Nido di Passera: Capitolo 2.

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 9 min

di
genere
voyeur
cura
D+

Capitolo 2.
Come ogni mattina, Michele si era concesso un po’ di tempo per sé, prima di immergersi nelle faccende domestiche e nel tentativo estenuante di esaudire le mille richieste delle sue tre figlie acquisite. Un giro al parco con il vecchio Walter, un caffè e due chiacchiere con gli amici al bar a parlare di calcio , del suo Napoli e della campagna acquisti di quella calda estate pre-campionato , di politica, che accendeva sempre gli animi, e a giocare a carte. Un gioco, quest'ultimo, per cui non si era mai sentito portato, finendo sempre per far arrabbiare chi si vedeva costretto a fare coppia con lui.
Si prendeva ancora qualche istante per leggere il giornale e guardare le belle ragazze che dalla spiaggia vicina arrivavano per prendere una bibita o un gelato. Indossavano bikini succinti, apparentemente ignorando gli uomini che le stavano ammirando, o forse complici di quel gioco fatto di sguardi e corpi seminudi. Michele, con discrezione, rubava per sé qualche ricordo di quelle grazie offerte senza pudore. Era diventato bravo a farlo: si sedeva sempre allo stesso tavolo, vicino al bancone, così quando le ragazze si fermavano in attesa di essere servite lui scattava loro alcune immagini maliziose.
Quella mattina era stata proficua. Due ragazze molto giovani erano arrivate dalla spiaggia ancora tutte bagnate. Giunte di corsa, scalze sul cemento e l’asfalto, tenendosi per mano e ridendo per aver attraversato la strada in modo azzardato, beccandosi il clacson di un automobilista troppo di fretta. Difficile dire che il loro fosse un abbigliamento da mare adeguato che rientrasse nel buon senso o nella decenza: pochi centimetri di stoffa bagnata che a stento coprivano capezzoli e pube, lasciando tutto il resto al pubblico ludibrio. Michele le aveva messe al centro del suo obiettivo per tutto il tempo in cui erano rimaste lì accanto a lui.
«Mi sa che lo zio lì si sta godendo lo spettacolo», aveva sussurrato ridacchiando all’orecchio dell’amica una delle due, notando il tizio seduto al tavolino che si fingeva indifferente, ma teneva lo smartphone puntato contro di loro.
“Che viscido” aveva risposta ridendo, invece di sentirsi offesa o violata, si era offerta divertita al gioco del guardone. Appoggiata al bancone mostrandogli il sedere, piegandosi leggermente sulle ginocchia per spingerlo in fuori. A meno di un metro e mezzo di distanza, Michele aveva potuto godersi il fiore carnoso del suo pube, strizzato dentro il tessuto bagnato delle mutandine a fantasia floreale, strette tra le natiche sode e le cosce snelle e sinuose.

Anche l’altra, forse per il costante senso di competizione che c’è tra due giovani donne , persino quando si definiscono amiche ,o forse solo per non sentirsi esclusa, aveva offerto all'obiettivo di Michele il seno. Era già grande, una terza abbondante, nonostante la giovane età, e trattenuto a stento da un bikini bianco allacciato volutamente lento per non costringerlo. Con gesto deciso lo aveva strizzato tra le braccia, facendo sì che quei due globi carnosi, umidi e appetitosi, si schiacciassero l’uno contro l’altro.
«Andiamo, scema!» le disse l'amica con un leggero tono di fastidio, gelosa, palesemente carente nella sua stentata seconda ,nella misura del proprio petto, prima di afferrarla per un braccio e trascinarla via.
“Che belle gattine!” aveva pensato tra se il vecchio marinaio, osservandole correre via, sempre tenendosi mano nella mano , sempre scalze e sempre con la stessa imprudenza, attraversare la strada trafficata, che le separava dalla spiaggia.

