Il massaggio galeotto
di
Valeria29
genere
incesti
Racconto di fantasia.
La mia famiglia è composta da mia madre e da mio patrigno. Da giovane, mia madre rimase incinta di me e il mio vero padre non volle accogliermi e riconoscere. Sandro, questo è il suo nome, si innamorò di mia madre, e nonostante tutto ebbe la volontà di accogliere mia madre in quella situazione non semplice. Il mio patrigno, che ho sempre chiamato papà, è una brava persona, stimata in pubblico e nella sua attività lavorativa. È un fisioterapista, con anni di esperienza alle spalle, mani che sanno esattamente dove premere e quanto. Esteticamente di bella presenza e prestante, molto attivo nel suo campo, e nello stesso tempo con le frequentazioni con il gentil sesso. Tra le sue clienti abituali, due o tre tornano con una frequenza sospetta. Escono sempre con un'aria soddisfatta, quasi rilassata in modo eccessivo, e certe fatture sembrano non materializzarsi mai. Mia madre probabilmente se n'è accorta, ma ha scelto di non aprire quella porta. Il loro rapporto regge, lui è presente, non ci fa mancare nulla. A volte la saggezza sta proprio nel sapere cosa non guardare.
Il rapporto tra me e lui e molto buono, ci confidiamo su tutto, anche sulle argomentazioni che riguardano la sfera quella più personale, più intima. Mi stuzzica parlare di questi momenti perche lui si mostra molto interessato, e a me piace quando mi guarda con quei occhi languidi.
Mia madre è una donna fortunata, questo l'ho capito da sola, dai loro sguardi quando credono che nessuno guardi. C'è qualcosa di animalesco e insieme tenero in quel modo in cui lui la guarda. Qualcosa che mi ha sempre fatto immaginare come sarebbe stato essere al posto suo.
Mi era capitato spesso di sottopormi ai suoi massaggi nei momenti liberi dagli appuntamenti. Quelle mani impregnate di olio balsamico che scivolano sulla schiena hanno un effetto che è difficile descrivere senza arrossire, un calore che parte dalla pelle e scende più in profondità di quanto un massaggio dovrebbe arrivare. Me ne ero accorta. Lui probabilmente anche.
Un pomeriggio entrai nel suo studio quando stava per concludere le ultime sedute. Gli chiesi "Hai finito per oggi?"
"Si, ho finito".
"Avresti del tempo libero da dedicarmi con uno di quei tuoi massaggi magici? Ne ho proprio bisogno".
Mi guardò negl'occhi e con uno sguardo che durò un secondo in più del necessario, mi fece cenno di di sì.
Mi spogliai rimanendo in intimo, e mi sdraiai a pancià in giù sul lettino. Si unse le mani con l'olio balsamico e iniziò dalle spalle, con una pressione lenta, deliberata. Con gli occhi chiusi mi concentravo sulle sensazioni che mi procuravano quelle mani quando dalle spalle scivolavano fin giù alla vita. Quando passò alle gambe fu peggio, o meglio, a seconda dei punti di vista. Le sue dita salivano lungo i polpacci, le cosce, si avvicinavano ai glutei con una cautela che sembrava più calcolo che rispetto.
Poi fu la volta buona che mi fece girare, supina. Esitai un secondo, poi gli chiesi se potevo togliermi il reggiseno.
Mi fece segno di sì senza battere ciglio. Fu la prima volta che mi vide così. Sentii l'aria dello studio farsi pesante e il click di una porta che si chiudeva alle spalle. Versò ancora olio sulle mani e riprese. Le sue dita scendevano dal collo lungo lo sterno, sfioravano i seni con una pressione che stava diventando impossibile da giustificare con la fisioterapia. Sentii i capezzoli farsi duri e non feci nulla per nasconderlo.
Le mie braccia erano distese ai lati del corpo. Le mie dita incontrarono quasi per caso la patta dei suoi pantaloni, e sotto, inconfondibile, qualcosa di notevole, eretto. Rimasi ferma, e lui non si allontanò, anzi.
Gli chiesi:
"Sì sincero, papà! Hai qualche tresca con le tue clienti?"
"Perché me lo chiedi? Cosa ti fa pensare una cosa del genere?"
