Villa Mimosa: Vittoria e Domenico, Il Pegno, parte uno.
scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 15 min
di
passodalfiume
genere
incesti
cura
B−
Capitolo 2: il pegno dovuto.
Erano passate quasi due settimane da quello strano sabato sera. Vittoria ricordava poco della serata a Villa Mimosa o, forse meglio, preferiva ricordare poco. C’era stato tanto alcol , e qualche sostanza proibita. Ricordava le risate, i giochi che si erano fatti man mano sempre più adulti, ma la memoria era confusa, poco delineata.
Eppure, quando Domenico la mattina dopo l’aveva incrociata in cucina , dove lei, barcollando, si era recata per placare l’arsura della gola, come sempre mezza nuda, con solo una t-shirt bianca, a coprirla a stento, e le aveva chiesto se si era divertita, lei aveva sorriso.
«Oh sì, molto!» gli aveva risposto, con aria sbattuta ma felice.
«E Antonello?» le aveva chiesto, facendola trasalire, mentre lei gli si sedeva sulle ginocchia e lo abbracciava. Intanto il figlio provava a replicare la fortuna della sera precedente: infilando la mano tra le sue cosce e trovando il sesso nudo, prese a esplorarlo, constatandolo gonfio, dilatato e pregno di umori, come dopo un prolungato rapporto sessuale.
«Oh Dio, Antonello!» aveva esclamato.
Quando la madre scattò in piedi correndo via, in cerca del suo smartphone per conoscere il destino del ragazzo, sulla mano di Domenico rimasero le secrezioni abbondanti di ciò che lei aveva ceduto con la manipolazione.
Non aveva idea di come fosse tornata a casa, né di quale fosse stato il destino del suo giovane fidanzato: tutto era finito in un buco nero della sua memoria.
Ci vollero parecchie telefonate prima che Antonello risorgesse dalla sua tomba di eccessi e bagordi e trovasse la forza di risponderle.
Così aveva scoperto che erano tornati all’alba, il carro attrezzi aveva lasciato la Golf sotto casa sua e lui aveva preso un Uber per tornarsene a casa.
«Un carro attrezzi!» aveva esclamato, sperando di essere rimasta inudita. Preoccupata, aveva lanciato un'occhiata piena di terrore al figlio, che si stava lavando le mani nel lavandino della cucina.
Avevano avuto un incidente appena usciti dall’autostrada. Niente di particolare, nessuno era rimasto ferito o coinvolto , non era nemmeno stato necessario chiamare la polizia locale o, meglio, Antonello non aveva voluto. Erano finiti su uno spartitraffico in cemento: il peggio lo aveva passato l’auto.
Vittoria sentì un brivido di morte scorrerle lungo la schiena: si era resa responsabile dell’unico crimine che il figlio non le avrebbe facilmente perdonato.
«Il danno è grave?» aveva sussurrato al telefono, ma non ebbe il tempo di avere una risposta.
«MAMMA!!» aveva urlato Domenico dopo che dalla finestra della cucina, aver preso visione di ciò che restava della parte anteriore dell’automobile.
«Tato, stai tranquillo, ti posso spiegare tutto!» aveva cercato di calmarlo lei, chiudendo la telefonata con Antonello.
Il figlio aveva urlato, lei si era scusata mille volte, poi lui si era chiuso nella sua camera e da lì, per un bel pezzo, non sarebbe più uscito.
Vittoria, aveva passato gli ultimi dieci giorni a scusarsi con il figlio attraverso la porta della sua camera, che era rimasta chiusa.
Ogni volta che si incontravano lei accennava un saluto, lui neanche le rivolgeva la parola, usciva solo per ritirare il cibo da asporto che ordinava.
Il senso di colpa della madre, quello a cui fin troppo spesso si arrendeva, non trovò nemmeno la consolazione di un rimprovero, di una punizione che ponesse fine a quel supplizio.
No ,semplicemente Domenico usava con lei l’arma più affilata, quella che poteva farle più male, il silenzio.
Così non le restò che aspettare, andando al lavoro mesta, tornando a casa e ritrovandosi più sola di quanto fosse mai stata. Ogni volta aveva cercato un contatto, ma il figlio si era negato.
Nervosa, aveva passato notti agitate a fare sogni strani. Incubi umidi, carichi di eros e di carnalità che finivano per confonderla, a riempirla di frustrazione e, in un morboso tormento, accenderle la fantasia.
Si ritrovava stesa nel suo letto a combattere il caldo e le emozioni, con le mani tra le cosce, cercando di soffocare il fuoco che divampava tra di esse e sperando che l’autoerotismo sciogliesse il nodo che le serrava lo stomaco.
