L'equivoco - capitolo 4 - Impasse
di
Alex 88
genere
sentimentali
Il sapore di un bacio proibito non si è ancora spento, eppure per Alessandro è già tempo di fare i conti col fantasma d'un amore passato... e con le conseguenze di una verità scoperta troppo presto.
Capitolo 4
Impasse
Il clic della porta che si chiudeva alle mie spalle non bastò a tagliare fuori il resto del mondo. Restai immobile per diversi secondi, con la schiena premuta contro il legno freddo della stanza, mentre il silenzio della notte mi piombava addosso come un macigno. Il cuore mi martellava contro le costole con una violenza tale da farmi pulsare le tempie. All'altezza della nuca, dove avevo preso la botta durante l'aggressione, un dolore sordo e ritmico mi ricordava che ero ancora intero per miracolo. Ma non era il dolore fisico a tenermi in apnea. Erano le labbra. Il sapore di Anna. Mi passai un dito sulla bocca, quasi a voler trattenere quell'impronta di rossetto, di champagne e di adrenalina pura che mi aveva lasciato in ascensore. Non c’era nulla di accademico in quel bacio. C'era stata una voracità disperata, una richiesta d'aiuto mascherata da passione, nata dal terrore dell'aggressione e da un'attrazione repressa da troppo tempo. - Siamo riusciti a fare l'Amore solo baciandoci - sì, l’ho pensato davvero, e l'ostacolo del suo matrimonio, la presenza di Francesca che ci aveva sorpresi nel corridoio, il peso del suo ruolo da docente... tutto sembrava svanito di fronte a quel contatto, a quelle labbra.
Francesca parlerà?
Il pensiero mi attraversò la mente come una scarica elettrica. Se la mia compagna di corso avesse parlato, la carriera di Anna sarebbe stata distrutta. Eppure, la parte più profonda e primordiale di me non riusciva a pentirsi di nulla. Per la prima volta dopo mesi, nonostante quello strano senso di ottundimento, mi sentivo bene.
Un colpo secco alla porta mi fece trasalire. Un secondo colpo, più fragile, quasi un'esitazione. Poi due tocchi veloci. Il mio cuore fece un balzo in gola. Anna. Non poteva che essere lei. Era tornata indietro. Magari Francesca era rientrata in camera, o magari la professoressa non ce l'aveva fatta a lasciarmi da solo col pensiero di questa commozione cerebrale. Con le mani che tremavano leggermente e la mente proiettata in un vortice di speranza, girai la chiave e spalancai la porta d'impeto.
- Ci hai ripensato?
Le parole mi si congelarono sulla lingua. Sulla soglia, infatti, non c'era la figura elegante e provata della mia professoressa. C'era Chiara. Aveva gli occhi gonfi, le guance arrossate e un'espressione sfigurata da una strana combinazione di rabbia e disperazione. Prima che potessi muovere un muscolo o formulare un senso compiuto, si spinse all'interno della stanza, chiudendosi la porta alle spalle e scaraventatomi sul letto con una spinta, mi baciò.
- Chiara, io…
- Shhhh – mi intimò lei mentre armeggiava coi bottoni della mia camicia
Il suo sguardo aveva dell'incredibile. Era quanto di più avessi mai sperato di vedere. Le sue dita intanto scivolavano lente sulla mia pelle nuda, sotto il tessuto della camicia, impazienti. Il contatto delle sue mani fredde sulla mia pelle calda mi fece trasalire. Aveva il respiro corto, spezzato, e quando piegò il collo per affondare la bocca tra la mia clavicola e la gola, emise un suono a metà tra un sospiro e un singhiozzo.
Mi sta toccando, pensai, mentre la stanza sembrava girare a causa della contusione alla nuca, che tornò a pulsare con violenza. È qui. È sopra di me. Ma chi sta cercando davvero? Me, o il fantasma di Marco? O forse vuole solo cancellare l'insulto di oggi pomeriggio?
Con un gesto rapido si liberò della maglietta, restando in una canotta sottile e reggiseno. Il peso del suo corpo sul mio era una tortura perfetta. Sentivo le curve morbide del suo petto premere contro il mio torace, il calore della sua pelle che contrastava con la gelida insicurezza che mi divorava dentro. La baciai a mia volta. Lo so, non avrei dovuto, non dopo quanto accaduto proprio pochi istanti prima con Anna, ma il mio corpo aveva deciso di non rispondere più ai miei comandi. Chiara mi avvolse tra le sue braccia, riprendendo a baciarmi con foga. La spinsi leggermente per i fianchi, non per allontanarla, ma per cercare una presa, un appiglio in quella tempesta di capelli riccioluti. E i suoi fianchi fecero un movimento impercettibile, d'istinto, incastrandosi tra le mie gambe come una gemma nell'alloggio di un diadema, mentre un brivido violento mi percorse lungo tutta la colonna vertebrale.
