Nido di Passera
scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 11 min
di
passodalfiume
genere
voyeur
cura
F
Se per ogni voyeur ci vuole una musa, per Michele la vita era un autentico supplizio. Da quando le ragazze avevano rispettivamente 15, 16 e 17 anni – e dopo neanche due anni di matrimonio con la loro madre Viviana, conclusosi con una disastrosa separazione – l'uomo si era assunto la responsabilità di crescere le figlie dell'ex moglie. Dal matrimonio tra Michele e Viviana, infatti, non erano nati figli; l'unico legame rimasto di quell'unione era Walter, un bastardino malandato salvato da un canile a cui l'uomo era legatissimo. Le tre ragazze provenivano dal passato della donna: Sovanna era nata da una sua precedente relazione, mentre Chantal e Crystal erano figlie di un altro uomo ancora. Un bel giorno, Viviana aveva deciso di mollare tutto e tutti per fuggire in Argentina, lasciando Michele da solo con tre giovani donne dal carattere tutt'altro che facile da gestire.
Michele si era comunque fatto carico di ogni loro necessità. Grazie al suo passato lavoro come sottufficiale della Marina Militare, alla successiva pensione e a qualche investimento azzeccato, poteva definirsi una persona non forse benestante, ma di certo molto agiata. Negli anni era riuscito a farle crescere nell'agio, provvedendo a tutto e senza far mancare loro mai nulla.
Sovanna, 21 anni, frequentava l'università e sognava di diventare una stilista di moda. Bella e dal fisico generoso, era la sorella che più ricordava la madre: solare, sensibile, un po' svampita e considerata l'intellettuale della casa. Essendo la più romantica delle tre, sognava la storia d'amore perfetta, anche se in realtà passava da un uomo all'altro con una frequenza che non smetteva mai di sorprendere Michele.
Chantal, vent'anni e un fisico atletico, era la "tipa tosta". Salutista e amante del fitness, tormentava spesso l'uomo sulla sua condizione fisica e sulla sua dieta. Con la sua aria da monella e un grande senso di responsabilità, passava gran parte del tempo sulle piste di atletica e in palestra, dove si allenava a livello agonistico circondata dai compagni di squadra. Chantal era fuoco allo stato puro, entusiasta anche quando l'ottimismo non sembrava una risorsa spendibile; totalmente priva di freni inibitori e del tutto disinibita, sembrava dotata di un'energia inesauribile.
Crystal, 19 anni, era invece quella che gli dava più preoccupazioni. Spirito inquieto e riflessivo, amava la solitudine e mostrava scarsissime capacità di relazionarsi con il mondo reale. Era riuscita a diplomarsi a stento e con il minimo dei voti; non aveva alcun progetto per un futuro che pareva quasi non appartenerle. Passava le giornate divorando compulsivamente i social media, consumando anime in ogni forma possibile, giocando ai videogiochi e vivendo la sua identità da e-girl, qualunque cosa significasse quel termine. Crystal era diversa dalle sorelle: più minuta rispetto alle maggiori, possedeva un fascino tutto suo, capace di una sensualità quasi innocente. Il suo modo di presentarsi al mondo seguiva uno stile che, agli occhi di Michele, appariva bizzarro ma allo stesso tempo intrigante.
Da quando era andato in pensione, la quotidianità di Michele era diventata una sfida costante. Da ex macchinista della Marina Militare, aveva passato una vita a imparare come tenere ogni cosa sotto controllo e in perfetto ordine, tutto doveva essere al suo posto; ora, invece, si scontrava ogni giorno con la personale visione che le ragazze avevano della casa, o meglio, con il caos organizzato in cui sembravano prosperare.
Michele non era mai stato un uomo particolarmente aperto al mondo e aveva conosciuto pochissime donne. Viviana era piombata nella sua vita quasi dal nulla, travolgendolo con il suo fascino e facendolo innamorare con la stessa spiazzante rapidità con cui, poco dopo, lo aveva abbandonato, lasciandogli in eredità la cura delle figlie.
Di natura solitario, lui amava la propria routine e il controllo millimetrico sugli elementi della sua giornata, mentre quelle tre ragazze erano veri e propri agenti del caos. Certo, adorava rientrare e sentire la casa riempirsi dei profumi tipici di tre giovani donne, ma il disordine che si lasciavano dietro era il pegno più grande da pagare. Eppure, col tempo, in quel terremoto quotidiano Michele aveva cominciato a scoprire piccoli tesori, intime testimonianze della loro travolgente femminilità.