Ripeteva quella pratica ogni giorno, più volte al giorno: quella era la sua cura per combattere l’ansia. Non importava dove si trovasse: in ufficio, mentre un collega violava la sua privacy e sbirciava sotto la sua scrivania; in auto, nel traffico; in palestra sotto la doccia, a casa, nella sua camera da letto, in cucina, in bagno, in salotto. Persino nella camera di Domenico quando lui era fuori casa e lei, per sentirlo ancora vicino, si stendeva sul suo letto disfatto, affondava la faccia nel cuscino e cercava l’orgasmo con le dita nelle mutandine.
Ignorando che la webcam, continuava a riprendere tutto.
Domenico era l’unico uomo che le era rimasto accanto in tutti quegli anni, non poteva perdere anche lui.
In quei momenti di profonda solitudine, ogni volta chiudeva gli occhi in cerca di un appiglio, un gancio che la tenesse a galla nel suo corpo, la mente le offriva immagini sbiadite di carne avvolti l’uno all’altro, di gemiti, di sudore e miele liquido sparso sul suo corpo e su quello di altri; di sapori acri e alcalini nella sua bocca, di odori forti che le inebriavano la mente, con volti che si alternavano tra quelli di estranei, altri legati al suo passato e quello del suo adorato figlio.
Ma anche quando riusciva a trovare l’estasi, il senso di colpa tornava a mordere l’anima ben presto, piantandosi nel suo petto.
«Scusa Momi» aveva esordito timidamente, usando il nomignolo con cui lo chiamava da bambino, dopo aver bussato con discrezione alla camera del figlio. «È arrivato questo pacco per te» gli disse attraverso la porta.
Domenico le aprì, senza però guardarla negli occhi. Si fece da parte e la lasciò entrare, per poi andarsi a sedere di nuovo alla sua scrivania.
La stanza di Domenico era al buio, illuminata solo dallo schermo del PC e da una lampada sul comodino a fianco al letto. Il ragazzo non era mai stato molto ordinato e lei, essendo stata bandita dopo il loro litigio, non era più riuscita a sistemarla come faceva d’abitudine.
Tra scatole di cibo d’asporto, vestiti sporchi, riviste ,un mare di fazzoletti usati, l’odore pregnante di frustrazione ,delusione maschile, aveva trasformato quel posto nel covo di un Orco solitario, usando un termine fantasy che, con la convivenza, Vittoria aveva imparato a maneggiare.
«Dovresti aprire un po' la finestra, far cambiare l’aria e mettere un po' in ordine», si azzardò a dire, ricevendo in cambio un’occhiataccia. «Come dicevo… è arrivato questo per te», continuò, porgendogli il pacco.
«Non è per me», rispose lui senza smettere di giocare, lasciando la madre confusa.
«Ma c’è sopra il tuo nome», gli fece notare lei.
Domenico mise in pausa il videogioco, si tolse le cuffie lanciandole sulla tastiera e si voltò verso di lei. Incrociando le mani sulla pancia nuda, che a forza di cibo spazzatura e reclusione era aumentata a dismisura, la osservò per un minuto che parve infinito.
«È per te!» le disse alla fine.
«Oh… mi hai fatto un regalo», disse Vittoria, sperando che quello fosse il suo modo di perdonarla. Con ritrovata speranza andò a sedersi sul letto e prese a scartare il pacco. «Che cos’è?» chiese curiosa.
«Aprilo», disse lui con un tono che cercava di restare severo, anche se l'intensità del suo sguardo tradiva già un'intenzione diversa. «un regalino».
Vittoria lo guardò sollevando un sopracciglio, incuriosita. Le sue dita lunghe e curate scivolarono sulla confezione, strappando la carta senza fretta, mantenendo gli occhi fissi su quelli del figlio per studiarne le mosse. Quando sollevò il coperchio della scatola, rimase un istante in silenzio.
Dentro, ripiegati con cura sopra un letto di carta velina frusciante, spiccavano i colori accesi del costume da supereroina. Ma non si trattava affatto di una replica da fiera del fumetto ispirata al canone ufficiale; era una versione decisamente più adulta, un pezzo di audace lingerie da cosplay che si sarebbe adattato meglio al palco di uno strip club o alle fantasie più sfrenate custodite nella cameretta di un nerd, piuttosto che a essere sfoggiato in pubblico.
La parte superiore era, letteralmente, quella di un bikini imbottito senza spalline. Realizzato in morbida ecopelle di un rosso scarlatto e vibrante, presentava profili in resina dorata. Era ridotto all’essenziale, sagomato con curve sinuose per coprire a stento il seno e spingerlo verso l'alto.
Ebbe subito l’intuizione che , quel reggiseno, fosse troppo piccolo, leggendo l’etichetta interna, trovò immediata conferma alla sua impressione.
«Guarda che divertente, è una terza coppa C», disse un po’ nervosa sorridendo, per non contrariare il figlio.
«Io porto la quarta coppa D», aggiunse toccando il ginocchio del figlio.
Il top era chiaramente di una taglia più piccola del necessario: una trappola esplicita a far straripare le sue forme da quella gabbia d’oro e scarlatta.
