Contatto sbagliato, spettacolo puro.
di
Alex 88
genere
esibizionismo
Ci tengo a precisare che quanto segue non è frutto della mia fantasia, ma la gentile concessione di una cara lettrice che, proprio qualche settimana fa, dopo aver letto un mio vecchio racconto: “Francesca – Il gioco della seduzione”, ha deciso di scrivermi all'indirizzo e-mail che lascio al termine di ogni storia.
Lorena, nome di fantasia, mi ha raccontato un episodio di esibizionismo di cui è stata lei stessa protagonista, ma non voglio svelarvi nulla. Buona lettura.
Ciao Alex88, ti leggo da un po' e dopo aver finito la storia di Francesca non ho saputo resistere. Devo raccontarti quello che m'è successo qualche anno fa, anche se, a differenza dei tuoi personaggi, io la sensualità l'ho gestita con la grazia d’un elefante in una gioielleria…
Ero a Berlino per lavoro e fuori dalla finestra c'era un tempo grigio come un merluzzo bollito. Devo ammettere che anch'io mi sentivo un po' bollita dopo sei settimane di meeting e caffè imbevibili e la mia libido, non lo nego, era scesa sotto lo zero termico. Con Tommaso, che all'epoca era solo il mio ragazzo, le cose non andavano granché bene. Sì, ci sentivamo ogni sera per più di due ore, ma il rapporto sembrava raffreddarsi giorno dopo giorno e la cosa, lo confesso, mi faceva stare molto male.
Quella sera però avevo deciso di darci un taglio. Volevo stupirlo, affascinarlo e, perché no, sedurlo. Credo che non ci sia nulla di male a voler ravvivare la fiamma, no? Eravamo fidanzati da più di dieci anni. Ci siamo messi insieme che eravamo dei ragazzini, all'ultimo anno del liceo, subito dopo la gita. Tommaso sapeva già tutto di me, era la mia dolce metà, ma col proseguir dei mesi le nostre telefonate si erano fatte sempre più piatte, grigie, senza più alcun mordente.
Decisi perciò di indossare un completino intimo comprato proprio quel pomeriggio in un negozio del centro: una lingerie semitrasparente, slip e bralette, che speravo avrebbe catturato immediatamente la sua attenzione. Naturalmente, essendo il mio un viaggio di lavoro, non avevo portato nulla di provocante; ma quel completino avrebbe fatto colpo di sicuro. Lo slip mi segnava un po' sui fianchi, a dire il vero, ma sollevando i lembi come avevo visto in un tutorial su TikTok, il risultato non era affatto male. La bralette invece mi metteva superbamente in risalto il seno — una terza misura di cui vado piuttosto fiera — e se mi sporgevo un po' avanti, l’effetto magnetico era garantito. O almeno questo era ciò che speravo; non sono mai stata molto sicura del mio corpo e devo ammettere che quell'improvviso atto di trasgressione era parecchio fuori dalla mia confort-zone. Iniziai dunque quella che potrebbe passare come la sessione fotografica più goffa della storia della tecnologia. Tra un crampo addominale nel tentativo di sembrare più tonica e la luce della lampadina dell’hotel che, «smarmellando» peggio di Biascica, riusciva nell'impresa di farmi somigliare al personaggio d’un film horror degli anni '70, riuscii finalmente a produrre due scatti decisamente audaci. Non avrei mai pensato che mantenere fermo lo smartphone usando come supporto solo una bottiglietta d'acqua, un'agenda e un paio di brochure e depliant dell’ufficio che mi ritrovavo ancora nella borsa potesse essere un’operazione d’alta ingegneria degna di MacGyver, un incubo insomma, ma sono comunque riuscita ad ottenere un primo scatto. La foto mi ritraeva di spalle, inginocchiata sul letto, mentre mi voltavo a guardare l'obiettivo. La posa metteva in evidenza la curva dei miei glutei senza che si notassero smagliature o cellulite, mentre il sottile tessuto di pizzo degli slip nascondeva quanto basta per evitare che a Tommaso venisse un infarto fulminante. Ammetto che il secondo scatto fu un po' più audace: in piedi, vicino allo specchio del bagno, mentre con malizia sfioravo il solco tra i seni, messi ancora più in risalto dalla bralette - "Tieniti forte, tesoro" - pensai premendo invio con un sorriso soddisfatto e il cuore che cominciava a galoppare come un puledro impazzito.
Rimasi a fissare lo schermo per un po', in attesa che Tommaso scrivesse qualcosa del tipo: “Non muoverti, sto arrivando a Berlino a piedi” e invece… quella cazzo di spunta blu non si illuminava. Che non gli prendesse il telefono? Il nostro era un appuntamento fisso; dov'era a quell'ora se non ad aspettare una mia videochiamata? Che fosse uscito con una di quelle sciacquette che gli ronzano sempre attorno in ufficio? La Giunone che era in me era già pronta a scagliare le peggiori maledizioni verso quel fedifrago impenitente quando mi resi conto d’aver fatto la più grande cazzata della mia vita: l’icona in alto a sinistra, infatti, non mostrava la foto di Tommaso, né il suo nome. Nella mia infinita imbranataggine ero finita per inviare le uniche due foto compromettenti che mi fossi mai scattata, all'ultimo degli uomini che mi sarebbero venuti in mente: il mio coinquilino Leonardo. Ma come ero potuta essere così idiota? L'arcano era presto svelato: di solito su WhatsApp il mio primo contatto è, naturalmente, quello di Tommy, il mio fidanzato, ma proprio quel pomeriggio mi era giunta su Facebook la notifica del compleanno di Leonardo, il coinquilino timido e taciturno con cui, in più di cinque anni di convivenza, avrò scambiato sì e no una decina di parole; sette delle quali erano permesso e per favore ogni qual volta lo incrociassi in bagno.
Ero di fretta, essendo appena uscita dall'ufficio, e correvo a prendere la metro per andare in centro a comprare la lingerie di pizzo. Così, mossa da un improvviso e caritatevole spirito di buon vicinato, gli avevo inviato un asettico “Auguri Leo!” mentre scendevo le scale della metropolitana. Quella singola, maledetta interazione aveva scalzato Tommaso dal trono della cronologia, portando l’insipido Leonardo in cima alla mia lista contatti e me ad inviargli molto più di quelle pacchianissime immagini d’auguri di cui sembra non ci si riesca mai a liberare del tutto. Il panico mi investì con la forza di un tir in autostrada. Altro che Buongiornissimo kaffè; fissai lo schermo sperando in un malfunzionamento dei server di Meta, in un blackout globale, o magari in un’improvvisa invasione aliena che polverizzasse il mio smartphone prima che fosse troppo tardi. Niente da fare. Le spunte erano lì: grigie, gelide, implacabili. – Forza, forza, forse sei ancora in tempo - pensai passando le dita sulle foto. Ma ecco che, con la velocità d’un boia che taglia la corda, le due spunte diventarono blu. — No, no, no! Cancella! Elimina per tutti! Muoviti, maledetto, stupido, coso! — urlai al telefono, manovrando il pollice con una frenesia che avrebbe fatto invidia a un campione di videogame. Ma la tecnologia, si sa, fiuta la paura come un branco di lupi nella foresta, o forse era solo il diavolo che ci metteva di nuovo il suo zampino, va a sapere; fatto sta che non eliminai il contenuto per tutti, ma solo per me. Si può essere più tonti di così? Ma proprio in quel momento comparve la fatidica scritta: Leo sta scrivendo...
Il sangue mi defluì dal viso così velocemente che per un istante temetti di svenire sulla moquette dell’hotel. Sentii un crampo allo stomaco che non aveva nulla a che fare con la posa tonica di poco prima. Leo, il ragazzo che in cucina non alzava lo sguardo nemmeno per chiedermi dove fosse il sale. Il timido, silenzioso, quasi invisibile Leo aveva appena ricevuto sul suo smartphone la mia foto di spalle, quella che avrei voluto fosse “artistica”, e che ora mi pareva solo un invito esplicito alla denuncia per atti osceni. Me lo immaginai lì, seduto nella nostra cucina a Milano, magari con la solita tisanina digestiva al finocchio, tarassaco e genziana e i suoi occhiali dalle lenti spesse e appannate dal vapore, mentre veniva letteralmente investito dall’immagine del mio lato B berlinese in alta risoluzione. Guardavo il pizzo bianco e semitrasparente sul mio sedere fissarmi dallo schermo, con la consapevolezza che il ragazzo a cui era giunto probabilmente arrossiva anche solo al guardare la pubblicità dei bagnoschiuma. Il telefono vibrò: Un messaggio. Sentii le mie guance andare a fuoco, raggiungendo temperature che avrebbero potuto sciogliere l’acciaio se solo c'avessi provato. Chiusi gli occhi per un secondo, pregando che fosse un errore di sistema.
Leo: "Ehmm... ciao Lorena. Grazie per gli auguri... non me l'aspettavo proprio. Davvero. Ma... sei sicura che l'agenda nella foto non servisse per il report di domani? Perché mi sembrava di aver visto un appunto sulla riunione dei soci proprio vicino alla tua... alla tua gamba."
Volevo morire. Quel maledetto non solo mi aveva vista praticamente nuda, ma da bravo e timido osservatore qual era aveva pure analizzato il mio "set fotografico" improvvisato, notando i documenti di lavoro che avevo usato come treppiede.
Leo: “Volevo chiederti... quel completino fa parte del nuovo ‘kit di sicurezza’ per l'ufficio di Berlino? No perché, se è così, devo dire che i tedeschi hanno un concetto di 'protezione individuale’ davvero… interessante”
Ero scioccata e indispettita. Quel morto di figa non solo aveva visto tutto, ma adesso ci stava anche marciando sopra. Hai capito Il timido, invisibile, Leo? Faceva del sarcasmo sul mio tentativo di seduzione fallito. Mi guardai allo specchio: ero ancora lì, in bilico, con un’espressione che non aveva nulla di magnetico ma di chi ha appena visto il proprio onore saltare in aria in un’esplosione nucleare e i resti sparsi per tutta la Alexanderplatz. La bralette, che fino a un minuto prima mi faceva sentire una via di mezzo tra una modella di Victoria's Secret e una dominatrice, ora mi sembrava solo un pezzo di stoffa ridicolo che mi stringeva il torace, rendendomi difficile persino respirare. Ma ero decisa a rendergli pan per focaccia. Le parole di quello sfigato avevano acceso una miccia inaspettata. “Interessante”, aveva scritto. E quel riferimento alla protezione individuale... quel timido topolino di biblioteca stava cercando di fare il gatto con me? Sentii una scarica di calore che non era più vergogna, ma pura sfida. Se Leo voleva fare lo spiritoso con la mia biancheria, gli avrei dato materiale per i suoi prossimi dieci anni di sogni proibiti.
Io: "Ah, quindi il piccolo Leo ha un’opinione sui concetti estetici tedeschi? Non l'avrei mai detto. Credevo che il tuo massimo picco di adrenalina fosse scegliere tra il tè verde e quello alla menta."