Le tre ragazze lo chiamavano ,papà, anche se lui non era il loro vero padre, ognuna a suo modo, chi più romanticamente, chi più energicamente, chi ancora, continuando a sfidarlo, dimostravano di volergli bene, e lui ne voleva a loro, ma vivere con tre belle ragazze, sempre mezze nude per casa, era qualcosa che in pochi avrebbero saputo sopportare.
Uomo semplice e privo di particolari perversioni, Michele aveva sempre subito il fascino delle belle donne, e le tre ragazze erano degne esponenti di quell'universo.
Si limitava a spiarle ,quando poteva, a sbirciare sotto l’orlo di una gonna troppo corta, di una camicetta aperta, a sostenere lo sguardo di un pantalone che aderiva troppo sulle natiche sode delle ragazze.
Ma se quello ,da un lato lo riempiva di meraviglia, finiva anche per colmarlo di frustrazione. cosi, come estrema dazio, per da sfogo alla pressione, nella solitudine delle sue giornate, aveva sviluppato un piccolo fetish che lo riportava a quando, da ragazzino, il naso lo guidava a caccia del calore custodito nelle trame dei vestiti, nella biancheria ,nei segreti intimi delle donne di famiglia.
Così, proprio sfruttando quella propensione al disordine delle ragazze, mentre girava per casa imbattendosi , in quelli che aveva ribattezzato, nidi di passera.
La biancheria che le figlie abbandonavano ovunque ,appesa al pomello di una porta, in un paio di jeans abbandonati sul pavimento del bagno, sul tavolo della cucina vicino ad un mezzo bicchiere di succo, e un sandwich mangiucchiato, lasciata nel lavabo in bagno, o appesa al rubinetto della doccia.
Michele, provava a resistere, ma alla fine cedeva, cedeva a un istinto antico, che lo richiamava alle vecchie abitudini. All’esplorazione di quelle fragranze umide, che ritrovava sul tassello interno di quelle mutandine, e dal desiderio di rivivere certe sensazioni lontane, finiva per ritrovarsi quasi senza rendersene conto, a dare nuovamente fuoco a quella sua vecchia, segreta passione.
Annusare le quei capi, era una passione, eiaculare all’interno, facendo in modo che il suo seme andasse a farcire il tessuto, sembrava un obbligo.
Ognuna delle tre figlie, aveva un suo stile, da quello sportivo pensato per il confort senza rinunciare comunque alla femminilità, di Chantal a, quello sofisticato di tra pizzi e trasparenze di Sovanna, a quello total black dal gusto un pò gotico, di Crystal, ognuna delle tre ragazze era un mondo a se, cosi come ognuna lasciava su quei pochi centimetri di stoffa un odore che apparteneva solo ad una e che Michele aveva imparato a riconoscere al primo fiuto, c'era solo una cosa che le accomunava, quando Michele le trovava ,tutte ,erano sempre molto vissute, umide, anche se aveva la certezza che ognuna di esse avesse l’abitudine di cambiarle ogni giorno.
Quella mattina Michele era stato molto fortunato, se ne stava chiuso in bagno ,seduto sul bordo del wc, con lo smartphone poggiato sul lavabo dove a loop girava un video , di un minuto e trenta secondi catturato nemmeno un ora prima in cucina. Chantal se ne stava seduta su uno sgabello bevendo il suo tè indossando solo una felpa di un noto college americano e un microscopico, perizoma verde acqua, lo stesso, che Michele stava usando per darsi piacere, recuperato dal pavimento, quando la ragazza era uscita dal bagno dopo la doccia.
Nel video, Chantal sembrava distratta da qualcosa che attirava la sua attenzione sul suo smartphone, teneva il tallone destri appoggiato sulla seduta sotto di lei, e l’altro appoggiato sul bracciolo del divano li accanto.
Il tessuto delle mutandine era risalito, fino a infilarsi tra le calde labbra carnose, della sua piccola e depilata fichetta. Qualunque cosa Chantal stesse guardando, la rapiva a tal punto di averle fatto dimenticare la presenza del padre in cucina con lei, seduto propri sul divano su cui lei poggiava un piede.
Quella fantasia suscitata da chi sa quale immagine ,aveva cominciato a farla sospirare, e bagnare la fichetta inumidendo, palesemente ,il tessuto.
Poi, incapace di non poter ritornare sui i suoi passi, la costrinse a far scivolare un dito lungo la fessurina a stento celata tra le cosce aperte.
