capo del telefono, con la voce incrinata dal nervosismo.
«L’auto è mia, ho lavorato per averla e mi andava di farci un giro», disse lei al vivavoce, increspando le labbra in un sorriso malizioso, accarezzando il volante.
«Ma eri d'accordo anche tu!», le fece notare l’uomo.
«No, eravate d'accordo voi, tu e mio padre. E poi non mi va che degli estranei mettano le mani sulla mia piccola.»
Chiara scalò la marcia con un colpo secco del paddle sinistro. Il V8 alle sue spalle cacciò una fucilata nello scarico che riempì l'abitacolo, coprendo per un istante il vivavoce. Un sorriso ,questa volta amaro, e un pò strafottente le si dipinse sulle labbra.
«Tarek ha regalato questa macchina A ME, Rocco, per i miei diciott'anni. Ho aspettato tre anni prima di poterla guidare legalmente su strada. E ora che posso scatenarla quando voglio, voi la mettete in mostra per farci fare i selfie alla gente? No, questa macchina è mia, non della Grifone Racing», replicò lei, mentre i fari della 458 Italia tagliavano l'oscurità dell'autostrada, lasciandosi dietro il traffico come se fosse fermo. «Ve l'ho prestata solo per fare scena in mezzo alle altre Gran Turismo. Mio padre e tu dovreste ricordarvi dove finisce il team e dove inizio io.»
«Ma Chiara, la fiera...»
«La fiera, la fiera!” urlò esasperata “Ho passato due giorni a fare foto e a firmare autografi», lo interruppe lei, stringendo le dita sul volante in pelle, «mentre tu e mio padre facevate gli splendidi, rilasciando interviste e stringendo mani!»
«Ma anche quello è lavoro, Chiara», ribatté Rocco, cercando di usare un tono ragionevole.
«Lavoro?», chiese la ragazza, con una nota di puro nervosismo nella voce. «Anche fare pompini su un divanetto di plastica nel retro dello stand fa parte del lavoro?»
Dall'altoparlante arrivò solo un respiro spezzato. «Ma che stai dicendo?», chiese Rocco, visibilmente confuso e spiazzato.
«Sì, nello stand, venerdì, quando papà mi ha presentato a quell’americano, l'ingegnere».
«Lancetti?».
«Sì, proprio lui. Come credi si sia convinto a cedere i progetti della nuova distribuzione a noi?».
Rocco rimase in un silenzio tombale, pesante, rotto solo dal sibilo dell'aria contro il parabrezza della fuori serie. Chiara sentiva il proprio respiro accelerato, ma i suoi movimenti sui comandi restavano fluidi, glaciali.
«Ci vediamo lunedì ai box per il briefing. Ora lasciami guidare.»
Senza aspettare la replica, Chiara premette il tasto sul volante e buttò giù la chiamata.
Parte 3: L'inizio del flashback
Il flashback si spalancò nella mente di Chiara con la stessa violenza di un testacoda a trecento all'ora, riportandola a ventiquattr'ore prima, nel retro dello stand della Grifone Racing.
Ricordò il caldo asfissiante e la stanchezza di una giornata di fiera passata tra flash e sorrisi forzati offerti agli obiettivi; tra interviste più focalizzate sugli aspetti chiacchierati della sua vita privata ,che sul suo impegno sportivo, e giudizi sull’auto di quell’anno o sugli avversari in pista.
Da un lato era stata ben lieta di sottrarsi a quel supplizio, ma ciò che l’attendeva la rendeva ancora più nervosa.
L’aria interna era satura dell'odore di moquette nuova e plastica riscaldata dai faretti. Chiara indossava la tuta da gara ufficiale bianca e rossa con il Grifone dorato, simbolo della scuderia e della livrea della sua auto da corsa, portava stanca il casco in una mano, era servito per fare le foto con in fan.
“Chiara!” l’aveva chiamata con un tono urgente suo padre.
“che c’è pà!” aveva risposto lei alzando gli occhi al cielo, rassegnata all’ennesima richiesta.
Lui l'aveva presa per un braccio, conducendola oltre la tenda che separava l'esposizione dall'ufficio privato. Il suo sguardo, solitamente severo e concentrato sulla telemetria, in quel momento era nervoso, quasi disperato per quel brevetto sulla distribuzione che cercava di strappare da mesi.
«Chiara, ti prego, l'americano è di là», le aveva sussurrato all'orecchio, stringendole le dita sul gomito. «Lancetti ha i disegni che ci servono per il motore del prossimo anno. È un uomo difficile, ma ha un debole per il talento... e per le belle donne. Vai dentro, parlagli, vedi di ammorbidirlo. Fai in modo che firmi quella cessione. Sai quanto vale per il nostro futuro…»
Lei lo aveva guardato, cercando nei suoi occhi una traccia di tutela paterna, ma senza trovarlo.