"Le clienti fisse. Quelle che escono sempre con il sorriso e senza scontrino. Non sono stupida."
"Sei un ottima osservatrice, ma anche se fosse così, lo sai che ci tengo a tua madre e a te".
Intanto la mia mano si era messa a muoversi da sola, lenta, attraverso la stoffa. Mi piaceva sentirlo eccitato sotto le dita, mi piaceva quella sensazione. Abbassai i pantaloni quel tanto che bastava, poi gli slip.
Rimasi ferma a guardare. Era davvero notevole, lungo, pesante, già pienamente eretto.
"Ma cosa fai, Valeria?"
"Sono curiosa di vederlo" dissi semplicemente.
"E allora come ti sembra?"
"Meglio di come immaginavo."
Lo tirai a me e cominciai a menarlo. Lo guardavo con ammirazione, pochi peli e tutta sostanza. Sopraffatta dalle mie tentazioni non mi accorsi che la sua mano era già all'interno dei miei slip intento a masturbarmi.
Mi girai di fianco e lo accolsi in bocca. Sentii la sua mano posarsi sulla mia testa, non per guidarmi, solo per tenermi, per dire che era lì. Mentre lavoravo con la lingua le sue dita cercavano i punti giusti dentro di me, e li trovava con quella competenza professionale che lo caratterizzava. Gemevo con la bocca piena di lui.
"Cosa dovremmo fare ora, ci fermiamo quì?" Mi chiese.
"No, devi fare esattamente quello che fai con le tue clienti speciali. Cioè sesso."
"Valeria." Era un avvertimento e un'invocazione nello stesso tempo. "Sono tuo padre, anche se sulla carta."
"Non pensarci, fatti guidare dal tuo istinto. Ora spogliati, voglio sentire il calore del tuo corpo sul mio."
Mi scese dal lettino tra le braccia e mi strinse a sé. Il suo cazzo era schiacciato contro il mio ventre, caldo e pesante, e io ero così bagnata che scivolava su di me ad ogni movimento.
"Dimmi che lo vuoi", mi disse.
"Si, lo voglio" gli risposi.
Mi prese per i fianchi, mi allineò a sé e lo spinse dentro.
Una scossa attraversò la colonna vertebrale dal basso fino alla nuca. Mi aggrappai al bordo del lettino mentre lui trovava il ritmo, misurato all'inizio, poi sempre meno, incurante che fossi sua figlia. Mi mordeva la spalla, mi baciava il collo, premeva la bocca sul petto come se stesse cercando qualcosa.
Lo studio non offriva molte opzioni. Finimmo sulla scrivania, fece scivolare tutto di lato con un gesto solo e mi stese sul piano di legno. Mi prese per le caviglie, le alzò sulle sue spalle, e ricominciò con una ferocia che non mi aspettavo. Non ascoltava quando dicevo piano, o forse ascoltava e decideva di ignorarmi, il che era peggio e meglio insieme. I miei seni rimbalzavano ad ogni spinta e lui si chinava a succhiarli con una voracità che mi tolse le ultime parole rimaste.
"Ti piace, figliola?"
"Cazzo se mi piace, papà."
Gli chiesi di aumentare il ritmo, ero lì per lì a venire. Obbedì prontamente mentre il mio corpo si stava irrigidendo. Sentii l'orgasmo costruirsi come una pressione che non trovava uscita, sempre più insostenibile. Gli dissi di non fermarsi. Obbedì. Il mio corpo si irrigidì in modo quasi doloroso, poi si sciolse tutto in un istante, e lui venne insieme a me, con un respiro rotto e profondo, le dita affondate nei miei fianchi. Lo sentii riempirmi di quel calore interno, denso, inequivocabile. Restai ferma ad assaporarlo, gli occhi chiusi.
Niente baci sulla bocca. Solo quei piccoli baci quieti che si danno tra padre e figlia, sulla fronte, sulla guancia. Come se non fosse successo nulla, e come se fosse successo tutto.
"Era proprio come immaginavo," gli dissi alla fine, ancora stesa sul tavolo. "Verrò a trovarti più spesso. Come le tue clienti speciali."
