Il Clandestino. il primo BBC di Rossella

scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 36 min

di
genere
corna
cura
A−

Alessandra guardò l'amica con aria preoccupata, si avvicinava il natale del 2012, non era solo per il fatto che ancora non era riuscita a prenderle niente come regalo, c’era altro che non la lasciava tranquilla.
“Tata ma sei sicura?”.
“Di che?”.
“ Di questa cosa di portarti a casa Mohamed”.
“Ale ma tu ci hai mai parlato?”. le chiese con sguardo imbronciato.
“No…” ammise lei incapace di andare oltre i suoi pregiudizi, e all’inquietudine che provava in presenza del ragazzo.
Mohamed, un vero zanza, dallo scorso quadrimestre si era unito alla loro classe, e non aveva fatto molto per ritagliarsi un buon nome in giro. “..mi fa un pò paura” aggiunse.
“È che vedi solo il colore della sua pelle!” la rimproverò l’altra.
“Non dire cazzate!”, Cercò di difendersi, “è per le storie che girano, le risse ,il bullismo e …lo spaccio”.
Il ragazzo non si era fatto una buona nomina, anzi in molti in una forma di disprezzo lo chiamavano "IL CLANDESTINO" ma a lui non importava anzi.
Finiva spesso in mezzo a zuffe con quelli che in istituto conoscevano come i bulli del cortile e un paio di volte i carabinieri, lo erano venuto a cercare a scuola.
Molte ragazze tra quelle più carine, si erano lamentate per il suo modo, troppo diretto, di approcciarsi a loro, e una professoressa ,quella di chimica, la Luzzardi quella che a scuola veniva con i tacchi alti e la minigonna, era arrivata a denunciare una vera sorta di aggressione quando il ragazzo durante un interrogazione, si era tirato fuori l'uccello e glielo aveva sventolato in faccia davanti a tutta la classe, dopo che lei gli aveva rifilato l’ennesimo 4, anche se, la cosa si era chiusa li senza particolari conseguenze.
“Fidati Mohamed è un ragazzo dolcissimo e sensibile, ha solo un sacco di problemi”, la rassicuro Rossella.
Infondo era vero ,o almeno cosi lei si era lasciata illudere dai suoi modi accorti, per lo più gentili , avevano passato molto tempo assieme, gli si era avvicinata, avevano parlato parecchio.
“Sai, con te mi sento diverso!” le aveva detto un pomeriggio fuori scuola, mentre il vento freddo pungeva le guance. “Sento di doverti portare rispetto!”, aveva aggiunto, falso. E quelle parole le erano scivolate addosso come una carezza calda, facendola sentire speciale.
Sembrava davvero un altro, almeno con lei. Nelle ultime settimane Mohamed le aveva mostrato una versione smussata, migliore di sé: lo sforzo di tenere gli occhi sui libri, le dita che tormentavano la penna per concentrarsi, i tentativi di agganciarsi alle chiacchiere degli altri compagni di classe, anche se restavano rigidi, sulle loro. Rossella si era convinta di poter essere il suo ancoraggio. Voleva essergli utile, salvarlo.
“Sei la mia migliore amica, anzi sei l’unica”, le aveva sussurrato una mattina, il fiato caldo contro la nuca mentre salivano i gradini dell'istituto. Un istante dopo, le braccia di lui l'avevano stretta da dietro, bloccandole il passo.
Rossella era rimasta immobile, col cuore che le batteva fin dentro la gola. Si sentiva scelta, investita di un ruolo unico. Ed era per aggrapparsi a quella promessa che aveva deciso di anestetizzare tutto il resto. Aveva finto di non sentire la pressione umida e pesante della bocca di lui, incollata alla pelle tesa del collo, proprio sotto l’orecchio. Aveva ignorato l'attrito ruvido delle mani che risalivano la stoffa della polo, stringendo il seno con troppa fretta, mentre l'altra mano, scivolare più giù, prima sull ombelico scoperto, poi tuffate le dita si era introdotto sotto il tessuto elastico degli skinny jeans in ecopelle a vita bassa, graffiare l’elastico delle mutandine, e proseguire più in basso, cosi a fondo da incontrare i primi peli della sua passerina.
“Smettila stupido!” aveva ridacchiato complice lei, senza fermalo, fu quel tono ad accendere il semaforo verde per il ragazzo, le afferrò i polsi la spinse in avanti, facendole sentire tutto il suo peso contro, prese a spingere il cazzo tra le natiche.
“Scusa, non riesco a resistere!” le aveva detto.
“Dai cretino, smettila se ci vede qualcuno” aveva detto senza però far alcunché, per contenere la situazione.
Come sempre, quei pantaloni aderenti le facevano un gran culo, anche se ancora incapace di ammetterlo, Rossella quella mattina li aveva indossati ,sperando che fosse proprio lui ad accorgersi di quanto le stessero bene.
Fu solo il sopraggiungere di alcuni ragazzi, tra cui Marco, a interrompere il loro incontro.
“Ciao, Bimbo!”, disse Rossella.
Corse dal suo ragazzo ad abbracciarlo e a baciarlo sulla guancia, mentre dietro di lei, una rampa più in alto, Mohamed nascondeva l'erezione che lei gli aveva procurato nei pantaloni con le mani, mentre tra le cosce della ragazza, un calore umido ne inzuppava il cavallo.
Dopo quell’incidente, la relazione, apparentemente platonica tra di loro andò avanti, il legame, almeno per lei, si consolidò.
Così, quando lui le chiese una mano per recuperare in algebra, Rossella ne fu felice.
Non poteva negare di trovare il suo compagno di classe terribilmente fico. Le ricordava un Balotelli diciannovenne e il fatto che fosse leggermente più grande di lei, con alle spalle un passato fatto di povertà e violenza nel paese da cui proveniva, lo avvolgeva in un alone di pericolo e mistero che la ammaliava. Ogni volta che lo incontrava desiderava soltanto passare più tempo con lui.