La mia carne tradiva ormai ogni mia reticenza. Cavoli, la desideravo così tanto da starne male, anche se solo venti minuti prima le labbra di Anna — bagnate di champagne e intrise di un terrore elegante — mi avevano promesso un altro tipo di paradiso.
Chiara mi afferrò il viso con entrambe le mani, fin troppo stretta, costringendomi a guardarla nell'ombra. Il suo profumo, quel vago aroma di patchouli che conoscevo a memoria, spazzò via ogni traccia di Anna, riportandomi a galla a forza.
— Guardami, — sussurrò contro le mie labbra, la voce incrinata, quasi un ordine impartito a se stessa più che a me. — Alessandro, ti prego, guardami; sono io...
Mi baciò di nuovo, con una voracità che sapeva di sale e disperazione, guidando le mie mani esitanti lungo la sua schiena. Ma la mia mente andava ad Anna, a quanto accaduto poco prima in ascensore. Come potevo farle una cosa del genere? Tutto questo non faceva altro che dilaniarmi da di dentro.
- Mi dispiace… - mi sussurrò poco dopo con labbra tremanti. Le lacrime le rigavano il viso, mischiandosi
con la saliva delle nostre bocche.
- Perdonami…
Quanto avevo bramato quelle parole, quelle labbra, quei sospiri, ma ora che ottenevo tutto questo non riuscivo a goderne. Chissà se è proprio così che ci si sente quando si ottiene quello che si è sempre voluto. Forse no. Ma la mia mente continuava ad andare ad Anna, al suo sorriso sincero, mentre la morbida pelle di Chiara scivolava leggera sotto le mie dita. La tirai più vicina, annullando ogni spazio. Era una resa? Il mio corpo riconosceva il suo con una memoria brutale e primitiva, rispondendo al suo ritmo che si faceva sempre più pressante, più intimo. Ogni suo sfioramento era una scossa elettrica che zittiva il dolore alla testa, sostituendolo con un battito sordo più in basso. Eppure, mentre le mie dita affondavano nei suoi capelli e lei si snodava sopra di me con un'intensità che rasentava il dolore, una domanda continuava a picchiare nell'ombra della mia mente: e domani? Cos’accadrà domattina quando l'adrenalina sarà finita? Sarò di nuovo il suo “miglior amico”? Ma ragionare diventa dannatamente difficile quando la donna che ami, che hai sempre amato, decide di affondare le labbra alla base del tuo collo, mentre con le dita ti sfiora il basso ventre e poi si allunga sempre più giù, giù, giù. Finché non resta solo che il desiderio, e quel senso di ottundimento che non mi ha mai lasciato spazio o pace da quando mi ero risvegliato.
Il tempo smise di scorrere. La stanza divenne un perimetro stretto fatto solo di calore, respiro e pelle.
Chiara si sollevò appena sopra di me, tracciando con le dita la linea del mio petto fin dove i pantaloni si arrendevano al suo passo. Non c’era fretta nel modo in cui mi sbottonò la cerniera, liberandomi le gambe, ma avvertivo allo stesso tempo un’urgenza profonda, quasi viscerale, come se stesse cercando di riappropriarsi di qualcosa, di suggellare un rapporto che aveva creduto perduto per sempre. Eppure non eravamo che noi due, quelli di sempre, semplicemente io e lei: le sue mani sulle mie gambe nude, a pochi centimetri dai miei boxer, e poi neanche più quelli.
Dalle sue labbra tremanti sfuggì un lungo sospiro, quasi un singulto. Il mio corpo aveva reagito molto prima di quanto avessi potuto prevedere io stesso e il mezzo sorriso compiaciuto che ne derivò, me ne diede la conferma. Con un bacio fremente di desiderio che andò a spezzarsi di nuovo contro il mio collo, chiara cinse le sue mani alle mie, intrecciando le dita con una stretta disperata.
Decisi di non essere da meno e, continuando a cercare quelle labbra frementi di desiderio, l'aiutai a sfilarsi la canotta, godendomi lo spettacolo del suo seno ansante, ancora nascosto da quel bel reggiseno a balconcino con delle piccole margherite in rilievo. Chiara mi lasciò fare, anzi, avvicinò le mie dita impacciate alla clip dietro le sue spalle. Esitai. La fissai negli occhi. Non volevo commettere due volte lo stesso errore.
