Tra le mura domestiche

di
genere
incesti

Sono Valeria, figlia di Davide, mio padre. Nostra madre è deceduta 6 anni fa, e da allora la nostra vita è cambiata totalmente. È stato un colpo devastante per me e per papà Davide. Lui, che con la mamma aveva un’intesa perfetta, un legame fatto di complicità e passione, si è spento dentro. Li ricordo ancora, i loro momenti di intimità, le fughe nelle Spa per rigenerarsi, mentre io restavo con la sorella di mamma. Dopo la sua morte, papà è caduto in una profonda depressione. Tutti, parenti e amici, abbiamo cercato di stargli vicino, ma il vuoto era incolmabile.
Da allora, non ho più dormito nel mio letto. Mi mancava la buonanotte di mamma, quel gesto tenero che mi faceva sentire amata. Così, ho iniziato a rifugiarmi nel letto coniugale, accanto a papà. La sua presenza mi dava sicurezza, e credo che anche per lui fosse un conforto avermi vicino. Ma lui si era chiuso in sé stesso, dedito solo al lavoro e ai suoi doveri di papà, senza mai cercare una nuova compagnia, nonostante io gli avessi detto che non avrei avuto nulla in contrario. Lo vedevo spento, triste, con un vuoto negli occhi che mi spezzava il cuore.
Gli anni sono passati, e io sono cresciuta. Il mio corpo prendeva forma: una terza di seno che spingeva sotto le magliette, un fondoschiena pieno e sodo che attirava gli sguardi. Ero già maggiorenne quando, una notte, accadde qualcosa di inaspettato. Mi svegliai nel cuore della notte, sentendo una presenza accanto a me. Era papà, era lì, il suo corpo premuto contro il mio, troppo vicino per essere un caso. Sentivo il calore della sua eccitazione contro le mie natiche, e un brivido di imbarazzo mi attraversò. Rimasi ferma, fingendo di dormire, il cuore che batteva forte. Non sapevo cosa pensare, ma non lo fermai. Forse, in fondo, capivo il suo bisogno, la sua astinenza, il peso di anni senza contatto umano. Il suo respiro si fece affannoso, il movimento lento e ritmico contro di me, fino a quando si allontanò di colpo.
Ero sconvolta, ma non arrabbiata. Ricordavo le notti in cui sentivo i gemiti di papà e mamma attraverso le pareti, la loro passione che sembrava incendiare l’aria. Come potevo giudicarlo? Da quella notte, qualcosa cambiò. Papà iniziò a cercarmi più spesso, sempre nello stesso modo, sempre nel buio, come se fosse un segreto anche per lui stesso. Non sapevo se credesse davvero che dormissi o se sperasse che fossi sveglia e consenziente. Con il passare dei mesi, divenne più audace. Era estate, dormivo con shorts leggeri e una maglietta sottile. Sentivo la sua mano scivolare lungo la mia gamba, timida ma desiderosa, risalire piano, tirarmi verso di lui per aderire meglio al suo corpo. Per lui era un risveglio, una libidine che credeva morta. Per me, invece, stava diventando un gioco eccitante. Lo vedevo più rilassato, più presente, e questo mi gratificava.
A volte, tentava di spingersi oltre, le sue dita che cercavano di intrufolarsi sotto il mio pigiama, ma si fermava sempre, forse per paura che mi svegliassi. Io, però, aspettavo. Aspettavo che trovasse il coraggio, che superasse quell’esitazione che lo frenava. Lo desideravo, in un certo senso. Così, decisi di dargli una mano. Una notte d’estate, col pretesto del caldo, mi coricai solo in intimo, un invito che non poteva ignorare.
Quella sera, poche ore dopo essermi messa a letto, lo sentii arrivare, muoversi. Questa volta il contatto era diretto, pelle contro pelle, il suo membro duro che premeva sulle mie natiche. Il cuore mi batteva all’impazzata mentre le sue dita scivolavano sotto il bordo degli slip. Trattenni il fiato quando sfiorò il clitoride, e un sussulto mi sfuggì. Lui si fermò, immobilizzandosi per lunghi minuti, temendo forse una mia reazione. Poi riprovò, con più decisione.
Riuscì a sfilarmi gli slip con mani incerte, posizionando il suo membro duro, protetto da un preservativo, tra i miei glutei. Con movimenti lenti e calcolati, iniziò a spingersi su e giù, mimando un atto che accendeva brividi lungo la mia schiena. Anch’io ero travolta da un’eccitazione crescente e, dopo un po’, cominciai a muovermi leggermente, assecondando il suo ritmo, lasciando intendere che non avessi nulla a contrario. Non so se colse quel segnale, quel suggerimento, ma il suo respiro si fece più pesante, il ritmo si intensificò, fino a sentirlo venire. Le sue contrazioni, intense e profonde, sembravano liberare una soddisfazione a lungo repressa, un desiderio che aveva dimenticato da anni.