“bello ,no?” le chiese lui, con aria un pò sadica, intuendo l’imbarazzo della madre.
«si, molto Carino», gli rispose lei, cercando di negargli il suo disagio.
«Ti piace?» chiese ancora Domenico, osservandola attentamente, in attesa di una sua reazione.
«Moltissimo», sorrise lei. In realtà, dietro a quel genere di cose non c'era mai andata, e a stento sopportava la fissazione del figlio per quel mondo; eppure, l'amore materno la spingeva a stare al gioco con indulgenza.
“va avanti c’è dell’altro!” la incalzò lui.
“Si certo ,amore” disse Vittoria.
Prelevò dalla scatola lo slip blu elettrico, anche quello in eco pelle, liscio e lucido, era costellato di stelle dorate applicate a caldo, la stoffa era così ridotta e il taglio talmente sgambato che, una volta indossato, le avrebbe coperto a stento l’inguine e lasciato del tutte esposte le natiche.
“oh guarda c’è anche una cintura” aveva detto.
Anche i fianchi sarebbero rimasti completamente nudi, solo una sottile e provocante cintura a V in resina flessibile.
Accanto al pezzo inferiore in un sacchetto di plastica c’erano gli accessori coordinati, iconici della super eroina: i bracciali rigidi per i polsi, la tiara regale con una grossa stella rossa al centro, da poggiare sulla fronte ,un insolito collare a girocollo, dal quale , pendeva un grosso anello, non sembrava molto canonico del personaggio tutti stampati in una resina dorata.
“e Questa?” chiese Vittoria, sollevando due metri di corda, dorata.
“il lazzo della verità” gli spiegò Domenico.
Quei dettagli , non erano una semplice versione perversa di una eroina iconica, emanavano un vago profumo, di dominazione, sottomissione ed esibizionismo che non lasciò indifferente la donna.
“Guarda ci sono anche, il mantello, gli stivali e la parrucca” le disse entusiasta il ragazzo.
«Oh si è vero» disse, sollevando infine dal fondo del pacco la vistosa parrucca corvina dalle onde fluenti e voluminose, un piccolo mantello rosso, e un paio di stivaletti lucidi ,rossi e bianchi, dal tacco a spillo vertiginoso che completavano l’outfit.
«È Wonder Woman», precisò lui.
«Sì… Ma cosa dovrei farci?» chiese Vittoria.
“indossarlo”.
“ma carnevale è lontano” gli rispose lei.
Domenico accennò a un sorriso. Rimase a fissarla e le disse con voce ferma: «Stasera ho una diretta e tu mi farai da spalla».
«Farti da spalla?» chiese perplessa.
«Sì, i miei follower su Twitch non fanno che chiedere di te”,
“di me?” chiese la madre “e quando mi hanno vista?”,
“be…tutte le volte che entri in camera mia mezza nuda, durante le dirette” si affrettò a dirle lui .
“Pensa che hanno pagato loro per quel costume». aggiunse per sviare la conversazione.
«Sul serio?» osservò la donna.
«Sì, e sono disposti a pagare per vedertelo indossare», aggiunse il figlio.
Vittoria colse al volo l'occasione, per ribaltare la situazione. Lasciò che sul suo volto si dipingesse un'espressione di finto sconcerto. Sgranò gli occhi, guardò il costume e poi di nuovo il figlio, portandosi una mano alla base del collo come se fosse colta da un improvviso e casto pudore.
«Vuoi che lo indossi davanti ai tuoi amici in webcam?», chiese lei, fingendosi inorridita, ignorando deliberatamente il fatto di aver già dato più volte spettacolo davanti alla webcam del figlio, che rimaneva accesa praticamente 24 ore su 24. e che inoltre Domenico, aveva riempito il suo profilo di foto di lei, in momenti intimi dove si mostrava, ignara ,indifesa ed esposta.
«Sì, mamma. mi faresti un gran favore, aiuterebbe molto il mio canale», le rispose lui, irremovibile, tenendole testa.
«Domenico... ma è troppo imbarazzante», protestò con una voce volutamente esitante e un filo più acuta del normale, recitando alla perfezione la parte della madre colta alla sprovvista. «Non vorrai davvero che...»
«infondo me lo devi, dopo quello che hai fatto», la interruppe lui, sforzandosi di mantenere una maschera di inflessibilità che lei sentiva già vacillare, sotto il peso del desiderio e di rivalsa di lui. “poi pensalo in questo modo, non è molto diverso da quando andiamo al mare dai nonni, e metti il bikini”.
«E va bene...» sospirò lei, fingendo una totale e timida sottomissione. «In fondo, hai ragione, non è molto diverso da uno dei miei bikini», aggiunse, alzandosi dal letto con un’espressione rassegnata che nascondeva il suo profondo divertimento
Esibirsi per lei non era mai stato un problema, ballando su un cubo in discoteca e alle prestando la sua immagine nelle fiere, si era pagata l’università, ma quella sarebbe stata la prima volta che a guardarla sarebbero stati alcune migliaia di estranei dietro la lente di una webcam.