Scrissi il messaggio con una cattiveria ludica, mentre un sorriso sghembo mi compariva sulle labbra. Poi, mossa da un impulso che definire "fuori dalla confort-zone" sarebbe un eufemismo, decisi di rincarare la dose. Se Tommaso non guardava, Leo avrebbe guardato fin troppo. Il terzo scatto era semplice e avrebbe messo di certo a tacere quei commenti al vetriolo. Mi sedetti sul letto, lo smartphone sempre sul solito treppiedi traballante. Spalancai le cosce e scattai. Non ero nuda. Tutto era sapientemente nascosto dal pizzo della lingerie, ma riguardarmi in quella posa mi faceva fischiare le orecchie. Presi lo smartphone e lo posizionai più in alto, stavolta puntando dritto verso di me. Sfilai la bralette con un gesto fluido, restando a seno nudo sotto la luce giallastra della stanza. Presi un guanciale dal letto. Il candore del cuscino si sposava benissimo con la mia pelle ambrata e metteva ancora più in risalto il pizzo bianco dei miei slip. Leo adesso avrebbe visto la mia schiena nuda, e uno spicchio del mio culetto. Scattai. Inviai.
Io: "Visto che ti intendi di sicurezza sul lavoro, Leo... secondo te questa configurazione rispetta le norme vigenti o c'è rischio di... surriscaldamento globale in cucina?"
Il cuore mi batteva così forte che temevo potesse incrinare lo schermo. Fu un attimo. Le spunte blu apparvero istantaneamente. Leo non stava solo leggendo, era letteralmente incollato alla chat. Immaginai la sua reazione: la tisana al finocchio che gli andava per traverso, le lenti spesse degli occhiali che si appannavano per qualcosa di ben più provocante di uno di quegli grigi prospetti finanziari che era solito leggere in cucina, e lui che, molto probabilmente, si dimenticava persino come si respira.
Leo: "Il contrasto è... accecante, Lorena. Ma la geometria è tutta sbagliata. Quel cuscino crea un’occlusione visiva che disturba l’analisi. E per quanto riguarda le 'irregolarità'... beh, credo che la natura batta la precisione tedesca dieci a zero. Quel dettaglio ai lati del pizzo... è la cosa più pericolosa che io abbia mai visto su uno schermo”
Mi re-inviò una delle mia foto, un primo piano dei peletti che spuntavano ai lati dello slip. L'emoticon arrossata e con la lingua di fuori la diceva lunga su quale fosse il dettaglio che gli era piaciuto più di tutti. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena leggendo la sua risposta. Quel dettaglio che io consideravo un’imperfezione — un segno della mia umanità goffa in quella stanza d'hotel — per lui era diventato il punto di non ritorno. Guardai la foto ingrandita che mi aveva rimandato: il pizzo bianco che premeva contro la pelle, quel millimetro di disordine che mandava in tilt i suoi schemi da contabile. Ero in fiamme. Mi sentivo come se lo avessi lì, a un passo, a studiare ogni mio respiro sotto la luce smarmellata della lampadina.
Io: "Quindi il perito ha trovato un difetto nel materiale? Mi scusi, dottor Leonardo, non sapevo che un piccolo dettaglio potesse rendere così... instabile un professionista come lei. Magari dovrei coprirmi del tutto, per evitare che le scoppi il cuore prima di finire la tisana."
Mentre scrivevo, mi distesi sul letto a pancia in su. Sollevai le gambe contro la testiera, lasciando che il cuscino scivolasse via, ma tenendo le mani incrociate sul petto per coprire il seno, in un gioco di braccia che lasciava intravedere tutto ma non mostrava nulla. I muscoli dell'addome erano tesi, il respiro corto.
Io: "O forse preferisci un'analisi della resistenza dei materiali sotto pressione?"
Scattai. Si vedeva l'arco dei miei piedi, la tensione delle cosce spalancate contro la parete e il bacino leggermente sollevato dal materasso, col pizzo bianco che sembrava quasi brillare nel buio mentre sotto si notava l’ombra scura del mio monte di venere. Non era una foto da catalogo; era una foto che gridava: “Guardami mentre mi perdo”. Il cuore mi batteva così forte che il ronzio del condizionatore dell'hotel sembrava un rombo di tuono. Rimasi lì, con le gambe ancora premute contro la testiera e il bacino sollevato, fissando quel cerchietto del caricamento che sembrava non finire mai. Quando le spunte diventarono blu, sentii una scossa elettrica partirmi dalla base della colonna vertebrale. Leo non stava solo guardando; stava vivendo un’epifania.
Leo: "Dio mio. Ho dovuto zoomare per capire se fosse un’ombra o... poi l’ho visto. Quella macchia sulla seta. Mi stai dicendo che mentre mi mandi queste foto... tu...?"
Non me n’ero neanche accorta. Una minuscola macchia dei miei umori andava allargandosi sulla seta lucida dello slip. Mi stavo bagnando. Scattare foto per quello sfigato di Leo si stava ritorcendo contro di me. Come avrei mai potuto spiegare a Tommaso che la sua dolce fidanzatina aveva le mutandine inzuppate per colpa di un altro? Il "timido" Leo, intanto, aveva perso ogni traccia di quel suo distacco accademico. Immaginai la sua mano tremare mentre reggeva il telefono sotto il tavolo della cucina, il respiro corto e la tisanina ormai fredda dimenticata chissà dove.
Io: "Ti sto dicendo che la tua analisi sui volumi e sulla sicurezza mi ha provocato un certo... imprevisto tecnico. La seta non mente mai. Adesso dimmi: la tua 'protezione individuale' è ancora così efficace o senti che stiamo per violare ogni norma del regolamento?"
Ero in preda a un delirio di onnipotenza erotica. Mi sentivo bagnata, eccitata e incredibilmente viva.
Leo: “Non saprei. Forse dovrei controllare da più angolazioni. Hai altri scatti?”
Un brivido di trionfo mi attraversò. Leo non stava solo guardando, stava ordinando. Quella sua richiesta così diretta, quasi clinica, mi fece scattare una molla dentro che non sapevo nemmeno di avere. Voleva altre angolazioni? Voleva il controllo totale del perito? E io glielo avrei dato, facendogli desiderare di poter bucare lo schermo per toccare con mano quanto fosse bagnata quella seta. Mi misi in ginocchio sul letto, di fronte allo specchio, ma con il sedere appoggiato sui talloni. Inarcai la schiena in modo quasi doloroso, facendo risaltare la curva dei glutei e la tensione delle cosce. Con una mano scostai i capelli e li tirai indietro, esponendo il collo, mentre con l'altra inclinai lo smartphone verso il basso. Volevo che vedesse tutto: il contrasto tra il pizzo bianco immacolato e l’ombra scura che premeva da sotto, resa ancora più evidente da quella macchia lucida che continuava a espandersi, testimone silenziosa del mio piacere solitario a Berlino.
Io: "Soddisfatto? Questa angolazione ti permette di valutare meglio la tenuta della struttura? O preferiresti un'ispezione ravvicinata del... punto critico?"
Scattai. La foto era di una nitidezza spaventosa. Si vedeva ogni trama del pizzo e il modo in cui la seta aderiva prepotentemente alle mie forme, soprattutto lì dove l’umidità l’aveva resa più pesante.
Leo: “Mi piacerebbe poter approfondire la diagnosi…”
Un altro brivido, un'altra scarica d'adrenalina.
Io: “Credo sia giunto il momento, signor perito, che anche lei mostri qualche grafico alla sottoscritta. Così da valutare insieme il da farsi”
Rimasi col fiato sospeso, lì tra le lenzuola che ormai avevano perso ogni parvenza di ordine. Mi sentivo una giocatrice d'azzardo che aveva appena puntato tutto sul numero più improbabile. Leo, quello che a stento mi guardava negli occhi mentre passavo il mocio in corridoio, avrebbe davvero avuto il coraggio di "mostrare i grafici"? Passarono secondi che sembrarono ere geologiche. Immaginai la battaglia interiore di Leonardo tra la sua proverbiale prudenza e il desiderio scatenato da quell'ultima foto del mio "punto critico". Poi, la chat sussultò. Nessun messaggio di testo. Apparve un'anteprima. Era una foto, scattata chiaramente sotto il tavolo della cucina. L'inquadratura era stretta, rubata. Si vedevano i suoi pantaloni di velluto a coste — quelli che Tommaso prendeva sempre in giro perché "fanno troppo professore in pensione" — ma che ora erano tesi in un modo che non aveva nulla di accademico. Una mano, con le nocche bianche per la tensione, stringeva la stoffa proprio lì dove il "grafico" segnava un'impennata verticale che non lasciava spazio a dubbi.
Leo: "I dati statistici indicano un picco di pressione che il sistema non è più in grado di contenere."
Sentii le orecchie fischiare. Il mio timido coinquilino aveva appena lanciato il guanto di sfida.
Io: "Notevole, signor perito. Vedo che la situazione è ben più... solida di quanto i precedenti rapporti lasciassero presagire. Ma per una diagnosi completa, avrei bisogno di vedere il componente senza... rivestimenti protettivi."
Lo so, lo so: sono una pazza; una scriteriata. Ma l'idea di vederlo "senza rivestimenti" proprio lì, a pochi metri da un ignaro Tommaso che magari stava entrando in cucina per prendersi uno yogurt, mentre al nostro timido coinquilino gli veniva duro guardando le mie foto, mi faceva pulsare il sangue nelle vene. Feci un balzò in avanti quando apparve la nuova foto di Leo. Non era un "grafico". Era uno scatto rubato, angolato verso il basso dal bordo del tavolo. In primo piano si vedevano le nocche di Leo, serrate attorno al suo arnese, e a non più di un metro e mezzo, di profilo, c’era Tommaso. Il mio Tommy, con la sua solita espressione concentrata, gli occhiali sulla punta del naso, mentre sfogliava un quaderno di appunti borbottando qualcosa tra sé. La banalità di quella scena domestica, Tommaso che leggeva i suoi appunti, ignaro che a pochi centimetri da lui il suo coinquilino stava guardando “quell'angelo” della sua fidanzata in pose così provocanti, mi fece quasi mancare il respiro.
Leo: "Lo vedi? È qui. Se solo allungasse un braccio, se solo abbassasse lo sguardo... sarebbe la fine. Eppure, Lorena, non riesco a smettere. Quel tuo invito a mostrare i grafici... mi sta facendo impazzire. Se solo sapessi quanto è difficile 'contenere i rivestimenti' in questo momento, con lui che mi chiede dove abbiamo messo le chiavi del garage."
Lessi il messaggio mentre il mio pollice indugiava sul tasto della fotocamera. Ero bagnata, seminuda in una stanza d'hotel a Berlino, e stavo giocando con il fuoco nel salotto di casa mia a Milano.
Io: "Allora sii veloce, Leo. Un'ispezione rapida mentre lui è girato. Voglio vedere se la 'struttura' è solida come dici o se è solo un errore di calcolo. Un solo scatto. Ora."
Ero una predatrice crudele. Sapevo di averlo in pugno. Immaginai Leo, col respiro mozzato, che guardava Tommaso voltare pagina e poi, con la mano tremante, cercava di scivolare sotto l'elastico dei pantaloni proprio mentre il mio fidanzato era lì. Passarono dieci secondi di un silenzio assordante. Poi, invece della foto che desideravo, arrivò una serie di squilli a raffica, come raffiche di mitra. Tommaso e la nostra solita chiamata su Facetime.