«Vuoi una mano in matematica?»
Era stata lei a proporglielo dopo l'ennesimo brutto voto.
All'inizio Mohamed era sembrato esitante, quasi non volesse disturbarla. Poi, davanti alle sue insistenze e alla sua totale disponibilità, aveva finito per accettare.
Fino a quel pomeriggio si erano sempre visti in luoghi pubblici per studiare. Ma andare ogni volta al McDonald's stava diventando un problema per le già scarse finanze del ragazzo, così Rossella gli propose di spostare gli incontri a casa sua.
Lì avrebbero avuto tranquillità e privacy. E, soprattutto, avrebbero evitato gli sguardi e i commenti di chi, nel 2012, si scandalizzava ancora nel vedere una ragazza bianca insieme a un ragazzo nero.
«Ma non hai paura di quello che dirà la gente?» le chiese Alessandra. «Già adesso parlano tutti».
«E cosa dicono?» domandò Rossella.
«Che la ragazza più carina della classe, la cocca dei professori, esce con il...»
Si fermò prima di completare la frase.
«Con il negro?» concluse Rossella al suo posto, trovando il coraggio che era mancato all'amica.
«Io non l'ho detto!» si affrettò a rispondere Alessandra, portandosi una mano al petto.
«Me ne fotto! Quello che succede tra me e lui sono affari miei.»
“e di Marco!” Alessandra le ricordò il ragazzo che l’amava e che dedicava ogni momento libero tra gli studi e la palestra a renderla felice, sospirò.
“Si, si Marco, che c’entra?!” le rispose stizzita.
«Forse hai ragione…» fece Alessandra, non volendo irritare la sua unica amica.
«Tranquilla. Andiamo a casa mia per studiare. E poi c'è mia madre», Rossella la strinse in un breve abbraccio per rassicurarla.
«Eccolo!»
Indicò il ragazzo che stava arrivando in sella al suo Booster.
«Madonna, quanto me lo farei...» sospirò, arrossendo.
«Rò... e Marco?» la richiamò Alessandra, cogliendo nei suoi occhi il rischio di un grosso errore.
Rossella scoppiò a ridere.
«Tranquilla, scherzo.»
«Bella!»
Mohamed le salutò con un cenno della testa. Indossava dei Ray-Ban scuri, una tuta Adidas in acetato verde acido e un paio di Air Max 97 ai piedi.
Alessandra lo osservò per un istante.
Cazzo, che stile, pensò.
In quel momento capì perfettamente perché Rossella, come molte altre ragazze della scuola, avesse perso la testa per quello zanza.
«Io vado. Fai la brava, puttanella!» disse Rossella, baciandola sulle guance prima di saltare sul motorino dietro al ragazzo.
«Fai tu la brava», le rispose Alessandra, mentre li vedeva sfrecciare via, con quel nodo in gola, che proprio non voleva andarsene.
Il pomeriggio trascorse lento e carico di tensione. Rossella cercava di condividere le sue conoscenze di algebra con Mohamed e il ragazzo sembrava davvero attento, ma tra loro scorreva qualcosa di palpabile, come una corrente elettrica che nessuno dei due riusciva a ignorare.
«Ti spiace se tolgo la giacca?» chiese lui.
Gli occhi di Rossella si spalancarono per la sorpresa. Fu come se qualcuno lassù le avesse letto nel pensiero e stesse esaudendo un suo desiderio.
«No, tranquillo.»
Scosse la testa senza trovare il coraggio di guardarlo negli occhi.
Mohamed abbassò lentamente la zip della giacca. Quel rumore le fece correre un brivido lungo la schiena. Sentì il viso avvampare quando lui rimase con addosso soltanto una canotta nera aderente, che metteva in risalto il fisico asciutto e scolpito.
«Ah, grazie, zia. Stavo morendo di caldo!» disse lui stiracchiandosi.
Rossella dovette fare uno sforzo per non restare imbambolata a fissarlo.
«Già... fa proprio caldo per essere dicembre», rispose, con gli occhi che continuavano a scivolare sui suoi bicipiti ,sul torace e sulla sua pelle color carbone.
«Roxy... che ne dici se facciamo una pausa?»
«Adesso?»
«Dai, sono due ore che studiamo. Fermiamoci un attimo, cazzeggiamo un po', parliamo. Ho voglia di parlare con te. Mi fa stare bene.»
Quelle parole colpirono in pieno le insicurezze della ragazza.
«Ok...» sorrise lei.
«Bene!» esclamò Mohamed, alzandosi dalla sedia.
«Dove vai?»
«Sul tuo letto. Questa sedia mi ha fatto venire il culo quadrato», rispose con una risata.
Mohamed si alzò e fece oscillare le spalle, troppo fiero e pieno di sé per ammettere che quella camera, in fondo, lo metteva un po' in soggezione.
Lui veniva dai palazzoni, dalle panchine di piazza Selinunte, dove il massimo del lusso era non farsi beccare dalla Locale o farsi ammazzare di botte dai marocchini. Lì dentro, invece, aleggiava quel tipico profumo di bagnoschiuma costoso, mescolato all'aria condizionata e a quell'odore dolce e femminile che associava alle fantasie più sconce.
La camera di Rossella era la testimonianza del benessere in cui la ragazza era cresciuta. Le pareti, dipinte di un morbido bianco panna, erano intervallate da mobili laccati color rosa confetto, eleganti e perfettamente coordinati. Tutta un'altra cosa rispetto all'arredamento raccogliticcio della stanza, fatto da mobili recuperati per strada, tra sudiciume e sporcizia, che divideva con altri tre fratelli.
