In ufficio - capitolo 4 - Il Dubbio
di
Alex 88
genere
dominazione
Giuditta, ancora senza mutandine, è costretta da quell'arpia dell'Anselmi a cercare il faldone incriminato. Ne succederanno delle belle....
«Giuditta, allora? Quel faldone della Logistica Esterna ha deciso di dematerializzarsi o cosa?»
La voce della Anselmi risuonò dall’open space come una sirena, e con la stessa grazia di una motosega arrugginita. Sentii una morsa stringermi le viscere.
«A…Arrivo, Giovanna! È solo che c’è stato un rimpasto dei ripiani alti degli scaffali e…» mentii, sfoderando una voce leggermente più acuta del normale per dissimulare il panico. Mi diressi verso l'archivio con il passo forzatamente misurato di chi sta cercando di non far oscillare i fianchi più del dovuto. Camminare senza biancheria intima sotto una gonna a tubino di misto lana, dopotutto, era un'arte marziale. Ogni millimetro di tessuto che sfiorava la mia intimità, ancora umida e sensibilizzata dalle vibrazioni selvagge del meeting, era una scarica elettrica dritta al cervello. Spinsi la porta dell'archivio, pregando che fosse deserto, e invece mi scontro con il sommesso, ritmico clack-clack della fotocopiatrice professionale. Domenico Casale era lì, appoggiato con studiata noncuranza al macchinario, in attesa che venisse sfornato un voluminoso plico di grafici. Quando mi vide entrare, il suo solito sorriso sornione da cinquantenne brizzolato e fascinoso si allargò.
«Oh, Giuditta. Ti serve la macchina? Ho quasi finito, promesso.»
«No, Domenico, tranquillo. Devo solo recuperare il faldone blu della Logistica Esterna per la Anselmi. Dovrebbe essere lassù…» indicai l’ultimo ripiano dello scaffale metallico, quello che sfiorava il soffitto in cartongesso.
«Lassù? Ma è un’impresa da alpinisti,» scherzò Domenico, staccandosi dalla fotocopiatrice. Con un'insospettabile dose di galanteria, afferrò la scaletta d’alluminio a tre gradini che giaceva ripiegata accanto allo scaffale e la posizionò ai piedi dello stesso. «Prego, sale la signora o faccio io? Anche se temo che, se prendo il faldone sbagliato, la Anselmi possa decidere d’usarmi come combustibile per la caldaia.»
Esitai. Il cuore mi fece un balzo in gola. «No, no, faccio io, so esattamente qual è… grazie.»
«Allora ti tengo la scala. La sicurezza prima di tutto!» si offrì lui, piazzandosi solidamente alla base della struttura, con le mani strette attorno ai montanti d’alluminio.
Deglutii. Salire su una scala con un uomo posizionato esattamente dietro e sotto di me era lo scenario che avevo temuto di più da quando mi ero liberata di quei maledetti slip vibranti. Per fortuna la mia gonna era di un tessuto pesante, scuro, e la linea a tubino mi fasciava fino al ginocchio, impedendo sguardi indiscreti dal basso. Ma il brivido psicologico era semplicemente devastante. Se solo Domenico sapesse…
Sollevai il piede, posandolo sul primo gradino. Poi sul secondo. Mentre mi sporgevo in avanti, aggrappandomi al ripiano superiore per cercare con gli occhi i lacci rossi del faldone blu, sentii la gonna tendersi ferocemente contro le mie natiche. Domenico era lì, a meno di trenta centimetri dal mio retro. Fui travolta da un pensiero stupido, vertiginoso e proibito: Se solo lui allungasse una mano… se solo facesse scivolare le dita sotto l'orlo della stoffa, troverebbe il vuoto, o meglio, troverebbe me. Come reagirebbe Domenico sapendomi così nuda e inerme? Quale sarebbe stata la sua reazione se solo si fosse trovato davvero dinnanzi alla mia intimità violata? Ed io? Come avrei reagito io? Avrei permesso alle sue dita di intrufolarsi dentro di me, di solleticare con inusitata passione i petali del mio frutto proibito?
Quella fantasia agì su di me come un acceleratore chimico. Sentii un’ondata improvvisa di calore liquefarsi tra le mie gambe. Una sensazione di bagnato così intensa e fitta che, per un attimo, il panico superò l’eccitazione. Mio Dio, pensai, stringendo i denti mentre facevo scorrere i faldoni con la punta delle dita, e se si macchia? Se il tessuto assorbe tutto e quando scendo Domenico vede un alone scuro proprio lì in mezzo? L'idea di scendere da quella scala mostrando il segno tangibile e visibile del mio eccitamento mi fece bagnare ancora di più, in un circolo vizioso di puro delirio sensoriale.
«Trovato?» chiese la voce profonda di Domenico da sotto. Il suo tono era del tutto normale, ma alle mie orecchie tese sembrò carico di un’allusione vibrante.
«S-sì, quasi… eccolo…» Afferrai finalmente il bordo del pesante raccoglitore cartonato. Proprio in quel microsecondo, la porta dell’archivio si spalancò con un botto violento che mi fece sussultare.
«Ti dico di no, Sergio! Quel report serve prima a me per la riunione delle tre, muoviti!»
«Giovanna, non fare la bambina, io ho il furgone della Logistica fermo in cortile che aspetta le bolle, lasciami quella macchina!»