«A che ora comincia la diretta?» chiese al figlio.
«Alle 20, ma tu vieni in camera mia prima», le rispose Domenico.
«Ma mi resta meno di un ora!» protestò Vittoria.
«Mamma, vedi di essere qui prima delle 20», ripeté il figlio.
«D’accordo… scusa», disse lei.
Prese la scatola tra le mani, tenendola vicina al petto come per nascondersi, e si diresse verso la sua camera da letto a piccoli passi.
«Aspetta, mamma!» le disse lui. Vittoria si voltò, pensando che il figlio volesse abbracciarla o chiederle un bacio riconciliatore.
«Prima di andare di là, metti a posto questo casino», le disse invece.
“si certo” Vittoria si piegò subito a quella richiesta.
Quella di Domenico non era solo una necessità legata all’igiene: la madre, come al solito, si era presentata da lui mezza nuda, indossando una canotta da yoga leggera, bianca e oversize, che le lasciava la schiena completamente scoperta e si apriva sui fianchi fino a mostrare la curva del seno. Sotto, immancabile, un perizoma nero di pizzo a vita alta, che finiva per mettere in risalto ciò che avrebbe dovuto essere invece coperto.
Vittoria, impegnata nel rassetto della camera, non si era accorta né che la webcam del figlio era rimasta accesa, né che lui l’aveva seguita ovunque, riprendendola con il suo smartphone.
«Ecco, ho finito», disse ancora in ginocchio, voltandosi verso Domenico.
«oh! Tesoro!» esclamò, sorprendendolo a masturbarsi sotto al suo naso. Era rimasta a lungo carponi sul pavimento della stanza, china sotto il letto a passare l’aspirapolvere e a raccogliere gli ultimi fazzoletti che il figlio aveva seminato ovunque. Con la canotta che gia di suo offriva poco riparo risalita sulla schiena ad esporre il seno, e il culo mostrato in un perizoma fatto per attirare gli sguardi, si era, offerta allo sguardo del ragazzo che, stuzzicato dalle sue grazie, aveva deciso di dare sfogo alla tensione accumulata nei testicoli, inumidiva la cappella e gli irrigidiva l’asta.
«Scusami mamma, ne ho troppo bisogno», sorrise lui nervoso, colto sul fatto, continuava a muovere frenetico la mano, ormai incapace di fermarsi a quel punto.
«Ti lascio la tua privacy», disse Vittoria arrossendo imbarazzata. Negli anni aveva beccato il figlio a darsi piacere molte altre volte, eppure mai si era trovata così palesemente presente. C’era sempre stata una porta socchiusa, una presenza non dichiarata o, come quando condivideva lo stesso letto a casa dei nonni, il silenzio complice di lei che al buio fingeva di dormire per non turbarlo.
“no, aspetta ci sono quasi, passami lo scottex!” le chiese con aria di urgenza.
Vittoria si guardò attorno, dello scottex non c’era traccia.
“presto mamma ,non c’è la faccio più!” disse in una supplica.
Presa dal panico, Vittoria seguì l'istinto , legò i capelli dietro la testa, si spostò al fianco del figlio, si sostituì a lui, nel movimento della mano e abbasso la testa sul suo inguine.
“scaricati tesoro, non preoccuparti , lo raccolgo io!” gli disse e tenendo lo stesso il ritmo serrato del ragazzo, avvolse le labbra carnose intorno alla cappella, e continuando a sollecitare l’asta , lasciò che figlio schizzasse tutto il suo seme caldo nel palato.
“Dio Mamma sei fantastica!” ringhiò tra i denti lui, incredulo.
Domenico, abbandonò ogni freno, il suo sogno diventava realtà, si scaricò nella gola della madre, Tenendole la testa con entrambe le mani e muovendosi nella sua bocca con decisi colpi del bacino.
il flusso fù talmente abbondante, che Vittoria rossa in viso , con gli occhi pieni di lacrime, ribaltati dentro le orbite su cui calavano in parte le palpebre, dovette respirare affannosamente con il naso e ingoiare fino all'ultima goccia, per non annegare.
Quando si fù svuotato, il figlio la lasciò andare.
“Grazie mamma, ne avevo proprio bisogno” le disse accarezzandole il viso.
“non preoccuparti, la mamma è qua anche per questo” rispose lei, tossendo per lo sforzo e cercando di riprendere fiato e rimettendosi in piedi.
“Ecco adesso sei apposto” gli disse pulendosi la bocca con il dorso della mano, provando una nuova e violentissima sensazione di soddisfazione, osservando il suo lavoro ,su come il figlio sembrasse irradiare un aura positiva.
“si grazie ,mille mamma” le rispose lui ,abbandonato rilassato sulla sua sedia da gaming.
“Adesso vado a prepararmi” lo salutò scoccandogli un bacio sulle labbra.