Sorrise, e continuò a depositare piccoli baci sul mio corpo senza rispondere.
La mia famiglia è composta da mia madre e da mio patrigno. Da giovane, mia madre rimase incinta di me e il mio vero padre non volle accogliermi e riconoscere. Sandro, questo è il suo nome, si innamorò di mia madre, e nonostante tutto ebbe la volontà di accogliere mia madre in quella situazione non semplice. Il mio patrigno, che ho sempre chiamato papà, è una brava persona, stimata in pubblico e nella sua attività lavorativa. È un fisioterapista, con anni di esperienza alle spalle, mani che sanno esattamente dove premere e quanto. Esteticamente di bella presenza e prestante, molto attivo nel suo campo, e nello stesso tempo con le frequentazioni con il gentil sesso. Tra le sue clienti abituali, due o tre tornano con una frequenza sospetta. Escono sempre con un'aria soddisfatta, quasi rilassata in modo eccessivo, e certe fatture sembrano non materializzarsi mai. Mia madre probabilmente se n'è accorta, ma ha scelto di non aprire quella porta. Il loro rapporto regge, lui è presente, non ci fa mancare nulla. A volte la saggezza sta proprio nel sapere cosa non guardare.
Il rapporto tra me e lui e molto buono, ci confidiamo su tutto, anche sulle argomentazioni che riguardano la sfera quella più personale, più intima. Mi stuzzica parlare di questi momenti perche lui si mostra molto interessato, e a me piace quando mi guarda con quei occhi languidi.
Mia madre è una donna fortunata, questo l'ho capito da sola, dai loro sguardi quando credono che nessuno guardi. C'è qualcosa di animalesco e insieme tenero in quel modo in cui lui la guarda. Qualcosa che mi ha sempre fatto immaginare come sarebbe stato essere al posto suo.
Mi era capitato spesso di sottopormi ai suoi massaggi nei momenti liberi dagli appuntamenti. Quelle mani impregnate di olio balsamico che scivolano sulla schiena hanno un effetto che è difficile descrivere senza arrossire, un calore che parte dalla pelle e scende più in profondità di quanto un massaggio dovrebbe arrivare. Me ne ero accorta. Lui probabilmente anche.
Un pomeriggio entrai nel suo studio quando stava per concludere le ultime sedute. Gli chiesi "Hai finito per oggi?"
"Si, ho finito".
"Avresti del tempo libero da dedicarmi con uno di quei tuoi massaggi magici? Ne ho proprio bisogno".
Mi guardò negl'occhi e con uno sguardo che durò un secondo in più del necessario, mi fece cenno di di sì.
Mi spogliai rimanendo in intimo, e mi sdraiai a pancià in giù sul lettino. Si unse le mani con l'olio balsamico e iniziò dalle spalle, con una pressione lenta, deliberata. Con gli occhi chiusi mi concentravo sulle sensazioni che mi procuravano quelle mani quando dalle spalle scivolavano fin giù alla vita. Quando passò alle gambe fu peggio, o meglio, a seconda dei punti di vista. Le sue dita salivano lungo i polpacci, le cosce, si avvicinavano ai glutei con una cautela che sembrava più calcolo che rispetto.
Poi fu la volta buona che mi fece girare, supina. Esitai un secondo, poi gli chiesi se potevo togliermi il reggiseno.
Mi fece segno di sì senza battere ciglio. Fu la prima volta che mi vide così. Sentii l'aria dello studio farsi pesante e il click di una porta che si chiudeva alle spalle. Versò ancora olio sulle mani e riprese. Le sue dita scendevano dal collo lungo lo sterno, sfioravano i seni con una pressione che stava diventando impossibile da giustificare con la fisioterapia. Sentii i capezzoli farsi duri e non feci nulla per nasconderlo.
Le mie braccia erano distese ai lati del corpo. Le mie dita incontrarono quasi per caso la patta dei suoi pantaloni, e sotto, inconfondibile, qualcosa di notevole, eretto. Rimasi ferma, e lui non si allontanò, anzi.
Gli chiesi:
"Sì sincero, papà! Hai qualche tresca con le tue clienti?"
"Perché me lo chiedi? Cosa ti fa pensare una cosa del genere?"