Michele aveva avuto tutto il tempo di avvicinarsi, scivolando lento, prima su un cuscino , poi l’altro, e riprendere tutto da un punto di vista privilegiato.
In un primissimo piano, l’uomo prendeva per se il ricordo di come la figlia, indolente e distratta, lasciava scorrere due dita sotto il tessuto delle sue mutandine, per prender contatto diretto con la sua fichetta, umida.
Forse Chantal sarebbe andata fino in fondo, l’uomo sarebbe stato testimone di uno degli atti più intimi della figlia, se non fosse stato, per l’arrivo di Crystal venuta a fare colazione prima di tornare a chiudersi in camera sua, e da cui aveva ricevuto uno sguardo severo, non perchè ne avesse intuito l’intento ma ,perchè quello era lo sguardo con cui la ragazza ogni giorno accoglieva il padre.
“Buongiorno cara” le aveva sorriso lui senza aver risposta.
Da canto suo, anche Crystal si era offerta agli occhi dell’uomo prima di lasciarlo al suo svago.
Chinandosi ad un palmo dal naso del padre per raccogliere un Oreo che caduto, rotolava via, gli aveva rivelato che sotto la maglia dei Tokio Hotel non indossava nulla.
Per pochi ,infiniti secondi, Michele aveva fissato lo sguardo nella passerina di Crystal, anch'essa piccola, umida, e leggermente schiusa.
Poi lei, ignorandolo, se ne era andata senza notare l’espressione dipinta sul viso dell’uomo e il rossore che gli aveva avvolto le guance.
"Papi ti sbrighi?” aveva chiesto Sovanna da dietro la porta, del bagno dove l’uom aveva cercato un pò di privacy, facendolo trasalire , mentre la sua mano correva sull’asta turgida, e con l’altra premeva il tessuto dell mutandine di Chantal, ancora calde, sul naso. “devo andare in facoltà” aveva bussato la figlia con insistenza, "devo ancora fare la pipì’ aveva aggiunto, con tono di urgenza.
Michele si era dato una sistemata, e aveva aperto la porta, “mi sto lavando i denti” si era giustificato, aprendo il rubinetto nel lavabo.
“Pista!, pista!, pista!,” gli aveva risposto lei correndo alla tazza e calandosi in un sol colpo pigiama e le mutandine, degli slip boheme rosa e con ricami floreali azzurri semi trasparenti, e cominciando ad urinare senza badare all’uomo.
“ah, ci voleva proprio” disse sorridendo a Michele che intanto la guardava dal riflesso dello specchio lavandosi i denti, con il cazzo in tiro e i le mutandine di Chantal nella tasca dei pantaloni.
“approfitto mi faccio il bidet!” disse lei, alzandosi eliminando il pantaloncino e gli slip con un calcio. sfilando la maglia con un gesto feroce,e andandosi a sedere sulla ceramica fredda li accanto, restando davanti a lui con indosso soltanto il reggiseno, in coordinato, e i calzini rosa di cotone corti.
“mi aspetta una giornataccia” aveva detto, insaponando la fica, senza alcun riguardo per l’uomo che chiamava papà.
“Devo andare in facoltà, ho tre lezioni, ho un branch con un amica e poi devo passare in Feltrinelli per veder se è arrivato il mio libro!” si era lamentata mentre il rumore dello sciacquettio dalla sua passera riempiva lo spazio e rimbalzava tra le mattonelle, fica su cui Michele avrebbe voluto passare la lingua.
“hai una giornata piena!” aveva mormorato Michele, voltandosi e perdendosi tra le natiche sode della figlia, mentre lei si alzava.
Il forellino plissettato del suo ano, e le labbra carnose della fica , che a differenza delle altre teneva al naturale e pelosa, erano sotto ai suoi occhi.
“Si, tornerò distrutta!” aveva detto lei asciugandosi e lasciando poi cadere tutto sul pavimento.
“Sovanna, raccogli”, l’aveva ripresa lui.
“Dai papi, fai il bravo, pensaci tu!”, gli aveva risposto lei, abbracciandolo da dietro e baciandogli il collo.
“hai un buon profumo, oggi!” gli aveva detto annusandolo.
“è il profumo che mi avete regalato al compleanno”, aveva risposto lui rigido, sentendo il seno della ragazza premere contro la schiena.
“ah si, è Calvin Kline, proprio buono!”, gli aveva risposto lei tirando una lunga annusata e baciandolo sul collo, prima di lasciarlo, “ciao, papì buona giornata” ,aveva aggiunto pizzicandoli il sedere e scappare via un attimo dopo.