Giovanna Anselmi e Sergio Barbuti irruppero nella stanza come due furie, strattonandosi letteralmente per il possesso di una chiavetta USB come due scolaretti isterici. Sergio, nel tentativo di aggirare la Anselmi con un passo laterale, calcolò male le distanze in quell'ambiente così stretto. La sua spalla colpì in pieno Domenico, che si trovava di spalle. Domenico, colto del tutto alla sprovvista, perse l'equilibrio e venne scagliato in avanti. Il suo viso andò a impattare direttamente e senza filtri contro il centro perfetto del mio sedere, rimasto sporgente a mezz'aria.
«Oh cazzo!» esclamò mentre sentivo il suo viso affondare nel tessuto della gonna a tubino, proprio in quel punto esatto che temevo fosse impregnato dei miei umori. Sentii Domenico esalare un gemito sorpreso, mentre respirava a pieni polmoni l'aroma caldo, muschiato e inequivocabilmente intimo che evaporava attraverso la stoffa riscaldata; il suo naso già sfiorava quanto di più intimo avessi da offrire. L’urto discassò completamente la scaletta. Cacciai un urlo, sentendo il vuoto sotto i piedi e mollando il faldone blu, che volò via spargendo fogli ovunque come coriandoli a carnevale. Domenico, dimostrando dei riflessi e una coordinazione degni di un ginnasta olimpico, non si lasciò ipnotizzare dal mio profumo né tramortire dall'impatto. Sentendo il mio corpo cadere, tese le braccia verso l'alto per afferrarmi al volo e ammortizzare l'impatto. Ma la fisica dei corpi in movimento ha le sue leggi spietate e il mio peso, combinato con il suo slancio e lo spazio ridotto, creò un inevitabile effetto carambola. E fu così che finimmo entrambi per terra, in un groviglio disordinato di arti e imprecazioni, in cui era difficilissimo capire dove finisse l'una e dove cominciasse l'altro. Non so come, ma quando la polvere della finta battaglia si diradò, il silenzio piombò nell'archivio, interrotto solo dal nostro respiro affannoso. Giovanna e Sergio erano immobili sopra di noi, a bocca aperta. Domenico si ritrovò sdraiato a terra sulla schiena, con il busto parzialmente sollevato contro la base dello scaffale. Io, a causa dell'effetto carambola, ero atterrata direttamente sopra di lui, a cavalcioni, con le ginocchia piantate sul linoleum ai lati dei suoi fianchi e il mio bacino posizionato esattamente sopra la sua faccia. La gonna a tubino, nell'impatto e nella scivolata, si era inevitabilmente arricciata un po', lasciando libere le mie gambe fino alle ginocchia. Non so se gli occhi di Domenico Casale abbiano visto più del dovuto. Non so se, dal suo punto di vista, l'orizzonte sia stato a dir poco sbalorditivo con la mia gonna alzata al punto da far vedere l'orlo delle mie autoreggenti e, a pochissimi centimetri dal naso, la visuale ravvicinatissima e senza filtri del triangolo d'ombra più segreto e proibito dell'intera azienda, completamente esposto, lucido e privo di qualsiasi barriera di pizzo, seta o cotone. Non feci in tempo a formulare il pensiero, a cercare di decifrare lo sguardo magnetico e confuso di Domenico a cinque centimetri dalla mia intimità, che il corridoio dell'archivio tremò sotto il passo pesante di qualcun altro.
«Ma che succede qui dentro?! Giuditta!»
La voce di Michele squarciò l'aria come una frustata. Mio marito era sulla soglia, gli occhi sgranati e la mascella serrata in un’espressione che oscillava tra il puro terrore e una gelosia primitiva. La scena che gli si parava davanti, del resto, era da codice rosso: sua moglie, con la gonna a tubino arricciata sulle cosce a mostrare l'orlo delle autoreggenti, a cavalcioni sul pavimento sopra Domenico Casale, con la testa di quest'ultimo praticamente sepolta tra le mie gambe nude.
Prima che Giovanna potesse aprire quella sua fogna di bocca o Sergio imbastire un’altra patetica scusa, Michele si avventò su di noi. M’afferrò per le braccia con una tempestività e una forza che non gli conoscevo, sollevandomi di peso dal corpo di Domenico con un unico strattone deciso.
«Amore! Dio mio, ti sei fatta male?» la sua voce era tesa, spezzata dall'adrenalina. Con un gesto rapido e possessivo mi tirò a sé, coprendomi il corpo con la sua giacca e tirando giù l'orlo della mia gonna con una foga protettiva che avrebbe fatto invidia a un bodyguard.
«Io... io sto bene, Mickey, la scala...» farfugliai confusa; la voce ridotta a un soffio asmatico.
«Siamo stati urtati, Bianchi! È stata una fatalità, Sergio e la Anselmi sono entrati come due unni!» si giustificò Domenico, tirandosi su a fatica e massaggiandosi la nuca, anche se il suo sguardo, per un millesimo di secondo, scivolò di nuovo verso le mie gambe con una consapevolezza che mi fece mancare il respiro.
