In Ufficio - capitolo 6 - Catabasi

di
genere
dominazione

Giuditta continua nella sua lenta e perversa spirale di corruzione e dannazione.









Si dice che la strada per l’inferno sia lastricata da buone intenzioni, ma se già sapeste che quello che state per fare sia profondamente sbagliato, lo fareste lo stesso? E se, al contempo, il tutto fosse dannatamente, fottutamente, eccitante? Dov’è segnato il confine fra lecito e illecito? Esiste davvero? Perché ogni cosa tende terribilmente a confondersi mentre riguardo il video in cui tradisco Michele con Franco. Ma sono davvero così… come posso dire… sfacciata? No, non è questo il termine giusto con cui descrivere l’espressione di pura estasi di cui sono preda mentre cavalco quella grossa verga nerboruta, è troppo generico; troppo “dolce”. Il termine giusto sarebbe “troia” ed è proprio così che mi sento mentre riguardo per l'ennesima volta il video del mio tradimento. Semplicemente una gran troia. E gli umori che bagnano le mie mutandine ne sanno qualcosa. Detto tra noi, sono ormai certa che difficilmente riuscirò a cancellare dalla mente le immagini che, così sfacciatamente, continuo a guardare e riguardare nell'ombra della mia postazione, trasalendo come una scolaretta al minimo spostamento d'aria. È strano: tutti intorno a me si danno un gran da fare per portare a casa un risultato, il mondo intero scorre lento e inesorabile un paio di cubicoli più in la, ed io sono ancora qui, guardinga, e faccio partire e ripartire la registrazione perdendomi in quell'oblio di pixel sgranati. Qualcosa però mi distrae da quel Loop distorto e ricorsivo di voyeuristica follia, qualcosa che cattura immediatamente la mia attenzione: il piccolo pop-up che mi avverte d’aver ricevuto una nuova e-mail. Forse è solo spam.

Il mittente è sconosciuto, o meglio, non ricorre nella mia rubrica; leggere quel nome utente, però, mi dà subito una forte scarica di adrenalina lungo tutta la schiena.

holofernis.master@darknet-mail.org

Oloferne… scelta quanto mai peculiare per chi vuol esser definito maestro di una “Giuditta”; chissà che cosa ne penserebbe il famoso “Voland” di Michail Bulgakov…
Senza indugiare ancora ecco che apro il contenuto della mail e la cosa mi lascia letteralmente sbigottita.

“Ciao Cara Giuditta,
spero tu ti sia divertita in bagno poco fa. Che dire: Brava!

In allegato un altro video: un semplice file .mp4, ma con la forza dirompente di una bomba da dieci megatoni. E la cui protagonista, stavolta, non sono io. Davanti ai miei occhi c’è quella finta carmelitana di Giovanna Anselmi, e in una versione che definire “non adatta ai minori” sarebbe un eufemismo. Quella morigerata santarellina scova-zoccole è infatti intenta a trastullarsi proprio alla sua scrivania con un grosso cetriolo. Ma dove l'avrà raccattato un ortaggio di quelle dimensioni? E, soprattutto, come avrà fatto a portarselo in ufficio? Ma la vera domanda che mi tormenta è in realtà un’altra: come cazzo fa a entrarci tutta quella roba in una figa così stretta? Il sangue prende a scorrermi nelle vene con un ritmo diverso, non più dettato dalla paura, ma da una fredda, lucidissima euforia. Perché il maestro mi ha inviato quel file? Che cosa vuole da me? Non ho neppure il tempo di chiedermelo mentre mi perdo nel ritmo incalzante e rabbioso di quella penetrazione selvaggia che un'altra e-mail rende tutto ancor più chiaro, didascalico quasi, come in un b-movie dalla sceneggiatura risicata.

“Fanne quello che vuoi”

Poche parole. Nessuna minaccia, nessun countdown, nessun ricatto diretto verso di me. Il Maestro mi sta consegnando un'arma carica, mi sta offrendo potere, il suo potere: una chiave per aprire le gabbie di questo zoo aziendale e fare piazza pulita di tutte le ipocrite fiere che lo popolano. Non mi sta chiedendo di ubbidire: mi sta invitando a giocare con lui; mi sta offrendo su un piatto d'argento la testa di Giovanna Anselmi. Assurdo come sia proprio lei la prima della lista: la maestrina dalla penna rossa che solo ieri vivisezionava tutto e tutti col suo sguardo accusatore, tentando di cogliere in fallo l'autrice della famosa fotocopia, ovvero io, e che, ironia della sorte, adesso è proprio lì, a tre metri da me, con quella sua faccia di cazzo da santarellina che poco si confà a chi si infila un arnese di dimensioni a dir poco pachidermiche nella figa come se fosse una penna bic.