— “No, no, no!” — gemetti, afferrando l’accappatoio di spugna bianca, che l’hotel forniva in dotazione (e che mi faceva somigliare a un lottatore di sumo in pensione) infilandola alla velocità della luce sopra la lingerie. Risposi con la mano che tremava come quella di un chirurgo al primo giorno dopo dieci caffè. L’immagine di Tommaso apparve sullo schermo: era in cucina, sì, ma aveva un’espressione concentrata mentre frugava freneticamente in un cassetto. — “Lore! Ma dove cavolo li hai messi i caricabatterie?” — sbottò lui, senza nemmeno salutarmi. — “Il mio telefono è all'dieci per cento, si sta spegnendo e devo assolutamente finire di vedere quel tutorial sul montaggio dei mobili. Ah, ciao amore, comunque.”
Sullo sfondo, vidi l’ombra di Leo. Era rigido come un palo della luce, con gli occhi sbarrati fissi sul suo smartphone appoggiato sul tavolo. Sembrava stesse pregando in aramaico antico.
— “Tommy! Amore! Che... che piacere sentirti!” — gracchiai, cercando di coprire con il corpo la vista del letto disfatto alle mie spalle. — “I cavi? Sono nel secondo cassetto, sotto i sottobicchieri a forma di disco in vinile!”
— “Non ci sono! Qui c'è solo un vecchio telecomando e... aspetta.” — Tommaso si girò verso Leo. — “Leo, scusa, mi presteresti il tuo telefono un secondo? Il mio è morto. Devo solo mandare un messaggio a mio fratello.”
Vidi Leo fare un balzo sulla sedia che nemmeno un gatto davanti a un cetriolo. — “N-no! No, Tommaso! Non puoi!” — esclamò Leo con una voce di tre ottave più alta del normale.
Tommaso si bloccò, guardandolo come se gli fosse appena spuntata una seconda testa. — “E dai, Leo, è solo un messaggio. Che hai, i segreti di stato? O hai finalmente trovato una ragazza e non vuoi che veda i tuoi messaggi galanti?”
Io, dall'altra parte della Germania, ero in apnea. Potevo vedere il riflesso dello schermo di Leo nel vetro del forno spento dietro di lui.
— “È che... è che è rotto!” — improvvisò Leo, afferrando il telefono con una mossa da portiere di serie A e infilandoselo direttamente nella tasca dei pantaloni. — “Lo schermo... emana radiazioni. Me l'ha detto il tecnico. Pericolosissime per chi non è il proprietario.”
Tommaso lo fissò per cinque lunghi secondi. Io smisi di respirare. — “Radiazioni? Leo, ma che ti fumi? Va beh, sei sempre il solito strambo.” — Tommaso tornò a guardare la mia immagine nel telefono. — “Comunque Lore, stasera sei... diversa. Hai una luce strana. E perché sei in accappatoio?”
— “È che... ho appena finito la doccia e non sono ancora pronta!
— “Ah, capisco. Beh, sbrigati allora, che tra poco crolla la linea!” — rispose Tommaso, tornando a frugare nel cassetto con la grazia di un procione in un bidone della spazzatura. Io annuii convulsamente, ma la mia attenzione era tutta per lo sfondo. Leo era ancora lì, pietrificato. Riuscii a incrociare il suo sguardo attraverso la telecamera. Era pallido, ma nei suoi occhi balenò un lampo di pura follia. Approfittando del fatto che Tommy fosse di spalle, infilò una mano nella tasca dei pantaloni dove aveva appena nascosto il telefono. Sullo schermo balenò Un nuovo messaggio da Leo. Cercai di mantenere un’espressione neutra mentre, con una destrezza da prestigiatore, alzai lo sguardo per un millisecondo.
Leo: "Sei bellissima anche come lottatore di sumo. Ma sappi che la 'struttura' non è mai stata così solida. Se Tommy non fosse a due metri, ti mostrerei quanto le radiazioni stiano facendo effetto proprio ora..."
Sentii una vampata di calore risalirmi lungo il collo. Quel maledetto! Mi stava stuzzicando mentre ero in videochiamata col mio fidanzato!
— “Lore? Ma mi stai ascoltando? Dicevo che domani devo passare in ferramenta...” —
Tommaso si riaffacciò all'obiettivo, sventolando un vecchio cavetto logoro. — “Trovato! È un po' sbucciato, ma dovrebbe caricare.”
— “Ottimo, amore! Magnifico!” — esclamai con un entusiasmo decisamente eccessivo. — “Senti, ora vado a vestirmi, ok? Ci sentiamo tra dieci minuti?”
— “Aspetta, un attimo.” — Tommaso si fermò, socchiudendo gli occhi. — “Ma quella... è una macchia sull'accappatoio o è il pizzo bianco che spunta da sotto? Mi sembrava di aver visto un riflesso... strano.”
Il cuore mi saltò un battito. Nella fretta di coprirmi, non mi ero accorta che un lembo dell'accappatoio si era aperto proprio all'altezza del petto, rivelando un dettaglio inequivocabile della bralette bagnata.
— “È... è sapone!” — mentii spudoratamente, stringendo la spugna con la forza di un morsa. —“Ti ho detto che sono appena uscita dalla doccia, no?”
Nello sfondo, vidi Leo portarsi una mano alla bocca per soffocare una risata o, più probabilmente, un gemito di pura agonia. Il gioco si stava facendo pericolosissimo.
— “Va bene, va bene. Ti lascio ai tuoi saponi berlinesi.” — Tommaso sorrise, ignaro di essere al centro di un campo minato erotico. — “A tra poco, pazzerella.”
Non appena l'immagine di Tommy sparì dallo schermo, mi accasciai sul letto, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Ma non feci in tempo a godermi il silenzio che il telefono vibrò di nuovo. Era Leo. E stavolta non era un messaggio di testo. Era un’anteprima immagine che fece tremare la mia determinazione.
Leo: "Il pericolo è passato. Ma il surriscaldamento no. Vuoi vedere l'ultimo 'grafico' prima che il sistema vada in crash definitivo?"
Ero lì, nuda sotto l'accappatoio, col cuore a mille e il mio fidanzato nell'altra stanza a Milano. Sapevo che avrei dovuto smettere. Sapevo che era follia pura. Ma le mie dita, quasi di propria iniziativa, digitarono la risposta più pericolosa della mia vita.
Io: "Mostrami tutto, Leo. Prima che Tommasino torni in cucina."
Il mio smartphone vibrò con un sussulto più lungo degli altri. Non era un messaggio di testo. Apparve un’immagine in alta risoluzione, caricata con una lentezza che mi fece torturare le labbra per l'attesa. Leo aveva osato l'impossibile. Sotto il tavolo di legno della nostra cucina, lontano dalla vista di Tommaso ma a favore di obiettivo, Leonardo aveva finalmente mostrato il suo "grafico". Era una visione prepotente: la pelle tesa, le vene pulsanti che testimoniavano un’eccitazione arrivata al limite del sopportabile, e la mano di Leo che lo stringeva con una forza che quasi ne deformava la linea. Era la risposta brutale, maschile e senza filtri a tutte le mie provocazioni. Ma il dettaglio che mi tolse il fiato fu un altro: nello sfondo della foto, sfocato ma perfettamente riconoscibile, si vedeva il braccio di Tommaso. Il mio fidanzato era lì, a meno di mezzo metro, con la spina del caricabatterie in mano, intento a cercare la presa elettrica vicino al battiscopa. Era così vicino che avrebbe potuto sfiorare il ginocchio di Leo.
Leo: "Ecco il tuo componente senza rivestimenti, Lorena. Riesci a vedere quanto è instabile il sistema? È tutto merito della tua 'ispezione'. Se solo potessi sentire quanto scotta... se solo potessi finire il lavoro che hai iniziato a mille chilometri di distanza."
Fissai quella foto col respiro spezzato. L’audacia di Leo mi stava dando il colpo di grazia. Mi passai una mano sul petto, sentendo il cuore battere contro il palmo, mentre i miei occhi tornavano ossessivamente su quell'immagine: il contrasto tra la carne calda di Leo e la normalità ignara di Tommaso era il cocktail più eccitante che avessi mai bevuto.
Io: "Mio Dio, Leo... è... è una struttura imponente. Non immaginavo che il timido perito nascondesse una tale capacità di carico. Mi si sono appena appannati gli occhiali, e non ne porto nemmeno. Mi stai dicendo che è così che mi accoglierai quando tornerò a casa?"
Leo: "Ti sto dicendo che se fossi qui, non avrei bisogno di questo telefono. Ti farei sentire la pressione del sistema direttamente contro quelle belle labbra rosse o sulla seta bagnata che mi hai mostrato. Guarda bene Tommaso, Lorena. Guarda come cerca quella cazzo di presa elettrica, mentre io sto rischiando tutto solo per farmi guardare da te."
Ero in trance. Portai il telefono vicinissimo al viso, zoomando su quel dettaglio di Leo che sembrava voler bucare lo schermo. Volevo rispondergli, volevo chiedergli di toccarsi mentre mi guardava in videochiamata, volevo spingere il gioco fino all'abisso. Leccai lo schermo. Il contatto della mia lingua con la superficie lucida mi procurò una specie di scarica elettrica. Volevo sentirne l'odore forte, muschiato, di Leo. Volevo succhiare quel magnifico trionfo di maschilità fino a farlo esplodere nella mia bocca. Il sapore metallico e freddo del vetro contro la mia lingua contrastava violentemente con il calore che sentivo divampare tra le cosce. Ero fuori di me. Chiusi gli occhi per un istante, immaginando che quella superficie liscia fosse la pelle tesa e pulsante di Leonardo, cercando di evocarne l'odore, quel misto di adrenalina e desiderio che doveva emanare in quel momento sotto il tavolo della cucina. La mia mano libera scivolò sotto l'accappatoio, cercando sollievo lì dove la seta dello slip era ormai un inutile ingombro fradicio.
Io: "L'ho fatto, Leo. Ho leccato lo schermo. Volevo sentirti. Se fossi qui ti divorerei, te lo giuro. Voglio che tu lo faccia ora. Voglio vederti esplodere mentre Tommaso è lì, a un passo da te. Fammi vedere quanto sei uomo mentre lui cerca la sua stupida presa."
Inviai il messaggio con le dita che tremavano. La risposta di Leo arrivò dopo pochi secondi, e stavolta non era una foto. Era una clip video di tre secondi, inquadrata dal basso. Si vedeva la sua mano muoversi con un ritmo frenetico, disperato, mentre nello sfondo le gambe di Tommaso si muovevano agitate sotto il tavolo.
Leo: "Non posso fermarmi. Lorena, mi stai facendo impazzire. Davvero se fossi qui me lo prenderesti in bocca?”
Io: “Cosa c'è? Ti eccita il fatto che la tua coinquilina voglia farti un pompino?”
Leo: “Cazzo, sì... mi sento morire. Sto per cedere, qui, ora. Guarda... guarda cosa mi stai facendo."
Un’altra clip video. I movimenti della mano di Leonardo si facevano sempre più forsennati.
Leo: “Voglio vederti. Voglio vedere ancora l'effetto che ti fa tutto questo”
Decisi di accontentarlo. Sfilai la bralette ma mi rimisi addosso l'accappatoio visto che sotto ero praticamente nuda. Inquadrai il mio riflesso allo specchio. L’accappatoio bianco creava un contrasto violento con la pelle del mio seno, che sembrava implorare aria. Con un dito, iniziai a giocare con l’apertura della spugna, lasciandola scivolare appena quanto bastava.