- Va tutto bene… - ripeté in un soffio, premendo la fronte contro la mia. Le sue mani mi cinsero il viso,
mentre un nuovo, lunghissimo bacio andava sciogliendo da me gli ultimi stralci di reticenza.
Il click metallico del gancetto fu quasi impercettibile. Il reggiseno scivolò via lungo le sue braccia, lasciando che la morbidezza del suo seno si stampasse direttamente contro il mio petto nudo. Un contatto così caldo, così pieno, da farmi dimenticare l'ulteriore fitta di dolore che mi ripercorse la nuca. Sfiorai la pelle dei suoi fianchi con le dita, non osando avventurarmi più su nel timore che tutto questo potesse svanire per sempre. Chiara giudò le mie mani in basso, sui suoi jeans attillati, aiutando a disfarmi di quell'ennesimo confine di rigida stoffa tra noi.
Con una lentezza studiata, quasi solenne, m'aiutò a far scivolare il tessuto lungo le sue gambe affusolate; fu come sfogliare una pagina proibita. Quando restammo finalmente pelle contro pelle, senza più difese né armature, se non quello slip di cotone giallo, la penombra della stanza sembrò farsi ancora più densa. Sotto le mie dita, l'elastico sottile di quell'ultimo ostacolo cedette senza opporre resistenza. Chiara si sollevò leggermente sopra di me, incastrando i suoi fianchi ai miei con una naturalezza disarmante. Poi fu il contatto, e fu letteralmente come sfiorare il cielo con le dita. Non ero ancora dentro di lei, non eravamo che pelle contro pelle, ma tanto bastò perché un'onda montante di calore e desiderio travolgesse entrambi. Chiara inarcò la schiena, la testa all'indietro e i ricci scolpiti nella penombra, lasciando che i miei occhi si beassero della superba visione del suo florido seno. Il contrasto tra la fragilità di poco prima e la fame con cui ci abbandonavamo a quel contatto mi toglieva il fiato. Le nostre intimità erano infatti a stretto contatto l'uno con l'altra. Passai le dita sulla sua schiena nuda, avvicinandola a me per poter accogliere tra le labbra uno dei suoi capezzoli. Chiara mi lasciò fare e, giocherellando con le dita tra i riccioli dei miei capelli, si sollevò sulle ginocchia, accogliendomi nella calda e avvolgente umidità della sua intimità. L'incastro fu immediato, perfetto, inevitabile. A entrambi sfuggì uno stesso respiro spezzato, mentre il mondo fuori dalla stanza sfocava del tutto. Ad ogni suo movimento la vertigine dell'aggressione e la confusione per il bacio con Anna venivano inghiottite da quel contatto primordiale, profondo, inesorabile. Chiara affondò le unghia nelle mie spalle, guidando il nostro ritmo con un'intensità quasi disperata. Ad ogni spinta il dolore alla nuca sfumava, sostituito dal piacere, mentre ci lasciavamo andare a un ritmo che si faceva via via più serrato, intimo, affannato. La afferrai per la vita, guidando la sua discesa, finché anche Chiara non si piegò di nuovo su di me per cercare le mie labbra frementi. Il bacio che ci scambiammo non era più né rabbia, né scusa: era un naufragio condiviso. Sentivo il battito del suo cuore accelerare forte contro il mio torace, fuso al mio in un’unica, spasmodica frequenza.
Poi l'orgasmo la travolse. La sentii rantolare, mentre si raggomitolava su di me in preda a un forte spasmo liberatorio. La sua bocca raggiunse uno dei miei orecchi e i suoi denti affondarono dolcemente nella carne del mio lobo destro. Quel dolore leggero, misto a un piacere assoluto, strappò anche a me un mugugno trattenuto.