"Le clienti fisse. Quelle che escono sempre con il sorriso e senza scontrino. Non sono stupida."
"Sei un ottima osservatrice, ma anche se fosse così, lo sai che ci tengo a tua madre e a te".
Intanto la mia mano si era messa a muoversi da sola, lenta, attraverso la stoffa. Mi piaceva sentirlo eccitato sotto le dita, mi piaceva quella sensazione. Abbassai i pantaloni quel tanto che bastava, poi gli slip.
Rimasi ferma a guardare. Era davvero notevole, lungo, pesante, già pienamente eretto.
"Ma cosa fai, Valeria?"
"Sono curiosa di vederlo" dissi semplicemente.
"E allora come ti sembra?"
"Meglio di come immaginavo."
Lo tirai a me e cominciai a menarlo. Lo guardavo con ammirazione, pochi peli e tutta sostanza. Sopraffatta dalle mie tentazioni non mi accorsi che la sua mano era già all'interno dei miei slip intento a masturbarmi.
Mi girai di fianco e lo accolsi in bocca. Sentii la sua mano posarsi sulla mia testa, non per guidarmi, solo per tenermi, per dire che era lì. Mentre lavoravo con la lingua le sue dita cercavano i punti giusti dentro di me, e li trovava con quella competenza professionale che lo caratterizzava. Gemevo con la bocca piena di lui.
"Cosa dovremmo fare ora, ci fermiamo quì?" Mi chiese.
"No, devi fare esattamente quello che fai con le tue clienti speciali. Cioè sesso."
"Valeria." Era un avvertimento e un'invocazione nello stesso tempo. "Sono tuo padre, anche se sulla carta."
"Non pensarci, fatti guidare dal tuo istinto. Ora spogliati, voglio sentire il calore del tuo corpo sul mio."
Mi scese dal lettino tra le braccia e mi strinse a sé. Il suo cazzo era schiacciato contro il mio ventre, caldo e pesante, e io ero così bagnata che scivolava su di me ad ogni movimento.
"Dimmi che lo vuoi", mi disse.
"Si, lo voglio" gli risposi.
Mi prese per i fianchi, mi allineò a sé e lo spinse dentro.
Una scossa attraversò la colonna vertebrale dal basso fino alla nuca. Mi aggrappai al bordo del lettino mentre lui trovava il ritmo, misurato all'inizio, poi sempre meno, incurante che fossi sua figlia. Mi mordeva la spalla, mi baciava il collo, premeva la bocca sul petto come se stesse cercando qualcosa.
Lo studio non offriva molte opzioni. Finimmo sulla scrivania, fece scivolare tutto di lato con un gesto solo e mi stese sul piano di legno. Mi prese per le caviglie, le alzò sulle sue spalle, e ricominciò con una ferocia che non mi aspettavo. Non ascoltava quando dicevo piano, o forse ascoltava e decideva di ignorarmi, il che era peggio e meglio insieme. I miei seni rimbalzavano ad ogni spinta e lui si chinava a succhiarli con una voracità che mi tolse le ultime parole rimaste.
"Ti piace, figliola?"
"Cazzo se mi piace, papà."
Gli chiesi di aumentare il ritmo, ero lì per lì a venire. Obbedì prontamente mentre il mio corpo si stava irrigidendo. Sentii l'orgasmo costruirsi come una pressione che non trovava uscita, sempre più insostenibile. Gli dissi di non fermarsi. Obbedì. Il mio corpo si irrigidì in modo quasi doloroso, poi si sciolse tutto in un istante, e lui venne insieme a me, con un respiro rotto e profondo, le dita affondate nei miei fianchi. Lo sentii riempirmi di quel calore interno, denso, inequivocabile. Restai ferma ad assaporarlo, gli occhi chiusi.
Niente baci sulla bocca. Solo quei piccoli baci quieti che si danno tra padre e figlia, sulla fronte, sulla guancia. Come se non fosse successo nulla, e come se fosse successo tutto.
"Era proprio come immaginavo," gli dissi alla fine, ancora stesa sul tavolo. "Verrò a trovarti più spesso. Come le tue clienti speciali."
Sorrise, e continuò a depositare piccoli baci sul mio corpo senza rispondere.
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