Io: "Guarda bene, Leo. Guarda cosa succede alla mia 'struttura' quando mi parli così. Riesci a vedere come sono ritti? Sono così turgidi che quasi fanno male, e la colpa è solo tua e di quel ritmo che tieni sotto il tavolo."
Spostai l'inquadratura proprio lì, sulla curva superiore del seno. Con la punta dell'indice iniziai a cerchiare l'areola, che sotto la luce "smarmellata" dell'hotel appariva scura, tesa, sensibilissima. La schiacciai leggermente, lasciando che il capezzolo facesse capolino dal bordo dell'accappatoio, un invito muto ma inequivocabile.
Io: "Senti come batte il mio cuore? Se fossi lì, te lo premerei contro la faccia. Te le farei leccare tutte, ma a patto che tu me lo faccia prendere in bocca. Vorrei succhiartelo, Leo, voglio farti sentire che ogni mio battito è per questo momento proibito. Mi senti, Leo? Senti il calore che emana lo schermo?"
Scattai una foto ravvicinatissima, quasi macro. Si vedeva la trama della pelle d’oca che mi aveva invaso il petto e il turgore del capezzolo che sembrava voler bucare la foto per raggiungere la sua mano. Inviai. Il silenzio nella chat durò solo pochi istanti, poi la risposta di Leo arrivò carica di un’urgenza che sembrava sul punto di spezzare la fibra ottica.
Leo: "Dio, Lorena... sono bellissimi. Sto per esplodere, lo giuro, ma mi sono dovuto fermare. Tommaso è risalito da sotto il tavolo, ora è seduto di fronte a me e sta sgranocchiando dei taralli... il rumore dei suoi morsi si mescola al suono del mio respiro corto. Se alza lo sguardo e vede i tuoi capezzoli sullo schermo, siamo entrambi fottuti. Vuoi che vada di la?
Io: “Noooo!”
Adesso mi era chiaro, anzi cristallino che ad eccitarmi da morire non fosse l’atto di esibizionismo in sé, quanto il fatto che il mio Tommaso, il mio dolce Tommaso, fosse a pochi passi da Leo, ignaro di tutto questo.
Io: ”Leo se esci dalla cucina è tutto finito”
Leo: “Tu sei completamente pazza, ecco che sei, ma sei anche fortunata visto che non riesca a staccarmi. Continua. Dimmi ancora cosa mi faresti."
Ero in preda a un delirio di onnipotenza. Sapere che Leo mi guardava mentre il mio fidanzato sgranocchiava taralli a un metro da lui mi faceva scivolare la mano di nuovo verso il basso, dove l'umidità della seta era ormai diventata un lago di desiderio.
Io: "Ti farei dimenticare come si respira, Leo. Ti farei venire voglia di urlare il mio nome mentre Tommy ti chiede se c'è ancora birra in frigo. Guarda bene questa foto... è l'ultima 'ispezione' prima che il sistema collassi del tutto."
Incurante di tutto, aprii completamente l'accappatoio per un istante, offrendogli la visione totale dei miei seni nudi e ritti, prima di richiuderlo con un sorriso malizioso. Quello scatto non era una semplice foto, era una fiamma che lenta divampava da Berlino fino a Milano, lasciandomi sconvolta.
Leo: “Giuro che, se solo non mi vedesse, potrei toccarmi anche così, difronte a lui che sgranocchia quei tarallini del cazzo”
Sfilai l'accappatoio con un movimento secco, lasciandolo cadere a terra come la muta di un serpente. Ero di nuovo in topless, ma stavolta non c'era goffaggine. Posizionai lo smartphone inclinandolo in modo che l'inquadratura prendesse tutto: il mio viso stravolto, il seno ansante e la mia mano che, senza più alcuna esitazione, scivolava dentro gli slip. Attivai la funzione videochiamata. Sapevo che Tommaso era lì, a un passo da lui, ma volevo che Leo vedesse le mie dita affondare nella seta lucida, volevo che sentisse il rumore umido che i miei sensi stavano producendo. Guardai dritto nell'obiettivo, con gli occhi lucidi e la bocca aperta, mentre mi toccavo con un ritmo che seguiva il respiro affannato che sentivo provenire dalla sua chat vocale aperta. Si sentiva Tommaso che rideva. In fondo il rumore sordo della partita. Me n'ero dimenticata. Quando giocava la Juventus Tommaso non c'era per nessuno. Leo girò la telecamera per mostrarmi il mio fidanzato che gli dava le spalle. Troppo preso dalla partita per notare il suo coinquilino che si trastullava mentre guardava quell'angelo della sua fidanzata atteggiarsi come l'ultima delle troie. Vedere le spalle di Tommaso, così vicino eppure così lontano, mi fece perdere ogni residuo di controllo. Il fatto che lui stesse imprecando per un calcio d’angolo mentre io, a mille chilometri di distanza, mi offrivo al suo coinquilino, era un afrodisiaco più potente di qualsiasi droga
-"Guarda, Leo. Guarda come mi riduci. Sono bagnata fradicia e sto pensando a te che ti nascondi sotto il tavolo. Riesci a sentirmi? Riesci a immaginare il sapore che ha la mia mano in questo momento?"
Mentre le mie dita lavorano con quel ritmo serrato e la voce di Tommaso in sottofondo esulta per un'azione d'attacco, vedo sul display il volto di Leo. È una maschera di terrore e brama. Ha il telefono appoggiato contro una tazza, le mani probabilmente impegnate sotto il tavolo in una lotta disperata per non sobbalzare sulla sedia, ma io avevo già deciso di abbattere l’ennesimo confine. Con malizia scostai il tessuto degli slip, offrendo a Leonardo una visione completa del mio frutto proibito. Potevo sentire il suo sguardo rovente percorrere tutto il mio corpo; mentre la sua mano continuava quella danza peccaminosa sulla sua asta. Ora che Leo aveva una visione perfetta della mia figa, non c’era più alcuna ragione per tenere su gli slip. Li sfilai in fretta, presa dalla foga, tornando ad affondare le dita sottili nei miei caldi umori. Incurante di tutto, afferrai lo smartphone e lo portai a pochi centimetri dal mio corpo. Volevo che Leo vedesse la verità cruda del mio desiderio: la pelle arrossata, le piccole labbra gonfie e lucide di quell'umidità che ormai colava lungo le mie dita. Inquadrai il mio centro, zoomando finché la camera stessa e il letto non divennero solo uno sfondo sfocato per la mia intimità spalancata. Con i pollici allargai con decisione le labbra, offrendogli un’immagine che non lasciava spazio a nessuna interpretazione "artistica". Era un invito brutale, osceno, definitivo.
Io: "Guarda come sono aperta per te, Leo... guarda come mi batte il sangue dentro. Riesci a vedere quanto sono rossa? Mi senti?"
Proprio in quel momento, nello schermo, vidi Tommaso. Doveva essersi alzato di scatto, forse per prendersi un’altra birra. Si sporse sopra la spalla di Leo, i suoi occhi caddero inevitabilmente sullo schermo dove la mia immagine, ingrandita e pulsante, occupava ogni pixel. Leo deve aver avuto a malapena il tempo di ricomporsi ma non ha potuto far nulla per terminare la videochiamata. La telecamera era ancora attiva, il microfono pure.
"Ma che cazzo, Leo! Ma sei un animale!" — scoppiò a ridere Tommaso dandogli una pacca amichevole sulla spalla che fece sussultare il mio povero coinquilino. — "Ti guardi i porno amatoriali in cucina mentre c'è il derby? Ma allora sei un uomo anche tu, non sei fatto solo di calcoli e tisane!"
Vidi il volto di Leo diventare grigio. Il terrore gli aveva tolto la parola. Tommaso, dal canto suo, non si allontanò. Anzi, strizzò gli occhi per guardare meglio, ignaro che quel "materiale amatoriale" fosse la donna che diceva di amare.
"Aspetta, aspetta, ma non è un porno… è una videochiamata, anzi, una videochiavata! Eh porcellino? Una modella di Onlyfun? Complimenti signorina, complimenti davvero! che roba! Ma tu guarda che bel pezzo di figa ha rimediato Leo. Questa qui è bagnata fradicia, senti a me, guarda come si offre. Una così ti spolpa vivo,. Altro chè, ti finisce in dieci minuti, altro che le tue letture serali!”
Quelle parole, quei commenti volgari, pronunciate dalla bocca di Tommaso, ebbero l'effetto di una scossa elettrica. Ripresi ad affondare disperata le dita nella mia intimità.
“Guarda come si tocca la troia. Sì, sì, continua così. Lo vedo che ti piace!”
Sentii le orecchie fischiare come non mai, l’orgasmo montare prepotentemente dentro di me.
“Dai troietta facci vedere pure le tette, non le nascondere”
Alzai lo smartphone avendo cura di non inquadrare mai il viso.
“Cazzo che tette che ha questa! Eh Leo? Scommetto che fa delle spagnole da paura! Cazzo mi farei una sega proprio qui se solo potessi.
Mi sfuggì un rantolo.
“Cosa c’è Troia? Ti piace l’idea che mi seghi guardando le tue tette stratosferiche, non è vero?”
Mugugnai sommessa.
“E il tuo culo com’è? Ce lo fai vedere?
Obbedii. Non so neppure come ho fatto a inquadrare tutto senza far mai vedere la testa.
“E bravo Leo, ma tu guarda che bel culo che c’ha questa. Giuro che, se solo potessi, un culo così me lo scoperei un giorno sì e l’altro pure! Che bella figa. Beato chi se la scoperà stasera!"
Non ce la facevo più, sentivo l’orgasmo farsi sempre più vicino, sempre più impellente. Le mie dita saettavano funeste, lasciando al silenzio tra i miei rantoli solo il rumore sordo e umido dei miei umori.
“Ma tu guarda questa impunita come si sgrilletta. Vai, vai, troietta. Facci vedere come vieni! Certo Leo, devo farti i miei complimenti. Te la sei scelta proprio troia, non c’è che dire!”
"S-sì... è... è una visione... incredibile, Tommy."
“Puoi dirlo forte, amico mio. E chi si sarebbe mai immaginato uno spettacolo del genere. Vai troietta, vai!”
Sarà stata quell’incitazione da stadio, o la volgarità di quei commenti goliardici. Sarà stata l’assurdità di tutta quella situazione pressappoco grottesca, ma venni, cavolo se venni; venni come non ero mai venuta in vita mia. L’orgasmo mi strappò via un acuto di cui non mi resi neppure conto, mentre Tommaso si concesse un lungo fischio liberatorio.
“Che spettacolo ragazzi. Beh, Leo, io torno alla mia Juventus. Salutami la troietta. Dille che ha tutta la mia stima e che la sega di stanotte la dedicherò sicuramente a lei.”
Chiusi la chiamata, tornando lentamente alla realtà. Feci appena in tempo: il telefono dell’albergo iniziò a squillare quasi subito. L’urlo di prima doveva aver disturbato i vicini, perché la reception mi chiamò all'istante. Mi scusai per il baccano, promettendo di fare più attenzione la prossima volta. La prossima volta… beh, posso dirti già da ora che di episodi simili non ce ne sono più stati. Con Tommaso ci siamo sposati due anni fa. Non credo abbia mai intuito che la vagina per cui ha fatto tanto il tifo quella sera fosse la mia. Come non credo sappia che, poco dopo, mi arrivò l’ultima foto di Leo: una grossa chiazza bianca su un paio di mutandine nere che aveva preso dal mio armadio. Non le ho più messe, non le ho mai lavate, ma le conservo ancora.