«Voi due dovreste imparare a stare al mondo,» ringhiò Michele voltandosi verso Sergio e Giovanna, che per una volta sembravano due statue di sale colte in fallo. Senza dare loro il tempo di replicare, mi strinse un braccio intorno ai fianchi e mi trascinò fuori da quel loculo asfittico. «Andiamo alla postazione. Vieni.»
Mi lasciò cadere sulla mia sedia ergonomica con una delicatezza quasi commovente. Aveva le mani che tremavano leggermente mentre mi sistemava i capelli dietro le orecchie. «Sei bianca come un lenzuolo, Giuditta. Guardami. Amore, ti fa male qualcosa? La schiena? Le gambe?»
«No, no... solo... solo i nervi scossi,» risposi, e non stavo del tutto mentendo.
Ero scossa, sì. Ma non per la paura. Mentre Michele si inginocchiava davanti a me, prendendomi le mani fredde tra le sue, sentivo il mio basso ventre andare letteralmente a fuoco. Quell'esposizione così brutale, il rischio imminente di essere scoperta nuda da Domenico, da Giovanna, da Sergio... e l'irruzione tempestiva di mio marito avevano creato un cortocircuito erotico devastante. Sotto la gonna, la mia pelle era rovente, imperlata di un’umidità densa e copiosa che minacciava di scivolarmi lungo le cosce, proprio sopra le autoreggenti. Mi sentivo violata, esposta al pubblico ludibrio dell'ufficio, eppure quella sensazione mi dava una vertigine di piacere quasi insopportabile.
«Ascoltami,» mi disse Michele con un tono di voce dolcissimo, stringendomi le dita. «Resta qui. Non muoverti. Ti vado a prendere una camomilla calda alla macchinetta, o un tè. Qualcosa che ti faccia calmare il battito. Va bene? Fai un respiro profondo.»
«Grazie, Mickey... sei... sei un angelo,» sussurrai, costringendomi a un sorriso debole, mentre un brivido del tutto profano mi risaliva la spina dorsale. Lui si alzò, convinto di soccorrere una moglie traumatizzata da un incidente sul lavoro, del tutto ignaro del fatto che sotto quel popeline e quel misto lana non ci fosse traccia di spavento, ma solo la fame atavica di una donna che stava bruciando viva nel suo stesso segreto. Lo guardai allontanarsi verso il corridoio delle macchinette. Rimasi sola nel mio cubicolo, con il respiro corto che appannava la mia lucidità. Appoggiai la testa allo schienale, schiudendo leggermente le gambe per far passare un filo d'aria condizionata tra le cosce. Che cosa avrà visto Domenico Casale? Continuavo a domandarmi. Fin dove si saranno spinti i suoi occhi. L’orlo delle autoreggenti? Il bianco lembo di pelle che separa le calze dal mio frutto proibito. O si saranno avventurati più su? Nel fitto del mio boschetto imperlato d'umori? Fu in quel momento che lo vidi: un quadratino di carta gialla, appiccicato con precisione millimetrica nell'angolo in alto a destra del mio monitor. Il mio cuore, che aveva appena rallentato il suo ritmo forsennato, ricominciò a battere contro le costole. L'aveva lasciato lì di recente. Forse mentre ero nell'archivio a terra con Domenico, o forse un secondo prima che Michele mi trascinasse via. Lo staccai con le dita che ancora mi tremavano, nascondendolo nel palmo della mano come se fosse dinamite. Sopra, scritta con quella calligrafia elegante, sottile, quasi d'altri tempi, c'era una strana poesia. Un indovinello che profumava di zolfo e letteratura:
«V’è un fiore nascosto, non colto da mano,
nato nell'ombra d’un bosco sovrano.
Profuma di mare, di pioggia e d'arcano…»
Mentre sul retro recitava: «P.S. Digita il suo nome sul file cifrato del tuo desktop. Tutto in minuscolo. »
Non potevo crederci. Come era riuscito a raggiungere la mia postazione senza destare sospetti? Quali qualità proteriche si celavano dietro lo sconosciuto a me noto come “Il maestro” da permettergli di passare del tutto inosservato? Che diamine a quest'ora qualcuno in ufficio avrebbe dovuto notare la sua presenza! Perché la cosa sembrava non aver destato la curiosità di nessuno? Era come se avesse il potere di farsi invisibile, muovendosi tra i cubicoli con l'arrogante certezza di un predatore nel suo territorio. O forse… e l'idea mi fece raggelare il sangue, era qualcuno talmente al di sopra di ogni sospetto che la sua presenza vicino alla mia scrivania era considerata del tutto normale…
Mi lambiccai il cervello, fissando quel pezzetto di carta gialla come se potesse parlarmi. «V’è un fiore nascosto, non colto da mano…». Chi diavolo aveva scritto quei versi? Charles Baudelaire? Jacques Prévert? Pablo Neruda? O forse lo stesso García Lorca? Suonavano così intimi, così maledettamente decadenti. Con le dita che ancora mi tremavano, aprii una scheda anonima sul browser del PC e digitai freneticamente le prime parole su Google, sperando in una traccia, un saggio letterario, un forum di poesia.
Niente. La pagina dei risultati rimase desolatamente vuota, o meglio, piena di link confusi che non c'entravano nulla. Non c'era alcuna traccia di quella composizione sul web. Quei versi erano unici. Erano stati scritti per me.
«Ecco la tua camomilla, Amore. L'ho fatta caricare un po' di più.»