Chiara mi guardò con fare trasognante. Ancora affamato, la spinsi delicatamente per metterla sotto di me. Non le diedi il tempo di riprendere fiato: fui subito di nuovo dentro di lei, strappandole un ennesimo gemito di piacere. Con calma e lentezza spasmodiche ripresi a penetrarla, accarezzandole le guance ancora arrossate dall'orgasmo appena ricevuto. Le sue mani si intrecciarono alle mie, mentre i nostri fianchi azzeravano di volta in volta la poca distanza che c'era ancora tra noi. Pelle contro pelle, gemito contro gemito, sospiro contro sospiro. Ogni spinta era misurata, profonda, accompagnata dal suono melodioso dei nostri respiri che tornavano a farsi pesanti. L'avevo desiderata per anni, l'avevo sognata in tutte le forme possibili, e ora che la possedevo davvero, la sensazione era così travolgente da spaventarmi. Chiara era lì che mi guardava con occhi pieni di desiderio. Assecondava i miei affondi con le gambe e col bacino. Le sue labbra cercavano le mie, mentre le sue dita non la smettevano di tormentare i capelli sulla mia nuca, sfiorando appena il punto dove il dolore sordo dell'aggressione continuava a pulsare. Com’era facile perdersi nel profondo dei suoi occhi. Mi abbassai a baciarle un seno. La cosa, a giudicare dal modo in cui si morse il labbro e al rantolo che ne seguì, doveva esserle piaciuta parecchio; le mie mani corsero dunque ai seni, sfiorandone i capezzoli intirizziti. E mentre le mie labbra si inerpicavano ancora una volta sul suo collo, con un lungo gemito e le gambe piegate per trattenermi dentro di lei, Chiara fu colta da un secondo orgasmo, così violento da farla tremare da capo a piedi. Il mio apice giunse poco dopo, un sospiro più in là, lasciandomi del tutto svuotato e vulnerabile. La strinsi forte a me, baciandola sulla guancia. E restammo raggomitolati così, l'una tra le braccia dell'altro, finché il sonno non ebbe la meglio su entrambi.
L'alba del giorno dopo non ci sorprese abbracciati come in quella canzone dei Tiromancino. Al mio risveglio, infatti, il vuoto accanto a me mi fece subito dubitare che tutto questo fosse solo frutto della mia immaginazione: la bislacca allucinazione d’una mente provata dalla botta alla nuca della sera prima. Ma il dettaglio delle sue Converse ancora per terra, i vestiti sparsi un po' ovunque nella stanza e lo scrosciare calmo dell’acqua della doccia mi riportarono subito alla realtà, lasciandomi comunque addosso un forte senso di inquietudine.
Quanto sarebbe durato, stavolta?
Quella domanda cominciò a divorarmi da dentro come non mai. Decisi quindi d’alzarmi e chiamare la reception dell’albergo per far portare su la colazione: chissà perché m’ero convinto che, una volta varcata quella soglia, avrei finito per perdere Chiara per sempre. Chissà se il celebre Rosenthal m’avrebbe mai voluto nel gruppo campione su cui basò il suo famoso effetto — ammetto di essermela un po' cercata, se così si può dire — ma mai mi sarei immaginato quello che si avverò di lì a poco. Il tocco alla porta fu leggero, aggraziato, che ingenuo ero stato a pretendere che si trattasse della colazione. Anna era lì, impeccabile come sempre con quel tailleur di Missoni che sprizzava eleganza e classe da ogni fibra. Il sorriso con cui mi salutò le si gelò all’istante mentre scorsi il riflesso di Chiara che usciva dal bagno nel verde scuro dei suoi occhiali. Non disse nulla. Si limitò a voltarsi e a guadagnare in fretta l’ascensore ancora aperto, non dandomi neppure il tempo di fare un passo verso di lei. Svanì come un miraggio dietro le lucide porte d'acciaio, lasciando dietro di sé solo l'inconfondibile ed elegante scia del suo Chanel n°5.
— Ale? Tutto bene? Era la colazione? — mi chiese Chiara in accappatoio mentre era ancora intenta ad asciugare i capelli con la morbida spugna bianca di un telo. L'avevo desiderata per una vita intera, e ora che era lì, a un passo da me, e il peso di quel doppio gioco invisibile mi soffocava. La guardai, poi rivolsi lo sguardo verso l'ascensore vuoto, mentre nella testa la vertigine della contusione si fondeva a un'amarezza sottile.
Niente dura, niente si trattiene.
Riuscii soltanto a fare un cenno con la testa e a tirare a me la porta.
- A proposito, Ale… forse è meglio che io e te parliamo un po'!
Fu allora che mi tornarono alla mente i versi di quella vecchia canzone di De André:
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
A chiederci un bacio e volerne altri cento
Un giorno qualunque li ricorderai
Amore che fuggi da me tornerai
E tu che con gli occhi di un altro colore
Mi dici le stesse parole d’amore
Fra un mese, fra un anno, scordate le avrai
Amore che vieni da me fuggirai
Venuto dal sole o da spiagge gelate
Perduto in novembre o col vento d’estate
Io t’ho amato sempre, non m’hai amato mai…
Amore che vieni, amore che vai.