Fine
Per consigli, osservazioni o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattarmi su alexdna88@libero.it
A presto.
Lorena, nome di fantasia, mi ha raccontato un episodio di esibizionismo di cui è stata lei stessa protagonista, ma non voglio svelarvi nulla. Buona lettura.
Ciao Alex88, ti leggo da un po' e dopo aver finito la storia di Francesca non ho saputo resistere. Devo raccontarti quello che m'è successo qualche anno fa, anche se, a differenza dei tuoi personaggi, io la sensualità l'ho gestita con la grazia d’un elefante in una gioielleria…
Ero a Berlino per lavoro e fuori dalla finestra c'era un tempo grigio come un merluzzo bollito. Devo ammettere che anch'io mi sentivo un po' bollita dopo sei settimane di meeting e caffè imbevibili e la mia libido, non lo nego, era scesa sotto lo zero termico. Con Tommaso, che all'epoca era solo il mio ragazzo, le cose non andavano granché bene. Sì, ci sentivamo ogni sera per più di due ore, ma il rapporto sembrava raffreddarsi giorno dopo giorno e la cosa, lo confesso, mi faceva stare molto male.
Quella sera però avevo deciso di darci un taglio. Volevo stupirlo, affascinarlo e, perché no, sedurlo. Credo che non ci sia nulla di male a voler ravvivare la fiamma, no? Eravamo fidanzati da più di dieci anni. Ci siamo messi insieme che eravamo dei ragazzini, all'ultimo anno del liceo, subito dopo la gita. Tommaso sapeva già tutto di me, era la mia dolce metà, ma col proseguir dei mesi le nostre telefonate si erano fatte sempre più piatte, grigie, senza più alcun mordente.
Decisi perciò di indossare un completino intimo comprato proprio quel pomeriggio in un negozio del centro: una lingerie semitrasparente, slip e bralette, che speravo avrebbe catturato immediatamente la sua attenzione. Naturalmente, essendo il mio un viaggio di lavoro, non avevo portato nulla di provocante; ma quel completino avrebbe fatto colpo di sicuro. Lo slip mi segnava un po' sui fianchi, a dire il vero, ma sollevando i lembi come avevo visto in un tutorial su TikTok, il risultato non era affatto male. La bralette invece mi metteva superbamente in risalto il seno — una terza misura di cui vado piuttosto fiera — e se mi sporgevo un po' avanti, l’effetto magnetico era garantito. O almeno questo era ciò che speravo; non sono mai stata molto sicura del mio corpo e devo ammettere che quell'improvviso atto di trasgressione era parecchio fuori dalla mia confort-zone. Iniziai dunque quella che potrebbe passare come la sessione fotografica più goffa della storia della tecnologia. Tra un crampo addominale nel tentativo di sembrare più tonica e la luce della lampadina dell’hotel che, «smarmellando» peggio di Biascica, riusciva nell'impresa di farmi somigliare al personaggio d’un film horror degli anni '70, riuscii finalmente a produrre due scatti decisamente audaci. Non avrei mai pensato che mantenere fermo lo smartphone usando come supporto solo una bottiglietta d'acqua, un'agenda e un paio di brochure e depliant dell’ufficio che mi ritrovavo ancora nella borsa potesse essere un’operazione d’alta ingegneria degna di MacGyver, un incubo insomma, ma sono comunque riuscita ad ottenere un primo scatto. La foto mi ritraeva di spalle, inginocchiata sul letto, mentre mi voltavo a guardare l'obiettivo. La posa metteva in evidenza la curva dei miei glutei senza che si notassero smagliature o cellulite, mentre il sottile tessuto di pizzo degli slip nascondeva quanto basta per evitare che a Tommaso venisse un infarto fulminante. Ammetto che il secondo scatto fu un po' più audace: in piedi, vicino allo specchio del bagno, mentre con malizia sfioravo il solco tra i seni, messi ancora più in risalto dalla bralette - "Tieniti forte, tesoro" - pensai premendo invio con un sorriso soddisfatto e il cuore che cominciava a galoppare come un puledro impazzito.
Rimasi a fissare lo schermo per un po', in attesa che Tommaso scrivesse qualcosa del tipo: “Non muoverti, sto arrivando a Berlino a piedi” e invece… quella cazzo di spunta blu non si illuminava. Che non gli prendesse il telefono? Il nostro era un appuntamento fisso; dov'era a quell'ora se non ad aspettare una mia videochiamata? Che fosse uscito con una di quelle sciacquette che gli ronzano sempre attorno in ufficio? La Giunone che era in me era già pronta a scagliare le peggiori maledizioni verso quel fedifrago impenitente quando mi resi conto d’aver fatto la più grande cazzata della mia vita: l’icona in alto a sinistra, infatti, non mostrava la foto di Tommaso, né il suo nome. Nella mia infinita imbranataggine ero finita per inviare le uniche due foto compromettenti che mi fossi mai scattata, all'ultimo degli uomini che mi sarebbero venuti in mente: il mio coinquilino Leonardo. Ma come ero potuta essere così idiota? L'arcano era presto svelato: di solito su WhatsApp il mio primo contatto è, naturalmente, quello di Tommy, il mio fidanzato, ma proprio quel pomeriggio mi era giunta su Facebook la notifica del compleanno di Leonardo, il coinquilino timido e taciturno con cui, in più di cinque anni di convivenza, avrò scambiato sì e no una decina di parole; sette delle quali erano permesso e per favore ogni qual volta lo incrociassi in bagno.
Ero di fretta, essendo appena uscita dall'ufficio, e correvo a prendere la metro per andare in centro a comprare la lingerie di pizzo. Così, mossa da un improvviso e caritatevole spirito di buon vicinato, gli avevo inviato un asettico “Auguri Leo!” mentre scendevo le scale della metropolitana. Quella singola, maledetta interazione aveva scalzato Tommaso dal trono della cronologia, portando l’insipido Leonardo in cima alla mia lista contatti e me ad inviargli molto più di quelle pacchianissime immagini d’auguri di cui sembra non ci si riesca mai a liberare del tutto. Il panico mi investì con la forza di un tir in autostrada. Altro che Buongiornissimo kaffè; fissai lo schermo sperando in un malfunzionamento dei server di Meta, in un blackout globale, o magari in un’improvvisa invasione aliena che polverizzasse il mio smartphone prima che fosse troppo tardi. Niente da fare. Le spunte erano lì: grigie, gelide, implacabili. – Forza, forza, forse sei ancora in tempo - pensai passando le dita sulle foto. Ma ecco che, con la velocità d’un boia che taglia la corda, le due spunte diventarono blu. — No, no, no! Cancella! Elimina per tutti! Muoviti, maledetto, stupido, coso! — urlai al telefono, manovrando il pollice con una frenesia che avrebbe fatto invidia a un campione di videogame. Ma la tecnologia, si sa, fiuta la paura come un branco di lupi nella foresta, o forse era solo il diavolo che ci metteva di nuovo il suo zampino, va a sapere; fatto sta che non eliminai il contenuto per tutti, ma solo per me. Si può essere più tonti di così? Ma proprio in quel momento comparve la fatidica scritta: Leo sta scrivendo...
Il sangue mi defluì dal viso così velocemente che per un istante temetti di svenire sulla moquette dell’hotel. Sentii un crampo allo stomaco che non aveva nulla a che fare con la posa tonica di poco prima. Leo, il ragazzo che in cucina non alzava lo sguardo nemmeno per chiedermi dove fosse il sale. Il timido, silenzioso, quasi invisibile Leo aveva appena ricevuto sul suo smartphone la mia foto di spalle, quella che avrei voluto fosse “artistica”, e che ora mi pareva solo un invito esplicito alla denuncia per atti osceni. Me lo immaginai lì, seduto nella nostra cucina a Milano, magari con la solita tisanina digestiva al finocchio, tarassaco e genziana e i suoi occhiali dalle lenti spesse e appannate dal vapore, mentre veniva letteralmente investito dall’immagine del mio lato B berlinese in alta risoluzione. Guardavo il pizzo bianco e semitrasparente sul mio sedere fissarmi dallo schermo, con la consapevolezza che il ragazzo a cui era giunto probabilmente arrossiva anche solo al guardare la pubblicità dei bagnoschiuma. Il telefono vibrò: Un messaggio. Sentii le mie guance andare a fuoco, raggiungendo temperature che avrebbero potuto sciogliere l’acciaio se solo c'avessi provato. Chiusi gli occhi per un secondo, pregando che fosse un errore di sistema.
Leo: "Ehmm... ciao Lorena. Grazie per gli auguri... non me l'aspettavo proprio. Davvero. Ma... sei sicura che l'agenda nella foto non servisse per il report di domani? Perché mi sembrava di aver visto un appunto sulla riunione dei soci proprio vicino alla tua... alla tua gamba."
Volevo morire. Quel maledetto non solo mi aveva vista praticamente nuda, ma da bravo e timido osservatore qual era aveva pure analizzato il mio "set fotografico" improvvisato, notando i documenti di lavoro che avevo usato come treppiede.
Leo: “Volevo chiederti... quel completino fa parte del nuovo ‘kit di sicurezza’ per l'ufficio di Berlino? No perché, se è così, devo dire che i tedeschi hanno un concetto di 'protezione individuale’ davvero… interessante”
Ero scioccata e indispettita. Quel morto di figa non solo aveva visto tutto, ma adesso ci stava anche marciando sopra. Hai capito Il timido, invisibile, Leo? Faceva del sarcasmo sul mio tentativo di seduzione fallito. Mi guardai allo specchio: ero ancora lì, in bilico, con un’espressione che non aveva nulla di magnetico ma di chi ha appena visto il proprio onore saltare in aria in un’esplosione nucleare e i resti sparsi per tutta la Alexanderplatz. La bralette, che fino a un minuto prima mi faceva sentire una via di mezzo tra una modella di Victoria's Secret e una dominatrice, ora mi sembrava solo un pezzo di stoffa ridicolo che mi stringeva il torace, rendendomi difficile persino respirare. Ma ero decisa a rendergli pan per focaccia. Le parole di quello sfigato avevano acceso una miccia inaspettata. “Interessante”, aveva scritto. E quel riferimento alla protezione individuale... quel timido topolino di biblioteca stava cercando di fare il gatto con me? Sentii una scarica di calore che non era più vergogna, ma pura sfida. Se Leo voleva fare lo spiritoso con la mia biancheria, gli avrei dato materiale per i suoi prossimi dieci anni di sogni proibiti.
Io: "Ah, quindi il piccolo Leo ha un’opinione sui concetti estetici tedeschi? Non l'avrei mai detto. Credevo che il tuo massimo picco di adrenalina fosse scegliere tra il tè verde e quello alla menta."