«Vuoi che faccia la hostess, papà?» gli aveva chiesto.
«Voglio che salvi la scuderia», era stata la risposta secca. E prima di spingerla oltre la porta scorrevole, lasciandola sola con l'ingegnere, le aveva fatto scivolare la cerniera della tuta da pilota fino all’ombelico.
“cosi è meglio” aveva aggiunto.
Chiara si era guardata nello specchio vicino alla parete, la tuta era aperta in vita, con le maniche legate sui fianchi che lasciavano scoperta la canotta bianca umida di sudore dopo la sessione di autografi mettendo in mostra il seno generoso, avrebbe voluto dire qualcosa, avrebbe voluto mostrarsi furiosa, ma restò in silenzio.
“Adesso va piccola, rendimi orgoglioso di te!” le aveva detto baciandole la fronte e spingendola verso la porta.
Trovò l’uomo in piedi vicino a un tavolino pieno di materiale promozionale, intento a divorare con gli occhi il calendario del team. Era fisso sul paginone di agosto, dove Chiara, in una posa provocante, posava seduta a gambe aperte su un pneumatico da gara, a seno nudo e con indosso solo un microscopico paio di slip bianchi che lasciavano intravedere l'ombra del pube.
«Buonasera», esordì lei, salutandolo.
Lancetti era un uomo sulla sessantina, un uomo che aveva passato troppo tempo dietro una scrivania a disegnare progetti che a tenersi in forma, dal sorriso viscido e gli occhi stanchi che da dietro una montatura pesante, l'avevano squadrata da capo a piedi, soffermandosi subito sulla cerniera abbassata della tuta.
“Finalmente conosco la Volpe rossa!” aveva esordito.
La volpe Rossa, la Troia su di giri, la Porca elettrica, la lista dei nomignoli con cui l’avevano chiamata, era infinita e ormai non ci badava più, ma il modo in cui l’uomo l’aveva pronunciato, come se si aspettasse chi sa cosa da lei, la metteva in imbarazzo, imbarazzo che ,consapevole, non poteva permettersi.
«Che ne dice, ingegnere, andiamo direttamente al sodo e parliamo di questioni serie?», gli aveva detto lei, andandosi a sedere sul divanetto.
«Dritta al punto, mi piace.»
«Parla un perfetto italiano», gli aveva fatto notare lei.
«Perché sono italiano. Mi chiamano "l'americano" perché per un po' ho lavorato alla Ford», aveva risposto lui con un sorriso sghembo.
Ci furono pochi convenevoli e pochissime storie. L'uomo si era accomodato accanto a lei, occupando con la sua mole sgraziata gran parte dello spazio, mentre parlava pieno di orgoglio del suo lavoro.
Chiara manteneva una maschera di professionale cortesia, sebbene dei dati tecnici in quel momento non le importasse nulla. Guidare, voleva solo guidare, il più veloce possibile, il più veloce di chiunque altro in pista: era quello che l'aveva fatta appassionare al mondo dei motori. A dirla tutta, non aveva mai digerito la Formula E. Rimpiangeva la Formula 3 e la sua vecchia "Furia", così aveva battezzato la monoposto termica con cui dominava in pista ai vecchi tempi. Le mancavano il rombo brutale, le vibrazioni che le scuotevano le ossa e la carne sul sedile, l'odore acre della benzina dei motori a combustione e quel calore che, dentro la tuta, la faceva bagnare tutta, soprattutto tra le cosce, non solo di sudore.
Ma in quel retrobottega soffocante non c'era spazio per la nostalgia: le interessava solo chiudere la questione, ascoltare e assecondare le pretese di quel tizio, e uscire da lì il prima possibile.
Dopo averle spiegato senza mezzi termini, da prima sfiorandolo ,per poi afferrarle un seno e strizzando il capezzolo che premeva sotto il cotone bagnato, palesando cosa pretendesse in cambio dei suoi progetti. Ogni forma di educazione o di tatto professionale venne definitivamente messa da parte.
«Sarebbe un onore vivere l’esperienza della così chiacchierata Volpe Rossa», sussurrò l'uomo, con una confidenza brutale e viscerale.
«È sicuro di farcela?», gli rispose lei senza sottrarsi, stampandosi in volto un sorriso malizioso, la maschera perfetta di chi sa esattamente quale prezzo sta pagando.
“Mi domando come starebbero quelle magnifiche labbra intorno al mio Cazzo”, le aveva detto, senza censure, sfiorandole il viso.