“ok, ti restano dieci minuti, poi si va in diretta, a dopo” le disse lui, soddisfatto e sicuramente più rilassato.
Erano passate quasi due settimane da quello strano sabato sera. Vittoria ricordava poco della serata a Villa Mimosa o, forse meglio, preferiva ricordare poco. C’era stato tanto alcol , e qualche sostanza proibita. Ricordava le risate, i giochi che si erano fatti man mano sempre più adulti, ma la memoria era confusa, poco delineata.
Eppure, quando Domenico la mattina dopo l’aveva incrociata in cucina , dove lei, barcollando, si era recata per placare l’arsura della gola, come sempre mezza nuda, con solo una t-shirt bianca, a coprirla a stento, e le aveva chiesto se si era divertita, lei aveva sorriso.
«Oh sì, molto!» gli aveva risposto, con aria sbattuta ma felice.
«E Antonello?» le aveva chiesto, facendola trasalire, mentre lei gli si sedeva sulle ginocchia e lo abbracciava. Intanto il figlio provava a replicare la fortuna della sera precedente: infilando la mano tra le sue cosce e trovando il sesso nudo, prese a esplorarlo, constatandolo gonfio, dilatato e pregno di umori, come dopo un prolungato rapporto sessuale.
«Oh Dio, Antonello!» aveva esclamato.
Quando la madre scattò in piedi correndo via, in cerca del suo smartphone per conoscere il destino del ragazzo, sulla mano di Domenico rimasero le secrezioni abbondanti di ciò che lei aveva ceduto con la manipolazione.
Non aveva idea di come fosse tornata a casa, né di quale fosse stato il destino del suo giovane fidanzato: tutto era finito in un buco nero della sua memoria.
Ci vollero parecchie telefonate prima che Antonello risorgesse dalla sua tomba di eccessi e bagordi e trovasse la forza di risponderle.
Così aveva scoperto che erano tornati all’alba, il carro attrezzi aveva lasciato la Golf sotto casa sua e lui aveva preso un Uber per tornarsene a casa.
«Un carro attrezzi!» aveva esclamato, sperando di essere rimasta inudita. Preoccupata, aveva lanciato un'occhiata piena di terrore al figlio, che si stava lavando le mani nel lavandino della cucina.
Avevano avuto un incidente appena usciti dall’autostrada. Niente di particolare, nessuno era rimasto ferito o coinvolto , non era nemmeno stato necessario chiamare la polizia locale o, meglio, Antonello non aveva voluto. Erano finiti su uno spartitraffico in cemento: il peggio lo aveva passato l’auto.
Vittoria sentì un brivido di morte scorrerle lungo la schiena: si era resa responsabile dell’unico crimine che il figlio non le avrebbe facilmente perdonato.
«Il danno è grave?» aveva sussurrato al telefono, ma non ebbe il tempo di avere una risposta.
«MAMMA!!» aveva urlato Domenico dopo che dalla finestra della cucina, aver preso visione di ciò che restava della parte anteriore dell’automobile.
«Tato, stai tranquillo, ti posso spiegare tutto!» aveva cercato di calmarlo lei, chiudendo la telefonata con Antonello.
Il figlio aveva urlato, lei si era scusata mille volte, poi lui si era chiuso nella sua camera e da lì, per un bel pezzo, non sarebbe più uscito.
Vittoria, aveva passato gli ultimi dieci giorni a scusarsi con il figlio attraverso la porta della sua camera, che era rimasta chiusa.
Ogni volta che si incontravano lei accennava un saluto, lui neanche le rivolgeva la parola, usciva solo per ritirare il cibo da asporto che ordinava.
Il senso di colpa della madre, quello a cui fin troppo spesso si arrendeva, non trovò nemmeno la consolazione di un rimprovero, di una punizione che ponesse fine a quel supplizio.
No ,semplicemente Domenico usava con lei l’arma più affilata, quella che poteva farle più male, il silenzio.
Così non le restò che aspettare, andando al lavoro mesta, tornando a casa e ritrovandosi più sola di quanto fosse mai stata. Ogni volta aveva cercato un contatto, ma il figlio si era negato.
Nervosa, aveva passato notti agitate a fare sogni strani. Incubi umidi, carichi di eros e di carnalità che finivano per confonderla, a riempirla di frustrazione e, in un morboso tormento, accenderle la fantasia.
Si ritrovava stesa nel suo letto a combattere il caldo e le emozioni, con le mani tra le cosce, cercando di soffocare il fuoco che divampava tra di esse e sperando che l’autoerotismo sciogliesse il nodo che le serrava lo stomaco.
Ripeteva quella pratica ogni giorno, più volte al giorno: quella era la sua cura per combattere l’ansia. Non importava dove si trovasse: in ufficio, mentre un collega violava la sua privacy e sbirciava sotto la sua scrivania; in auto, nel traffico; in palestra sotto la doccia, a casa, nella sua camera da letto, in cucina, in bagno, in salotto. Persino nella camera di Domenico quando lui era fuori casa e lei, per sentirlo ancora vicino, si stendeva sul suo letto disfatto, affondava la faccia nel cuscino e cercava l’orgasmo con le dita nelle mutandine.