Per suggerimenti, critiche, commenti o semplicemente per fare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattami su: Alexdna88@libero.it
A presto
Alex 88
Capitolo 4
Impasse
Il clic della porta che si chiudeva alle mie spalle non bastò a tagliare fuori il resto del mondo. Restai immobile per diversi secondi, con la schiena premuta contro il legno freddo della stanza, mentre il silenzio della notte mi piombava addosso come un macigno. Il cuore mi martellava contro le costole con una violenza tale da farmi pulsare le tempie. All'altezza della nuca, dove avevo preso la botta durante l'aggressione, un dolore sordo e ritmico mi ricordava che ero ancora intero per miracolo. Ma non era il dolore fisico a tenermi in apnea. Erano le labbra. Il sapore di Anna. Mi passai un dito sulla bocca, quasi a voler trattenere quell'impronta di rossetto, di champagne e di adrenalina pura che mi aveva lasciato in ascensore. Non c’era nulla di accademico in quel bacio. C'era stata una voracità disperata, una richiesta d'aiuto mascherata da passione, nata dal terrore dell'aggressione e da un'attrazione repressa da troppo tempo. - Siamo riusciti a fare l'Amore solo baciandoci - sì, l’ho pensato davvero, e l'ostacolo del suo matrimonio, la presenza di Francesca che ci aveva sorpresi nel corridoio, il peso del suo ruolo da docente... tutto sembrava svanito di fronte a quel contatto, a quelle labbra.
Francesca parlerà?
Il pensiero mi attraversò la mente come una scarica elettrica. Se la mia compagna di corso avesse parlato, la carriera di Anna sarebbe stata distrutta. Eppure, la parte più profonda e primordiale di me non riusciva a pentirsi di nulla. Per la prima volta dopo mesi, nonostante quello strano senso di ottundimento, mi sentivo bene.
Un colpo secco alla porta mi fece trasalire. Un secondo colpo, più fragile, quasi un'esitazione. Poi due tocchi veloci. Il mio cuore fece un balzo in gola. Anna. Non poteva che essere lei. Era tornata indietro. Magari Francesca era rientrata in camera, o magari la professoressa non ce l'aveva fatta a lasciarmi da solo col pensiero di questa commozione cerebrale. Con le mani che tremavano leggermente e la mente proiettata in un vortice di speranza, girai la chiave e spalancai la porta d'impeto.
- Ci hai ripensato?
Le parole mi si congelarono sulla lingua. Sulla soglia, infatti, non c'era la figura elegante e provata della mia professoressa. C'era Chiara. Aveva gli occhi gonfi, le guance arrossate e un'espressione sfigurata da una strana combinazione di rabbia e disperazione. Prima che potessi muovere un muscolo o formulare un senso compiuto, si spinse all'interno della stanza, chiudendosi la porta alle spalle e scaraventatomi sul letto con una spinta, mi baciò.
- Chiara, io…
- Shhhh – mi intimò lei mentre armeggiava coi bottoni della mia camicia
Il suo sguardo aveva dell'incredibile. Era quanto di più avessi mai sperato di vedere. Le sue dita intanto scivolavano lente sulla mia pelle nuda, sotto il tessuto della camicia, impazienti. Il contatto delle sue mani fredde sulla mia pelle calda mi fece trasalire. Aveva il respiro corto, spezzato, e quando piegò il collo per affondare la bocca tra la mia clavicola e la gola, emise un suono a metà tra un sospiro e un singhiozzo.
Mi sta toccando, pensai, mentre la stanza sembrava girare a causa della contusione alla nuca, che tornò a pulsare con violenza. È qui. È sopra di me. Ma chi sta cercando davvero? Me, o il fantasma di Marco? O forse vuole solo cancellare l'insulto di oggi pomeriggio?
Con un gesto rapido si liberò della maglietta, restando in una canotta sottile e reggiseno. Il peso del suo corpo sul mio era una tortura perfetta. Sentivo le curve morbide del suo petto premere contro il mio torace, il calore della sua pelle che contrastava con la gelida insicurezza che mi divorava dentro. La baciai a mia volta. Lo so, non avrei dovuto, non dopo quanto accaduto proprio pochi istanti prima con Anna, ma il mio corpo aveva deciso di non rispondere più ai miei comandi. Chiara mi avvolse tra le sue braccia, riprendendo a baciarmi con foga. La spinsi leggermente per i fianchi, non per allontanarla, ma per cercare una presa, un appiglio in quella tempesta di capelli riccioluti. E i suoi fianchi fecero un movimento impercettibile, d'istinto, incastrandosi tra le mie gambe come una gemma nell'alloggio di un diadema, mentre un brivido violento mi percorse lungo tutta la colonna vertebrale.