Quando le dita di Lancetti le afferrarono i capelli con forza per imporre la traiettoria, verso il suo basso ventre dove la patta era aperta e il membro esposto, Chiara non chiuse gli occhi. In pista, correva a trecento all'ora non poteva permettersi di perdere visibilità, doveva restare padrona della situazione, studiare l'avversario , controllarlo. Tenne lo sguardo nocciola fisso in quello dell'americano, avvolgendo la bocca attorno al cazzo dell’uomo, lucida e implacabile.
“Oh brava cosi” le aveva sussurrato tenendole la testa e impartendole il movimento, mentre l'uomo cercava il proprio piacere in una dinamica di potere che lei, mentalmente, stava già ribaltando.
Era esperta nell’arte del sesso orale, il pompino era la cosa che concedeva più spesso.
Lo aveva concesso a tutti gli uomini della scuderia, lo aveva concesso al suo manager, Rocco, amico di famiglia, che mettendo da parte ogni riguardo, di quello non era mai sazio, ai molti ragazzi che frequentava lontano dal circuito, ad un suo fan poche ore prima, tra le lamiere roventi di due furgoni , mentre sua moglie e suo figlio , ignari lo cercavano.
Le piaceva farli, non solo perché era il metodo più veloce per arrivare all’orgasmo per gli uomini, ma perche le dava una sensazione di controllo e potere, che poche altre pratiche le garantivano, e quella sensazione si trasformava il un piacere intenso.
“oh si” gemette l’uomo, mentre lei china lo succhiava, una sua mano si era infilata dentro la tuta, e sotto gli slip, tra le sue natiche sode e trovato l’ano dopo averci giocato un pò ci aveva forzato un dito dentro.
Chiara rimase concentrata, anche se non poteva negare che quell’approccio la eccitava.
Prestava attenzione al ritmo del suo respiro, ai piccoli movimenti del bacino o ai suoni che lui emetteva. mentre il cazzo gli scorreva nella bocca, osservava la reazione, se si irrigidiva o, al contrario, si abbandonava, adattava i suoi movimenti di conseguenza, come adattava la guida , quando era sulla sua monoposto.
Lancetti, non doveva avere molta cura di se, l’odore e il sapore era quello di un uomo che non vede una doccia da giorni, ma lei lo ignorò.
“non fermarti!” l’aveva implorato lui.
Aveva imparato che la ripetizione costante dello stesso movimento può, alla lunga, desensibilizzare la zona. Cosi ogni volta, cercava di variare la velocità e l'intensità, alternando movimenti più lenti e profondi a stimolazioni più rapide e concentrate sulla punta. Sapeva che non doveva fare tutto solo con la bocca, come in pista non poteva tenere solo il piede sull'acceleratore, anche se a volte le piaceva, usare solo quella e ingoiare il cazzo fino in fondo alla gola, usare una mano o entrambe se le dimensioni lo permettevano, non era il caso dell’ingegnere, per stimolare la base del pene , i testicoli.
Quello le permetteva sia di ridurre l'affaticamento della mascella, sia di creare una stimolazione combinata molto intensa, esattamente come tenere alti i giri di un motore senza però farlo battere in testa e rovinarlo.
“Ti piace?” chiese con la bocca piena di saliva. “Sei una gran pompinara, fai onore alla tua fama sul web” le rispose lui.
lo era, non aveva alcuna vergogna per essere una ragazza che viveva la propria sessualità, aveva smesso di badare al giudizio degli altri, deciso di vivere tutti i vantaggi della sua vita.
“Questo ti farà impazzire” gli disse muovendo la lingua.
Prese ad esplorare i punti più sensibili: Il frenulo li dove la sensibilità di un uomo è più fragile. Dedicando una particolare attenzione con la lingua alternandola con una leggera suzione, per poi riprendere il cazzo nella sua bocca e ingoiarlo fino alla radice, quello ,poteva fare una grande differenza.
“oh Dio” aveva esclamato l’americano.
Fu proprio in quel momento ,quando il cazzo, era imprigionato tra le sue labbra ,che dal glande, eruppe lo sperma, riempiendole in palato, scivolando lungo la lingua ,giù nella gola, e in fine nell’esofago.
Chiara sopportò il peso liquido ,denso e rovente, di quel compromesso economico senza cedere di un millimetro, anestetizzando la realtà nell'unico modo che conosceva: gestendo quell'atto come una sessione al simulatore. Mentre assecondava gli ultimi movimenti dell'ingegnere nella sua gola, il pensiero corse al padre che ,forse, attendeva oltre la porta.
“ora, sarai orgoglioso di me ,papà?".
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