Rossella, in quella cameretta, ci aveva stampato sopra tutta la sua adolescenza, coprendo quasi ogni centimetro di muro con libri, cd, poster e fotografie.
C'era la locandina gigante di Breaking Dawn, l'ultimo capitolo di Twilight uscito al cinema, con i volti pallidi di Edward e Bella che dominavano la parete sopra la testata del letto.
Quella laterale, invece, era diventata una specie di santuario adolescenziale. Tra i poster dei One Direction e le fotografie delle amiche che facevano la bocca a papera o si passavano la lingua tra le dita aperte a V, spiccavano ritagli di giornale, post-it e fotografie.
Ai piedi del letto era appeso un poster quasi a grandezza naturale di Mario Balotelli con la maglia dell'odiata Inter. Un colpo al cuore per lui, che era milanista da ancora prima di arrivare in Italia.
Film di merda, Squadra del cazzo, pensò Mohamed.
Le suole delle sue Air Max scricchiolarono sul parquet lucido mentre si dirigeva verso il letto di Rossella.
«Cazzo, quanti peluche...» disse osservando quella sfilata di facce tonde e colorate che lo fissavano dai cuscini.
C'era Pucca con la sua solita espressione a occhi chiusi, un gigantesco Julius di Paul Frank accanto a uno SpongeBob grande come un bambino di 5 anni e una Hello Kitty bianca e rosa.
Questa tipa è una mocciosa, pensò con disprezzo. Lui l'infanzia l'aveva persa ancora prima di imparare a parlare bene.
«Sì, lo so... è una sciocchezza. Li ho da quando ero bambina e ci sono affezionata», provò a giustificarsi Rossella, rimproverandosi di non averli nascosti prima del suo arrivo.
«Mocciosa»
«Smettila, pirla!» Rossella non notò il tono di disprezzo usato dal ragazzo.
«Ti dispiace se mi sdraio?»
«No», disse lei, la sua fantasia correva veloce e a ogni respiro le risultava sempre più difficile tenerla a bada.
Mentre sprofondava tra i cuscini e i pupazzi, lo sguardo di Mohamed analizzò la stanza come quello di un ladro pronto a fare l'inventario.
Sul copripiumone spiccava il MacBook bianco, l'ultimo modello, acceso, con la schermata azzurra di Facebook e la chat che non smetteva di aggiornarsi. Lì accanto Rossella aveva lasciato anche il suo BlackBerry lucido, visto a scuola e aveva sempre voluto fotterglielo. Erano in pochi, tra quelli che conosceva, a poterselo permettere: pezzi grossi, tizi del giro giusto. Sarebbe stato benissimo nelle sue mani.
Accanto al cuscino c'era una Smemoranda aperta, gonfia di foto fatte alle macchinette di Cadorna e scontrini di Abercrombie, sormontata da un paio di cuffie Wesc viola acceso. Erano le stesse che sua sorella Patricia desiderava da sempre e che lui non aveva mai trovato i soldi per comprarle.
'Sta tipa è piena di soldi, pensò, cercando di decidere cosa si sarebbe portato via prima di lasciare la casa della ragazza.
Gli scappò un mezzo sorriso sotto i baffi. Uno di quei sorrisi storti e spavaldi che gli comparivano quando sentiva di avere il controllo della situazione, quando intuiva di poter ricavare qualcosa a proprio vantaggio da una giornata che, fino a quel momento, era stata di una noia mortale.
Si allungò sul piumone con l'arroganza di chi si sente già padrone di casa, incurante di aver quasi schiacciato la borsa di Alviero Martini che Rossella aveva lasciato sul bordo del materasso.
“c’è un buon odore”, disse ispirando forte con il naso.
“è Moschino, non uso altro!” gli confermò lei, che amava spruzzare quel profumo ovunque.
“no, è profumo di fica, fica bagnata, fresca e pulita”, sussurrò piano, quasi in modo indistinguibile.
“cosa?” chiese Rossella credendo di aver frainteso.
"Niente, volevo dire che sa di pulito”, le rispose mettendosi le mani dietro la testa.
Prese a osservarla in modo deciso Rossella cercava di reggere lo sguardo, ma il più delle volte , timida, era costretta ad abbassarlo. Lui, compiaciuto di come il suo essere,nero , il suo stile da cattivo ragazzo, la sua strafottenza, risaltassero contro i colori chiari di quella stanza da brava ragazza.
Si sistemò tra i cuscini e i pupazzi, con la schiena sdraiata sul materasso, e la studiò in silenzio. Quell'attenzione insistente la fece quasi trasalire.
«È proprio carino qui, sai, Roxy?» le disse.
«Grazie», rispose lei, mentre sentiva il fiato farsi caldo in gola.
«Vieni qui, no?» le disse, picchiettando una mano sul copripiumone maculato accanto a sé. «Siediti, che parliamo un po'.»
«Non so... mia madre è di là», rispose lei, esitante.
«Parliamo e basta. Non ti fidi?»
«Certo che mi fido, scemo!» ribatté Rossella, alzandosi e andando a sedersi accanto a lui.
«E poi mio padre è uno sbirro», gli ricordò con un sorriso.
«Ah già... un appuntato dei caramba, giusto?»
«Maresciallo», precisò lei.
Mohamed annuì.
C'era qualcosa di adrenalinico nel trovarsi lì, nella camera della figlia di un maresciallo. Nel suo mondo quelli come suo padre erano sempre stati dall'altra parte. Autorità, divise, controlli, qualcosa da cui scappare.
Guardò Rossella e sorrise tra sé.
Quella cosa avrebbe dovuto metterlo a disagio. Invece lo divertiva. La ragazza, non era soltanto la più carina della classe, la più brava con la media dai voti più alta, era la figlia di un maresciallo dei carabinieri e sapere che si fidava di lui rendeva tutto ancora più eccitante.
«Mi piace sempre come ti vesti. Hai stile Zia.» le disse mentre lei, esitante si avvicinava.
