Quando il desiderio brucia.
di
Valeria29
genere
esibizionismo
Sono Valeria. Quante volte ci siamo ritrovate a desiderare esattamente quello che non dovremmo, il ragazzo dell'amica. Quel desiderio proibito che covi in silenzio, che cerchi di soffocare per poi ritrovarti a fantasticarci alle tre di notte masturbandoti.
Sara era la mia amica di lunga data, una di quelle persone con cui condividi anni di vita, segreti, risate. E cambiava fidanzati come le stagioni. Ma l'ultimo l'ultimo era diverso.
Alfredo. Solo a pronunciarlo quel nome c'era qualcosa, una consistenza, un peso. Occhi azzurri di un'intensità quasi fastidiosa, un corpo statuario di chi non ha mai saltato un allenamento in vita sua. Ogni volta che ci ritrovavamo, il mio sguardo finiva su di lui con una forza gravitazionale che non riuscivo a governare. Mi assaliva un'eccitazione incontrollata, era il segno che desideravo a tutti i costi essere posseduta da lui. Lui lo sapeva. Lo percepivo dal modo in cui ricambiava, un secondo in più del necessario, come se stesse misurando qualcosa.
Curavo ogni dettaglio quando sapevo che lo avrei incontrato. Leggings che seguivano ogni curva senza lasciare nulla all'immaginazione, magliettina corta di cotone, possibilmente senza reggiseno, perché i capezzoli che premono contro il tessuto sottile dicono cose che le parole non osano. Quando sentivo il suo sguardo posarsi su di me, era come se le sue mani fossero già al lavoro, già consapevoli del loro compito. Mi sentivo spogliata in piedi, davanti a tutti, e la cosa più perversa è che mi piaceva da morire.
Il problema era Sara. Gelosissima, protettiva, sempre appiccicata a lui come un satellite fedele. Vivevano in un piccolo appartamento, la loro piccola alcova privata, il nido dove si consumava tutto quello che io potevo solo immaginare. Avvicinarsi ad Alfredo in privato sembrava impossibile. Ma i desideri abbastanza forti trovano sempre una crepa dove insinuarsi.
Una sera d'estate mi appostai nei pressi del palazzo di Sara. Non so quanto tempo rimasi lì, seduta sulla mia macchina parcheggiata dall'altra parte della strada. Poi, passata la mezzanotte, il portone si aprì. Eccolo dirigersi verso la sua automobile.
Aspettai che si mettesse al volante e avviasse il motore. Poi uscii dall'auto e mi piazzai in mezzo alla carreggiata, una mano alzata. Lui si fermò. Mi avvicinai al finestrino che stava già abbassando, e lo guardai con quegli occhi di sfida.
"Ciao Alfredo."
"Ciao Valeria. Cosa c'è?"
Sorrisi, "Avevo voglia di vederti."
"Sali. Non mi piace parlare per strada" rispose.
Salii. Avevo scelto una gonna corta per quella sera, e mentre mi aggiustavo sul sedile sapevo esattamente l'effetto che faceva.
"Allora. Cosa c'è, Valeria."
"Avevo voglia di vederti. Mi piaci tanto, sai?"
"L'avevo capito. E quindi?"
"E quindi..." Mi morsi l'interno del labbro. "Hai fatto sesso questa sera?" Gli chiesi.
"Purtroppo no. Sara era indisposta."
"Ah." Lasciai uscire un mezzo sorriso. "Allora è proprio il mio giorno fortunato."
Allungai la mano e la posai sulla patta dei suoi pantaloni, con tutta la calma del mondo. Lo accarezzai quantp basta per sentirlo gonfiare sotto il palmo della mano.
"Portami in un posto tranquillo," gli dissi sottovoce. "Voglio stare sola con te."
Guidò fuori dal paese senza dire una parola. Un boschetto, la strada sterrata, il buio fitto intorno all'auto. Quando spense il motore non ci fu nessuna premessa. Abbassò il sedile, tirandosi giù i pantaloni.
Era già duro, caldo, pesante tra le mie mani. Lo tenni un momento, solo per guardarlo, con quella soddisfazione silenziosa di chi trova esattamente quello che si aspettava.
"Davvero niente male," dissi. "Proprio come immaginavo."
Mi chinai su di lui e lo presi in bocca lentamente, assaporando ogni reazione. I gemiti che cercava di trattenere e non riusciva, il modo in cui le sue mani si muovevano cercando il mio corpo, il pulsare di lui contro la lingua come un battito accelerato. Sentii le sue dita scivolare lungo la schiena, raggiungere la gonna, trovare la strada verso i punti che bruciavano. Ogni carezza era benzina su un fuoco già atto, ogni gemito suo diventava il mio.