Ignorando che la webcam, continuava a riprendere tutto.
Domenico era l’unico uomo che le era rimasto accanto in tutti quegli anni, non poteva perdere anche lui.
In quei momenti di profonda solitudine, ogni volta chiudeva gli occhi in cerca di un appiglio, un gancio che la tenesse a galla nel suo corpo, la mente le offriva immagini sbiadite di carne avvolti l’uno all’altro, di gemiti, di sudore e miele liquido sparso sul suo corpo e su quello di altri; di sapori acri e alcalini nella sua bocca, di odori forti che le inebriavano la mente, con volti che si alternavano tra quelli di estranei, altri legati al suo passato e quello del suo adorato figlio.
Ma anche quando riusciva a trovare l’estasi, il senso di colpa tornava a mordere l’anima ben presto, piantandosi nel suo petto.
«Scusa Momi» aveva esordito timidamente, usando il nomignolo con cui lo chiamava da bambino, dopo aver bussato con discrezione alla camera del figlio. «È arrivato questo pacco per te» gli disse attraverso la porta.
Domenico le aprì, senza però guardarla negli occhi. Si fece da parte e la lasciò entrare, per poi andarsi a sedere di nuovo alla sua scrivania.
La stanza di Domenico era al buio, illuminata solo dallo schermo del PC e da una lampada sul comodino a fianco al letto. Il ragazzo non era mai stato molto ordinato e lei, essendo stata bandita dopo il loro litigio, non era più riuscita a sistemarla come faceva d’abitudine.
Tra scatole di cibo d’asporto, vestiti sporchi, riviste ,un mare di fazzoletti usati, l’odore pregnante di frustrazione ,delusione maschile, aveva trasformato quel posto nel covo di un Orco solitario, usando un termine fantasy che, con la convivenza, Vittoria aveva imparato a maneggiare.
«Dovresti aprire un po' la finestra, far cambiare l’aria e mettere un po' in ordine», si azzardò a dire, ricevendo in cambio un’occhiataccia. «Come dicevo… è arrivato questo per te», continuò, porgendogli il pacco.
«Non è per me», rispose lui senza smettere di giocare, lasciando la madre confusa.
«Ma c’è sopra il tuo nome», gli fece notare lei.
Domenico mise in pausa il videogioco, si tolse le cuffie lanciandole sulla tastiera e si voltò verso di lei. Incrociando le mani sulla pancia nuda, che a forza di cibo spazzatura e reclusione era aumentata a dismisura, la osservò per un minuto che parve infinito.
«È per te!» le disse alla fine.
«Oh… mi hai fatto un regalo», disse Vittoria, sperando che quello fosse il suo modo di perdonarla. Con ritrovata speranza andò a sedersi sul letto e prese a scartare il pacco. «Che cos’è?» chiese curiosa.
«Aprilo», disse lui con un tono che cercava di restare severo, anche se l'intensità del suo sguardo tradiva già un'intenzione diversa. «un regalino».
Vittoria lo guardò sollevando un sopracciglio, incuriosita. Le sue dita lunghe e curate scivolarono sulla confezione, strappando la carta senza fretta, mantenendo gli occhi fissi su quelli del figlio per studiarne le mosse. Quando sollevò il coperchio della scatola, rimase un istante in silenzio.
Dentro, ripiegati con cura sopra un letto di carta velina frusciante, spiccavano i colori accesi del costume da supereroina. Ma non si trattava affatto di una replica da fiera del fumetto ispirata al canone ufficiale; era una versione decisamente più adulta, un pezzo di audace lingerie da cosplay che si sarebbe adattato meglio al palco di uno strip club o alle fantasie più sfrenate custodite nella cameretta di un nerd, piuttosto che a essere sfoggiato in pubblico.
La parte superiore era, letteralmente, quella di un bikini imbottito senza spalline. Realizzato in morbida ecopelle di un rosso scarlatto e vibrante, presentava profili in resina dorata. Era ridotto all’essenziale, sagomato con curve sinuose per coprire a stento il seno e spingerlo verso l'alto.
Ebbe subito l’intuizione che , quel reggiseno, fosse troppo piccolo, leggendo l’etichetta interna, trovò immediata conferma alla sua impressione.
«Guarda che divertente, è una terza coppa C», disse un po’ nervosa sorridendo, per non contrariare il figlio.
«Io porto la quarta coppa D», aggiunse toccando il ginocchio del figlio.
Il top era chiaramente di una taglia più piccola del necessario: una trappola esplicita a far straripare le sue forme da quella gabbia d’oro e scarlatta.
“bello ,no?” le chiese lui, con aria un pò sadica, intuendo l’imbarazzo della madre.
«si, molto Carino», gli rispose lei, cercando di negargli il suo disagio.