La voce di Michele mi fece quasi saltare sulla sedia. Chiusi la scheda del browser con un riflesso fulmineo, mentre lui posava la tazza di plastica fumante accanto alla tastiera. Mi guardò con un cipiglio amorevole ma fermo, incrociando le braccia sul petto.
«Adesso basta, Giuditta. Non voglio vederti toccare un solo tasto per la prossima mezz'ora. Dopo quello spiacevole incidente lì in archivio hai i nervi a pezzi, guarda come tremi. Ti intimo, con tutto l'Amore di questo mondo, di stare ferma e bere. Al resto ci penso io.»
Lo guardai mentre mi accarezzava la spalla con una tenerezza quasi paterna, così attento, così protettivo. Ed è stato in quel preciso istante che, come una scarica elettrica, un pensiero assurdo e vertiginoso ha cominciato a farsi strada nella mia mente.
- E se fosse lui? -
Se dietro lo sconosciuto a me noto come “Il Maestro” si celasse proprio Michele? Se tutto questo delirio non fosse altro che un gioco contorto, teatrale e perverso che la mia dolce metà aveva architettato nei minimi dettagli per riaccendere la fiamma ormai sbiadita del nostro rapporto? Dopotutto, la logica quadrava alla perfezione. Chi meglio di lui poteva muoversi tra i cubicoli della nostra azienda senza destare la minima curiosità? Chi poteva avvicinarsi al mio computer senza che nessuno ci facesse caso? Il biglietto sul parabrezza della nostra auto, la cartella nel desktop suo pc.. Un marito che lascia un biglietto sul monitor della moglie è invisibile per l'ufficio. E quella capsula vibrante? Che l'abbia comprata lui per sperimentare insieme qualcosa di nuovo? Per questo si è goduto lo spettacolo di quel violento orgasmo, che a stento sono riuscita a sopire, davanti a tutti senza battere ciglio? Senza il benché minimo cenno di turbamento? Avevo sposato Niccolò Macchiavelli; questa era la verità! Pure “Il principe” sarebbe impallidito davanti a un piano così sofisticato. Mentre Michele si allontanava di qualche passo per rispondere a una telefonata sul cellulare aziendale, sentii il mio basso ventre contrarsi in una morsa di calore insopportabile. Guardai lo schermo del PC. Sul desktop, l'icona del file cifrato sembrava quasi provocarmi, in attesa della password. Se l'indovinello era farina del sacco di Michele, la risposta doveva essere legata a noi. A qualcosa che solo lui sapeva del mio "fiore nascosto".
Fissai la tazza di camomilla che fumava sul tavolo, poi di nuovo la tastiera. Avevo ancora il post-it nascosto nel palmo. «Digita il suo nome... tutto in minuscolo.» Cosa voleva che scrivessi? Qual era il nome del fiore che profumava di mare, di pioggia e d'arcano secondo mio marito?
Un bosco sovrano… La foresta!
All'improvviso, come un pezzo di un puzzle che si incastra alla perfezione, la mia mente tornò a una sera di tre anni prima. Eravamo sul divano, io e Michele, a guardare un documentario naturalistico sulla foresta pluviale del Madagascar. Ricordai chiaramente la voce di mio marito, affascinata, mentre mi accarezzava distrattamente i capelli e mi raccontava un aneddoto botanico che lo aveva colpito durante i suoi studi universitari. Mi parlo di un fiore leggendario, un'orchidea rara che cresce solo nel fitto della giungla più oscura, dove la luce del sole non arriva mai. Un fiore che non viene mai colto da mano umana, con uno sperone profondo e nascosto che custodisce il suo nettare segreto. Mi disse che emana un profumo d'arcano, irresistibile, ma solo di notte, per attirare l'unico insetto in grado di possederla.
L'Angraecum. L'orchidea della foresta, la stella del Madagascar!
Sentii un brivido liquido colarmi lungo la schiena. Michele si era ricordato di quel dettaglio. Voleva che ci arrivassi. Era una traccia indelebile della nostra intimità, un codice segreto tra me e lui che nessun altro in quell'ufficio avrebbe mai potuto decifrare. Era lui, ne ero sicura: il mio timido, premuroso Michele era il Maestro. Quel gioco perverso era il suo modo bislacco, disperato e geniale di riprendersi il mio corpo; di guardarmi bruciare di desiderio sotto gli sguardi degli altri. Con la coda dell'occhio controllai la sua posizione: era ancora girato di spalle vicino alla finestra, intento a discutere animatamente al telefono per una fattura contestata.
Le mie dita tremanti si posarono sulla tastiera. Il Maestro sul retro del post-it era stato chiaro: Digita il suo nome sul file cifrato. Tutto in minuscolo. In francese.
Digitai la parola.
o-r-c-h-i-d-e-e
Premetti invio.
Il display del computer ebbe un millesimo di secondo di esitazione, poi la finestra della password scomparve con un leggero click sonoro. Il file protetto si aprì, rivelando il suo contenuto sul monitor proprio mentre Michele, dall'altra parte della stanza, esclamava: «Va bene, ci aggiorniamo dopo», e buttava giù la chiamata, preparandosi a voltarsi verso di me. I miei occhi corsero freneticamente sullo schermo per leggere cosa il mio misterioso sposo avesse preparato per la fase successiva del nostro gioco. Il file si aprì all'istante, rivelando un'unica riga di testo nera su sfondo bianco, asciutta e perentoria come un ordine militare:
«Ci vediamo nel bagno del quinto piano. Non tardare.»
