Professionale 5

di
genere
etero

Melissa mi ha chiamato mentre ero ancora a letto. La voce della mia agente era calma, professionale, ma con quel tono particolare che usava solo quando l’incarico non era banale.
“Max, ho qualcosa di diverso per te”
Mi sono seduto, spalle alla sponda del letto.
“Dimmi”
“Si chiama Sofia. Ha vent’anni. Ha visto la tua presentazione sul sito dell’agenzia e ha chiesto specificamente te”
Ho alzato un sopracciglio.
“Vent’anni?”
“Sì. E non è la solita cliente. Mentre parlavo con lei ho avuto l’impressione… che forse per lei sia la prima volta. Non è sicura di sé. Vuole qualcuno di cui potersi fidare. Qualcuno paziente, che la guidi senza farla sentire sbagliata o giudicata”
Melissa ha fatto una breve pausa.
“Ti aspetta stasera alle nove, in un piccolo appartamento in centro. Ti mando indirizzo e codice. Vestiti in modo semplice, ma curato. Niente di eccessivo. Lei ha detto che vuole sentirsi al sicuro con te”
Ho annuito, anche se lei non poteva vedermi.
“Va bene”
“Max…” la voce di Melissa si è fatta più bassa. “Quando l’ho sentita, c’era un misto di eccitazione e paura. Non essere brusco. Ma non essere neanche troppo dolce. Ha scelto te perché sa che sai cosa fare. Capisci?”
“Capisco”
Ho chiuso la chiamata.
Mentre mi alzavo per farmi la doccia, la mente era già altrove. Una ragazza di vent’anni. Forse al primo rapporto. Qualcuno che aveva guardato la mia foto, letto le mie parole, e aveva deciso di affidarsi a me.
Mi sono guardato allo specchio mentre l’acqua calda scorreva sulla pelle.
Stasera Sofia avrebbe messo nelle mie mani qualcosa di fragile.
E io avrei dovuto essere all’altezza.
Dopo la chiamata di Melissa mi sono preparato con calma. Niente fretta, niente ansia. Solo la solita routine del mattino.
Ho un’azienda che distribuisce prodotti per il benessere della coppia… e anche dei singoli. Lubrificanti, accessori, oggetti pensati per il piacere, per la scoperta, per il gioco. È un lavoro che conosco bene, che mi piace. Parlare con i clienti, ascoltare le loro esigenze, capire cosa cercano davvero quando dicono di voler “provare qualcosa di nuovo”.
La giornata scorre serena. Riunioni, telefonate, qualche ordine da sistemare. Niente di straordinario. Eppure, ogni tanto, mentre scorro una lista di prodotti o rispondo a una mail, il pensiero scivola verso la sera.
Sofia.
Vent’anni. Ha visto la mia presentazione sul sito di Melissa. Ha scelto me. Forse è la sua prima volta. Forse ha paura. Forse è curiosa. Forse tutte queste cose insieme.
Melissa lo sa bene: per lei sono la sua merce migliore. Sa anche che accetto solo se le donne che devo incontrare sono carine. Non è vanità. È semplicemente il modo in cui funziono. Se non c’è attrazione, non riesco a esserci davvero. Quindi Sofia, per forza, deve esserlo. Altrimenti Melissa non mi avrebbe nemmeno chiamato.
Mi chiedo come dovrò approcciarla. Se sarà meglio essere gentile fin da subito, o se invece servirà un tono più deciso per farle capire che può abbandonarsi. Se sarà meglio parlare tanto, o lasciare che sia il silenzio a fare spazio. Se toccherà a me prendere l’iniziativa, o se dovrò aspettare un suo segnale.
Alla fine, mentre chiudo il computer e mi alzo dalla scrivania, una cosa mi è chiara.
Non servirà fingere.
Basterà essere me stesso.
Niente maschere. Niente ruoli costruiti. Solo attenzione, presenza, e quella calma che so di avere quando qualcuno si affida a me.
Esco dall’ufficio. L’aria della sera è già più fresca. Controllo l’indirizzo che Melissa mi ha mandato, metto in tasca il telefono e cammino verso l’appartamento.
Sofia mi aspetta.
E io vado da lei così come sono.
Raggiungo l’immobile in centro. Digito il codice che Melissa mi ha mandato e il cancello si apre senza un suono. Stessa cosa per la portineria: un altro codice, e mi ritrovo in un atrio enorme, tutto marmo chiaro e luci soffuse. Silenzioso, quasi solenne.
L’ascensore richiede lo stesso codice a sei cifre. Lo digito. Le porte si chiudono. Non capisco a quale piano sto salendo: non ci sono numeri, solo un leggero movimento verso l’alto. Quando le porte si riaprono, mi trovo direttamente dentro un living grandissimo. Pavimenti chiari, finestre alte, un divano lungo, una lampada accesa in un angolo.
Al centro della stanza c’è lei. Sofia.
Molto giovane. Bionda, capelli lunghi che le scendono sulle spalle. Vestita in modo semplice ma curato: una camicetta chiara, una gonna scura e scarpe basse. Sta ferma, le mani quasi unite davanti al corpo. Quando mi vede, abbozza un sorriso appena accennato. Timido. Quasi incerto.
Faccio un passo avanti. Le tendo la mano.
“Max”
Lei la stringe con delicatezza. La pelle è calda, le dita sottili. Mi chino e le poso un bacio leggero sulla guancia. Un gesto semplice, non invadente.
“Piacere, Sofia”
Lei abbassa lo sguardo per un attimo, poi lo rialza. Gli occhi sono chiari, un po’ grandi, e dentro c’è qualcosa che non so ancora leggere: curiosità, forse. O un po’ di tensione.
Resto fermo, senza avvicinarmi troppo. Aspetto che sia lei a decidere il prossimo passo.
Mentre resto in piedi di fronte a lei, non riesco a non pensarci.