«Ti piace?» chiese ancora Domenico, osservandola attentamente, in attesa di una sua reazione.
«Moltissimo», sorrise lei. In realtà, dietro a quel genere di cose non c'era mai andata, e a stento sopportava la fissazione del figlio per quel mondo; eppure, l'amore materno la spingeva a stare al gioco con indulgenza.
“va avanti c’è dell’altro!” la incalzò lui.
“Si certo ,amore” disse Vittoria.
Prelevò dalla scatola lo slip blu elettrico, anche quello in eco pelle, liscio e lucido, era costellato di stelle dorate applicate a caldo, la stoffa era così ridotta e il taglio talmente sgambato che, una volta indossato, le avrebbe coperto a stento l’inguine e lasciato del tutte esposte le natiche.
“oh guarda c’è anche una cintura” aveva detto.
Anche i fianchi sarebbero rimasti completamente nudi, solo una sottile e provocante cintura a V in resina flessibile.
Accanto al pezzo inferiore in un sacchetto di plastica c’erano gli accessori coordinati, iconici della super eroina: i bracciali rigidi per i polsi, la tiara regale con una grossa stella rossa al centro, da poggiare sulla fronte ,un insolito collare a girocollo, dal quale , pendeva un grosso anello, non sembrava molto canonico del personaggio tutti stampati in una resina dorata.
“e Questa?” chiese Vittoria, sollevando due metri di corda, dorata.
“il lazzo della verità” gli spiegò Domenico.
Quei dettagli , non erano una semplice versione perversa di una eroina iconica, emanavano un vago profumo, di dominazione, sottomissione ed esibizionismo che non lasciò indifferente la donna.
“Guarda ci sono anche, il mantello, gli stivali e la parrucca” le disse entusiasta il ragazzo.
«Oh si è vero» disse, sollevando infine dal fondo del pacco la vistosa parrucca corvina dalle onde fluenti e voluminose, un piccolo mantello rosso, e un paio di stivaletti lucidi ,rossi e bianchi, dal tacco a spillo vertiginoso che completavano l’outfit.
«È Wonder Woman», precisò lui.
«Sì… Ma cosa dovrei farci?» chiese Vittoria.
“indossarlo”.
“ma carnevale è lontano” gli rispose lei.
Domenico accennò a un sorriso. Rimase a fissarla e le disse con voce ferma: «Stasera ho una diretta e tu mi farai da spalla».
«Farti da spalla?» chiese perplessa.
«Sì, i miei follower su Twitch non fanno che chiedere di te”,
“di me?” chiese la madre “e quando mi hanno vista?”,
“be…tutte le volte che entri in camera mia mezza nuda, durante le dirette” si affrettò a dirle lui .
“Pensa che hanno pagato loro per quel costume». aggiunse per sviare la conversazione.
«Sul serio?» osservò la donna.
«Sì, e sono disposti a pagare per vedertelo indossare», aggiunse il figlio.
Vittoria colse al volo l'occasione, per ribaltare la situazione. Lasciò che sul suo volto si dipingesse un'espressione di finto sconcerto. Sgranò gli occhi, guardò il costume e poi di nuovo il figlio, portandosi una mano alla base del collo come se fosse colta da un improvviso e casto pudore.
«Vuoi che lo indossi davanti ai tuoi amici in webcam?», chiese lei, fingendosi inorridita, ignorando deliberatamente il fatto di aver già dato più volte spettacolo davanti alla webcam del figlio, che rimaneva accesa praticamente 24 ore su 24. e che inoltre Domenico, aveva riempito il suo profilo di foto di lei, in momenti intimi dove si mostrava, ignara ,indifesa ed esposta.
«Sì, mamma. mi faresti un gran favore, aiuterebbe molto il mio canale», le rispose lui, irremovibile, tenendole testa.
«Domenico... ma è troppo imbarazzante», protestò con una voce volutamente esitante e un filo più acuta del normale, recitando alla perfezione la parte della madre colta alla sprovvista. «Non vorrai davvero che...»
«infondo me lo devi, dopo quello che hai fatto», la interruppe lui, sforzandosi di mantenere una maschera di inflessibilità che lei sentiva già vacillare, sotto il peso del desiderio e di rivalsa di lui. “poi pensalo in questo modo, non è molto diverso da quando andiamo al mare dai nonni, e metti il bikini”.
«E va bene...» sospirò lei, fingendo una totale e timida sottomissione. «In fondo, hai ragione, non è molto diverso da uno dei miei bikini», aggiunse, alzandosi dal letto con un’espressione rassegnata che nascondeva il suo profondo divertimento
Esibirsi per lei non era mai stato un problema, ballando su un cubo in discoteca e alle prestando la sua immagine nelle fiere, si era pagata l’università, ma quella sarebbe stata la prima volta che a guardarla sarebbero stati alcune migliaia di estranei dietro la lente di una webcam.