Un flash di calore mi divampò sul viso, mentre il cuore perdeva un battito per poi ricominciare a correre all'impazzata. Il quinto piano. Quello semivuoto, dove c'erano solo gli uffici della presidenza e l'archivio storico, quasi sempre deserto a quell'ora.
«Bene, quella seccatura della fattura è sistemata,» la voce di Michele tagliò il silenzio del mio cubicolo. Si voltò, infilandosi il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni. «Senti, Amore, è scoccata l'ora della pausa pranzo. Tu sei ancora troppo scossa per venire giù in mensa a farti squadrare da tutto l'ufficio dopo lo spettacolo di prima. Che ne dici se resti qui tranquilla a riposare? Vado giù io e ti porto qualcosa di leggero da mangiare direttamente qui su. Ti va?»
Fissai mio marito, cercando disperatamente di decifrare ogni singola ruga del suo volto, ogni inflessione della sua voce. Era di una naturalezza disarmante. Se fosse stato lui il Maestro, quella premura era il perfetto gioco di prestigio per lasciarmi sola, dandomi il tempo di leggere il messaggio e sgattaiolare verso l'appuntamento, mentre lui avrebbe usato la scusa della mensa per salire di nascosto al quinto piano a prepararmi la trappola. Tutto quadrava. Doveva essere lui. Non v'era altra spiegazione logica.
«S-sì... mi sembra un'ottima idea, Mickey. Grazie, sei un tesoro» risposi, sperando che il tono della mia voce non tradisse il tremito interiore che mi stava scuotendo.
«Perfetto. Fai la brava, bevi la camomilla. Torno tra venti minuti» mi disse, stampandomi un bacio leggero sulla fronte prima di incamminarsi verso gli ascensori. Lo guardai sparire dietro l'angolo. Rimasi immobile per qualche secondo, ascoltando il silenzio dell'ufficio che cominciava a svuotarsi per la pausa. Poi, mi alzai in piedi. Sotto la gonna a tubino di misto lana, la mia pelle nuda bruciava, ancora imperlata di quel bagnato denso, profumato d'ambra e d'arcano, che l'incidente con Domenico Casale e la vicinanza di mio marito avevano solo contribuito ad amplificare. Chiusi la finestra del file sul PC, presi la borsa con dentro gli slip di cotone che non avrei mai indossato, e mi avviai a passo rapido verso le scale di sicurezza. Stavo andando incontro al Maestro. Stavo andando a scoprire se l'uomo che mi aspettava nell'ombra del quinto piano fosse il compagno della mia vita o il mio più torbido e meraviglioso incubo.
I gradini di cemento delle scale di sicurezza sembravano amplificare il battito del mio cuore, ogni passo un rintocco sordo che mi risuonava fin dentro i timpani. Più salivo, più l'aria si faceva fresca e rarefatta, tipica del quinto piano: la zona della presidenza, dove i corridoi erano coperti da una moquette spessa che inghiottiva i rumori e le pareti erano decorate con sobrie stampe aziendali. A quell'ora della pausa pranzo, il piano era un deserto di uffici chiusi e luci soffuse.
Spinsi la porta tagliafuoco, cercando di non fare rumore. I miei piedi si muovevano quasi da soli verso i servizi in fondo al corridoio di destra. La mia mente continuava a ripetere lo stesso mantra: È Michele. Deve essere Michele. È suo il piano, sua la regia, suo il gioco. Sorrisi nell'oscurità del corridoio, un sorriso nervoso ma carico di una bizzarra forma di orgoglio per quell'audacia che non avevo mai sospettato in mio marito.
Raggiunsi la porta d'ingresso del bagno e la spinsi delicatamente. L'ambiente era ampio, rivestito di marmo grigio venato, illuminato solo dalle spie d'emergenza e da un filo di luce che filtrava dalle finestre alte. L'aria profumava di disinfettante al pino e di quel vuoto tipico dei luoghi solitamente affollati che improvvisamente si svuotano.
«Michele?» sussurrai, ma la mia voce si perse nell'eco delle piastrelle. Nessuna risposta. Feci qualche passo in avanti, superando la fila dei lavandini specchiati. La struttura dei bagni era composta da tre cabine chiuse da porte in legno scuro laminato, divise tra loro da tramezzi spessi. La seconda porta era socchiusa.
Spinta da una curiosità febbrile, la aprii del tutto, convinta di vedere la figura familiare di mio marito voltarsi verso di me con un sorriso complice. Invece, lo spazio era vuoto. O meglio, la tazza del water era intonsa, ma fu la parete divisoria di destra a catturare il mio sguardo, facendomi raggelare il sangue.
Al centro esatto del pannello di laminato, a circa un metro d'altezza, era stato praticato un foro circolare perfetto, dai bordi levigati con cura maniacale. Un foro che non aveva alcuna ragione idraulica o architettonica di esistere in un edificio così rispettabile.
Un glory hole.