È carina. Davvero carina. I capelli biondi le cadono morbidi sulle spalle, la camicetta chiara lascia intuire la linea del seno, le labbra sono sottili e leggermente dischiuse.
E i pensieri iniziano a scorrermi dentro, lenti e precisi.


La sua boccuccia che si apre intorno al mio membro, le labbra che scivolano giù, gli occhi alzati a guardarmi mentre lo prende tutto. Le mie mani che scendono tra le sue cosce, che aprono piano, che esplorano la pelle calda e umida tra le sue parti intime. Il suo viso che si contrae, le palpebre che tremano, la bocca che si apre in un respiro più lungo mentre inizia a godere.
La sua voce mi riporta alla realtà.
“Prego… accomodati”
Sofia fa un piccolo gesto verso il divano. Poi si dirige verso il bar in un angolo del living. Sento il leggero tintinnio del ghiaccio, il suono di un liquido che viene versato. Torna con due bicchieri e si siede accanto a me, non troppo vicina, ma abbastanza da farmi sentire il suo profumo.
È leggera, fresca. Un sentore dolce, quasi di pelle pulita e qualcosa di floreale.
La voglia di prenderla inizia a montare forte dentro di me. Il sangue scende basso, il corpo risponde prima della testa. Ma resto fermo. Professionale.
Le porgo un mezzo sorriso e prendo il bicchiere.
“Grazie”
La guardo di lato, senza precipitare. Aspetto. Lasciando che sia lei a decidere quanto spazio concedermi.
Sofia sorride ancora un po’ a disagio, gira il bicchiere tra le dita e poi, a voce bassa, inizia a parlare.
“Non so se Melissa ti ha detto… ma non è che io abbia molta esperienza. Cioè, ne ho avuta, ma… non è mai andata bene. Con i ragazzi. Tutte le volte è finita allo stesso modo. Loro troppo di fretta, o troppo presi solo dal loro piacere. Io… non sono mai riuscita ad arrivare. Mai. A un certo punto smettevo di provarci e facevo da sola, dopo. Quando restavo sola. È l’unico modo in cui riesco a… venire”
Alza lo sguardo verso di me per un attimo, poi lo riabbassa.
“Stasera ho pensato che forse con qualcuno come te… qualcuno che lo fa di lavoro, che sa cosa sta facendo… forse potrei farcela. Attraverso un rapporto vero. Non da sola”
Dentro di me qualcosa si sposta. Non è più solo il desiderio di prenderla. È anche la voglia di farle sentire, finalmente, cosa significa essere portata fino al limite… e oltre.
Le parole di Sofia restano sospese tra noi.
Le guardo le mani che stringono il bicchiere, le dita sottili, il modo in cui tiene lo sguardo basso dopo aver parlato.
Avevo pensato fosse timida, quasi inesperta. Avevo immaginato di doverla guidare con delicatezza, di doverle insegnare i primi passi. Invece no. Ha già fatto sesso. Ha già lasciato che altri entrassero in lei. Solo che nessuno l’ha portata fino in fondo. Nessuno si è preso il tempo, o la voglia, di farla venire davvero.
E adesso è qui, a dirmi che spera di riuscirci con me.
Dentro di me qualcosa si sposta.
Non è più solo il desiderio di prenderla. C’è anche una responsabilità precisa. Lei non sta cercando un’atmosfera. Sta cercando un risultato. Vuole sentire, per la prima volta, cosa significa arrivare attraverso un corpo maschile, non solo attraverso le proprie mani.
So bene quanto sia delicato questo territorio.