Ripenso a qualche ora fa. Ripenso al modo con cui mi guardava dall'alto in basso mentre mi costringeva a piegarmi e a frugare tra i faldoni polverosi dell'archivio. E sebbene non sapesse che ero senza mutandine, ciò non le ha impedito di godere del potere che le da la sua posizione nell'ufficio. Ora… ora la situazione si sta ribaltando, ora il mio imbarazzo sarà il suo imbarazzo, i sudori freddi, gli umori caldi che colano lungo le gambe mentre senti l'alito del tuo collega solleticarti in mezzo alle cosce; nell'intimità. Pensare che Casale era così vicino mentre io ero così esposta… così esposta… un brivido sale lungo la schiena: è arrivato il momento di renderle il favore. Con gli interessi.

Apro il browser protetto, accedo al servizio di posta temporanea sulla Darknet e creo un nuovo profilo. Nessun dubbio, nessuna esitazione mentre digito le credenziali della mia nuova identità digitale ispirata proprio dal dono del maestro. Sulla carta, io dovrei essere la Giuditta che, al momento opportuno, mozza la testa al tiranno Oloferne per ripristinare l'ordine e la morale. Ma la morale mi ha stancata, e l'ordine di questo ufficio è solo una facciata di ipocrisia. Non ho alcuna intenzione di consegnare la testa del Maestro ma provvederò all'esecuzione di un'altra condanna; una testa per un'altra testa. Che ironia che si tratti proprio di una “Giovanna”, come il Battista. Alle volte il destino sembra scritto nel nome, come in quell'opera di Oscar Wilde; la mia personale e puritana Giovanni Battista, la predicatrice di virtù da quattro soldi che dall'alto del suo pulpito giudica le peccatrici, mentre nel buio si soddisfa con gli ortaggi è ancora lì che maneggia col computer alla sua postazione. E per pretendere la testa di un Battista su un piatto d'argento, c'è una sola figura a cui posso ispirarmi.

Salomè.

salome.discens@darknet-mail.org

Inclinando la testa di lato, osservo il cursore che lampeggia sullo schermo pulito. La danza dei sette veli è appena cominciata, e Giovanna Anselmi sta per pagare il biglietto a caro prezzo.

Allego il file .mp4, digito l'indirizzo aziendale di Giovanna nel campo del destinatario e schiaccio Invio. Dalla mia postazione, invisibile dietro il divisorio in plastica bianca, resto in attesa. Passano esattamente dodici secondi. Vedo la testa di Giovanna scattare leggermente verso l'alto. Il piccolo segnale acustico della posta in arrivo ha fatto il suo dovere. La vedo impugnare il mouse, cliccare. Poi, l'effetto è istantaneo, quasi pirotecnico: Giovanna trasecola; quasi fosse stata morsa da qualcosa di velenoso come un serpete, o una tarantola; sobbalza come preda di una iattura. Le sue spalle, rigide, si bloccano di colpo; la colonna vertebrale sembra sprofondare di qualche centimetro. Non serve che io veda lo schermo per sapere dove il suoi occhi vorticano in preda all'ansia e alla paura. Giovanna sta assistendo in diretta a tutta la porcaggine di cui è capace, e non può che sbiancare dalla vergogna.
È il momento. Il palcoscenico è pronto. Mi alzo dalla sedia sistemandomi la gonna a tubino e cammino lenta e inesorabile verso la postazione di Giovanna. Sono un cazzo di demone vendicatore e Giovanna è la mia vittima sacrificale. Lei è lì, rigida come un palo, con gli occhiali da vista appesi alla punta del naso e la schiena dritta. Mi vede. Chiude subito tutto con un clic frettoloso, tornando al solito foglio Excel che finge di scrutare con la sua laconica espressione da inquisitore spagnolo. A Tomas De Torquemada piacciono grossi e nerboruti e non c'è “Malleus malleficarum” che tenga mentre lego per sempre il mio destino a quello del Maestro.