A un certo punto Alfredo mi rivolse una richiesta. "Voglio scoparti," disse. Nessun giro di parole.
Uscimmo dall'auto. L'aria estiva era tiepida sulla pelle, il silenzio del boschetto rotto solo dai grilli. Ci spogliammo quanto bastava, mi spinse contro il cofano ancora caldo, mi fece sdraiare sulla schiena, mi sollevò le gambe fino alle sue spalle con una sicurezza da fare girare la testa, e mi entrò dentro.
Il fiato mi lasciò il corpo di colpo. Un grido squarciò il silenzio del bosco. Le sue spinte erano potenti, ritmiche, precise come chi sa esattamente quello che sta facendo. Sentivo la vagina contrarsi intorno a lui ad ogni affondo, il cofano che cedeva leggermente sotto il peso di entrambi, le sue mani che mi accarezzavano ovunque, i fianchi, le cosce, i capezzoli che diventavano duri come piccole pietre sotto le sue dita.
Poi volle cambiare posizione. Mi girò, pancia in giù sul cofano, e mi prese da dietro. Le sensazioni erano di un'altra natura, più profonde, più animalesco. Affondi che arrivavano fino in fondo e rimbalzavano sul mio corpo con uno schiocco secco che nel silenzio del bosco suonava osceno e meraviglioso allo stesso tempo. Lo invitai a non fermarsi, a darmelo tutto, a trattarmi esattamente per quello che in quel momento ero, una donna in calore che voleva essere scopata senza riserve.
Le contrazioni cominciarono a costruirsi lentamente, ondate sempre più strette, sempre più vicine, finché l'orgasmo non esplose come un'onda di calore che mi lasciò le gambe molli e la voce persa da qualche parte nel buio. Alfredo era ancora vicino ma non ancora arrivato. Lo feci staccare, mi inginocchiai davanti a lui nel buio caldo della notte, e ripresi con la bocca quello che avevo interrotto. Non mi fece aspettare molto, lo sentii gonfiarsi tra le labbra, tendersi, poi esplose copioso su di me, imbrattandomi il viso e il petto con quella calda generosità maschile.
Raccolse con un dito una goccia di sperma dal mio mento, e me la porse sulle labbra in silenzio. Lo assaggiai guardandolo negli occhi.
Mi ricomposi lentamente. Dentro di me quella soddisfazione densa e piena di chi ha ottenuto esattamente quello che voleva, non nonostante avessi tradito Sara, la mia migliore amica.
Sara era la mia amica di lunga data, una di quelle persone con cui condividi anni di vita, segreti, risate. E cambiava fidanzati come le stagioni. Ma l'ultimo l'ultimo era diverso.
Alfredo. Solo a pronunciarlo quel nome c'era qualcosa, una consistenza, un peso. Occhi azzurri di un'intensità quasi fastidiosa, un corpo statuario di chi non ha mai saltato un allenamento in vita sua. Ogni volta che ci ritrovavamo, il mio sguardo finiva su di lui con una forza gravitazionale che non riuscivo a governare. Mi assaliva un'eccitazione incontrollata, era il segno che desideravo a tutti i costi essere posseduta da lui. Lui lo sapeva. Lo percepivo dal modo in cui ricambiava, un secondo in più del necessario, come se stesse misurando qualcosa.
Curavo ogni dettaglio quando sapevo che lo avrei incontrato. Leggings che seguivano ogni curva senza lasciare nulla all'immaginazione, magliettina corta di cotone, possibilmente senza reggiseno, perché i capezzoli che premono contro il tessuto sottile dicono cose che le parole non osano. Quando sentivo il suo sguardo posarsi su di me, era come se le sue mani fossero già al lavoro, già consapevoli del loro compito. Mi sentivo spogliata in piedi, davanti a tutti, e la cosa più perversa è che mi piaceva da morire.
Il problema era Sara. Gelosissima, protettiva, sempre appiccicata a lui come un satellite fedele. Vivevano in un piccolo appartamento, la loro piccola alcova privata, il nido dove si consumava tutto quello che io potevo solo immaginare. Avvicinarsi ad Alfredo in privato sembrava impossibile. Ma i desideri abbastanza forti trovano sempre una crepa dove insinuarsi.
Una sera d'estate mi appostai nei pressi del palazzo di Sara. Non so quanto tempo rimasi lì, seduta sulla mia macchina parcheggiata dall'altra parte della strada. Poi, passata la mezzanotte, il portone si aprì. Eccolo dirigersi verso la sua automobile.