Un altro complimento piazzato al punto giusto.
«Grazie», sorrise Rossella, visibilmente compiaciuta.
Mohamed la osservò.Quella ragazza apparteneva ad un mondo completamente diverso dal suo. Un mondo di case belle, vacanze sulla neve e genitori che non dovevano contare gli euro prima di fare la spesa.
Il body color ocra le aderiva al corpo, mostrando il seno piccolo, ma ben tornito, senza risultare volgare. La giacca nera lasciata aperta, la gonna bordeaux con i ricami floreali, delineava i fianchi rotondi e la vita sottile, il tulle che scendeva fino alle ginocchia, le gambe non lunghe ma belle, stavano stretti dentro collant scuri a pois e le polacchine scamosciate:, vestivano i piedi.
Ogni dettaglio raccontava la stessa storia, nessun fottuto problema di soldi.
Era una di quelle ragazze della Milano bene che lui aveva sempre visto da lontano, stronze viziate figlie di papà, che si era ritrovato a frequentare da quando uscito dal Beccaria, la tipa dei servizi sociali, un pò ingenuamente e forse troppo fiduciosa, lo aveva inserito, grazie ad un programma di recupero, in uno degli istituti più prestigiosi della città.
“Hai dei bei occhi!” le disse , appena lei timidamente aveva trovato posto sul materasso vicino a lui. “hai un gran culo”, avrebbe voluto dirle ma tenne per se.
Rossella arrossì ancora, il cuore prese a battergli forte nel petto, un calore comincio a farsi intenso tra le sue cosce, pur non capendo perché.
“ma smettila stupido!” le disse stringendosi nelle spalle restando seduta ,rigida, con ogni muscolo del suo corpo teso come se si stesse preparando a saltare giu da un trampolino.
I lunghi capelli ramati le ricadevano in morbide onde, liberi e leggermente spettinati, come se il vento avesse lasciato tra quelle ciocche il ricordo del proprio passaggio. Una sottile fascia scura li tratteneva appena, più per accompagnare il movimento che per disciplinarlo.
Al collo portava più collane sovrapposte. Una fascia scura di raso le cingeva la gola, mentre sottili catenine scendevano sul décolleté fino a un piccolo pendente dalla forma antica, consumato dal tempo o almeno dall'illusione del tempo. Gli orecchini, discreti e pendenti, brillavano appena quando voltava il capo.
Mohamed non l'avrebbe mai ammesso, sopratutto a se stesso, ma Rossella, per quanto strana e cosi diversa da lui, gli piaceva davvero.
«Ti spiace se fumo?» le chiese, tirando fuori dal marsupio quello che, a tutti gli effetti, era uno spinello.
«Sì... fai pure», rispose lei, pur sapendo che la cosa avrebbe avuto delle conseguenze. Sua madre vietava a chiunque, compreso il marito, di fumare in casa.
C'era qualcosa in quel ragazzo che le rendeva impossibile dirgli di no.
«Fai un tiro?» chiese lui, porgendole lo spinello dopo aver aspirato profondamente e aver riempito lo spazio tra loro di fumo.
«No, grazie. Sto bene così.»
Eppure quella nuvola densa, che si ritrovò comunque ad aspirare tra un respiro e l’altro, prese quasi subito ad annebbiarle la mente.
«Ti piace Balotelli?» domandò Mohamed, indicando il poster con un cenno della testa.
«Sì, lo amo!» disse subito. «Da tipo... sempre.» aggiunse sollevando le spalle.
Mohamed sorrise. Di tutte le persone che avrebbe potuto scegliere come idolo, Rossella era andata proprio a innamorarsi di uno che, in fondo, gli assomigliava più di quanto fosse disposta ad ammettere.
“Mi sa che ti fai un sacco di ditalini, pensando a lui”, la provocò.
“ma cazzo dici fra?!” ridacchiò lei, senza poter ammettere che negli ultimi due anni, da quando quel poster era andato ad occupare la parete davanti al suo letto, la sera prima di addormentarsi e la mattina appena aperti gli occhi, Rossella, si sfondava la fica con le dita almeno un paio di volte.
“ma si dai, che male c’è”, disse colpendola con un gomiti sotto allo sterno.
“io non le faccio certe cose” mentì, e il pennarello grosso, che aveva fregato dallo studio del padre per non parlare dell’uniposca nel cassetto del comodino accanto al suo letto, che a volta usava assieme, in una doppia penetrazione, ne sapevano qualcosa.
“io si invece lo faccio”, disse lui.
“I ditalini?”, le chiese lei sfottendolo.
“le seghe, dei gran segoni, almeno due o tre volte al giorno!”, altro fumo si aggiunse nell’aria.
“ah!” si limitò a rispondere, mentre nella mente si proiettava l’immagine del suo amico intento nell’autoerotismo, qualcosa tra le cosce cominciò a fremere.
“secondo te chi c’è l’ha più grosso tra me e Balotelli?” le chiese Mohamed, sbuffandole in faccia una nuvola di fumo, che la fece tossire leggermente.
“che cosa?”
“L’uccello, scimunita!” ridacchiò.
“Che ne so io!” rispose lei, rossa in viso.
“ah, gia”, disse il ragazzo, sollevando leggermente il sedere e tirando giu in un sol colpo i pantaloni della tuta e i boxer che indossava sotto.
“Ma che fai sei pazzo?!”, esclamò Rossella, ritrovandosi offerto l’uccello davanti agli occhi.
“ne hai mai visto uno?”, chiese massaggiandosi l’asta.
“Certo…”,disse lei stordita.
Tre per l’esattezza, fino a quel momento escludendo quello del suo ospite.
