Undercover Lady. 5
di
passodalfiume
genere
esibizionismo
Linda si guardò allo specchio che le incorniciava a tre quarti , immobile come un manichino, il cuore in tumulto e una strana sensazione allo stomaco ,nello squallore della stanza. Si sentiva ridicola, umiliata, era il prezzo da pagare per partecipare alla serata che si accingeva a vivere.
Per lei, quella finzione era una ferita aperta. Da quando aveva affrontato il percorso di transizione da Filippo a Linda, aveva sviluppato un profondo rifiuto per qualunque tipo di travestimento, persino per quelli ingenui di Carnevale.
Sentiva che mascherarsi finisse sempre per eclissare la sua vera identità, quell'identità che le era costata fatica per essere finalmente affermata e riconosciuta. Eppure, il costume che Delfino aveva scelto per lei, dopo averla costretta a tre interminabili cambi, infermiera, poliziotta e infine suora di clausura, aveva un senso.
Messe da parte i suoi principi si era rassegnata, tutto quello aveva l'unico, spietato scopo, farla passare inosservata per infiltrarsi a quella festa privata.
«Stai benissimo, piccola», l’aveva rassicurata lui. Nudo, sudato, unto ed enorme, se ne stava sul divano dietro di lei, divorandola con gli occhi mentre mangiava, uno dietro l’altro, tranci di una pizza formato famiglia.
In fondo era vero: quel costume era audace, eccessivo, indecente, provocante e dissacrante, e su di lei creava un tocco di seduzione indomabile.
L'abito giocava completamente sulle trasparenze di un tessuto che la copriva a stento; si riduceva a un velo nero e leggerissimo, che lasciava intravedere i tatuaggi con cui la donna decorava gran parte del suo corpo, i piercing ai capezzoli, la silhouette sinuosa e la lingerie coordinata sottostante. Quest'ultima consisteva in un unico capo: un perizoma nero, ridotto nelle dimensioni a un triangolo che a stento le copriva i genitali.
Il taglio dell'abito, corto e aderente, creava un forte contrasto con gli elementi sacri più tradizionali: un colletto alto e bianco, decorato al centro da una piccola croce nera rovesciata. Sotto di esso si nascondeva un collare di cuio da cui pendeva un anello metallico al quale era agganciato quello che Linda definiva, tra sé e sé, un guinzaglio da cane.
Le braccia erano coperte fino alle mani da ampi polsini candidi, che staccavano nettamente dalle maniche lunghe e svasate. Sul capo portava una fascia bianca accostata al velo scuro che le ricadeva sulle spalle.
Il volto era valorizzato da un trucco pesante che le accendeva le labbra di un rosso vivido e le scuriva le palpebre di nero in un contrasto feroce e seducente.
Il viso, racchiuso tra i lembi di quel velo, appariva pallido, candido, quasi immacolato. Per finire, ai piedi indossava degli stivali in vernice nera alti fino a un palmo sotto il ginocchio, con un tacco da 18 centimetri, una zeppa di 7 centimetri e un'infinità di lacci per un look audace e deciso. Una zip quasi invisibile correva lateralmente, discreta ma pratica, lasciando spazio a una linea continua fino al ginocchio, le slanciava la postura e la costringeva a arcuare la schiena per sottolineare la rotondità dei suoi glutei.
Nell’insieme, ammise Linda che a stento si riconosceva nel riflesso davanti ai suoi occhi, il risultato era franco, diretto, quasi ipnotico.
«È ora di andare», disse Delfino che nel frattempo, mentre lei era persa nelle sue considerazioni, si era rivestito.
Con un ultimo respiro profondo per scacciare la tensione e seppellire l'orgoglio ferito, Linda strinse tra le mani l’ultimo accessorio: una borsetta di pelle a forma di finto libro di preghiere, su cui a caratteri d’oro spiccava la scritta “The Bible of Sin”. Era l'elemento essenziale che completava l'inganno, nonchè pratico, dentro custodiva poche cose ma fondamentali: il suo iPhone, del lubrificante, dei preservativi e , in fine, un discreto manganello estensibile.
“Si andiamo” rispose.
Era pronta.
Fece per allungare la mano verso l'appendiabiti, intenzionata a prendere un soprabito con cui coprirsi, ma la voce di lui, la bloccò a metà percorso, smorzandone l’iniziativa.