Scrissi il messaggio con una cattiveria ludica, mentre un sorriso sghembo mi compariva sulle labbra. Poi, mossa da un impulso che definire "fuori dalla confort-zone" sarebbe un eufemismo, decisi di rincarare la dose. Se Tommaso non guardava, Leo avrebbe guardato fin troppo. Il terzo scatto era semplice e avrebbe messo di certo a tacere quei commenti al vetriolo. Mi sedetti sul letto, lo smartphone sempre sul solito treppiedi traballante. Spalancai le cosce e scattai. Non ero nuda. Tutto era sapientemente nascosto dal pizzo della lingerie, ma riguardarmi in quella posa mi faceva fischiare le orecchie. Presi lo smartphone e lo posizionai più in alto, stavolta puntando dritto verso di me. Sfilai la bralette con un gesto fluido, restando a seno nudo sotto la luce giallastra della stanza. Presi un guanciale dal letto. Il candore del cuscino si sposava benissimo con la mia pelle ambrata e metteva ancora più in risalto il pizzo bianco dei miei slip. Leo adesso avrebbe visto la mia schiena nuda, e uno spicchio del mio culetto. Scattai. Inviai.
Io: "Visto che ti intendi di sicurezza sul lavoro, Leo... secondo te questa configurazione rispetta le norme vigenti o c'è rischio di... surriscaldamento globale in cucina?"
Il cuore mi batteva così forte che temevo potesse incrinare lo schermo. Fu un attimo. Le spunte blu apparvero istantaneamente. Leo non stava solo leggendo, era letteralmente incollato alla chat. Immaginai la sua reazione: la tisana al finocchio che gli andava per traverso, le lenti spesse degli occhiali che si appannavano per qualcosa di ben più provocante di uno di quegli grigi prospetti finanziari che era solito leggere in cucina, e lui che, molto probabilmente, si dimenticava persino come si respira.
Leo: "Il contrasto è... accecante, Lorena. Ma la geometria è tutta sbagliata. Quel cuscino crea un’occlusione visiva che disturba l’analisi. E per quanto riguarda le 'irregolarità'... beh, credo che la natura batta la precisione tedesca dieci a zero. Quel dettaglio ai lati del pizzo... è la cosa più pericolosa che io abbia mai visto su uno schermo”
Mi re-inviò una delle mia foto, un primo piano dei peletti che spuntavano ai lati dello slip. L'emoticon arrossata e con la lingua di fuori la diceva lunga su quale fosse il dettaglio che gli era piaciuto più di tutti. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena leggendo la sua risposta. Quel dettaglio che io consideravo un’imperfezione — un segno della mia umanità goffa in quella stanza d'hotel — per lui era diventato il punto di non ritorno. Guardai la foto ingrandita che mi aveva rimandato: il pizzo bianco che premeva contro la pelle, quel millimetro di disordine che mandava in tilt i suoi schemi da contabile. Ero in fiamme. Mi sentivo come se lo avessi lì, a un passo, a studiare ogni mio respiro sotto la luce smarmellata della lampadina.
Io: "Quindi il perito ha trovato un difetto nel materiale? Mi scusi, dottor Leonardo, non sapevo che un piccolo dettaglio potesse rendere così... instabile un professionista come lei. Magari dovrei coprirmi del tutto, per evitare che le scoppi il cuore prima di finire la tisana."
Mentre scrivevo, mi distesi sul letto a pancia in su. Sollevai le gambe contro la testiera, lasciando che il cuscino scivolasse via, ma tenendo le mani incrociate sul petto per coprire il seno, in un gioco di braccia che lasciava intravedere tutto ma non mostrava nulla. I muscoli dell'addome erano tesi, il respiro corto.
Io: "O forse preferisci un'analisi della resistenza dei materiali sotto pressione?"
Scattai. Si vedeva l'arco dei miei piedi, la tensione delle cosce spalancate contro la parete e il bacino leggermente sollevato dal materasso, col pizzo bianco che sembrava quasi brillare nel buio mentre sotto si notava l’ombra scura del mio monte di venere. Non era una foto da catalogo; era una foto che gridava: “Guardami mentre mi perdo”. Il cuore mi batteva così forte che il ronzio del condizionatore dell'hotel sembrava un rombo di tuono. Rimasi lì, con le gambe ancora premute contro la testiera e il bacino sollevato, fissando quel cerchietto del caricamento che sembrava non finire mai. Quando le spunte diventarono blu, sentii una scossa elettrica partirmi dalla base della colonna vertebrale. Leo non stava solo guardando; stava vivendo un’epifania.
Leo: "Dio mio. Ho dovuto zoomare per capire se fosse un’ombra o... poi l’ho visto. Quella macchia sulla seta. Mi stai dicendo che mentre mi mandi queste foto... tu...?"
Non me n’ero neanche accorta. Una minuscola macchia dei miei umori andava allargandosi sulla seta lucida dello slip. Mi stavo bagnando. Scattare foto per quello sfigato di Leo si stava ritorcendo contro di me. Come avrei mai potuto spiegare a Tommaso che la sua dolce fidanzatina aveva le mutandine inzuppate per colpa di un altro? Il "timido" Leo, intanto, aveva perso ogni traccia di quel suo distacco accademico. Immaginai la sua mano tremare mentre reggeva il telefono sotto il tavolo della cucina, il respiro corto e la tisanina ormai fredda dimenticata chissà dove.
Io: "Ti sto dicendo che la tua analisi sui volumi e sulla sicurezza mi ha provocato un certo... imprevisto tecnico. La seta non mente mai. Adesso dimmi: la tua 'protezione individuale' è ancora così efficace o senti che stiamo per violare ogni norma del regolamento?"
Ero in preda a un delirio di onnipotenza erotica. Mi sentivo bagnata, eccitata e incredibilmente viva.
Leo: “Non saprei. Forse dovrei controllare da più angolazioni. Hai altri scatti?”
Un brivido di trionfo mi attraversò. Leo non stava solo guardando, stava ordinando. Quella sua richiesta così diretta, quasi clinica, mi fece scattare una molla dentro che non sapevo nemmeno di avere. Voleva altre angolazioni? Voleva il controllo totale del perito? E io glielo avrei dato, facendogli desiderare di poter bucare lo schermo per toccare con mano quanto fosse bagnata quella seta. Mi misi in ginocchio sul letto, di fronte allo specchio, ma con il sedere appoggiato sui talloni. Inarcai la schiena in modo quasi doloroso, facendo risaltare la curva dei glutei e la tensione delle cosce. Con una mano scostai i capelli e li tirai indietro, esponendo il collo, mentre con l'altra inclinai lo smartphone verso il basso. Volevo che vedesse tutto: il contrasto tra il pizzo bianco immacolato e l’ombra scura che premeva da sotto, resa ancora più evidente da quella macchia lucida che continuava a espandersi, testimone silenziosa del mio piacere solitario a Berlino.
Io: "Soddisfatto? Questa angolazione ti permette di valutare meglio la tenuta della struttura? O preferiresti un'ispezione ravvicinata del... punto critico?"
Scattai. La foto era di una nitidezza spaventosa. Si vedeva ogni trama del pizzo e il modo in cui la seta aderiva prepotentemente alle mie forme, soprattutto lì dove l’umidità l’aveva resa più pesante.
Leo: “Mi piacerebbe poter approfondire la diagnosi…”
Un altro brivido, un'altra scarica d'adrenalina.
Io: “Credo sia giunto il momento, signor perito, che anche lei mostri qualche grafico alla sottoscritta. Così da valutare insieme il da farsi”
Rimasi col fiato sospeso, lì tra le lenzuola che ormai avevano perso ogni parvenza di ordine. Mi sentivo una giocatrice d'azzardo che aveva appena puntato tutto sul numero più improbabile. Leo, quello che a stento mi guardava negli occhi mentre passavo il mocio in corridoio, avrebbe davvero avuto il coraggio di "mostrare i grafici"? Passarono secondi che sembrarono ere geologiche. Immaginai la battaglia interiore di Leonardo tra la sua proverbiale prudenza e il desiderio scatenato da quell'ultima foto del mio "punto critico". Poi, la chat sussultò. Nessun messaggio di testo. Apparve un'anteprima. Era una foto, scattata chiaramente sotto il tavolo della cucina. L'inquadratura era stretta, rubata. Si vedevano i suoi pantaloni di velluto a coste — quelli che Tommaso prendeva sempre in giro perché "fanno troppo professore in pensione" — ma che ora erano tesi in un modo che non aveva nulla di accademico. Una mano, con le nocche bianche per la tensione, stringeva la stoffa proprio lì dove il "grafico" segnava un'impennata verticale che non lasciava spazio a dubbi.
Leo: "I dati statistici indicano un picco di pressione che il sistema non è più in grado di contenere."
Sentii le orecchie fischiare. Il mio timido coinquilino aveva appena lanciato il guanto di sfida.
Io: "Notevole, signor perito. Vedo che la situazione è ben più... solida di quanto i precedenti rapporti lasciassero presagire. Ma per una diagnosi completa, avrei bisogno di vedere il componente senza... rivestimenti protettivi."
Lo so, lo so: sono una pazza; una scriteriata. Ma l'idea di vederlo "senza rivestimenti" proprio lì, a pochi metri da un ignaro Tommaso che magari stava entrando in cucina per prendersi uno yogurt, mentre al nostro timido coinquilino gli veniva duro guardando le mie foto, mi faceva pulsare il sangue nelle vene. Feci un balzò in avanti quando apparve la nuova foto di Leo. Non era un "grafico". Era uno scatto rubato, angolato verso il basso dal bordo del tavolo. In primo piano si vedevano le nocche di Leo, serrate attorno al suo arnese, e a non più di un metro e mezzo, di profilo, c’era Tommaso. Il mio Tommy, con la sua solita espressione concentrata, gli occhiali sulla punta del naso, mentre sfogliava un quaderno di appunti borbottando qualcosa tra sé. La banalità di quella scena domestica, Tommaso che leggeva i suoi appunti, ignaro che a pochi centimetri da lui il suo coinquilino stava guardando “quell'angelo” della sua fidanzata in pose così provocanti, mi fece quasi mancare il respiro.
Leo: "Lo vedi? È qui. Se solo allungasse un braccio, se solo abbassasse lo sguardo... sarebbe la fine. Eppure, Lorena, non riesco a smettere. Quel tuo invito a mostrare i grafici... mi sta facendo impazzire. Se solo sapessi quanto è difficile 'contenere i rivestimenti' in questo momento, con lui che mi chiede dove abbiamo messo le chiavi del garage."
Lessi il messaggio mentre il mio pollice indugiava sul tasto della fotocamera. Ero bagnata, seminuda in una stanza d'hotel a Berlino, e stavo giocando con il fuoco nel salotto di casa mia a Milano.
Io: "Allora sii veloce, Leo. Un'ispezione rapida mentre lui è girato. Voglio vedere se la 'struttura' è solida come dici o se è solo un errore di calcolo. Un solo scatto. Ora."
Ero una predatrice crudele. Sapevo di averlo in pugno. Immaginai Leo, col respiro mozzato, che guardava Tommaso voltare pagina e poi, con la mano tremante, cercava di scivolare sotto l'elastico dei pantaloni proprio mentre il mio fidanzato era lì. Passarono dieci secondi di un silenzio assordante. Poi, invece della foto che desideravo, arrivò una serie di squilli a raffica, come raffiche di mitra. Tommaso e la nostra solita chiamata su Facetime.
— “No, no, no!” — gemetti, afferrando l’accappatoio di spugna bianca, che l’hotel forniva in dotazione (e che mi faceva somigliare a un lottatore di sumo in pensione) infilandola alla velocità della luce sopra la lingerie. Risposi con la mano che tremava come quella di un chirurgo al primo giorno dopo dieci caffè. L’immagine di Tommaso apparve sullo schermo: era in cucina, sì, ma aveva un’espressione concentrata mentre frugava freneticamente in un cassetto. — “Lore! Ma dove cavolo li hai messi i caricabatterie?” — sbottò lui, senza nemmeno salutarmi. — “Il mio telefono è all'dieci per cento, si sta spegnendo e devo assolutamente finire di vedere quel tutorial sul montaggio dei mobili. Ah, ciao amore, comunque.”