Il respiro mi si bloccò in gola. Ma lo shock psicologico divenne una vera e propria vertigine erotica quando vidi cosa spuntava, immobile e perentorio, da quella fessura clandestina. Un fallo eretto, teso, dalle vene leggermente rigonfie e dalla pelle calda, che emergeva dall'oscurità della cabina adiacente come un idolo pagano in attesa del suo sacrificio. Offerto a me, senza un volto, senza una voce, senza un nome. Feci un passo indietro, portandomi una mano alla bocca per soffocare un gemito di puro smarrimento. Le mie certezze crollarono all'istante come un castello di carte. Chi c'era dall'altra parte della parete?
Se fosse stato Michele, mio marito si era spinto oltre ogni immaginabile limite della decenza, arrivando a offrirsi a me come uno sconosciuto qualsiasi in un bagno pubblico per consumare l'apice della sua fantasia macchiavellica. Ma se non fosse stato lui? Se dietro quel divisorio ci fosse stato Domenico Casale, ancora eccitato dall'impatto in archivio? O Sergio? O Franco o addirittura un perfetto estraneo che mi aveva osservata e studiata per giorni?
Non ebbi bisogno di esaminare la parete o di chiedere una conferma a voce. Lo riconobbi all'istante. Ogni millimetro di quella pelle, la sfumatura delicata, la curvatura che conoscevo fin troppo bene per averla accarezzata centinaia di volte nel buio della nostra camera da letto. Era il suo. Era il membro del mio Michele.
Quella consapevolezza mi colpì al petto con la forza di un maglio, togliendomi il respiro. Il mio timido, premuroso, ordinario marito era davvero la mente dietro tutto questo. L'uomo che un attimo prima mi offriva qualcosa di caldo, adesso m'offriva ben più d’una camomilla per calmare i miei nervi, o meglio, le mie voglie. Altro che fare paterno… dall'altra parte del divisorio di laminato, quel gran porco di mio marito pretendeva da me un atto di pura sottomissione in un bagno aziendale. Aveva pianificato ogni cosa, trasformando la sua stessa gelosia nell'energia pura che alimentava quell'erezione perentoria, tesa e lucida attraverso il foro. Il cuore mi rimbalzava contro lo sterno. La mia mente era un campo di battaglia. Avevo due strade davanti a me. Potevo scivolare lentamente in ginocchio sul pavimento di marmo, accogliendo quella testa turgida tra le mie labbra, sentendo il sapore di mio marito confondersi con l'adrenalina dell'ufficio. Oppure potevo sollevare del tutto la gonna, aggrapparmi ai bordi del divisorio d'alluminio e guidare quell'assalto direttamente dentro la mia intimità nuda ed esposta, offrendogli il mio "fiore nascosto" nel modo più torbido e indimenticabile possibile. Oppure avrei potuto girare i tacchi e scappare, tornare alla mia scrivania e fare finta che nulla fosse successo, costringendo Michele a uscire da quella cabina e a ritornare nei ranghi del nostro matrimonio noioso e rassicurante. Michele si era spinto fin lì per me. Aveva squarciato il velo della nostra mediocrità per offrirmi il brivido che desideravo da anni. Feci un passo in avanti, le ginocchia deboli, l'orlo della gonna che frusciava contro le autoreggenti. Mi avvicinai a quel foro che separava la mia vita precedente dalla mia totale resa. Guardai quel palo di carne eretto, così vicino, così sfacciatamente sicuro di sé. Sotto la gonna a tubino, il mio fiore bagnato divenne una morsa liquida e intollerabile. Ero davanti a un bivio atroce e meraviglioso: scappare e salvare la mia dignità di moglie, oppure inginocchiarmi davanti a quell'altare dell'anonimato e accettare le regole del Maestro
Per suggerimenti, osservazioni, critiche o semplicemente per fare quattro chiacchere con me, come sempre: Alexdna88@libero.it
«Giuditta, allora? Quel faldone della Logistica Esterna ha deciso di dematerializzarsi o cosa?»
La voce della Anselmi risuonò dall’open space come una sirena, e con la stessa grazia di una motosega arrugginita. Sentii una morsa stringermi le viscere.
«A…Arrivo, Giovanna! È solo che c’è stato un rimpasto dei ripiani alti degli scaffali e…» mentii, sfoderando una voce leggermente più acuta del normale per dissimulare il panico. Mi diressi verso l'archivio con il passo forzatamente misurato di chi sta cercando di non far oscillare i fianchi più del dovuto. Camminare senza biancheria intima sotto una gonna a tubino di misto lana, dopotutto, era un'arte marziale. Ogni millimetro di tessuto che sfiorava la mia intimità, ancora umida e sensibilizzata dalle vibrazioni selvagge del meeting, era una scarica elettrica dritta al cervello. Spinsi la porta dell'archivio, pregando che fosse deserto, e invece mi scontro con il sommesso, ritmico clack-clack della fotocopiatrice professionale. Domenico Casale era lì, appoggiato con studiata noncuranza al macchinario, in attesa che venisse sfornato un voluminoso plico di grafici. Quando mi vide entrare, il suo solito sorriso sornione da cinquantenne brizzolato e fascinoso si allargò.
«Oh, Giuditta. Ti serve la macchina? Ho quasi finito, promesso.»