«A che ora comincia la diretta?» chiese al figlio.
«Alle 20, ma tu vieni in camera mia prima», le rispose Domenico.
«Ma mi resta meno di un ora!» protestò Vittoria.
«Mamma, vedi di essere qui prima delle 20», ripeté il figlio.
«D’accordo… scusa», disse lei.
Prese la scatola tra le mani, tenendola vicina al petto come per nascondersi, e si diresse verso la sua camera da letto a piccoli passi.
«Aspetta, mamma!» le disse lui. Vittoria si voltò, pensando che il figlio volesse abbracciarla o chiederle un bacio riconciliatore.
«Prima di andare di là, metti a posto questo casino», le disse invece.
“si certo” Vittoria si piegò subito a quella richiesta.
Quella di Domenico non era solo una necessità legata all’igiene: la madre, come al solito, si era presentata da lui mezza nuda, indossando una canotta da yoga leggera, bianca e oversize, che le lasciava la schiena completamente scoperta e si apriva sui fianchi fino a mostrare la curva del seno. Sotto, immancabile, un perizoma nero di pizzo a vita alta, che finiva per mettere in risalto ciò che avrebbe dovuto essere invece coperto.
Vittoria, impegnata nel rassetto della camera, non si era accorta né che la webcam del figlio era rimasta accesa, né che lui l’aveva seguita ovunque, riprendendola con il suo smartphone.
«Ecco, ho finito», disse ancora in ginocchio, voltandosi verso Domenico.
«oh! Tesoro!» esclamò, sorprendendolo a masturbarsi sotto al suo naso. Era rimasta a lungo carponi sul pavimento della stanza, china sotto il letto a passare l’aspirapolvere e a raccogliere gli ultimi fazzoletti che il figlio aveva seminato ovunque. Con la canotta che gia di suo offriva poco riparo risalita sulla schiena ad esporre il seno, e il culo mostrato in un perizoma fatto per attirare gli sguardi, si era, offerta allo sguardo del ragazzo che, stuzzicato dalle sue grazie, aveva deciso di dare sfogo alla tensione accumulata nei testicoli, inumidiva la cappella e gli irrigidiva l’asta.
«Scusami mamma, ne ho troppo bisogno», sorrise lui nervoso, colto sul fatto, continuava a muovere frenetico la mano, ormai incapace di fermarsi a quel punto.
«Ti lascio la tua privacy», disse Vittoria arrossendo imbarazzata. Negli anni aveva beccato il figlio a darsi piacere molte altre volte, eppure mai si era trovata così palesemente presente. C’era sempre stata una porta socchiusa, una presenza non dichiarata o, come quando condivideva lo stesso letto a casa dei nonni, il silenzio complice di lei che al buio fingeva di dormire per non turbarlo.
“no, aspetta ci sono quasi, passami lo scottex!” le chiese con aria di urgenza.
Vittoria si guardò attorno, dello scottex non c’era traccia.
“presto mamma ,non c’è la faccio più!” disse in una supplica.
Presa dal panico, Vittoria seguì l'istinto , legò i capelli dietro la testa, si spostò al fianco del figlio, si sostituì a lui, nel movimento della mano e abbasso la testa sul suo inguine.
“scaricati tesoro, non preoccuparti , lo raccolgo io!” gli disse e tenendo lo stesso il ritmo serrato del ragazzo, avvolse le labbra carnose intorno alla cappella, e continuando a sollecitare l’asta , lasciò che figlio schizzasse tutto il suo seme caldo nel palato.
“Dio Mamma sei fantastica!” ringhiò tra i denti lui, incredulo.
Domenico, abbandonò ogni freno, il suo sogno diventava realtà, si scaricò nella gola della madre, Tenendole la testa con entrambe le mani e muovendosi nella sua bocca con decisi colpi del bacino.
il flusso fù talmente abbondante, che Vittoria rossa in viso , con gli occhi pieni di lacrime, ribaltati dentro le orbite su cui calavano in parte le palpebre, dovette respirare affannosamente con il naso e ingoiare fino all'ultima goccia, per non annegare.
Quando si fù svuotato, il figlio la lasciò andare.
“Grazie mamma, ne avevo proprio bisogno” le disse accarezzandole il viso.
“non preoccuparti, la mamma è qua anche per questo” rispose lei, tossendo per lo sforzo e cercando di riprendere fiato e rimettendosi in piedi.
“Ecco adesso sei apposto” gli disse pulendosi la bocca con il dorso della mano, provando una nuova e violentissima sensazione di soddisfazione, osservando il suo lavoro ,su come il figlio sembrasse irradiare un aura positiva.
“si grazie ,mille mamma” le rispose lui ,abbandonato rilassato sulla sua sedia da gaming.
“Adesso vado a prepararmi” lo salutò scoccandogli un bacio sulle labbra.
“ok, ti restano dieci minuti, poi si va in diretta, a dopo” le disse lui, soddisfatto e sicuramente più rilassato.
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