Sullo sfondo, vidi l’ombra di Leo. Era rigido come un palo della luce, con gli occhi sbarrati fissi sul suo smartphone appoggiato sul tavolo. Sembrava stesse pregando in aramaico antico.
— “Tommy! Amore! Che... che piacere sentirti!” — gracchiai, cercando di coprire con il corpo la vista del letto disfatto alle mie spalle. — “I cavi? Sono nel secondo cassetto, sotto i sottobicchieri a forma di disco in vinile!”
— “Non ci sono! Qui c'è solo un vecchio telecomando e... aspetta.” — Tommaso si girò verso Leo. — “Leo, scusa, mi presteresti il tuo telefono un secondo? Il mio è morto. Devo solo mandare un messaggio a mio fratello.”
Vidi Leo fare un balzo sulla sedia che nemmeno un gatto davanti a un cetriolo. — “N-no! No, Tommaso! Non puoi!” — esclamò Leo con una voce di tre ottave più alta del normale.
Tommaso si bloccò, guardandolo come se gli fosse appena spuntata una seconda testa. — “E dai, Leo, è solo un messaggio. Che hai, i segreti di stato? O hai finalmente trovato una ragazza e non vuoi che veda i tuoi messaggi galanti?”
Io, dall'altra parte della Germania, ero in apnea. Potevo vedere il riflesso dello schermo di Leo nel vetro del forno spento dietro di lui.
— “È che... è che è rotto!” — improvvisò Leo, afferrando il telefono con una mossa da portiere di serie A e infilandoselo direttamente nella tasca dei pantaloni. — “Lo schermo... emana radiazioni. Me l'ha detto il tecnico. Pericolosissime per chi non è il proprietario.”
Tommaso lo fissò per cinque lunghi secondi. Io smisi di respirare. — “Radiazioni? Leo, ma che ti fumi? Va beh, sei sempre il solito strambo.” — Tommaso tornò a guardare la mia immagine nel telefono. — “Comunque Lore, stasera sei... diversa. Hai una luce strana. E perché sei in accappatoio?”
— “È che... ho appena finito la doccia e non sono ancora pronta!
— “Ah, capisco. Beh, sbrigati allora, che tra poco crolla la linea!” — rispose Tommaso, tornando a frugare nel cassetto con la grazia di un procione in un bidone della spazzatura. Io annuii convulsamente, ma la mia attenzione era tutta per lo sfondo. Leo era ancora lì, pietrificato. Riuscii a incrociare il suo sguardo attraverso la telecamera. Era pallido, ma nei suoi occhi balenò un lampo di pura follia. Approfittando del fatto che Tommy fosse di spalle, infilò una mano nella tasca dei pantaloni dove aveva appena nascosto il telefono. Sullo schermo balenò Un nuovo messaggio da Leo. Cercai di mantenere un’espressione neutra mentre, con una destrezza da prestigiatore, alzai lo sguardo per un millisecondo.
Leo: "Sei bellissima anche come lottatore di sumo. Ma sappi che la 'struttura' non è mai stata così solida. Se Tommy non fosse a due metri, ti mostrerei quanto le radiazioni stiano facendo effetto proprio ora..."
Sentii una vampata di calore risalirmi lungo il collo. Quel maledetto! Mi stava stuzzicando mentre ero in videochiamata col mio fidanzato!
— “Lore? Ma mi stai ascoltando? Dicevo che domani devo passare in ferramenta...” —
Tommaso si riaffacciò all'obiettivo, sventolando un vecchio cavetto logoro. — “Trovato! È un po' sbucciato, ma dovrebbe caricare.”
— “Ottimo, amore! Magnifico!” — esclamai con un entusiasmo decisamente eccessivo. — “Senti, ora vado a vestirmi, ok? Ci sentiamo tra dieci minuti?”
— “Aspetta, un attimo.” — Tommaso si fermò, socchiudendo gli occhi. — “Ma quella... è una macchia sull'accappatoio o è il pizzo bianco che spunta da sotto? Mi sembrava di aver visto un riflesso... strano.”
Il cuore mi saltò un battito. Nella fretta di coprirmi, non mi ero accorta che un lembo dell'accappatoio si era aperto proprio all'altezza del petto, rivelando un dettaglio inequivocabile della bralette bagnata.
— “È... è sapone!” — mentii spudoratamente, stringendo la spugna con la forza di un morsa. —“Ti ho detto che sono appena uscita dalla doccia, no?”
Nello sfondo, vidi Leo portarsi una mano alla bocca per soffocare una risata o, più probabilmente, un gemito di pura agonia. Il gioco si stava facendo pericolosissimo.
— “Va bene, va bene. Ti lascio ai tuoi saponi berlinesi.” — Tommaso sorrise, ignaro di essere al centro di un campo minato erotico. — “A tra poco, pazzerella.”
Non appena l'immagine di Tommy sparì dallo schermo, mi accasciai sul letto, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Ma non feci in tempo a godermi il silenzio che il telefono vibrò di nuovo. Era Leo. E stavolta non era un messaggio di testo. Era un’anteprima immagine che fece tremare la mia determinazione.
Leo: "Il pericolo è passato. Ma il surriscaldamento no. Vuoi vedere l'ultimo 'grafico' prima che il sistema vada in crash definitivo?"
Ero lì, nuda sotto l'accappatoio, col cuore a mille e il mio fidanzato nell'altra stanza a Milano. Sapevo che avrei dovuto smettere. Sapevo che era follia pura. Ma le mie dita, quasi di propria iniziativa, digitarono la risposta più pericolosa della mia vita.
Io: "Mostrami tutto, Leo. Prima che Tommasino torni in cucina."
Il mio smartphone vibrò con un sussulto più lungo degli altri. Non era un messaggio di testo. Apparve un’immagine in alta risoluzione, caricata con una lentezza che mi fece torturare le labbra per l'attesa. Leo aveva osato l'impossibile. Sotto il tavolo di legno della nostra cucina, lontano dalla vista di Tommaso ma a favore di obiettivo, Leonardo aveva finalmente mostrato il suo "grafico". Era una visione prepotente: la pelle tesa, le vene pulsanti che testimoniavano un’eccitazione arrivata al limite del sopportabile, e la mano di Leo che lo stringeva con una forza che quasi ne deformava la linea. Era la risposta brutale, maschile e senza filtri a tutte le mie provocazioni. Ma il dettaglio che mi tolse il fiato fu un altro: nello sfondo della foto, sfocato ma perfettamente riconoscibile, si vedeva il braccio di Tommaso. Il mio fidanzato era lì, a meno di mezzo metro, con la spina del caricabatterie in mano, intento a cercare la presa elettrica vicino al battiscopa. Era così vicino che avrebbe potuto sfiorare il ginocchio di Leo.
Leo: "Ecco il tuo componente senza rivestimenti, Lorena. Riesci a vedere quanto è instabile il sistema? È tutto merito della tua 'ispezione'. Se solo potessi sentire quanto scotta... se solo potessi finire il lavoro che hai iniziato a mille chilometri di distanza."
Fissai quella foto col respiro spezzato. L’audacia di Leo mi stava dando il colpo di grazia. Mi passai una mano sul petto, sentendo il cuore battere contro il palmo, mentre i miei occhi tornavano ossessivamente su quell'immagine: il contrasto tra la carne calda di Leo e la normalità ignara di Tommaso era il cocktail più eccitante che avessi mai bevuto.
Io: "Mio Dio, Leo... è... è una struttura imponente. Non immaginavo che il timido perito nascondesse una tale capacità di carico. Mi si sono appena appannati gli occhiali, e non ne porto nemmeno. Mi stai dicendo che è così che mi accoglierai quando tornerò a casa?"
Leo: "Ti sto dicendo che se fossi qui, non avrei bisogno di questo telefono. Ti farei sentire la pressione del sistema direttamente contro quelle belle labbra rosse o sulla seta bagnata che mi hai mostrato. Guarda bene Tommaso, Lorena. Guarda come cerca quella cazzo di presa elettrica, mentre io sto rischiando tutto solo per farmi guardare da te."
Ero in trance. Portai il telefono vicinissimo al viso, zoomando su quel dettaglio di Leo che sembrava voler bucare lo schermo. Volevo rispondergli, volevo chiedergli di toccarsi mentre mi guardava in videochiamata, volevo spingere il gioco fino all'abisso. Leccai lo schermo. Il contatto della mia lingua con la superficie lucida mi procurò una specie di scarica elettrica. Volevo sentirne l'odore forte, muschiato, di Leo. Volevo succhiare quel magnifico trionfo di maschilità fino a farlo esplodere nella mia bocca. Il sapore metallico e freddo del vetro contro la mia lingua contrastava violentemente con il calore che sentivo divampare tra le cosce. Ero fuori di me. Chiusi gli occhi per un istante, immaginando che quella superficie liscia fosse la pelle tesa e pulsante di Leonardo, cercando di evocarne l'odore, quel misto di adrenalina e desiderio che doveva emanare in quel momento sotto il tavolo della cucina. La mia mano libera scivolò sotto l'accappatoio, cercando sollievo lì dove la seta dello slip era ormai un inutile ingombro fradicio.
Io: "L'ho fatto, Leo. Ho leccato lo schermo. Volevo sentirti. Se fossi qui ti divorerei, te lo giuro. Voglio che tu lo faccia ora. Voglio vederti esplodere mentre Tommaso è lì, a un passo da te. Fammi vedere quanto sei uomo mentre lui cerca la sua stupida presa."
Inviai il messaggio con le dita che tremavano. La risposta di Leo arrivò dopo pochi secondi, e stavolta non era una foto. Era una clip video di tre secondi, inquadrata dal basso. Si vedeva la sua mano muoversi con un ritmo frenetico, disperato, mentre nello sfondo le gambe di Tommaso si muovevano agitate sotto il tavolo.
Leo: "Non posso fermarmi. Lorena, mi stai facendo impazzire. Davvero se fossi qui me lo prenderesti in bocca?”
Io: “Cosa c'è? Ti eccita il fatto che la tua coinquilina voglia farti un pompino?”
Leo: “Cazzo, sì... mi sento morire. Sto per cedere, qui, ora. Guarda... guarda cosa mi stai facendo."
Un’altra clip video. I movimenti della mano di Leonardo si facevano sempre più forsennati.
Leo: “Voglio vederti. Voglio vedere ancora l'effetto che ti fa tutto questo”
Decisi di accontentarlo. Sfilai la bralette ma mi rimisi addosso l'accappatoio visto che sotto ero praticamente nuda. Inquadrai il mio riflesso allo specchio. L’accappatoio bianco creava un contrasto violento con la pelle del mio seno, che sembrava implorare aria. Con un dito, iniziai a giocare con l’apertura della spugna, lasciandola scivolare appena quanto bastava.
Io: "Guarda bene, Leo. Guarda cosa succede alla mia 'struttura' quando mi parli così. Riesci a vedere come sono ritti? Sono così turgidi che quasi fanno male, e la colpa è solo tua e di quel ritmo che tieni sotto il tavolo."