«No», disse lui, intercettando il suo movimento. «Lasciamo che anche altri si godano lo spettacolo» aggiunse aprendo la porta dell’ufficio in cui fino a quel momento erano stati in pace.
Linda ebbe un fremito di viscerale vergogna. Sapeva bene, però, che se quelle erano le condizioni dettate da Delfino per portarla alla sua meta, non poteva fare altro che piegarsi.
Il tragitto attraverso il ristorante si rivelò un autentico rito di umiliazione. Vista l'ora di cena, la sala si andava via via riempiendo, esponendola al pubblico ludibrio.
Il locale era uno dei più apprezzati del centro, non c’erano solo uomini ad affollare la sale, ma coppie di fidanzatini, e persino alcune famiglie con dei bambini al seguito.
Linda cercò di affrettare il passo, desiderando solo di sparire, con lo sguardo fisso sul pavimento avanzava, ma Delfino sembrava farlo apposta: si fermava di continuo per salutare conoscenti e scambiare due chiacchiere di circostanza, rallentandola inesorabilmente. La donna tentò in tutti i modi di ignorare gli sguardi carichi di desiderio e di giudizio , i sussurri e le risatine di alcuni, che le piovevano addosso da ogni tavolo. Eppure, sotto l’imbarazzo profondo che la faceva tremare e arrossire, sentì strisciare un senso di eccitazione crescente, una reazione improvvisa e torbida che non riusciva a frenare.
Sensazione che crebbe in strada, in un periodo interminabile, nel tragitto tra il ristorante e il parcheggio dove Delfino teneva la sua auto, tra gli estranei che la incontravano e si fermavano a guardala, a desiderarla, a farla sentire, sporca, indecente.
“che troia” qualcuno le disse rimanendo confuso tra la folla, e quello aumento, il calore generato nel suo basso ventre.
Non appena salì finalmente in auto, serrò d'istinto le ginocchia, quasi a voler celare il brivido caldo che quella situazione, quell’essere esibita, le stava provocando.
Delfino la guardò. Nei suoi occhi c'era un divertimento sadico, famelico.
«Andiamo», lo incalzò lei, cercando di dare alla voce un tono fermo.
«Sì, la serata è appena iniziata», rispose lui, accendendo il motore. L'auto scattò in avanti, e la caccia a Simona poté finalmente cominciare.
Per lei, quella finzione era una ferita aperta. Da quando aveva affrontato il percorso di transizione da Filippo a Linda, aveva sviluppato un profondo rifiuto per qualunque tipo di travestimento, persino per quelli ingenui di Carnevale.
Sentiva che mascherarsi finisse sempre per eclissare la sua vera identità, quell'identità che le era costata fatica per essere finalmente affermata e riconosciuta. Eppure, il costume che Delfino aveva scelto per lei, dopo averla costretta a tre interminabili cambi, infermiera, poliziotta e infine suora di clausura, aveva un senso.
Messe da parte i suoi principi si era rassegnata, tutto quello aveva l'unico, spietato scopo, farla passare inosservata per infiltrarsi a quella festa privata.
«Stai benissimo, piccola», l’aveva rassicurata lui. Nudo, sudato, unto ed enorme, se ne stava sul divano dietro di lei, divorandola con gli occhi mentre mangiava, uno dietro l’altro, tranci di una pizza formato famiglia.
In fondo era vero: quel costume era audace, eccessivo, indecente, provocante e dissacrante, e su di lei creava un tocco di seduzione indomabile.
L'abito giocava completamente sulle trasparenze di un tessuto che la copriva a stento; si riduceva a un velo nero e leggerissimo, che lasciava intravedere i tatuaggi con cui la donna decorava gran parte del suo corpo, i piercing ai capezzoli, la silhouette sinuosa e la lingerie coordinata sottostante. Quest'ultima consisteva in un unico capo: un perizoma nero, ridotto nelle dimensioni a un triangolo che a stento le copriva i genitali.
Il taglio dell'abito, corto e aderente, creava un forte contrasto con gli elementi sacri più tradizionali: un colletto alto e bianco, decorato al centro da una piccola croce nera rovesciata. Sotto di esso si nascondeva un collare di cuio da cui pendeva un anello metallico al quale era agganciato quello che Linda definiva, tra sé e sé, un guinzaglio da cane.