Aspettai che si mettesse al volante e avviasse il motore. Poi uscii dall'auto e mi piazzai in mezzo alla carreggiata, una mano alzata. Lui si fermò. Mi avvicinai al finestrino che stava già abbassando, e lo guardai con quegli occhi di sfida.
"Ciao Alfredo."
"Ciao Valeria. Cosa c'è?"
Sorrisi, "Avevo voglia di vederti."
"Sali. Non mi piace parlare per strada" rispose.
Salii. Avevo scelto una gonna corta per quella sera, e mentre mi aggiustavo sul sedile sapevo esattamente l'effetto che faceva.
"Allora. Cosa c'è, Valeria."
"Avevo voglia di vederti. Mi piaci tanto, sai?"
"L'avevo capito. E quindi?"
"E quindi..." Mi morsi l'interno del labbro. "Hai fatto sesso questa sera?" Gli chiesi.
"Purtroppo no. Sara era indisposta."
"Ah." Lasciai uscire un mezzo sorriso. "Allora è proprio il mio giorno fortunato."
Allungai la mano e la posai sulla patta dei suoi pantaloni, con tutta la calma del mondo. Lo accarezzai quantp basta per sentirlo gonfiare sotto il palmo della mano.
"Portami in un posto tranquillo," gli dissi sottovoce. "Voglio stare sola con te."
Guidò fuori dal paese senza dire una parola. Un boschetto, la strada sterrata, il buio fitto intorno all'auto. Quando spense il motore non ci fu nessuna premessa. Abbassò il sedile, tirandosi giù i pantaloni.
Era già duro, caldo, pesante tra le mie mani. Lo tenni un momento, solo per guardarlo, con quella soddisfazione silenziosa di chi trova esattamente quello che si aspettava.
"Davvero niente male," dissi. "Proprio come immaginavo."
Mi chinai su di lui e lo presi in bocca lentamente, assaporando ogni reazione. I gemiti che cercava di trattenere e non riusciva, il modo in cui le sue mani si muovevano cercando il mio corpo, il pulsare di lui contro la lingua come un battito accelerato. Sentii le sue dita scivolare lungo la schiena, raggiungere la gonna, trovare la strada verso i punti che bruciavano. Ogni carezza era benzina su un fuoco già atto, ogni gemito suo diventava il mio.
A un certo punto Alfredo mi rivolse una richiesta. "Voglio scoparti," disse. Nessun giro di parole.
Uscimmo dall'auto. L'aria estiva era tiepida sulla pelle, il silenzio del boschetto rotto solo dai grilli. Ci spogliammo quanto bastava, mi spinse contro il cofano ancora caldo, mi fece sdraiare sulla schiena, mi sollevò le gambe fino alle sue spalle con una sicurezza da fare girare la testa, e mi entrò dentro.
Il fiato mi lasciò il corpo di colpo. Un grido squarciò il silenzio del bosco. Le sue spinte erano potenti, ritmiche, precise come chi sa esattamente quello che sta facendo. Sentivo la vagina contrarsi intorno a lui ad ogni affondo, il cofano che cedeva leggermente sotto il peso di entrambi, le sue mani che mi accarezzavano ovunque, i fianchi, le cosce, i capezzoli che diventavano duri come piccole pietre sotto le sue dita.
Poi volle cambiare posizione. Mi girò, pancia in giù sul cofano, e mi prese da dietro. Le sensazioni erano di un'altra natura, più profonde, più animalesco. Affondi che arrivavano fino in fondo e rimbalzavano sul mio corpo con uno schiocco secco che nel silenzio del bosco suonava osceno e meraviglioso allo stesso tempo. Lo invitai a non fermarsi, a darmelo tutto, a trattarmi esattamente per quello che in quel momento ero, una donna in calore che voleva essere scopata senza riserve.
Le contrazioni cominciarono a costruirsi lentamente, ondate sempre più strette, sempre più vicine, finché l'orgasmo non esplose come un'onda di calore che mi lasciò le gambe molli e la voce persa da qualche parte nel buio. Alfredo era ancora vicino ma non ancora arrivato. Lo feci staccare, mi inginocchiai davanti a lui nel buio caldo della notte, e ripresi con la bocca quello che avevo interrotto. Non mi fece aspettare molto, lo sentii gonfiarsi tra le labbra, tendersi, poi esplose copioso su di me, imbrattandomi il viso e il petto con quella calda generosità maschile.
Raccolse con un dito una goccia di sperma dal mio mento, e me la porse sulle labbra in silenzio. Lo assaggiai guardandolo negli occhi.
Mi ricomposi lentamente. Dentro di me quella soddisfazione densa e piena di chi ha ottenuto esattamente quello che voleva, non nonostante avessi tradito Sara, la mia migliore amica.
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