La mia carne tradiva ormai ogni mia reticenza. Cavoli, la desideravo così tanto da starne male, anche se solo venti minuti prima le labbra di Anna — bagnate di champagne e intrise di un terrore elegante — mi avevano promesso un altro tipo di paradiso.
Chiara mi afferrò il viso con entrambe le mani, fin troppo stretta, costringendomi a guardarla nell'ombra. Il suo profumo, quel vago aroma di patchouli che conoscevo a memoria, spazzò via ogni traccia di Anna, riportandomi a galla a forza.
— Guardami, — sussurrò contro le mie labbra, la voce incrinata, quasi un ordine impartito a se stessa più che a me. — Alessandro, ti prego, guardami; sono io...
Mi baciò di nuovo, con una voracità che sapeva di sale e disperazione, guidando le mie mani esitanti lungo la sua schiena. Ma la mia mente andava ad Anna, a quanto accaduto poco prima in ascensore. Come potevo farle una cosa del genere? Tutto questo non faceva altro che dilaniarmi da di dentro.
- Mi dispiace… - mi sussurrò poco dopo con labbra tremanti. Le lacrime le rigavano il viso, mischiandosi
con la saliva delle nostre bocche.
- Perdonami…
Quanto avevo bramato quelle parole, quelle labbra, quei sospiri, ma ora che ottenevo tutto questo non riuscivo a goderne. Chissà se è proprio così che ci si sente quando si ottiene quello che si è sempre voluto. Forse no. Ma la mia mente continuava ad andare ad Anna, al suo sorriso sincero, mentre la morbida pelle di Chiara scivolava leggera sotto le mie dita. La tirai più vicina, annullando ogni spazio. Era una resa? Il mio corpo riconosceva il suo con una memoria brutale e primitiva, rispondendo al suo ritmo che si faceva sempre più pressante, più intimo. Ogni suo sfioramento era una scossa elettrica che zittiva il dolore alla testa, sostituendolo con un battito sordo più in basso. Eppure, mentre le mie dita affondavano nei suoi capelli e lei si snodava sopra di me con un'intensità che rasentava il dolore, una domanda continuava a picchiare nell'ombra della mia mente: e domani? Cos’accadrà domattina quando l'adrenalina sarà finita? Sarò di nuovo il suo “miglior amico”? Ma ragionare diventa dannatamente difficile quando la donna che ami, che hai sempre amato, decide di affondare le labbra alla base del tuo collo, mentre con le dita ti sfiora il basso ventre e poi si allunga sempre più giù, giù, giù. Finché non resta solo che il desiderio, e quel senso di ottundimento che non mi ha mai lasciato spazio o pace da quando mi ero risvegliato.
Il tempo smise di scorrere. La stanza divenne un perimetro stretto fatto solo di calore, respiro e pelle.
Chiara si sollevò appena sopra di me, tracciando con le dita la linea del mio petto fin dove i pantaloni si arrendevano al suo passo. Non c’era fretta nel modo in cui mi sbottonò la cerniera, liberandomi le gambe, ma avvertivo allo stesso tempo un’urgenza profonda, quasi viscerale, come se stesse cercando di riappropriarsi di qualcosa, di suggellare un rapporto che aveva creduto perduto per sempre. Eppure non eravamo che noi due, quelli di sempre, semplicemente io e lei: le sue mani sulle mie gambe nude, a pochi centimetri dai miei boxer, e poi neanche più quelli.
Dalle sue labbra tremanti sfuggì un lungo sospiro, quasi un singulto. Il mio corpo aveva reagito molto prima di quanto avessi potuto prevedere io stesso e il mezzo sorriso compiaciuto che ne derivò, me ne diede la conferma. Con un bacio fremente di desiderio che andò a spezzarsi di nuovo contro il mio collo, chiara cinse le sue mani alle mie, intrecciando le dita con una stretta disperata.
Decisi di non essere da meno e, continuando a cercare quelle labbra frementi di desiderio, l'aiutai a sfilarsi la canotta, godendomi lo spettacolo del suo seno ansante, ancora nascosto da quel bel reggiseno a balconcino con delle piccole margherite in rilievo. Chiara mi lasciò fare, anzi, avvicinò le mie dita impacciate alla clip dietro le sue spalle. Esitai. La fissai negli occhi. Non volevo commettere due volte lo stesso errore.
