La zucchina e il desiderio.

di
genere
prime esperienze

Qualcuno mi ha chiesto se i miei racconti sono autobiografici. In linea di massima, no! E allora ho pensato che fosse il momento di raccontarvi qualcosa di più intimo della mia vita, almeno al 60%.

Sono Valeria. Nella vita ho vissuto tante esperienze, per lo più gradevoli nella sfera sessuale, un percorso fatto di scoperte graduali, di confini esplorati con curiosità e qualche brivido di trasgressione.
I primi approcci con i coetanei erano essenzialmente circoscritti a seghe e pompini, quei giochi adolescenziali carichi di eccitazione nervosa e risate soffocate. Poi le richieste si facevano più pressanti, più urgenti: volevano sverginami, come se quella fosse l'unica frontiera che contasse. Mi opponevo con fermezza, non per paura vera, ma perché sentivo che quel momento doveva appartenere a qualcosa di più definito. Così, piuttosto che cedere sulla figa, offrivo le chiappe. Mi ci si sdraiavano sopra, lasciavo che il pene scivolasse tra i glutei caldi e stretti, simulando una scopata che non era mai del tutto innocente. Li vedevo perdere la testa comunque, e io ne ricavavo un piacere sottile. Ogni volta, tornata a casa, mi masturbavo pensando alla pressione di quel cazzo sull'ano che non mi era per niente indifferente.
Eppure non avevo mai osato spingermi oltre. Avevo tenuto quella porta secondaria per anni, senza mai decidermi ad aprirla del tutto.
Gli anni passarono, e con loro arrivò la maturità sessuale piena. Le prime volte con una penetrazione vera mi avevano assorbita completamente, e le vecchie pratiche erano rimaste sepolte da qualche parte nella memoria. Ma ogni volta che un uomo mi prendeva a pecora, quei ricordi tornavano a galla come relitti. Sentivo una attrazione sottile, quasi gravitazionale, verso qualcosa che non avevo ancora sperimentato, cioè il rapporto anale.
Con Emanuele non ne avevamo mai parlato. Era un territorio che non avevamo affrontato insieme, eppure ci aleggiava intorno come un'ipotesi non formulata. Se me l'avesse chiesto, glielo avrei concesso, ne ero quasi certa. Ma il pudore mi teneva frenata, un pudore strano e contraddittorio che non riuscivo a spiegare nemmeno a me stessa: non era vergogna, era più simile a una soglia che non sapevo come varcare senza sembrare diversa da come mi ero sempre mostrata.
Poi arrivò quella sera. I genitori di Emanuele erano fuori città, e noi ci eravamo organizzati per un incontro intimo. Parlavamo tranquilli, col tono rilassato di chi non ha nulla da nascondere, quando gli dissi, con la spontaneità ironica che a volte mi esce senza filtri, che durante la giornata avevo avuto uno di quegli attacchi di cacarella che ti svuotano completamente.
"Ho le viscere libere," dissi ridendo, "mi ci entrerebbe una zucchina intera."
Lui mi guardò con un sorriso che non seppi leggere subito, gli occhi che si accendevano appena.
"Ah," disse, "allora posso scegliere quale strada prendere."
Risi anch'io, senza capire davvero quanto significato avesse quella frase detta così.
I preliminari furono lunghi e lenti, del tipo che ti scioglie ogni resistenza. Le sue mani mi conoscevano bene, sapevano dove premere, dove rallentare, come portarmi a un punto in cui avrei detto di sì a qualsiasi cosa. Quando iniziammo con la penetrazione, le sue dita unte di lubrificante cominciarono a girare intorno all'ano con una circolarità paziente, quasi didattica. Prima solo sul bordo, poi dentro, aprendo quello sfintere già morbido centimetro per centimetro. Sentivo ogni millimetro di quella intrusione con una nitidezza che mi sorprese.
Poi mi chiese di mettermi a carponi. Mi spostai senza esitare, le ginocchia affondate nel materasso, la schiena arcuata. Sentii altro lubrificante fatto scorrere tra le chiappe, più abbondante del necessario, molto più abbondante di quanto ne servisse per quello che stavamo facendo.
Quando sentii la punta del suo cazzo cercare l'ano, ebbi un sussulto secco.
"Cosa vuoi fare?" la mia voce uscì più piccola del solito.
"Avevi detto che ti poteva entrare una zucchina," disse lui, la voce calma ma con qualcosa sotto che vibrava, "allora ho pensato che poteva entrare anche...."
"Sì, ma..."
"Proviamo," mi disse semplicemente.
Non risposi. Il silenzio tra noi pesava quanto una risposta affermativa, e lo sapevamo entrambi. Sentivo il cuore battermi forte, una tachicardia che non era solo eccitazione, era una sensazione quasi vertiginosa, come quando si attraversa una soglia non ben definita.
Emanuele spinse lentamente. Sentii lo sfintere aprirsi, allargandosi intorno alla forma di lui in modo che non avevo mai sentito, non un dolore netto di qualcosa di sbagliato, ma una pressione intensa, dilatante, che si irradiava verso l'interno. Il pene scivolò dentro centimetro per centimetro, le pareti del retto che lo stringevano con una tensione diversa da qualsiasi altra cosa, un calore denso che mi saliva lungo la colonna.
"Fermati un attimo," dissi.
Si bloccò immediatamente. "Tutto bene?"
"Sì," risposi, respirando piano, "fai piano."
Il leggero dolore mi teneva contratta, ma era un dolore che stava già mutando in qualcos'altro mentre imparavo a respirarci intorno. Lui iniziò con affondi corti e lenti, quasi misurati, e io cominciai a capire cosa stava succedendo nel mio corpo, quella sensazione di pienezza totale, il glande che scivolava sulle pareti interne con una pressione che toccava qualcosa di profondo.
Con la mano portai le dita sul clitoride e iniziai a muoverle in sincronia con lui, e il dolore sparì del tutto, sostituito da qualcosa che non avevo un nome preciso per descrivere.
Una corrente calda che saliva e non finiva mai.
"Vai più veloce," dissi, e la mia voce era cambiata, più bassa, più roca, quasi non la riconobbi. "Non fermarti."
Emanuele perse ogni misura. Il ritmo che aveva mantenuto con tanta attenzione si spezzò di colpo, e cominciò a scoparmi con la stessa foga sfrenata con cui mi prendeva la vagina. Le mani ancorate sui miei fianchi, il bacino che sbatteva contro le chiappe producendo quel suono carnale che riempiva la stanza. Sentii le contrazioni partire dal profondo, non come un orgasmo normale, non come qualcosa che conoscevo già, ma come un cedimento simultaneo di tutto il corpo. Il retto si contrasse intorno a lui in ondate successive, e lui venne dentro di me con un grido quasi animalesco, lo sperma caldo che si riversava in quella cavità nuova mentre io ancora tremavo.
Restammo immobili per secondi lunghissimi. Il calore dentro era qualcosa di diverso da tutto il resto. Non solo fisico, era anche il calore di qualcosa che avevo tenuto in sospeso per anni e che finalmente avevo raggiunto.
Un tabù sfatato. Un desiderio che aveva aspettato pazientemente il suo momento, e quel momento era arrivato senza fanfare, tra un sorriso e una zucchina mai comprata.



scritto il
2026-07-02
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