Nonostante tutto si tratteneva, non superava mai un certo limite. Io, però, sentivo crescere il desiderio di qualcosa di più, di dare un senso a questo gioco. Sapevo che solo io sarei stata in grado di condurlo oltre i suoi limiti.
Il 20 luglio, era l'anniversario del suo matrimonio, un giorno che per lui era sempre stato triste dopo la morte di mamma. Decisi di dare un senso a quel giorno.
“Papà, perché non usciamo a mangiare qualcosa stasera?” proposi con un sorriso.
“Non lo so, anche se mi sembra una buona idea,” rispose, con un’ombra di sorpresa nella voce.
Andammo in una trattoria vicino casa, ordinammo piatti semplici e un buon vino. Tra chiacchiere leggere e qualche bicchiere di troppo, riuscii a farlo rilassare, a strappargli qualche sorriso. Tornammo a casa a mezzanotte, con il caldo che ci faceva coricare solo in intimo. Era lì sotto le lenzuola che guardava il soffitto pensieroso. Mi avvicinai con una scusa e un pensiero fisso.
“Papà, da quanto tempo non mi abbracci? Come quando ero piccola, ricordi?”
“Vieni qua, tesoro” disse, accogliendomi nel suo letto con la testa sul suo petto, il braccio attorno al mio collo.
Sentivo il battito del suo cuore sotto la mia guancia, il suo respiro che si faceva più profondo mentre accarezzavo il suo petto villoso. Scesi piano con la mano, sempre più in basso. Lo sentii irrigidirsi, il respiro spezzato. Raggiunsi il bordo dei suoi slip, esitai un attimo, poi infilai la mano dentro. Era duro, caldo, pulsante nella mia presa.
“Èra questo che volevi, papà nelle tue visite notturne?” sussurrai.
Non rispose, ma il suo silenzio diceva molto. Scostai il lenzuolo, era la prima volta che vedevo il pene di papà, e solo in quel momento capii che i gemiti di mamma avevano una giustificazione. Mi abbassai verso il suo ventre e lo presi in bocca. Lui gemette, le mani sulla mia testa, il corpo teso. Lui si coprì gli occhi, imbarazzato.
“Dai, papà, non fare così. So che mi desideravi da tempo. Guardami,” dissi, togliendomi il reggiseno, i miei seni nudi davanti ai suoi occhi. Gli presi la mano e la posai sul mio petto. “Senti quanto sono morbidi e come batte il mio cuore. Accarezzali.”
Era in evedente stato di forte imbarazzo, rosso in volto, titubante, paralizzato dalla situazione. Mi sdraiai su di lui, il mio viso di fronte al suo, il bacino che sfregava lentamente contro il suo membro. I miei seni erano al suo cospetto:
“Baciali, papà. Succhiali. È da tanto che aspetto questo momento,” lo incoraggiai.
Iniziò timidamente, poi si abbandonò, succhiando i miei capezzoli con crescente avidità.
“Oh, tesoro,” mormorò, finalmente, abbracciandomi forte.
Le sue mani scivolarono lungo la mia schiena, sotto gli slip, afferrando i miei glutei. Mi abbassai e lo baciai, prima con dolcezza, poi con passione, un bacio che faceva tremare entrambi.
“Valeria, non credi che stiamo andando troppo oltre?” chiese.
“Sì, ma è proprio in questa direzione che voglio intraprendere. E lo vuoi anche tu, sono sicura” risposi, baciandolo di nuovo.
Allungai la mano per sfilarmi gli slip. “Tocca, papà. Senti quanto sono bagnata.”
“Oh, tesoro,” fu tutto ciò che disse.
Gli tolsi gli slip, mi misi a cavalcioni sopra di lui.
“Dimmi che mi vuoi. Dimmi che mi vuoi!”
“Non possiamo, Valeria. Non possiamo,” protestò debolmente.
“Sì che possiamo. Tra noi non ci sono tabù,” ribattei con decisione.
Lo vidi frugare nel cassetto per prendere un preservativo, ma glielo strappai di mano.
“Ma Papà, lo sai che prendo la pillola. Sei stato proprio tu a farmela precrivere!”
Lo gettai via, afferrai il suo membro e lo guidai verso di me, appoggiandomi al suo petto.