Se divento troppo tecnico, se penso solo a “farla venire”, rischio di trasformarmi in un altro di quei ragazzi frettolosi, solo più esperto.


Se divento troppo dolce, troppo protettivo, rischio di spegnere l’erotismo e di farla sentire una paziente invece che una donna.
Devo restare me stesso. Presente. Attento. Ma non ansioso. Deciso, senza essere duro. Lento, senza essere incerto.
Sofia ha messo nelle mie mani non solo il suo corpo, ma anche una narrativa che porta da tempo: “non riesco con un uomo”.
Stasera ho la possibilità di riscriverla. O di rinforzarla.
Bevo un sorso, poso il bicchiere sul tavolino basso e mi giro leggermente verso di lei.
La voce mi esce calma, bassa.
“Va bene. Allora stasera non avremo fretta. E non penserò solo a me.”
La guardo negli occhi, senza sorridere troppo.
“Ma dovrai lasciarti fare. Fidarti. Anche quando ti sembrerà di perdere il controllo.”
Aspetto qualche secondo poi approccio un bacio.
Voglio vedere se il suo corpo risponde prima ancora delle parole.
Il bicchiere è ancora tra le dita, come il suo. Le nostre labbra si sfiorano appena, un bacio leggero, a stampo. Solo un contatto secco, quasi sperimentale. Serve a rompere qualcosa. A far capire a entrambi che il confine è stato attraversato.
Sofia non indietreggia. Il suo respiro si fa un poco più corto contro la mia bocca. Posiamo i bicchieri sul tavolino basso, uno accanto all’altro, senza parlare.
Poi torno su di lei. Questa volta il bacio è vero.

Le labbra si aprono lentamente. Non spingo, non pretendo. Limono con calma, la lingua che sfiora la sua solo quando lei mi concede spazio. Sofia si lascia invadere. Non risponde con fretta, ma non si chiude. La sento abbandonarsi a poco a poco, la testa che si inclina, le spalle che perdono un filo di tensione.
Una delle mie mani sale lungo il suo braccio, leggera, fino a toccarle la spalla. Niente di più, per ora.


Il sapore della sua bocca è fresco, un po’ dolce per via del drink. Il suo profumo mi arriva più vicino, caldo. Continuo a baciarla con la stessa delicatezza, senza accelerare. Voglio che senta che non c’è fretta. Che può restare esattamente dove sta, e che io non prenderò più di quanto lei sia pronta a dare.
Mentre le nostre bocche restano unite, sento la mano di Sofia posarsi sulla mia coscia.