Quello di Marco il suo ragazzo, l’unico con cui era mai stata. Considerava le dimensioni del suo fidanzato ragguardevoli, poi quello di Vittorio, suo fratello con cui spesso condividevano il bagno, che l’aveva incuriosita e non si negava di osservare quando ne aveva occasione, quello del barbone nel parco che ogni giorno glielo metteva davanti quando lei era a passeggio con la sua cagnetta. Eppure non avendo altro paragone, se non quello che trovava su internet, quello di Mohamed, era spaventoso.
“Ti piace?”, chiese lui,massaggiandosi l’asta ormai eretta, la pelle scivolata indietro a mostrare lucido e scuro il glande. Rossella esitò.
“gesù che sberla di cazzo, pensavo che quello di Marco fosse grosso, ma questo”, si sorprese ,“e i coglioni sembrano pieni!” pensò lei, cercando senza riuscirci di distogliere lo sguardo.
“Vuoi toccarlo?” le chiese Mohamed, con un sorriso che sembrava quello di uno che sapeva leggerle dentro.
“Ma sei fuori?!” rise lei, pur non negandosi lo spettacolo della mano di lui che scorreva lungo il fusto duro e prepotente.
“Boh, allora lo metto via” disse e si mosse come per recuperare i pantaloni.
“no…” Rossella lo interruppe, “è solo che vorrei che ci andassimo con calma”
«D’accordo» le disse, facendo gli ultimi due tiri dalla sigaretta. Una volta spenta in un piattino dove la ragazza teneva gli orecchini, allargò le braccia, un invito silenzioso. «Vieni qua, dai».
«Che vuoi fare?».
«Le coccole. Quelle me le concedi sempre».
Ed era vero. Capitava ovunque. Sullo schienale ruvido dell’autobus che la riportava a casa, sulle panchine di legno freddo del parchetto in piazza Emilia su cui si incontravano quasi in segreto, tra i banchi di scuola. Persino davanti a Marco testimone di quelle effusioni, che restava in silenzio con la rabbia che gli avvelenava il petto, costretto a mandare giù il rospo per non sentirsi accusare di essere troppo geloso o insicuro da lei e dalle sue amiche.
«Ok» rispose lei con una voce che si fece improvvisamente mielosa.
Si sdraiò accanto al ragazzo, cercando il contatto, e poggiò la testa sulla sua spalla. Dall’incavo dell’ascella saliva un odore denso, muschiato, di sudore maschile e pelle calda. Rossella, stretta al corpo del suo amico con l’erezione di lui ancora scoperta e in bella vista tra loro, si sentì scivolare in un'estasi liquida, che le azzittiva ogni pensiero.
«Stai comoda così?».
«Sì, perché?».
«Togli il cardigan, almeno. Mi fai venire caldo solo a guardarti».
Rossella tornò a sedere. Lo sfilò, avvertendo per un istante il brivido dell'aria fresca sulla pelle nuda delle braccia, e fece per girarsi verso di lui, pronta a riprendere il posto che aveva appena lasciato sul suo petto.
«Togli anche la gonna, no?».
«Ma anche no!» disse lei, con una risata che oscillava tra un vago timore e il divertimento.
«Sotto hai i collant e il body, è come stare in palestra» la incalzò lui, con una logica stringente che le accarezzava la vanità.
«Cazzo, che osservatore!» sorrise lei, accesa dal piacere sottile di sentirsi così guardata, studiata in ogni dettaglio.
«Sì, hai ragione». La gonna scivolò via, finendo sul pavimento insieme al cardigan.
«Ti voglio proprio bene, Tata» le disse Mohamed, tirandola a sé , baciandole una tempia, e abbracciandola con una stretta vigorosa. Anche se quelle parole facevano parte di un copione già scritto, di quel rito di seduzione che portava avanti millimetro dopo millimetro, in quel momento erano vere. Mohamed sentiva un peso sconosciuto muoversi dentro di sé. Voleva bene a quella ragazza, ma nell’unico modo in cui aveva imparato a possedere le donne: una vicinanza carnale, urgente, priva di troppi sentimenti ma governata dal desiderio, da un richiamo naturale e impellente che gli incendiava il sangue.
Il calore del suo corpo aumentava a ogni respiro, il battito del cuore batteva dritto contro le costole di lei, e quell’erezione tra le gambe, ormai impossibile da ignorare per entrambi, era la testimonianza fisica di quella fame.
«Lasciami, pirla, non riesco a respirare» ridacchiò lei, mezza soffocata contro quel petto così forte e prepotente. Ma intanto, intrappolata in quella morsa, sentiva la carne di lui premere prepotente, dura contro la coscia e, più giù, l'intimità fremere di un'umidità improvvisa e caldissima.
«Ci vorrebbe della musica» disse lei, respirando a fatica quando per errore, il suo palmo si chiuse sulla cappella umida di lui, fissando i suoi occhi nocciola in quelli neri, densi e impenetrabili del ragazzo. Nella sua camera, tra le pareti tappezzate dai poster e il letto ricoperto di cuscini e pupazzi, il silenzio cominciava a sembrarle troppo pesante.
«Sì, ma niente Pausini!» la avvertì lui, pur muovendo la mano lungo la coscia di lei, con quel tono ruvido che usava sempre quando voleva mettere confini tra la sua strada e il mondo di lei.
«Ma dai! Io l’adoro!» protestò Rossella, accennando un broncio e serrando in una morsa la mano di lui tra le sue cosce.
«...Cazzo, sei tua mamma? È da vecchi!» tagliò corto Mohamed, prendendo a muovere , lento ma deciso, le dita sulla sua passerina, così deciso da strapparle un brivido lungo la schiena, facendola fremere sotto le sue dita e azzittendo ogni voglia di ribattere.
“Prendo l’ipod”, lo disse con voce di dolore, come se facesse più male a lei doversi sottrarre a quelle carezze.