"buona giornata, amore". aveva risposto lui, raccattando il dono che la ragazza aveva lasciato sul pavimento del bagno ,trovandolo come sempre , molto umido dei suoi umori e profumante dall’odore carnale della sua femminilità.
Questa era ,una delle giornate tipiche , il supplizio costante, a cui il povero Michele, era costretto e a cui ,per niente al mondo, avrebbe rinunciato.
Michele si era comunque fatto carico di ogni loro necessità. Grazie al suo passato lavoro come sottufficiale della Marina Militare, alla successiva pensione e a qualche investimento azzeccato, poteva definirsi una persona non forse benestante, ma di certo molto agiata. Negli anni era riuscito a farle crescere nell'agio, provvedendo a tutto e senza far mancare loro mai nulla.
Sovanna, 21 anni, frequentava l'università e sognava di diventare una stilista di moda. Bella e dal fisico generoso, era la sorella che più ricordava la madre: solare, sensibile, un po' svampita e considerata l'intellettuale della casa. Essendo la più romantica delle tre, sognava la storia d'amore perfetta, anche se in realtà passava da un uomo all'altro con una frequenza che non smetteva mai di sorprendere Michele.
Chantal, vent'anni e un fisico atletico, era la "tipa tosta". Salutista e amante del fitness, tormentava spesso l'uomo sulla sua condizione fisica e sulla sua dieta. Con la sua aria da monella e un grande senso di responsabilità, passava gran parte del tempo sulle piste di atletica e in palestra, dove si allenava a livello agonistico circondata dai compagni di squadra. Chantal era fuoco allo stato puro, entusiasta anche quando l'ottimismo non sembrava una risorsa spendibile; totalmente priva di freni inibitori e del tutto disinibita, sembrava dotata di un'energia inesauribile.
Crystal, 19 anni, era invece quella che gli dava più preoccupazioni. Spirito inquieto e riflessivo, amava la solitudine e mostrava scarsissime capacità di relazionarsi con il mondo reale. Era riuscita a diplomarsi a stento e con il minimo dei voti; non aveva alcun progetto per un futuro che pareva quasi non appartenerle. Passava le giornate divorando compulsivamente i social media, consumando anime in ogni forma possibile, giocando ai videogiochi e vivendo la sua identità da e-girl, qualunque cosa significasse quel termine. Crystal era diversa dalle sorelle: più minuta rispetto alle maggiori, possedeva un fascino tutto suo, capace di una sensualità quasi innocente. Il suo modo di presentarsi al mondo seguiva uno stile che, agli occhi di Michele, appariva bizzarro ma allo stesso tempo intrigante.
Da quando era andato in pensione, la quotidianità di Michele era diventata una sfida costante. Da ex macchinista della Marina Militare, aveva passato una vita a imparare come tenere ogni cosa sotto controllo e in perfetto ordine, tutto doveva essere al suo posto; ora, invece, si scontrava ogni giorno con la personale visione che le ragazze avevano della casa, o meglio, con il caos organizzato in cui sembravano prosperare.
Michele non era mai stato un uomo particolarmente aperto al mondo e aveva conosciuto pochissime donne. Viviana era piombata nella sua vita quasi dal nulla, travolgendolo con il suo fascino e facendolo innamorare con la stessa spiazzante rapidità con cui, poco dopo, lo aveva abbandonato, lasciandogli in eredità la cura delle figlie.
Di natura solitario, lui amava la propria routine e il controllo millimetrico sugli elementi della sua giornata, mentre quelle tre ragazze erano veri e propri agenti del caos. Certo, adorava rientrare e sentire la casa riempirsi dei profumi tipici di tre giovani donne, ma il disordine che si lasciavano dietro era il pegno più grande da pagare. Eppure, col tempo, in quel terremoto quotidiano Michele aveva cominciato a scoprire piccoli tesori, intime testimonianze della loro travolgente femminilità.
Le tre ragazze lo chiamavano ,papà, anche se lui non era il loro vero padre, ognuna a suo modo, chi più romanticamente, chi più energicamente, chi ancora, continuando a sfidarlo, dimostravano di volergli bene, e lui ne voleva a loro, ma vivere con tre belle ragazze, sempre mezze nude per casa, era qualcosa che in pochi avrebbero saputo sopportare.
Uomo semplice e privo di particolari perversioni, Michele aveva sempre subito il fascino delle belle donne, e le tre ragazze erano degne esponenti di quell'universo.