Un contatto leggero, quasi incerto, ma chiaro. Non la ritira.
Quel gesto mi dà il permesso che aspettavo.
Continuo a baciarla, più presente adesso, e la mia mano sinistra sale lentamente lungo il suo fianco. Arrivo al seno. Lo sento pieno, morbido sotto la camicetta. Lo assaggio con il palmo, ne peso la consistenza, lo stringo appena. Sofia emette un piccolo respiro contro la mia bocca, ma non si scosta.
Le dita scivolano sotto il bordo della camicetta. Trovo il tessuto del reggiseno, lo sollevo con delicatezza e libero la mammella. La pelle è calda, liscia. Il capezzolo si indurisce quasi subito sotto il mio tocco. Lo sfioro con il polpastrello, poi lo prendo tra due dita, lo rotolo piano, lo stringo appena.
Sofia si inarca di poco verso la mia mano. Il bacio diventa più umido, più aperto. Lei ora risponde con più decisione, la lingua che cerca la mia.
Non accelererò. Ma non mi fermerò.
La faccio stendere sul divano, delicatamente, sulla schiena.
Sofia obbedisce senza resistere. I suoi capelli biondi si spargono sul cuscino chiaro, incorniciandomi il viso mentre mi chino di nuovo su di lei.
Riprendo a baciarla. Questa volta il bacio è più profondo. La mia lingua entra con decisione, prende possesso della sua bocca, la esplora, la reclama. Sofia emette un piccolo suono soffocato e si abbandona, le labbra che si aprono di più per lasciarmi spazio.
La mia mano scende lungo il suo fianco, poi risale sotto la gonna. Piano. La stoffa è leggera, scivola facilmente. Raggiungo il bordo delle mutande, lo sfioro, poi passo oltre. Le dita trovano il tessuto già un poco caldo, un poco umido. Inizio a toccarla attraverso la stoffa, movimenti lenti, circolari, appena percettibili.
Sofia inarca il bacino. Cerca di spingere contro le mie dita, cerca un contatto più deciso, più preciso. Il suo respiro si spezza contro la mia bocca. Non glielo do ancora. Continuo a sfiorarla, a stuzzicarla, a farle sentire quanto può essere lenta questa dolce tortura.
Voglio che sia lei a chiedermelo con il corpo, prima ancora che con la voce.
Sento l’umido di Sofia imbrattare le mutande sotto le mie dita. È calda, già aperta, già pronta. È il segnale che aspettavo. Mi stacco dalla sua bocca.