«No, Domenico, tranquillo. Devo solo recuperare il faldone blu della Logistica Esterna per la Anselmi. Dovrebbe essere lassù…» indicai l’ultimo ripiano dello scaffale metallico, quello che sfiorava il soffitto in cartongesso.
«Lassù? Ma è un’impresa da alpinisti,» scherzò Domenico, staccandosi dalla fotocopiatrice. Con un'insospettabile dose di galanteria, afferrò la scaletta d’alluminio a tre gradini che giaceva ripiegata accanto allo scaffale e la posizionò ai piedi dello stesso. «Prego, sale la signora o faccio io? Anche se temo che, se prendo il faldone sbagliato, la Anselmi possa decidere d’usarmi come combustibile per la caldaia.»
Esitai. Il cuore mi fece un balzo in gola. «No, no, faccio io, so esattamente qual è… grazie.»
«Allora ti tengo la scala. La sicurezza prima di tutto!» si offrì lui, piazzandosi solidamente alla base della struttura, con le mani strette attorno ai montanti d’alluminio.
Deglutii. Salire su una scala con un uomo posizionato esattamente dietro e sotto di me era lo scenario che avevo temuto di più da quando mi ero liberata di quei maledetti slip vibranti. Per fortuna la mia gonna era di un tessuto pesante, scuro, e la linea a tubino mi fasciava fino al ginocchio, impedendo sguardi indiscreti dal basso. Ma il brivido psicologico era semplicemente devastante. Se solo Domenico sapesse…
Sollevai il piede, posandolo sul primo gradino. Poi sul secondo. Mentre mi sporgevo in avanti, aggrappandomi al ripiano superiore per cercare con gli occhi i lacci rossi del faldone blu, sentii la gonna tendersi ferocemente contro le mie natiche. Domenico era lì, a meno di trenta centimetri dal mio retro. Fui travolta da un pensiero stupido, vertiginoso e proibito: Se solo lui allungasse una mano… se solo facesse scivolare le dita sotto l'orlo della stoffa, troverebbe il vuoto, o meglio, troverebbe me. Come reagirebbe Domenico sapendomi così nuda e inerme? Quale sarebbe stata la sua reazione se solo si fosse trovato davvero dinnanzi alla mia intimità violata? Ed io? Come avrei reagito io? Avrei permesso alle sue dita di intrufolarsi dentro di me, di solleticare con inusitata passione i petali del mio frutto proibito?
Quella fantasia agì su di me come un acceleratore chimico. Sentii un’ondata improvvisa di calore liquefarsi tra le mie gambe. Una sensazione di bagnato così intensa e fitta che, per un attimo, il panico superò l’eccitazione. Mio Dio, pensai, stringendo i denti mentre facevo scorrere i faldoni con la punta delle dita, e se si macchia? Se il tessuto assorbe tutto e quando scendo Domenico vede un alone scuro proprio lì in mezzo? L'idea di scendere da quella scala mostrando il segno tangibile e visibile del mio eccitamento mi fece bagnare ancora di più, in un circolo vizioso di puro delirio sensoriale.
«Trovato?» chiese la voce profonda di Domenico da sotto. Il suo tono era del tutto normale, ma alle mie orecchie tese sembrò carico di un’allusione vibrante.
«S-sì, quasi… eccolo…» Afferrai finalmente il bordo del pesante raccoglitore cartonato. Proprio in quel microsecondo, la porta dell’archivio si spalancò con un botto violento che mi fece sussultare.
«Ti dico di no, Sergio! Quel report serve prima a me per la riunione delle tre, muoviti!»
«Giovanna, non fare la bambina, io ho il furgone della Logistica fermo in cortile che aspetta le bolle, lasciami quella macchina!»
Giovanna Anselmi e Sergio Barbuti irruppero nella stanza come due furie, strattonandosi letteralmente per il possesso di una chiavetta USB come due scolaretti isterici. Sergio, nel tentativo di aggirare la Anselmi con un passo laterale, calcolò male le distanze in quell'ambiente così stretto. La sua spalla colpì in pieno Domenico, che si trovava di spalle. Domenico, colto del tutto alla sprovvista, perse l'equilibrio e venne scagliato in avanti. Il suo viso andò a impattare direttamente e senza filtri contro il centro perfetto del mio sedere, rimasto sporgente a mezz'aria.