Rossella si tese verso il dispositivo sul comodino accanto al letto e fece partire la musica dalle casse portatili. Non scelse una delle sue solite canzoni commerciali, ma la playlist che lui le aveva fatto scaricare da un sito pirata. Quando le note cupe dei Sexion d'Assaut e i bassi distorti di Fastlife di Guè Pequeno riempirono la stanza, Rossella avvertì una strana vibrazione al petto. Per lei, abituata a melodie pulite e ritornelli pop, quella musica era quasi un assalto: un suono sporco, metallico, che parlava di una Milano di cemento, ringhiere e sbarre che lei conosceva solo di sfuggita.
Eppure, guardando Mohamed, capì che quel frastuono era il suo respiro. Mentre le barre francesi scorrevano aggressive, Rossella sentì che quella musica ruvida, anziché dividerli, stava diventando un guscio segreto. Un ritmo che non le apparteneva, ma che in quel momento la faceva sentire incredibilmente vicina alla parte più nascosta e ferita del ragazzo.
“Sto proprio bene” disse il ragazzo, stringendola tra le braccia “Anche io” confermò lei poggiando la faccia sul petto di lui, mentre la mano si muoveva sull’addome del suo amico ad un passo dalla cappella umida e gonfia appena fuori dalla pelle.
“Mi sta vendendo un pò sonno” l’aveva avvisato lui.
Mohamed, per la prima volta nella sua vita, si sentiva al sicuro, quel senso di calore accogliente, prese il sopravvento sul desiderio, le palpebre calarono pesanti sugli occhi, prima una volta, poi un altra volta, fino a che l’obblio non lo reclamò.
“Dormi un pò, se credi” le disse lei un pò delusa.
Fece un sogno, intenso, faceva sesso con Rossella davanti a tutta la classe, davanti ai suoi amici, davanti a quell’idota del suo ragazzo, quel bravo ragazzo sempre pieno di soldi e di spocchia, che tutti adoravano.
Si scopava Rossella, non come semplice atto carnale, ma come dichiarazione di guerra verso quel mondo di snob che lo avevano sempre messo da parte.
Con durezza, senza riguardo, spingendo ogni gesto oltre la sottomissione, l’umiliazione e alla ragazza, piaceva.
L’orgasmo lo riportò alla veglia e li capì, perché quel sogno fosse stato cosi vivido.
Ci mise un attimo a riconoscere il posto dove si trovava.
“Balotelli di merda” disse osservando il poster davanti ai suoi occhi, poi lo sguardo si spostò in basso.
Rossella stava inginocchiata accanto al letto, china sul suo inguine, avida e devota, gli divorava il cazzo.
“Lo sapevo che non avresti resistito” le disse posando una mano sul culo sopra i collant, e passandogli la mano tra le natiche scoprendo , quanto l’amica fosse eccitata.
“Vieni qua, adesso ti do una lezione!” le disse afferrandola e trascinandola verso di se.
Rossella non disse nulla, rossa in viso, bocca aperta, ancora colma di saliva che si mescolava al suo sperma.
“Manda giù, su”. le ordinò ma, lei fece per sputare.
“Manda giù!”, le ripete prendendole il viso tra le dita.
Rossella stava davanti a lui a meno di due palmi dal suo viso, occhi rossi, lucidi dalle lacrime, viso paonazzo ricoperto di sudore, tentennò, volgendo lo sguardo , prima a destra poi a sinistra, “su, non lo fai mai con Marco?” le chiese.
Rossella a bocca piena, scosse la testa, no, non lo faceva, anzi, marco sembrava non volerne sapere del sesso orale, quando stavano assieme i loro incontri erano, monotoni, privi di iniziativa e fantasia.
“Allora fallo per me, e manda giù”, le disse ancora una volta il ragazzo, lei si arrese deglutendo a fatica quello che doveva essere stato un carico enorme di sperma.
«Brava piccola. Adesso passiamo alle cose serie», le disse.
Mohamed la tirò a sé sul letto, facendola stendere davanti a lui con una forza a cui Rossella, già ansimante, non offrì alcuna resistenza. Si spostò fluido tra le sue gambe e, senza alcun riguardo, afferrò i lembi dei collant, strappandoli con un colpo secco che lacerò il nylon.
«Ma sei pazzo?» gli chiese lei, con un sussulto che a stento nascondeva la spinta del sangue nelle vene.
«Stai ferma!». Lo stesso destino toccò prima al body sganciato in fretta ,poi alle mutandine sotto, ridotte a brandelli sotto le sue dita decise.
Ora l'intimità della ragazza era del tutto esposta, nuda in una mescolanza di umidità, vergogna e una strana, eccitante colpa che le toglieva il fiato.
«Mi piace che non ti radi come fanno tutte le altre stronze delle tue amiche» mormorò lui, allargandole le cosce con decisione per poi tuffarci la faccia nel mezzo.
«Cosa vuoi fare, Momi?» gli chiese lei. Ma la sua era solo un’insensata recita, un gioco di ruoli di cui conosceva già il finale. Sapeva di aver approfittato del suo amico poco prima, quando senza chiedere il permesso ne aveva assaggiato la carne, accogliendone lo sperma in gola. Ora lui, quasi per una legge non scritta, pretendeva giustamente di fare lo stesso.
Quando la bocca calda di Mohamed si incollò al suo sesso, Rossella tremò dalla testa ai piedi, lasciando andare un sospiro profondo.
Era una sensazione del tutto nuova. Marco quella cosa non gliel’aveva mai fatta, era troppo timido, troppo impacciato. Nella mente di Rossella, mentre sprofondava nel piacere, affiorò un paragone assurdo: solo un altro essere aveva osato spingersi così vicino alla sua carne, Rocky, il loro pitbull. Quando capitava, il cane le infilava il muso freddo tra le cosce; il più delle volte era divertente, e in un certo senso persino utile, visto che accadeva sempre poco prima che il ciclo le facesse visita. Una specie di allerta naturale che le permetteva di prepararsi e infilare gli assorbenti nella borsetta e a ricordarle di non indossare il bianco.