Sofia emette un piccolo lamento di protesta, ma non mi fermo. Uso entrambe le mani per farle scivolare le mutande lungo le cosce, poi giù, fino a toglierle del tutto. La gonna, invece, la lascio. So per esperienza che sentirsi ancora parzialmente vestita, con il tessuto tirato su e il sesso nudo, eccita di più. La rende più consapevole di cosa le sto facendo.
Salgo sul divano dietro di lei. La prendo tra le mie gambe, la schiena di Sofia contro il mio busto. La sento calda, il respiro già irregolare. Le alzo la gonna sopra i fianchi, le allargo piano le cosce e le sistemo le gambe aperte, esposte.
Poi le mie mani scendono. Una le tiene aperta, delicatamente, le dita che divaricano le labbra. L’altra trova subito il clitoride. È gonfio, scivoloso. Inizio a sfiorarlo con movimenti lenti, circolari, precisi. Non premo troppo. La faccio sentire, la stuzzico, la costringo a inarcarsi contro il mio petto. Sofia getta la testa all’indietro, contro la mia spalla.
Un gemito basso le esce dalla gola mentre le mie dita continuano a lavorare su di lei, costanti, senza fretta, costruendo il piacere un centimetro alla volta.
Sofia è già molto bagnata. Le dita scivolano senza sforzo.
Cambio ritmo. Non più solo cerchi lenti. Adesso uso il polpastrello dell’indice con una pressione più precisa, diretta sul clitoride, mentre il medio scivola più in basso e penetra appena tra le labbra, solo per sentire quanto è aperta. Alterno: pressione ferma e costante sul punto più sensibile, poi due o tre carezze laterali più leggere, poi di nuovo pressione.
Sofia trema.
Il suo bacino cerca di spingere contro la mia mano, ma io la tengo ferma con l’altro braccio, avvolto sotto il seno, bloccandola contro il mio petto. Non le permetto di controllare il ritmo. Glielo imposto io.
Aumento leggermente la velocità.
Movimenti corti, rapidi, concentrati solo sul clitoride. Il pollice entra in gioco, tenendole le labbra aperte così che ogni tocco sia diretto, senza filtri. La sento contrarsi. I muscoli delle cosce si induriscono. Il respiro diventa corto, spezzato, quasi un singhiozzo.
“Così…” mormoro contro il suo orecchio. “Non trattenere. Lascia andare”
Le dita non si fermano.
Continuo con la stessa precisione da professionista: pressione, scarico, pressione, scarico. Quando sento il suo corpo irrigidirsi del tutto, quando il gemito le si spezza in gola, accelero ancora di un filo e mantengo la stimolazione esattamente lì, senza pietà e senza rallentare.
Sofia viene.
L’orgasmo la attraversa forte, violento. Il corpo intero si contrae contro il mio busto, la schiena si inarca, le gambe tremano. Cerca di chiudere le cosce ma io le tengo aperte, continuando a toccarla mentre il piacere la scuote a ondate. Un grido soffocato le esce dalla bocca, poi un secondo, più lungo, mentre i muscoli interni le pulsano sotto le mie dita.
La tengo stretta.
Non la lascio collassare subito. Continuo a sfiorarle il clitoride con tocchi ormai leggerissimi, prolungando le scosse finché il corpo non inizia a rilassarsi, esausto, contro di me.
Il suo respiro è ancora rotto.
La sento calda, sudata, completamente abbandonata tra le mie braccia.
La tengo stretta contro di me.
Il braccio ancora avvolto sotto il seno, la mano ferma sul suo ventre, mentre le ultime scosse dell’orgasmo continuano a farle tremare le cosce e il bacino. Non parlo. Non mi muovo. La lascio solo sentire che sono lì, solido, presente, a contenerla finché il corpo non smette di essere scosso.
Quando il respiro di Sofia inizia a farsi più regolare, quando i muscoli si allentano e lei si abbandona completamente contro il mio petto, le poso un bacio leggero sulla tempia.
“Possiamo fare una doccia insieme?”
La voce mi esce bassa, quasi un mormorio. Sofia annuisce. Un piccolo movimento del capo, ancora un po’ stordita.
Ci alziamo.
La gonna le scivola di nuovo giù sui fianchi mentre la guido verso il bagno.
La porta si apre su uno spazio ampio, quasi eccessivo. Marmo ovunque, chiaro e lucido. Due lavandini affiancati, sormontati da uno specchio enorme che riflette l’intera stanza. In fondo, una walk-in shower ampia, senza box, solo un’area aperta delimitata da lastre di vetro e da una pioggia di soffioni.
Ci spogliamo ed io entro per primo, apro l’acqua.
La temperatura si regola in pochi secondi, calda, costante. Poi mi giro verso di lei e le tendo la mano.