- Va tutto bene… - ripeté in un soffio, premendo la fronte contro la mia. Le sue mani mi cinsero il viso,
mentre un nuovo, lunghissimo bacio andava sciogliendo da me gli ultimi stralci di reticenza.
Il click metallico del gancetto fu quasi impercettibile. Il reggiseno scivolò via lungo le sue braccia, lasciando che la morbidezza del suo seno si stampasse direttamente contro il mio petto nudo. Un contatto così caldo, così pieno, da farmi dimenticare l'ulteriore fitta di dolore che mi ripercorse la nuca. Sfiorai la pelle dei suoi fianchi con le dita, non osando avventurarmi più su nel timore che tutto questo potesse svanire per sempre. Chiara giudò le mie mani in basso, sui suoi jeans attillati, aiutando a disfarmi di quell'ennesimo confine di rigida stoffa tra noi.
Con una lentezza studiata, quasi solenne, m'aiutò a far scivolare il tessuto lungo le sue gambe affusolate; fu come sfogliare una pagina proibita. Quando restammo finalmente pelle contro pelle, senza più difese né armature, se non quello slip di cotone giallo, la penombra della stanza sembrò farsi ancora più densa. Sotto le mie dita, l'elastico sottile di quell'ultimo ostacolo cedette senza opporre resistenza. Chiara si sollevò leggermente sopra di me, incastrando i suoi fianchi ai miei con una naturalezza disarmante. Poi fu il contatto, e fu letteralmente come sfiorare il cielo con le dita. Non ero ancora dentro di lei, non eravamo che pelle contro pelle, ma tanto bastò perché un'onda montante di calore e desiderio travolgesse entrambi. Chiara inarcò la schiena, la testa all'indietro e i ricci scolpiti nella penombra, lasciando che i miei occhi si beassero della superba visione del suo florido seno. Il contrasto tra la fragilità di poco prima e la fame con cui ci abbandonavamo a quel contatto mi toglieva il fiato. Le nostre intimità erano infatti a stretto contatto l'uno con l'altra. Passai le dita sulla sua schiena nuda, avvicinandola a me per poter accogliere tra le labbra uno dei suoi capezzoli. Chiara mi lasciò fare e, giocherellando con le dita tra i riccioli dei miei capelli, si sollevò sulle ginocchia, accogliendomi nella calda e avvolgente umidità della sua intimità. L'incastro fu immediato, perfetto, inevitabile. A entrambi sfuggì uno stesso respiro spezzato, mentre il mondo fuori dalla stanza sfocava del tutto. Ad ogni suo movimento la vertigine dell'aggressione e la confusione per il bacio con Anna venivano inghiottite da quel contatto primordiale, profondo, inesorabile. Chiara affondò le unghia nelle mie spalle, guidando il nostro ritmo con un'intensità quasi disperata. Ad ogni spinta il dolore alla nuca sfumava, sostituito dal piacere, mentre ci lasciavamo andare a un ritmo che si faceva via via più serrato, intimo, affannato. La afferrai per la vita, guidando la sua discesa, finché anche Chiara non si piegò di nuovo su di me per cercare le mie labbra frementi. Il bacio che ci scambiammo non era più né rabbia, né scusa: era un naufragio condiviso. Sentivo il battito del suo cuore accelerare forte contro il mio torace, fuso al mio in un’unica, spasmodica frequenza.
Poi l'orgasmo la travolse. La sentii rantolare, mentre si raggomitolava su di me in preda a un forte spasmo liberatorio. La sua bocca raggiunse uno dei miei orecchi e i suoi denti affondarono dolcemente nella carne del mio lobo destro. Quel dolore leggero, misto a un piacere assoluto, strappò anche a me un mugugno trattenuto.