Si limitava a spiarle ,quando poteva, a sbirciare sotto l’orlo di una gonna troppo corta, di una camicetta aperta, a sostenere lo sguardo di un pantalone che aderiva troppo sulle natiche sode delle ragazze.
Ma se quello ,da un lato lo riempiva di meraviglia, finiva anche per colmarlo di frustrazione. cosi, come estrema dazio, per da sfogo alla pressione, nella solitudine delle sue giornate, aveva sviluppato un piccolo fetish che lo riportava a quando, da ragazzino, il naso lo guidava a caccia del calore custodito nelle trame dei vestiti, nella biancheria ,nei segreti intimi delle donne di famiglia.
Così, proprio sfruttando quella propensione al disordine delle ragazze, mentre girava per casa imbattendosi , in quelli che aveva ribattezzato, nidi di passera.
La biancheria che le figlie abbandonavano ovunque ,appesa al pomello di una porta, in un paio di jeans abbandonati sul pavimento del bagno, sul tavolo della cucina vicino ad un mezzo bicchiere di succo, e un sandwich mangiucchiato, lasciata nel lavabo in bagno, o appesa al rubinetto della doccia.
Michele, provava a resistere, ma alla fine cedeva, cedeva a un istinto antico, che lo richiamava alle vecchie abitudini. All’esplorazione di quelle fragranze umide, che ritrovava sul tassello interno di quelle mutandine, e dal desiderio di rivivere certe sensazioni lontane, finiva per ritrovarsi quasi senza rendersene conto, a dare nuovamente fuoco a quella sua vecchia, segreta passione.
Annusare le quei capi, era una passione, eiaculare all’interno, facendo in modo che il suo seme andasse a farcire il tessuto, sembrava un obbligo.
Ognuna delle tre figlie, aveva un suo stile, da quello sportivo pensato per il confort senza rinunciare comunque alla femminilità, di Chantal a, quello sofisticato di tra pizzi e trasparenze di Sovanna, a quello total black dal gusto un pò gotico, di Crystal, ognuna delle tre ragazze era un mondo a se, cosi come ognuna lasciava su quei pochi centimetri di stoffa un odore che apparteneva solo ad una e che Michele aveva imparato a riconoscere al primo fiuto, c'era solo una cosa che le accomunava, quando Michele le trovava ,tutte ,erano sempre molto vissute, umide, anche se aveva la certezza che ognuna di esse avesse l’abitudine di cambiarle ogni giorno.
Quella mattina Michele era stato molto fortunato, se ne stava chiuso in bagno ,seduto sul bordo del wc, con lo smartphone poggiato sul lavabo dove a loop girava un video , di un minuto e trenta secondi catturato nemmeno un ora prima in cucina. Chantal se ne stava seduta su uno sgabello bevendo il suo tè indossando solo una felpa di un noto college americano e un microscopico, perizoma verde acqua, lo stesso, che Michele stava usando per darsi piacere, recuperato dal pavimento, quando la ragazza era uscita dal bagno dopo la doccia.
Nel video, Chantal sembrava distratta da qualcosa che attirava la sua attenzione sul suo smartphone, teneva il tallone destri appoggiato sulla seduta sotto di lei, e l’altro appoggiato sul bracciolo del divano li accanto.
Il tessuto delle mutandine era risalito, fino a infilarsi tra le calde labbra carnose, della sua piccola e depilata fichetta. Qualunque cosa Chantal stesse guardando, la rapiva a tal punto di averle fatto dimenticare la presenza del padre in cucina con lei, seduto propri sul divano su cui lei poggiava un piede.
Quella fantasia suscitata da chi sa quale immagine ,aveva cominciato a farla sospirare, e bagnare la fichetta inumidendo, palesemente ,il tessuto.
Poi, incapace di non poter ritornare sui i suoi passi, la costrinse a far scivolare un dito lungo la fessurina a stento celata tra le cosce aperte.
Michele aveva avuto tutto il tempo di avvicinarsi, scivolando lento, prima su un cuscino , poi l’altro, e riprendere tutto da un punto di vista privilegiato.
In un primissimo piano, l’uomo prendeva per se il ricordo di come la figlia, indolente e distratta, lasciava scorrere due dita sotto il tessuto delle sue mutandine, per prender contatto diretto con la sua fichetta, umida.