In quel momento, intrappolata sul letto, Mohamed tra le sue cosce – con la lingua incollata alle labbra turgide della sua vagina e i denti che premevano leggeri sulla carne – le ricordava proprio il suo adorato e vizioso cane: un calore animale, guidato dall'istinto puro, che la travolgeva senza chiedere il permesso.
Poi lo sguardo di lei si spostò sul poster di Balotelli attaccato alla parete, che con la sua solita espressione di sfida sembrava quasi guardarli compiaciuto. L'associazione mentale fu immediata, un cortocircuito di pura provocazione.
«Pazza, pazza Inter amala...!» prese a cantare Rossella tra un sospiro e l’altro, con la voce incrinata dal piacere, mentre la lingua ruvida del ragazzo continuava a fenderle le pareti calde e umide del sesso. «Dieci punti di distacco!» canticchiò ancora, sfidandolo apertamente nel mezzo di quel respiro affannato.
«Adesso te lo faccio vedere io, la tua pazza Inter amala!» le disse Mohamed.
Sollevò il volto, bagnato e lucido dei suoi umori, con gli occhi neri che lampeggiavano di una rabbia eccitata. Si spinse in avanti con tutto il peso del corpo, facendo pressione finché la punta turgida del suo pene non andò a schiacciarsi proprio contro l’ingresso stretto e accaldato della sua vagina.
Era stato esattamente quello che lei aveva cercato fin dall'inizio: provocarlo sul tifo, colpirlo nell'orgoglio milanista, proprio come faceva a scuola quando gli sventolava sotto il naso lo schermo del suo BlackBerry con la pagina della classifica di Serie A aggiornata. Sapeva quali tasti premere per farlo infuriare, e le piaceva da morire sentire come quella rabbia da stadio si trasformasse all'istante in una morsa carnale sul suo corpo.
Fino a quel momento, Mohamed si era sempre limitato a punirla in pubblico. Davanti agli occhi di tutti, in classe, le schiaffeggiava il culo, le afferrava i seni o le strizzava i capezzoli che restavano sempre eretti sotto la maglietta. Il suo gioco preferito era afferrare l'elastico delle mutandine che facevano capolino dalla vita dei pantaloni bassi: le tirava su con forza, in quella che lui definiva, nel suo slang di strada, la spartifica, fino a strappare il tessuto. Una volta sfilato ciò che restava di quel pizzo, glielo buttava con disprezzo in un angolo dell'aula o direttamente sul banco, per il puro gusto di umiliarla.
Rossella a scuola ci rideva su. Recitava la parte della complice, ignorando le conseguenze e facendo finta di non sapere che ogni singola umiliazione arrivava puntualmente alle orecchie del suo fidanzato. Quando poi Marco, con gli occhi lucidi di rabbia e vergogna, le chiedeva spiegazioni, lei minimizzava sempre con un sorriso leggero:
«Scherza, dai! Sta solo giocando!».
Ma lì, su quel letto, circondati dal fumo di sigaretta e dai bassi del rap di strada, non c’era più spazio per i giochi di classe. Non c'erano sguardi altrui a cui nascondersi, né maschere da indossare. Quello che stava avvenendo in quella stanza, con la punta del pene di Mohamed premuta calda contro di lei, era dannatamente vero. Crudo, carnale e spietatamente voluto da entrambi.
Mohamed la guardò dritta negli occhi, senza nascondere l’orgoglio per il membro che teneva sospeso e duro davanti al sesso di lei. Il glande lucido e rosso, gocciolava e pulsava nella carne color ebano, e sembrava quasi un mostro pronto a divorarla.
«Adesso te lo faccio vedere io, Balotelli di merda!» mormorò di nuovo, con la voce roca e il fiato pesante.
Senza darle il tempo di rispondere, si spinse ancora più addentro. Con un movimento secco, deciso, l’asta lunga e spessa superò la resistenza iniziale, sprofondando tutta in un sol colpo. Non ci fu dolcezza, né precauzioni. Solo un impatto brusco, quasi un gesto di violenza, che la spinse indietro contro il materasso con un gemito strozzato che si perse nella musica potente.
“Prendilo tutto Interista!” La frase di Mohamed rimbombò nella stanza, ma per Rossella era più un sussurro interno, un’eco del suo stesso desiderio.
Quando l’impatto la sbatté indietro, le costole presero a dolerle per lo scontro violento e, per un attimo, il mondo le girò attorno. Non era dolore. O meglio, sì, era dolore, ma un dolore pulito, necessario. Un taglio netto che separava tutto quello che era stato da tutto ciò che sarebbe stato. Come un’iniziazione. Il respiro le si bloccò in gola e per un attimo credette di svenire. Poi il corpo rispose, con una scossa improvvisa che la fece fremere e stringere, quasi per istinto di sopravvivenza, le gambe attorno alla vita del ragazzo. Lì, inchiodata a quel letto, sentendosi tutta la lunghezza e la durezza di lui dentro di sé, si rese conto di non aver mai avuto nulla di simile. Non era sesso. Era presa di possesso. E il fatto più terrificante e meraviglioso era che, nel profondo delle sue ossa, lei lo voleva. Lo aveva sempre voluto, da quel primo giorno in cui lo aveva visto entrare in classe con il suo fare da estraneo, con i suoi occhiali da sole al chiuso e quella faccia da chi non deve chiedere mai.
“oh Cazzo!” borbottò Rossella, mentre lo sentiva scorrerlo dentro di se, un pensiero, volò a Marco, il suo ragazzo, l'immagine del suo volto si formò nella sua mente, ma era quello di un estraneo, di un intruso.