Le braccia erano coperte fino alle mani da ampi polsini candidi, che staccavano nettamente dalle maniche lunghe e svasate. Sul capo portava una fascia bianca accostata al velo scuro che le ricadeva sulle spalle.
Il volto era valorizzato da un trucco pesante che le accendeva le labbra di un rosso vivido e le scuriva le palpebre di nero in un contrasto feroce e seducente.
Il viso, racchiuso tra i lembi di quel velo, appariva pallido, candido, quasi immacolato. Per finire, ai piedi indossava degli stivali in vernice nera alti fino a un palmo sotto il ginocchio, con un tacco da 18 centimetri, una zeppa di 7 centimetri e un'infinità di lacci per un look audace e deciso. Una zip quasi invisibile correva lateralmente, discreta ma pratica, lasciando spazio a una linea continua fino al ginocchio, le slanciava la postura e la costringeva a arcuare la schiena per sottolineare la rotondità dei suoi glutei.
Nell’insieme, ammise Linda che a stento si riconosceva nel riflesso davanti ai suoi occhi, il risultato era franco, diretto, quasi ipnotico.
«È ora di andare», disse Delfino che nel frattempo, mentre lei era persa nelle sue considerazioni, si era rivestito.
Con un ultimo respiro profondo per scacciare la tensione e seppellire l'orgoglio ferito, Linda strinse tra le mani l’ultimo accessorio: una borsetta di pelle a forma di finto libro di preghiere, su cui a caratteri d’oro spiccava la scritta “The Bible of Sin”. Era l'elemento essenziale che completava l'inganno, nonchè pratico, dentro custodiva poche cose ma fondamentali: il suo iPhone, del lubrificante, dei preservativi e , in fine, un discreto manganello estensibile.
“Si andiamo” rispose.
Era pronta.
Fece per allungare la mano verso l'appendiabiti, intenzionata a prendere un soprabito con cui coprirsi, ma la voce di lui, la bloccò a metà percorso, smorzandone l’iniziativa.
«No», disse lui, intercettando il suo movimento. «Lasciamo che anche altri si godano lo spettacolo» aggiunse aprendo la porta dell’ufficio in cui fino a quel momento erano stati in pace.
Linda ebbe un fremito di viscerale vergogna. Sapeva bene, però, che se quelle erano le condizioni dettate da Delfino per portarla alla sua meta, non poteva fare altro che piegarsi.
Il tragitto attraverso il ristorante si rivelò un autentico rito di umiliazione. Vista l'ora di cena, la sala si andava via via riempiendo, esponendola al pubblico ludibrio.
Il locale era uno dei più apprezzati del centro, non c’erano solo uomini ad affollare la sale, ma coppie di fidanzatini, e persino alcune famiglie con dei bambini al seguito.
Linda cercò di affrettare il passo, desiderando solo di sparire, con lo sguardo fisso sul pavimento avanzava, ma Delfino sembrava farlo apposta: si fermava di continuo per salutare conoscenti e scambiare due chiacchiere di circostanza, rallentandola inesorabilmente. La donna tentò in tutti i modi di ignorare gli sguardi carichi di desiderio e di giudizio , i sussurri e le risatine di alcuni, che le piovevano addosso da ogni tavolo. Eppure, sotto l’imbarazzo profondo che la faceva tremare e arrossire, sentì strisciare un senso di eccitazione crescente, una reazione improvvisa e torbida che non riusciva a frenare.
Sensazione che crebbe in strada, in un periodo interminabile, nel tragitto tra il ristorante e il parcheggio dove Delfino teneva la sua auto, tra gli estranei che la incontravano e si fermavano a guardala, a desiderarla, a farla sentire, sporca, indecente.
“che troia” qualcuno le disse rimanendo confuso tra la folla, e quello aumento, il calore generato nel suo basso ventre.
Non appena salì finalmente in auto, serrò d'istinto le ginocchia, quasi a voler celare il brivido caldo che quella situazione, quell’essere esibita, le stava provocando.
Delfino la guardò. Nei suoi occhi c'era un divertimento sadico, famelico.
«Andiamo», lo incalzò lei, cercando di dare alla voce un tono fermo.
«Sì, la serata è appena iniziata», rispose lui, accendendo il motore. L'auto scattò in avanti, e la caccia a Simona poté finalmente cominciare.
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