Spostai l'inquadratura proprio lì, sulla curva superiore del seno. Con la punta dell'indice iniziai a cerchiare l'areola, che sotto la luce "smarmellata" dell'hotel appariva scura, tesa, sensibilissima. La schiacciai leggermente, lasciando che il capezzolo facesse capolino dal bordo dell'accappatoio, un invito muto ma inequivocabile.
Io: "Senti come batte il mio cuore? Se fossi lì, te lo premerei contro la faccia. Te le farei leccare tutte, ma a patto che tu me lo faccia prendere in bocca. Vorrei succhiartelo, Leo, voglio farti sentire che ogni mio battito è per questo momento proibito. Mi senti, Leo? Senti il calore che emana lo schermo?"
Scattai una foto ravvicinatissima, quasi macro. Si vedeva la trama della pelle d’oca che mi aveva invaso il petto e il turgore del capezzolo che sembrava voler bucare la foto per raggiungere la sua mano. Inviai. Il silenzio nella chat durò solo pochi istanti, poi la risposta di Leo arrivò carica di un’urgenza che sembrava sul punto di spezzare la fibra ottica.
Leo: "Dio, Lorena... sono bellissimi. Sto per esplodere, lo giuro, ma mi sono dovuto fermare. Tommaso è risalito da sotto il tavolo, ora è seduto di fronte a me e sta sgranocchiando dei taralli... il rumore dei suoi morsi si mescola al suono del mio respiro corto. Se alza lo sguardo e vede i tuoi capezzoli sullo schermo, siamo entrambi fottuti. Vuoi che vada di la?
Io: “Noooo!”
Adesso mi era chiaro, anzi cristallino che ad eccitarmi da morire non fosse l’atto di esibizionismo in sé, quanto il fatto che il mio Tommaso, il mio dolce Tommaso, fosse a pochi passi da Leo, ignaro di tutto questo.
Io: ”Leo se esci dalla cucina è tutto finito”
Leo: “Tu sei completamente pazza, ecco che sei, ma sei anche fortunata visto che non riesca a staccarmi. Continua. Dimmi ancora cosa mi faresti."
Ero in preda a un delirio di onnipotenza. Sapere che Leo mi guardava mentre il mio fidanzato sgranocchiava taralli a un metro da lui mi faceva scivolare la mano di nuovo verso il basso, dove l'umidità della seta era ormai diventata un lago di desiderio.
Io: "Ti farei dimenticare come si respira, Leo. Ti farei venire voglia di urlare il mio nome mentre Tommy ti chiede se c'è ancora birra in frigo. Guarda bene questa foto... è l'ultima 'ispezione' prima che il sistema collassi del tutto."
Incurante di tutto, aprii completamente l'accappatoio per un istante, offrendogli la visione totale dei miei seni nudi e ritti, prima di richiuderlo con un sorriso malizioso. Quello scatto non era una semplice foto, era una fiamma che lenta divampava da Berlino fino a Milano, lasciandomi sconvolta.
Leo: “Giuro che, se solo non mi vedesse, potrei toccarmi anche così, difronte a lui che sgranocchia quei tarallini del cazzo”
Sfilai l'accappatoio con un movimento secco, lasciandolo cadere a terra come la muta di un serpente. Ero di nuovo in topless, ma stavolta non c'era goffaggine. Posizionai lo smartphone inclinandolo in modo che l'inquadratura prendesse tutto: il mio viso stravolto, il seno ansante e la mia mano che, senza più alcuna esitazione, scivolava dentro gli slip. Attivai la funzione videochiamata. Sapevo che Tommaso era lì, a un passo da lui, ma volevo che Leo vedesse le mie dita affondare nella seta lucida, volevo che sentisse il rumore umido che i miei sensi stavano producendo. Guardai dritto nell'obiettivo, con gli occhi lucidi e la bocca aperta, mentre mi toccavo con un ritmo che seguiva il respiro affannato che sentivo provenire dalla sua chat vocale aperta. Si sentiva Tommaso che rideva. In fondo il rumore sordo della partita. Me n'ero dimenticata. Quando giocava la Juventus Tommaso non c'era per nessuno. Leo girò la telecamera per mostrarmi il mio fidanzato che gli dava le spalle. Troppo preso dalla partita per notare il suo coinquilino che si trastullava mentre guardava quell'angelo della sua fidanzata atteggiarsi come l'ultima delle troie. Vedere le spalle di Tommaso, così vicino eppure così lontano, mi fece perdere ogni residuo di controllo. Il fatto che lui stesse imprecando per un calcio d’angolo mentre io, a mille chilometri di distanza, mi offrivo al suo coinquilino, era un afrodisiaco più potente di qualsiasi droga
-"Guarda, Leo. Guarda come mi riduci. Sono bagnata fradicia e sto pensando a te che ti nascondi sotto il tavolo. Riesci a sentirmi? Riesci a immaginare il sapore che ha la mia mano in questo momento?"
Mentre le mie dita lavorano con quel ritmo serrato e la voce di Tommaso in sottofondo esulta per un'azione d'attacco, vedo sul display il volto di Leo. È una maschera di terrore e brama. Ha il telefono appoggiato contro una tazza, le mani probabilmente impegnate sotto il tavolo in una lotta disperata per non sobbalzare sulla sedia, ma io avevo già deciso di abbattere l’ennesimo confine. Con malizia scostai il tessuto degli slip, offrendo a Leonardo una visione completa del mio frutto proibito. Potevo sentire il suo sguardo rovente percorrere tutto il mio corpo; mentre la sua mano continuava quella danza peccaminosa sulla sua asta. Ora che Leo aveva una visione perfetta della mia figa, non c’era più alcuna ragione per tenere su gli slip. Li sfilai in fretta, presa dalla foga, tornando ad affondare le dita sottili nei miei caldi umori. Incurante di tutto, afferrai lo smartphone e lo portai a pochi centimetri dal mio corpo. Volevo che Leo vedesse la verità cruda del mio desiderio: la pelle arrossata, le piccole labbra gonfie e lucide di quell'umidità che ormai colava lungo le mie dita. Inquadrai il mio centro, zoomando finché la camera stessa e il letto non divennero solo uno sfondo sfocato per la mia intimità spalancata. Con i pollici allargai con decisione le labbra, offrendogli un’immagine che non lasciava spazio a nessuna interpretazione "artistica". Era un invito brutale, osceno, definitivo.
Io: "Guarda come sono aperta per te, Leo... guarda come mi batte il sangue dentro. Riesci a vedere quanto sono rossa? Mi senti?"
Proprio in quel momento, nello schermo, vidi Tommaso. Doveva essersi alzato di scatto, forse per prendersi un’altra birra. Si sporse sopra la spalla di Leo, i suoi occhi caddero inevitabilmente sullo schermo dove la mia immagine, ingrandita e pulsante, occupava ogni pixel. Leo deve aver avuto a malapena il tempo di ricomporsi ma non ha potuto far nulla per terminare la videochiamata. La telecamera era ancora attiva, il microfono pure.
"Ma che cazzo, Leo! Ma sei un animale!" — scoppiò a ridere Tommaso dandogli una pacca amichevole sulla spalla che fece sussultare il mio povero coinquilino. — "Ti guardi i porno amatoriali in cucina mentre c'è il derby? Ma allora sei un uomo anche tu, non sei fatto solo di calcoli e tisane!"
Vidi il volto di Leo diventare grigio. Il terrore gli aveva tolto la parola. Tommaso, dal canto suo, non si allontanò. Anzi, strizzò gli occhi per guardare meglio, ignaro che quel "materiale amatoriale" fosse la donna che diceva di amare.
"Aspetta, aspetta, ma non è un porno… è una videochiamata, anzi, una videochiavata! Eh porcellino? Una modella di Onlyfun? Complimenti signorina, complimenti davvero! che roba! Ma tu guarda che bel pezzo di figa ha rimediato Leo. Questa qui è bagnata fradicia, senti a me, guarda come si offre. Una così ti spolpa vivo,. Altro chè, ti finisce in dieci minuti, altro che le tue letture serali!”
Quelle parole, quei commenti volgari, pronunciate dalla bocca di Tommaso, ebbero l'effetto di una scossa elettrica. Ripresi ad affondare disperata le dita nella mia intimità.
“Guarda come si tocca la troia. Sì, sì, continua così. Lo vedo che ti piace!”
Sentii le orecchie fischiare come non mai, l’orgasmo montare prepotentemente dentro di me.
“Dai troietta facci vedere pure le tette, non le nascondere”
Alzai lo smartphone avendo cura di non inquadrare mai il viso.
“Cazzo che tette che ha questa! Eh Leo? Scommetto che fa delle spagnole da paura! Cazzo mi farei una sega proprio qui se solo potessi.
Mi sfuggì un rantolo.
“Cosa c’è Troia? Ti piace l’idea che mi seghi guardando le tue tette stratosferiche, non è vero?”
Mugugnai sommessa.
“E il tuo culo com’è? Ce lo fai vedere?
Obbedii. Non so neppure come ho fatto a inquadrare tutto senza far mai vedere la testa.
“E bravo Leo, ma tu guarda che bel culo che c’ha questa. Giuro che, se solo potessi, un culo così me lo scoperei un giorno sì e l’altro pure! Che bella figa. Beato chi se la scoperà stasera!"
Non ce la facevo più, sentivo l’orgasmo farsi sempre più vicino, sempre più impellente. Le mie dita saettavano funeste, lasciando al silenzio tra i miei rantoli solo il rumore sordo e umido dei miei umori.
“Ma tu guarda questa impunita come si sgrilletta. Vai, vai, troietta. Facci vedere come vieni! Certo Leo, devo farti i miei complimenti. Te la sei scelta proprio troia, non c’è che dire!”
"S-sì... è... è una visione... incredibile, Tommy."
“Puoi dirlo forte, amico mio. E chi si sarebbe mai immaginato uno spettacolo del genere. Vai troietta, vai!”
Sarà stata quell’incitazione da stadio, o la volgarità di quei commenti goliardici. Sarà stata l’assurdità di tutta quella situazione pressappoco grottesca, ma venni, cavolo se venni; venni come non ero mai venuta in vita mia. L’orgasmo mi strappò via un acuto di cui non mi resi neppure conto, mentre Tommaso si concesse un lungo fischio liberatorio.
“Che spettacolo ragazzi. Beh, Leo, io torno alla mia Juventus. Salutami la troietta. Dille che ha tutta la mia stima e che la sega di stanotte la dedicherò sicuramente a lei.”
Chiusi la chiamata, tornando lentamente alla realtà. Feci appena in tempo: il telefono dell’albergo iniziò a squillare quasi subito. L’urlo di prima doveva aver disturbato i vicini, perché la reception mi chiamò all'istante. Mi scusai per il baccano, promettendo di fare più attenzione la prossima volta. La prossima volta… beh, posso dirti già da ora che di episodi simili non ce ne sono più stati. Con Tommaso ci siamo sposati due anni fa. Non credo abbia mai intuito che la vagina per cui ha fatto tanto il tifo quella sera fosse la mia. Come non credo sappia che, poco dopo, mi arrivò l’ultima foto di Leo: una grossa chiazza bianca su un paio di mutandine nere che aveva preso dal mio armadio. Non le ho più messe, non le ho mai lavate, ma le conservo ancora.
Fine
Per consigli, osservazioni o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattarmi su alexdna88@libero.it
A presto.
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