Mohamed si fermò, lasciando che il suo corpo si abituasse a quella morsa calda e bagnata. Voleva godersi quel momento di trionfo, assaporare la vittoria. La sua mano, afferrò il tessuto del body, e con la stessa prepotenza di prima lo strappo dal collo alla vita ,poi feroce spinse in alto ciò che sotto il pizzo era rimasto celato troppo allungo. la sua mano grossa e scura, le afferrò il seno piccolo e sodo, stringendolo quasi fino a farle male. I polpastrelli le si conficcarono nella carne delicata, lasciando impronte rosse che sarebbero diventate lividi. Ma a Rossella non importava. Anzi, quel dolore fisico era l'unica cosa concreta in un mondo che stava dissolvendosi in una nebbia di piacere e colpa. L’altra mano le si appoggiò sul ventre, sentendo il respiro affannoso che le scuoteva il corpo, e poi scese più in basso, fino a trovare il clitoride, gonfio e pulsante. Iniziò a massaggiarlo con un ritmo lento, insistente, come per segnare il tempo della sua conquista.
«Sono meglio di Balotelli!» le sussurrò all’orecchio, con un fiato caldo e umido che le fece venire la pelle d’oca.
«sei solo uno stronzo montato, sfigato di merda!» rispose lei con un filo di voce cercando di provocarlo, chiudendo gli occhi e abbandonandosi completamente a quella lotta che si stava combattendo tra le sue cosce. "adesso vedrai, chi è lo sfigato!" le rispose e iniziò a muoversi, con colpi secchi e profondi che la facevano sbattere la testa contro la testiera del letto. Ogni spinta lei restituì un gemito, una provocazione, ogni movimento una sfida a fare peggio.
“Ti piace, si vede!” l'accusa Mohamed.
“Non è vero, coglione di merda!” lei rispondeva, ma il suo corpo la tradiva, sollevando il bacino per accoglierlo ancora più a fondo, graffiandogli le braccia ,la schiena con le unghia fino a farlo sanguinare, mordendogli le mani ,il collo fino a lasciarci il segno dei suoi denti. Rossella, voleva assomigliargli, voleva sporcarsi come lui, voleva che lui portasse sulla pelle i segni di quella battaglia come fossero medaglie. mentre lui la scopava senza le buone maniere a cui Marco l’aveva abituata.
Il rap francese continuava a martellare le pareti, un colpo sonoro per ogni spinta di Mohamed. La stanza si era trasformata in un luogo primordiale, dove le regole erano state abolite e l’unica legge era quella del desiderio.
l'apice arrivò ,in un instante, troppo presto per entrambi, il seme caldo del ragazzo colmo l'utero di lei.
I gemiti riempirono la stanza. Rossella non si rese subito conto che era la sua voce. Straziante, liberatoria, violenta. Gridò il suo nome, senza pudore, senza vergogna, gridò che era una troia, la sua troia, che non voleva altro che essere scopata da lui per sempre. Quando l'orgasmo la travolse, fu come un'onda che la sollevò e la scaraventò contro gli scogli. Un'esplosione di luce e calore che le annebbiò la mente e le scosse il corpo con violenza. Sentì le contrazioni della vagina stringere il cazzo di Mohamed, morderlo, succhiarlo fino a esaurire ogni goccia del suo sperma. Poi il vuoto. Un abisso nero e silenzioso che la accolse come una madre.
“Brava Bimba!” sospirò Mohamed, poi si lasciò cadere pesantemente accanto a lei, col respiro affannoso e il cuore che le batteva forte contro il costato. Restarono così, per un tempo che parve infinito, senza parlare, senza guardarsi. Solo il suono dei loro respiri che cercava di ritrovare un ritmo normale, e la musica che continuava a riempire la stanza, come un sottofondo per una scena che era andata ben oltre ogni copione.
Il blackberry della ragazza prese a vibrare, Rossella si destò di colpo e lo prese.
“E’ Marco!”
"lascialo perdere, stronza" le rispose Mohamed, prendendo a massaggiare il seno scoperto e adagiandosi sul suo corpo.
"non posso, se non risponde si preoccupa" le disse lei, tentando di liberarsi da lui.
"e che me ne fotte a me? rispondi, ma non alzarti"
le dita di lui continuarono la loro esplorazione, scendendo lentamente lungo il ventre, fino a tuffarsi di nuovo tra le sue cosce, ancora bagnate e calde del loro sesso.
"pronto?" disse lei, con la voce tremante, cercando di mantenere la calma.
"Ehi, amore. Come va? Tutto bene?" la voce di Marco all'altro capo del filo era dolce, premurosa, così diversa da quella roca e carica di desiderio di Mohamed.
Rossella sentì una fitta al petto, un mix di colpa e affetto. "Sì, tutto bene, amore. Sto solo studiando."
Mentre parlava, le dita di Mohamed trovarono il clitoride e iniziarono a massaggiarlo con un ritmo lento, insistente.
"Mio padre mi presta la macchina, ci vediamo stasera?" chiese marco.
"la BMW?", domandò lei ,mentre il cazzo di Mohamed da dietro le sfiorava il fiorellino plissettato del suo ano.
"Si possiamo andare al Sushi, me lo chiedi sempre e poi al cinema e vedere, la Vita di P!"
"si, che bello, non vedo l'ora!" rispose lei, e non solo per il programma della serata, ma per il fatto che il pene rigido del ragazzo alle sue spalle stava ritornando lentamente tra le pareti della sua vagina.
"Ti chiamo più tardi, baci" sospirò lui. "Baci" rispose lei, chiudendo la chiamata.
“Allora sushi e cinema?!” le chiese lui ironico, muovendosi ritmico dentro il suo sesso.
“si, sbrighiamoci devo prepararmi!”, le rispose lei alzando una coscia per agevolare il compito, afferrandosi al materasso.
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