«Giovanna, cara,» esordisco con una voce così mielosa e rilassata da farmi quasi paura da sola.
Lei si blocca. Solleva lo sguardo, squadrandomi da sopra le lenti con il solito disprezzo malcelato.

«Dimmi, Giuditta. Spero tu non sia qui per gozzovigliare: ho la chiusura del trimestre da consegnare a Landini; i pettegolezzi dovranno aspettare.»

Sì, sì, la chiusura del trimestre, come no. Raccontala a un'altra. Se solo sapessi cosa ho appena fatto con il tuo amato capoarea attraverso il divisorio dei bagni, cara la mia santarellina… Ma non è di Franco che voglio parlarle. Non ancora.

«Oh no, figurati! Solo lavoro,» dico, appoggiandomi con disinvoltura al bordo della sua scrivania, costringendola ad alzare la testa verso di me. «Sai, a proposito di Landini, la sua segretaria, Melania, mi ha appena chiesto di portargli il famoso faldone della logistica esterna, quello blu, che tu stessa mi hai richiesto proprio qualche ora fa… Ce l'hai ancora, vero?»

Giovanna torna con lo sguardo al suo lavoro con la stessa espressione scocciata di qualcuno a cui è stato appena chiesto se il cielo sia azzurro, ma io non mi do per vinta.

«Melania, mi ha confermato che è per la pratica “La Pierda”, sai come sono quelli di Milano; l'ho cercata in lungo e in largo e alla fine mi sono ricordata che era proprio qui: sulla tua scrivania!»

Mi piego leggermente verso di lei, abbassando la voce a un sussurro confidenziale. «A proposito: durante la pausa pranzo non ho potuto fare a meno di notare la tua assenza a mensa e volevo assicurarmi che la tua dieta stesse andando bene... Sai, ti vedo sempre così contratta, così tesa. Mi chiedevo se non avessi bisogno di un apporto di fibre più consistente. Cose fresche, di stagione... tipo i cetrioli. Belli lunghi, sodi, con la buccia rugosa. Dicono che facciano miracoli per distendere i nervi, anche se me lo chiedo sempre: ma come si fa a far entrare certi ingombri nella routine di tutti i giorni senza provare un po' di... frizione? Un'insalata con un bel cetriolo nostrano, ad esempio, penso possa essere un vero e proprio toccasana, alle volte. Un ortaggio così sodo, lungo, pieno di scanalature... Certo, bisogna saperlo maneggiare con cura, altrimenti rischia di scivolare via, o peggio, di incastrarsi dove non dovrebbe. Ma tu sì che te ne intendi di disciplina e rigore, Giovanna, non potrai certo cadermi in fallo in un problema così delicato come la giusta nutrizione… non trovi?»

Vidi il calore del suo viso defluire lentamente verso un grigio cinereo: «Cosa... cosa vai dicendo?»

«Oh, ma guardati, sei tutta sudata!» infierisco, godendo di ogni singolo secondo della sua agonia. «Dev'essere il caldo dell'ufficio. Vedi che succede a saltare il pranzo e a non fornire il giusto apporto di fibre e frutta al corpo? Ci si busca un bel malanno, altro che! Sei sicura di sentirti bene?»

«Tu... tu cosa...» balbetta, la voce ridotta a un filo stridulo.

La Anselmi si pietrifica. Le sue mani, appoggiate sulla tastiera, cominciano a tremare in modo impercettibile. La maschera di severità si incrina, lasciando intravedere un terrore puro, primordiale. Spalanca gli occhi, la bocca mezza aperta in un'espressione di puro orrore: è la stessa paralisi che ho provato io in archivio qualche ora fa, il medesimo, delizioso senso di vulnerabilità totale. È il sentirsi nudi, esposti, giudicati.

Ma Giovanna ormai non mi sente più. Boccheggia come un pesce tirato fuori dall'acqua all'improvviso. Cerca con tutte le sue forze di ricomporsi, di ritrovare quell'espressione da inflessibile inquisitrice con cui mi ha tormentata per giorni, ma la maschera è ormai rotta, spaccata in mille pezzi. La vergogna, quella pura e bruciante, la sta letteralmente soffocando. Il suo sguardo è vuoto, vacuo, come quello di uno squalo disorientato in cerca della sua preda. Ma ora sono io che detto i ritmi della caccia. Con un gesto brusco, quasi urtando la sedia, si alza di scatto. I suoi occhi sono sbarrati, il respiro affannoso. Senza guardare nessuno e senza nemmeno curarsi di bloccare lo schermo del suo computer, si incammina a passo marziale — ma palesemente in fuga — verso il bagno del corridoio. Deve scappare, deve nascondersi, deve adempire al ricatto che le ho appena inviato per e-mail, la stessa in cui ho allegato la prova indelebile della sua perversione.