“Ci siamo, papà. Il tuo sogno sta per avverarsi.”
Abbassai il bacino, sentendolo entrare con tutta la sua forza. Lui gemette forte, il corpo inarcato, gli occhi che brillavano di un piacere dimenticato.
“Oh, Valeria, non dovevi sentirti obbligata.”
“Avevo intuito il tuo disagio, papà. Ora ti chiedo solo di dedicarti a me, come quando facevi urlare di piacere mamma".
Mi fece sdraiare, si mise sopra di me e mi penetrò con affondi decisi. Lo spingevo verso di me, non volevo perdermi nulla di lui.
“Baciami, papà, ti prego.”
Le nostre labbra si unirono, le lingue che si cercavano, un intreccio caldo e disperato.
"Scusami, Valeria. Sono un uomo debole. Non è giusto per te," mormorò, la voce spezzata dal rimorso.
"Non scusarti, papà. Lo sapevo che ti mancavano queste emozioni. Ti ho detto mille volte di trovarti una donna, ma tu non mi hai mai ascoltato. Ora tocca a me a riempire questo vuoto. E lo faccio volentieri, credimi," risposi, guardandolo negli occhi con una dolcezza carica di desiderio.
"Ho Valeria, sei adorabile" sussurrò, sfiorandomi il viso con una carezza.
"E io ho un papà incredibile, un amante pazzesco," ribattei, con un sorriso malizioso.
"Sei bellissima, sto bruciando dentro te," disse, con la voce tremante, mentre i suoi occhi divoravano ogni centimetro di me.
"Anche tu sei perfetto, papà. La tua virilità, mi fa impazzire," confessai, mordendomi il labbro.
"Ora girati, Valeria. Mettiti a carponi," ordinò, con un tono che non ammetteva repliche.
Mi posizionai come voleva. Mi allargò le gambe con decisione, e da dietro entrò di nuovo in me, con affondi profondi. Le sue mani sui miei fianchi mi tenevano ferma mentre spingeva, mentre il suo bacino sbatteva con forza contro il mio sedere. Gemetti forte, travolta dalla sua furia, dalla sua energia incontrollata. Continuava a ripetere il mio nome, ossessionatamente.
"Oh, Valeria, come godo! Ho un fuoco dentro di me che non riesco a spegnere. Dimmi che ti piace!" implorò.
"Papà, non ho mai provato niente di simile. Mi hai aperto un mondo nuovo. Ti desidero da impazzire. Continua così, non fermarti!" lo incitai, stringendo le lenzuola tra le mani.
Le nostre energie sembravano inesauribili. Il nostro amplesso era così intenso che i nostri corpi tremavano, il letto cigolava sotto di noi. L’eccitazione montava rapidamente, portandoci verso il culmine del piacere.
"Ora girati. Ti voglio di nuovo supina, di fronte a me," mi disse, con una voce carica di urgenza.
Mi voltai, aprendo le gambe per accoglierlo di nuovo. Ero pronta a ricevere il suo membro, e lui non si fece aspettare. I suoi affondi erano incessanti, un martellamento che sembrava non avere fine, un preludio alla conclusione di questa connessione così proibita e intensa. Incrociai le gambe sulle sue natiche, tirandolo più vicino, più dentro.
"Così, papà. Spingi più forte. Sento che sto per venire," ansimai, il corpo teso come una corda.
"Anch’io sono al limite. Vuoi davvero che venga dentro di te?" mi chiese con la voce strozzata dal piacere.
"Non aspetto altro. Sì, lo voglio!" risposi, guardandolo dritto negli occhi.
I nostri gemiti si intensificarono, i corpi si contrassero in spasmi violenti. Un’ondata di calore mi riempì, inondandomi la vagina. Un orgasmo senza fine ci travolse. Crollammo esausti, svuotati, senza più un briciolo di forza. Ci staccammo piano, ansimando. Sentivo il suo sperma colare tra le mie gambe, ma cercavo di trattenerlo. Mi piaceva l’idea di tenerlo ancora dentro di me, come un trofeo, un regalo prezioso da custodire.
Ci guardammo negli occhi, i nostri sguardi cambiati, carichi di una nuova intimità. Gli posi una sola domanda, con un filo di voce: "Ti è piaciuto, papà?"
"Immensamente," rispose, con un sorriso stanco ma soddisfatto.
Mi avvicinai a lui, e ci baciammo come due amanti, le labbra che si cercavano con una passione profonda.
"D’ora in poi, non sarai più solo" gli promisi, stringendomi al suo petto.
scritto il
2026-08-25
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