Dopo aver finito il suo caffè e sollecitato il povero Walter a seguirlo, era andato al supermercato: lì, tra gli scaffali di quel posto, continuava il suo dolce supplizio.
Il minimarket, gestito da due fratelli pakistani, offriva tutto quello che poteva servire a un cliente di fretta o a un turista viziato. Non era né il più economico ,anzi, i suoi erano i tipici prezzi di una località di villeggiatura dove tutto costa più caro, né il più fornito. Michele, però, ci andava per abitudine e perché era una delle sue tappe preferite per quello che lui aveva ironicamente ribattezzato bird watching. Anche se, ovviamente, non erano uccelli quelli che veniva a osservare, ma le giovani donne, turiste o locali, che affollavano i corridoi.
Quella volta lo sguardo si era soffermato su una ragazza bionda dalla figura slanciata, molto carina e decisamente rilassata. Indossava delle infradito che mostravano piedi deliziosi, sulle cui unghie brillava il rosa di uno smalto glitterato. Sopra portava una canotta bianca, leggera e un po’ larga, aperta sui fianchi, dal quale si intravedeva il pezzo superiore di un costume da bagno; sotto, a fasciare i fianchi sinuosi e il sedere alto, portava quello che era decisamente un pantaloncino da volley femminile blu elettrico. La vita era arricciata un palmo sotto l'ombelico e tenuta volutamente bassa per mostrare il tanga che indossava sotto. Non era il coordinato del reggiseno, ma un capo di biancheria intima che si arrampicava sui fianchi, stringendoli fino a formare un leggero solco sulla pelle esposta.
“guarda cosa abbiamo qui” aveva pensato lui.
La ragazza indossava dei grossi occhiali da sole dalla montatura bianca e lenti a specchio, che ne nascondevano parte del viso e gli occhi, ma da come si muoveva, rallentata in ogni suo gesto, doveva essere tornata da poco da una serata selvaggia in uno dei tanti locali del lungo mare.
Michele si avvicinò osservandola, poi tenendo in una mano il cestello della spesa con alcuni prodotti al suo interno, e nell’altra il suo smartphone si era mosso per riprendere il suo delizioso culo, mentre lei stava china, cercando di scegliere quale Biscotto ripieno di crema avrebbe placato il suo bisogno di zuccheri.
L’uomo le era cosi vicino, che ,l’immagini avrebbero rivelato, una certa umidità sul cavallo dei suoi pantaloncini, cosi vicino che il dorso della mano si era soffermato per un attimo sulle sue natiche sode.
La ragazza non sembrava essersi accorta di niente, forse intontita dagli effetti di una sbronza ancora non del tutto smaltita. Michele si era guardato attorno, il corridoio tra gli scaffali era deserto, le telecamere di sorveglianza rimanevano cieche in quel punto, tutto sembrava favorirlo.
Fissando il culo della sua giovane ospite, che dava l’idea di essersi addormentata in quella posizione scomoda, rimanendo china in un angolo maggiore di 90 gradi che non solo finiva per offrirlo ma per allargare le natiche, si domandò fin dove avrebbe potuto spingere la sua fortuna.
Fu la ragazza che barcollando leggermente premendo il suo sedere contro la sua mano ,ad invitarlo, a dare forma al suo desiderio.
Voltandosi di lato rispetto a lei, fingendo di controllare le etichette di alcune marmellate, si era fatto coraggio, aveva mosso la mano tra le sue natiche ,allungato prima uno, poi due dita li dove il calore era più umido e intenso.
Era incredibile, non solo per la resistenza mostrata nel mantenere la posa cosi a lungo ma, non si accorgesse della mano dell’uomo che, muovendosi furtiva tra le pieghe della sua carne, le impastava il culo e la figa.
Michele, l’aveva trovata calda e bagnata, una donna era entrata nel corridoio con il figlio per prendere le patatine dal dispenser, e aveva costretto a separarsene, interrompendo quel suo breve ed intenso gioco.
Appena la donna e il marmocchio furono spariti, lui era tornato dalla ragazza, con il cazzo, sollecitato dall’odore che lei aveva lasciato sulle sue dita, in tiro, premeva sotti i pantaloncini di cotone con cui era uscito quella mattina. Una fantasia prese a scivolare smaniosa, nella sua testa. mentre i suoi occhi tornavano voraci su di lei.
Non lo aveva mai fatto, non in maniera cosi evidente, ma tutto sembrava invitarlo a provarci e garantirgli successo nella sua impresa. Cosi, mentre la ragazza era di nuovo china ,questa volta indecisa su quale bibita tra un te verde e un succo di frutta fosse più indicata per strapparle l’arsura della gola, Michele si era avvicinato a lei, tirato fuori dalla patta il suo glande scoperto, umido e delicatamente , riparandosi dietro il cestino della spesa, lo aveva strofinato sul suo culo ,magrolino, ma rotondo.
“Svampita”, aveva pensato lui, muovendo con attenzione il suo cazzo in tiro, inumidendo con il liquido pre-seminale la natica destra della ragazza.
Neanche li, lei si era accorta di niente, nemmeno del fatto che l’uomo che con passo affrettato si allontanava, dopo un gesto rapido e compulsivo, aveva strusciato leggero, il suo cazzo duro tra le natiche sode, aveva eiaculato sul fondo schiena, lasciando sul blue elettrico dei suoi short in spandex lucidi da palla a volo, una sottile striscia di sperma che brillava alla luce dei neon ,e ,scivolando lenta, si andava addensando tra il solco del suo culo tornito.
“avrei voluto venire di più su quel culo magnifico” si era lamentato Michele sedendosi in macchina, con il cuore che ancora gli batteva in gola, per l’emozione di aver fatto qualcosa di terribilmente sbagliato e di non essere stato beccato.
“non avrei dovuto segarmi due volte stamattina sulle mutandine delle ragazze, prima di uscire di casa”, si era rammaricato accendendo il motore della sua minicar, ma Crystal era in pre-ciclo in quel periodo, ne aveva certezza, visto che la figlia, gli aveva chiesto di prendere gli assorbenti al super.
L’abitudine, gli aveva insegnato, che in quel periodo, le secrezioni della vagina di sua figlia, sempre generose normalmente di suo, erano più abbondanti e con un odore più pregno del solito, rendendo cosi, il tessuto delle mutandine un fiore profumato da cogliere, annusare e su cui porgere , come cera calda, il sigillo del suo sperma.
“è stato comunque, incredibile”, disse sornione, facendo manovra per uscire dal parcheggio, “e poi ho un bel po di foto nuove, con cui sollazzarmi, e da condividere con gli altri, sul sito”, si era consolato ,già pregustando i commenti entusiasti, che i suoi utenti avrebbero lasciato sul suo profilo sotto ad ogni immagine.
“Andiamo, le ragazze mi aspettano” aveva detto, mettendo responsabilmente la freccia e imboccando la strada, pronto a tornare verso casa, dove un altro dolcissimo supplizio lo attendeva.
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