Sorrido. Un sorriso lento, vorace, sardonico; un sorriso bellissimo. Mi ha regalato la scena perfetta. Torno al mio posto con passo lento, dondolando leggermente i fianchi. Il cuore mi batte a mille, ma non è ansia, è il brivido assoluto del potere. Mi godo il senso di trionfo che mi pulsa nelle vene. Giovanna pensava di essere l'unica carnefice in questo mare di squali, ma ho scoperto di aver appena imparato a nuotare da sola. Poverina, non sa ancora che da oggi è diventata solo la prima attrice del mio personale teatro delle marionette. E mentre la vedo rientrare dal corridoio, ancora pallida ma con il mento forzatamente alto per non darlo a vedere ai colleghi, mi sistemo sulla sedia, pronta a godermi lo spettacolo. Ora non sono più la pedina sulla scacchiera del maestro; ora muovo i pezzi insieme a lui.

Un'altra e-mail dal maestro. Il suo indirizzo darknet si è illuminato davanti ai miei occhi come il naso di Rudolph a natale.

“Devo chiederti scusa mia cara Salomè,
non ero sicuro che avresti avuto il coraggio di prendere le redini così velocemente… così… facilmente, se mi è concesso aggiungere; sono esterrefatto! Bene, mia giovane Padawan, il tuo apprendistato è appena cominciato”

Leggo e rileggo le parole del Maestro con un sorriso sottile che mi increspa le labbra. Padawan. Carina l'allusione a Star Wars, ma preferisco rifarmi alla mitologia antica e credo che neppure Puck e le sue machiavelliche perversioni shakespeariane possano competere con l'inganno che mi frulla per la testa. Decido di rispondergli. È la prima volta che lo faccio da quando mi ha contattata e ricattata. È strano che all’improvviso abbia deciso di rivolgersi a me con un tono così confidenziale, alla pari quasi. Che mi stia mettendo alla prova? Il messaggio successivo fuga da me ogni dubbio:

“Cosa le hai chiesto di fare?”

“Le ho detto di togliersi quegli slip del cazzo. È ora di far prendere aria a quella rosa spampanata. Basta ortaggi, è ora che quella micia assaggi un po' di carne”
Sono sadica, spietata, sguaiata; e mi piace. Cazzo se mi piace!

“Visto che hai dimostrato tanto talento, ti offro un suggerimento per il secondo atto. Giovanna è vulnerabile, nuda sotto la gonna, paralizzata dal terrore. Ma non lasciarla sola nel suo incubo: regalale un compagno di giochi… Sergio Barbuti è appena entrato nell'archivio in cerca di alcuni registri; chissà, con un po' di fortuna qualcuno potrebbe aver già spostato alcuni faldoni e lasciato un bigliettino in cui su avvisa che i registri si trovano nel vecchio sgabuzzino, al primo piano, quello senza neppure l'ombra di una lampadina. Potresti mandare Giovanna da lui, con una clausola precisa: dovrà entrare al buio, bendare il nostro timido contabile prima che possa vederla in viso, e offrirgli un 'servizio' impeccabile per comprare il tuo silenzio. Vedere la puritana dell'ufficio inginocchiarsi in quel modo nel buio di uno sgabuzzino puzzolente potrebbe essere la vendetta perfetta.”

Un brivido freddo, elettrico, mi corre lungo la spina dorsale. L'idea è perversa, diabolica, di una raffinatezza spietata. Mi piace. Mi piace da impazzire. Giovanna, la morigerata Giovanna Anselmi della logistica che si inginocchia davanti a una cappella; la patetica cappella di quell'ameba di Barbuti. Era perfetto!