Sofia me la prende. I suoi occhi sono ancora un po’ lucidi, le guance rosate, i capelli biondi un po’ scompigliati.
La faccio entrare sotto l’acqua insieme a me.
L’acqua calda ci avvolge entrambi. Per la prima volta posso guardarla davvero. Sofia è nuda sotto i getti. Il corpo che avevo solo toccato adesso è lì, esposto. Seni pieni, capezzoli ancora un po’ gonfi, vita stretta, fianchi morbidi, il sesso ancora arrossato e lucido tra le cosce. I capelli biondi si scuriscono sotto l’acqua e le scendono bagnati sulle spalle. È più bella di quanto avessi immaginato.
Mi chino e la bacio di nuovo.
La bocca si apre subito alla mia. L’acqua scorre tra di noi, caldo, continuo. Il mio corpo reagisce senza che io possa fermarlo: il cazzo si indurisce completamente, si solleva e va a premere contro il suo ventre. È grosso, pesante, e striscia lentamente sulla sua pancia come un serpente caldo, lasciando una scia umida sulla pelle.
Sofia trattiene un respiro.
Mi stacco appena dalle sue labbra, ma resto vicinissimo. Continuo a baciarla, più leggero adesso, mentre prendo una delle sue mani e la guido verso il basso. Le faccio avvolgere le dita intorno al mio membro. La pelle di Sofia è morbida, un po’ esitante. La aiuto a stringere, a sentire la circonferenza, il calore, il modo in cui pulsa contro il suo palmo.
“Così…”, mormoro contro la sua bocca. “Sentilo.”
Non la forzo. La lascio esplorare, mentre l’acqua continua a scendere su entrambi.
La mano di Sofia continua a muoversi su di me finché non sono completamente duro, pesante, pulsante nel suo pugno.
Allora la giro delicatamente.
La metto di fronte al vetro della doccia, il corpo bagnato premuto quasi contro la superficie fredda. Le sollevo una gamba con cura, tenendola sotto il ginocchio, e la apro. Con l’altra mano scendo tra le sue cosce. È bagnata. Non solo dall’acqua. I suoi umori la rendono scivolosa, calda, già aperta.
Le avvicino le labbra all’orecchio. “Adesso ti penetro.”
Sofia chiude gli occhi.
Sento il suo corpo irrigidirsi un poco. So che non ha mai preso qualcosa di così grosso. Eppure annuisce. Un piccolo movimento del capo. Si fida. Completamente.
Appoggio la cappella tra le sue labbra. È larga, e lei è stretta. Spingo piano, solo la testa. Sofia stringe i denti, un suono basso le esce dalla gola. Aspetto. Non forzo. Le do il tempo di abituarsi a quella pressione, a quella apertura lenta. Poi avanzo ancora. Centimetro dopo centimetro. La sento stringermi intorno, calda, pulsante. Continuo a entrare con una lentezza quasi crudele, finché non sono dentro di lei fino in fondo. Sofia trema, le unghie che cercano appiglio sul vetro.
Non mi muovo subito.
La lascio respirare. Poi, mentre inizio a scivolare fuori e dentro con movimenti ampi e controllati, porto la mano libera sul suo clitoride. Lo trovo subito, ancora gonfio, e ricomincio a stimolarlo con lo stesso ritmo preciso di prima: pressione circolare, costante, sincronizzata alle mie spinte.
Sofia emette un gemito più lungo. Il dolore iniziale si mescola al piacere. Il suo corpo, prima teso, inizia ad abbandonarsi contro di me mentre la penetro con calma e la tocco senza interruzione.
Continuo a entrare e uscire da lei con spinte lente, profonde, mentre le dita non abbandonano il clitoride. Sofia è ormai completamente aperta, il corpo che si muove contro il mio, i gemiti che diventano più alti, più spezzati.
A un certo punto, con la voce rotta, mi sussurra all’orecchio:
“Puoi venire dentro… prendo la pillola”
Quelle parole mi colpiscono dritto.
Non rispondo. Le poso invece la bocca sul collo, la bacio, la mordo piano mentre aumento appena il ritmo. Le spinte diventano più decise, la mano sul clitoride più insistente, più precisa.
Sofia si contrae di colpo.
L’orgasmo la prende forte, il corpo che si irrigidisce contro il vetro, un grido soffocato che le esce dalla gola mentre i muscoli interni le pulsano intorno al mio cazzo. Quella stretta ritimica mi trascina con lei.
Vengo.
Mi svuoto dentro di lei con spinte profonde, sentendo ogni scarica uscire mentre continuo a muovermi, a prolungare il suo orgasmo e il mio. Il calore si sparge tra di noi, mescolato all’acqua calda che continua a scendere.
La tengo stretta.
Il respiro di entrambi è ancora pesante, i corpi appoggiati l’uno all’altro, mentre gli ultimi brividi ci attraversano.

stemmy75@gmail.com
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2026-09-19
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