Chiara mi guardò con fare trasognante. Ancora affamato, la spinsi delicatamente per metterla sotto di me. Non le diedi il tempo di riprendere fiato: fui subito di nuovo dentro di lei, strappandole un ennesimo gemito di piacere. Con calma e lentezza spasmodiche ripresi a penetrarla, accarezzandole le guance ancora arrossate dall'orgasmo appena ricevuto. Le sue mani si intrecciarono alle mie, mentre i nostri fianchi azzeravano di volta in volta la poca distanza che c'era ancora tra noi. Pelle contro pelle, gemito contro gemito, sospiro contro sospiro. Ogni spinta era misurata, profonda, accompagnata dal suono melodioso dei nostri respiri che tornavano a farsi pesanti. L'avevo desiderata per anni, l'avevo sognata in tutte le forme possibili, e ora che la possedevo davvero, la sensazione era così travolgente da spaventarmi. Chiara era lì che mi guardava con occhi pieni di desiderio. Assecondava i miei affondi con le gambe e col bacino. Le sue labbra cercavano le mie, mentre le sue dita non la smettevano di tormentare i capelli sulla mia nuca, sfiorando appena il punto dove il dolore sordo dell'aggressione continuava a pulsare. Com’era facile perdersi nel profondo dei suoi occhi. Mi abbassai a baciarle un seno. La cosa, a giudicare dal modo in cui si morse il labbro e al rantolo che ne seguì, doveva esserle piaciuta parecchio; le mie mani corsero dunque ai seni, sfiorandone i capezzoli intirizziti. E mentre le mie labbra si inerpicavano ancora una volta sul suo collo, con un lungo gemito e le gambe piegate per trattenermi dentro di lei, Chiara fu colta da un secondo orgasmo, così violento da farla tremare da capo a piedi. Il mio apice giunse poco dopo, un sospiro più in là, lasciandomi del tutto svuotato e vulnerabile. La strinsi forte a me, baciandola sulla guancia. E restammo raggomitolati così, l'una tra le braccia dell'altro, finché il sonno non ebbe la meglio su entrambi.
L'alba del giorno dopo non ci sorprese abbracciati come in quella canzone dei Tiromancino. Al mio risveglio, infatti, il vuoto accanto a me mi fece subito dubitare che tutto questo fosse solo frutto della mia immaginazione: la bislacca allucinazione d’una mente provata dalla botta alla nuca della sera prima. Ma il dettaglio delle sue Converse ancora per terra, i vestiti sparsi un po' ovunque nella stanza e lo scrosciare calmo dell’acqua della doccia mi riportarono subito alla realtà, lasciandomi comunque addosso un forte senso di inquietudine.
Quanto sarebbe durato, stavolta?
Quella domanda cominciò a divorarmi da dentro come non mai. Decisi quindi d’alzarmi e chiamare la reception dell’albergo per far portare su la colazione: chissà perché m’ero convinto che, una volta varcata quella soglia, avrei finito per perdere Chiara per sempre. Chissà se il celebre Rosenthal m’avrebbe mai voluto nel gruppo campione su cui basò il suo famoso effetto — ammetto di essermela un po' cercata, se così si può dire — ma mai mi sarei immaginato quello che si avverò di lì a poco. Il tocco alla porta fu leggero, aggraziato, che ingenuo ero stato a pretendere che si trattasse della colazione. Anna era lì, impeccabile come sempre con quel tailleur di Missoni che sprizzava eleganza e classe da ogni fibra. Il sorriso con cui mi salutò le si gelò all’istante mentre scorsi il riflesso di Chiara che usciva dal bagno nel verde scuro dei suoi occhiali. Non disse nulla. Si limitò a voltarsi e a guadagnare in fretta l’ascensore ancora aperto, non dandomi neppure il tempo di fare un passo verso di lei. Svanì come un miraggio dietro le lucide porte d'acciaio, lasciando dietro di sé solo l'inconfondibile ed elegante scia del suo Chanel n°5.
— Ale? Tutto bene? Era la colazione? — mi chiese Chiara in accappatoio mentre era ancora intenta ad asciugare i capelli con la morbida spugna bianca di un telo. L'avevo desiderata per una vita intera, e ora che era lì, a un passo da me, e il peso di quel doppio gioco invisibile mi soffocava. La guardai, poi rivolsi lo sguardo verso l'ascensore vuoto, mentre nella testa la vertigine della contusione si fondeva a un'amarezza sottile.
Niente dura, niente si trattiene.
Riuscii soltanto a fare un cenno con la testa e a tirare a me la porta.
- A proposito, Ale… forse è meglio che io e te parliamo un po'!
Fu allora che mi tornarono alla mente i versi di quella vecchia canzone di De André:
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
A chiederci un bacio e volerne altri cento
Un giorno qualunque li ricorderai
Amore che fuggi da me tornerai
E tu che con gli occhi di un altro colore
Mi dici le stesse parole d’amore
Fra un mese, fra un anno, scordate le avrai
Amore che vieni da me fuggirai
Venuto dal sole o da spiagge gelate
Perduto in novembre o col vento d’estate
Io t’ho amato sempre, non m’hai amato mai…
Amore che vieni, amore che vai.
Per suggerimenti, critiche, commenti o semplicemente per fare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattami su: Alexdna88@libero.it
A presto
Alex 88
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