Forse Chantal sarebbe andata fino in fondo, l’uomo sarebbe stato testimone di uno degli atti più intimi della figlia, se non fosse stato, per l’arrivo di Crystal venuta a fare colazione prima di tornare a chiudersi in camera sua, e da cui aveva ricevuto uno sguardo severo, non perchè ne avesse intuito l’intento ma ,perchè quello era lo sguardo con cui la ragazza ogni giorno accoglieva il padre.
“Buongiorno cara” le aveva sorriso lui senza aver risposta.
Da canto suo, anche Crystal si era offerta agli occhi dell’uomo prima di lasciarlo al suo svago.
Chinandosi ad un palmo dal naso del padre per raccogliere un Oreo che caduto, rotolava via, gli aveva rivelato che sotto la maglia dei Tokio Hotel non indossava nulla.
Per pochi ,infiniti secondi, Michele aveva fissato lo sguardo nella passerina di Crystal, anch'essa piccola, umida, e leggermente schiusa.
Poi lei, ignorandolo, se ne era andata senza notare l’espressione dipinta sul viso dell’uomo e il rossore che gli aveva avvolto le guance.
"Papi ti sbrighi?” aveva chiesto Sovanna da dietro la porta, del bagno dove l’uom aveva cercato un pò di privacy, facendolo trasalire , mentre la sua mano correva sull’asta turgida, e con l’altra premeva il tessuto dell mutandine di Chantal, ancora calde, sul naso. “devo andare in facoltà” aveva bussato la figlia con insistenza, "devo ancora fare la pipì’ aveva aggiunto, con tono di urgenza.
Michele si era dato una sistemata, e aveva aperto la porta, “mi sto lavando i denti” si era giustificato, aprendo il rubinetto nel lavabo.
“Pista!, pista!, pista!,” gli aveva risposto lei correndo alla tazza e calandosi in un sol colpo pigiama e le mutandine, degli slip boheme rosa e con ricami floreali azzurri semi trasparenti, e cominciando ad urinare senza badare all’uomo.
“ah, ci voleva proprio” disse sorridendo a Michele che intanto la guardava dal riflesso dello specchio lavandosi i denti, con il cazzo in tiro e i le mutandine di Chantal nella tasca dei pantaloni.
“approfitto mi faccio il bidet!” disse lei, alzandosi eliminando il pantaloncino e gli slip con un calcio. sfilando la maglia con un gesto feroce,e andandosi a sedere sulla ceramica fredda li accanto, restando davanti a lui con indosso soltanto il reggiseno, in coordinato, e i calzini rosa di cotone corti.
“mi aspetta una giornataccia” aveva detto, insaponando la fica, senza alcun riguardo per l’uomo che chiamava papà.
“Devo andare in facoltà, ho tre lezioni, ho un branch con un amica e poi devo passare in Feltrinelli per veder se è arrivato il mio libro!” si era lamentata mentre il rumore dello sciacquettio dalla sua passera riempiva lo spazio e rimbalzava tra le mattonelle, fica su cui Michele avrebbe voluto passare la lingua.
“hai una giornata piena!” aveva mormorato Michele, voltandosi e perdendosi tra le natiche sode della figlia, mentre lei si alzava.
Il forellino plissettato del suo ano, e le labbra carnose della fica , che a differenza delle altre teneva al naturale e pelosa, erano sotto ai suoi occhi.
“Si, tornerò distrutta!” aveva detto lei asciugandosi e lasciando poi cadere tutto sul pavimento.
“Sovanna, raccogli”, l’aveva ripresa lui.
“Dai papi, fai il bravo, pensaci tu!”, gli aveva risposto lei, abbracciandolo da dietro e baciandogli il collo.
“hai un buon profumo, oggi!” gli aveva detto annusandolo.
“è il profumo che mi avete regalato al compleanno”, aveva risposto lui rigido, sentendo il seno della ragazza premere contro la schiena.
“ah si, è Calvin Kline, proprio buono!”, gli aveva risposto lei tirando una lunga annusata e baciandolo sul collo, prima di lasciarlo, “ciao, papì buona giornata” ,aveva aggiunto pizzicandoli il sedere e scappare via un attimo dopo.
"buona giornata, amore". aveva risposto lui, raccattando il dono che la ragazza aveva lasciato sul pavimento del bagno ,trovandolo come sempre , molto umido dei suoi umori e profumante dall’odore carnale della sua femminilità.
Questa era ,una delle giornate tipiche , il supplizio costante, a cui il povero Michele, era costretto e a cui ,per niente al mondo, avrebbe rinunciato.
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