Dalla mia sedia, nascosta dietro il divisorio in plastica bianca, osservo i movimenti in ufficio. Vedo Barbuti scivolare via verso le scale del primo piano con la sua solita andatura dimessa da contabile inosservato.
Senza perdere un secondo, prendo in mano la regia. Invio subito la nuova mail a Giovanna dal mio account anonimo. Nessun fronzolo, solo ordini perentori: lo sgabuzzino del primo piano, la benda negli occhi a chiunque sia dentro, il silenzio assoluto e il "servizio" richiesto se vuole che quel video non finisca nella mailing list di tutto l'ufficio, Landini compreso. Pochi minuti e vedo Giovanna, l'impeccabile Giovanna rientrare dal bagno — vitrea, la pelle del viso di un grigio malaticcio, la mano che stringe la borsetta dove immagino abbia stipato le sue mutandine. La vedo fissare lo schermo del suo computer, leggere la nuova direttiva di Salomè, trattenere il fiato come se le avessero versato acqua bollente nei polmoni. Con le gambe rigide e l'incedere di una condannata a morte, la vedo avviarsi a sua volta verso lo sgabuzzino. La vendetta è servita. Su un piatto d'argento.
La seguo di soppiatto. La vedo scendere per le scale e avvicinarsi con circospezione alla vecchia porta in legno della stanza incriminata. Non ne sono sicura, ma giurerei di averla sentita prendere Barbuti alla sprovvista; i loro corpi che si avvicinano e abbandonano nell’oscuro vuoto del ripostiglio. La sento armeggiare con la patta, sopprimere con forza lo scarso diniego del grigio contabile. La sento succhiare; finalmente.

Torno al mio posto. È fatta. L'ingranaggio che ho messo in moto funziona alla perfezione. Sono io la burattinaia, la mente di questa diabolica farsa. Mi appoggio allo schienale della sedia, assaporando la scarica di adrenalina pura che mi brucia nelle vene, mentre un sorriso di vittoria spietata mi si dipinge in volto. In quel preciso istante, il piccolo segnale della posta in arrivo lampeggia sul display. Un'altra e-mail dal Maestro.

“Prego. È tutto tuo”

Sullo schermo compare un unico file allegato. Un file .mp4. Sorrido tra me e me, convinta che il Maestro sia riuscito a piazzare una cimice o una telecamera nello sgabuzzino e voglia condividere con me l'istantanea dell'umiliazione di Giovanna. Clicco sul file con la bramosia di chi si prepara a incassare il premio finale.

Il video parte.

La stanza e quella, la telecamera è stata posizionata sull'ultima mensola di uno scaffale in ferro; ma le immagini che scorrono sullo schermo non ritraggono la sagoma ricurva e ossuta di Barbuti, né il corpo tremante della Anselmi.

Mi si gela il sangue nelle vene. Il sorriso mi si spegne del tutto sulle labbra. L'aria mi si blocca nei polmoni in un colpo solo mentre guardo i dettagli di quella scena: quella schiena, quelle spalle, quel cazzo che forte e imponente s'infila, come un coltello nel burro, nel candido corpo della bella Melania… Come Icaro mi sono spinta troppo in alto, troppo vicina a un sole bruciante che ora mi sta sciogliendo le ali. Come Aracne ero convinta di saper “tessere trame degne di un canto”, cieca di fronte alla collerica Atena pronta a punirmi per la mia hybris, la cieca arroganza di chi crede di poter sfidare gli dei e riscrivere le regole del gioco. Nella mia tracotanza non posso che trasformarmi in un miserabile ragno, prigioniero della sua stessa tela. E pensare che quell'orologio con il cinturino in pelle scura che ha al polso gliel'ho regalato io per il nostro ultimo anniversario…

Credevo di muovere i fili, e invece sarò sempre e solo un pezzo sulla scacchiera di qualcun altro. Il mondo intorno a me smette improvvisamente di ruotare. Il trionfo, l'adrenalina, il senso di potere su Giovanna: tutto svanisce, dissolto in una punizione istantanea e spietata, mentre vedo quei due corpi preda del ritmo forsennato dell'amplesso. Il Maestro non mi stava regalando una vittoria; mi stava mostrando quanto fossi ingenua, del tutto sprovveduta. La caccia non è mia, non è mai stata mia, e mai lo sarà. Sarò sempre e solo una preda; una bambola di pezza con cui alla fine si stancherà di giocare. Ma ora sono troppo triste, troppo afflitta mente resto lì, inerme, a guardare Michele, mio marito, che si sbatte di gusto la bella e procace Melania alla pecorina.


Per suggerimenti, commenti e critiche, come sempre, potete contattarmi su Alexdna88@libero.it
scritto il
2026-07-26
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