«Oh cazzo!» esclamò mentre sentivo il suo viso affondare nel tessuto della gonna a tubino, proprio in quel punto esatto che temevo fosse impregnato dei miei umori. Sentii Domenico esalare un gemito sorpreso, mentre respirava a pieni polmoni l'aroma caldo, muschiato e inequivocabilmente intimo che evaporava attraverso la stoffa riscaldata; il suo naso già sfiorava quanto di più intimo avessi da offrire. L’urto discassò completamente la scaletta. Cacciai un urlo, sentendo il vuoto sotto i piedi e mollando il faldone blu, che volò via spargendo fogli ovunque come coriandoli a carnevale. Domenico, dimostrando dei riflessi e una coordinazione degni di un ginnasta olimpico, non si lasciò ipnotizzare dal mio profumo né tramortire dall'impatto. Sentendo il mio corpo cadere, tese le braccia verso l'alto per afferrarmi al volo e ammortizzare l'impatto. Ma la fisica dei corpi in movimento ha le sue leggi spietate e il mio peso, combinato con il suo slancio e lo spazio ridotto, creò un inevitabile effetto carambola. E fu così che finimmo entrambi per terra, in un groviglio disordinato di arti e imprecazioni, in cui era difficilissimo capire dove finisse l'una e dove cominciasse l'altro. Non so come, ma quando la polvere della finta battaglia si diradò, il silenzio piombò nell'archivio, interrotto solo dal nostro respiro affannoso. Giovanna e Sergio erano immobili sopra di noi, a bocca aperta. Domenico si ritrovò sdraiato a terra sulla schiena, con il busto parzialmente sollevato contro la base dello scaffale. Io, a causa dell'effetto carambola, ero atterrata direttamente sopra di lui, a cavalcioni, con le ginocchia piantate sul linoleum ai lati dei suoi fianchi e il mio bacino posizionato esattamente sopra la sua faccia. La gonna a tubino, nell'impatto e nella scivolata, si era inevitabilmente arricciata un po', lasciando libere le mie gambe fino alle ginocchia. Non so se gli occhi di Domenico Casale abbiano visto più del dovuto. Non so se, dal suo punto di vista, l'orizzonte sia stato a dir poco sbalorditivo con la mia gonna alzata al punto da far vedere l'orlo delle mie autoreggenti e, a pochissimi centimetri dal naso, la visuale ravvicinatissima e senza filtri del triangolo d'ombra più segreto e proibito dell'intera azienda, completamente esposto, lucido e privo di qualsiasi barriera di pizzo, seta o cotone. Non feci in tempo a formulare il pensiero, a cercare di decifrare lo sguardo magnetico e confuso di Domenico a cinque centimetri dalla mia intimità, che il corridoio dell'archivio tremò sotto il passo pesante di qualcun altro.
«Ma che succede qui dentro?! Giuditta!»
La voce di Michele squarciò l'aria come una frustata. Mio marito era sulla soglia, gli occhi sgranati e la mascella serrata in un’espressione che oscillava tra il puro terrore e una gelosia primitiva. La scena che gli si parava davanti, del resto, era da codice rosso: sua moglie, con la gonna a tubino arricciata sulle cosce a mostrare l'orlo delle autoreggenti, a cavalcioni sul pavimento sopra Domenico Casale, con la testa di quest'ultimo praticamente sepolta tra le mie gambe nude.
Prima che Giovanna potesse aprire quella sua fogna di bocca o Sergio imbastire un’altra patetica scusa, Michele si avventò su di noi. M’afferrò per le braccia con una tempestività e una forza che non gli conoscevo, sollevandomi di peso dal corpo di Domenico con un unico strattone deciso.
«Amore! Dio mio, ti sei fatta male?» la sua voce era tesa, spezzata dall'adrenalina. Con un gesto rapido e possessivo mi tirò a sé, coprendomi il corpo con la sua giacca e tirando giù l'orlo della mia gonna con una foga protettiva che avrebbe fatto invidia a un bodyguard.
«Io... io sto bene, Mickey, la scala...» farfugliai confusa; la voce ridotta a un soffio asmatico.
«Siamo stati urtati, Bianchi! È stata una fatalità, Sergio e la Anselmi sono entrati come due unni!» si giustificò Domenico, tirandosi su a fatica e massaggiandosi la nuca, anche se il suo sguardo, per un millesimo di secondo, scivolò di nuovo verso le mie gambe con una consapevolezza che mi fece mancare il respiro.
«Voi due dovreste imparare a stare al mondo,» ringhiò Michele voltandosi verso Sergio e Giovanna, che per una volta sembravano due statue di sale colte in fallo. Senza dare loro il tempo di replicare, mi strinse un braccio intorno ai fianchi e mi trascinò fuori da quel loculo asfittico. «Andiamo alla postazione. Vieni.»
Mi lasciò cadere sulla mia sedia ergonomica con una delicatezza quasi commovente. Aveva le mani che tremavano leggermente mentre mi sistemava i capelli dietro le orecchie. «Sei bianca come un lenzuolo, Giuditta. Guardami. Amore, ti fa male qualcosa? La schiena? Le gambe?»
«No, no... solo... solo i nervi scossi,» risposi, e non stavo del tutto mentendo.
Ero scossa, sì. Ma non per la paura. Mentre Michele si inginocchiava davanti a me, prendendomi le mani fredde tra le sue, sentivo il mio basso ventre andare letteralmente a fuoco. Quell'esposizione così brutale, il rischio imminente di essere scoperta nuda da Domenico, da Giovanna, da Sergio... e l'irruzione tempestiva di mio marito avevano creato un cortocircuito erotico devastante. Sotto la gonna, la mia pelle era rovente, imperlata di un’umidità densa e copiosa che minacciava di scivolarmi lungo le cosce, proprio sopra le autoreggenti. Mi sentivo violata, esposta al pubblico ludibrio dell'ufficio, eppure quella sensazione mi dava una vertigine di piacere quasi insopportabile.
«Ascoltami,» mi disse Michele con un tono di voce dolcissimo, stringendomi le dita. «Resta qui. Non muoverti. Ti vado a prendere una camomilla calda alla macchinetta, o un tè. Qualcosa che ti faccia calmare il battito. Va bene? Fai un respiro profondo.»
«Grazie, Mickey... sei... sei un angelo,» sussurrai, costringendomi a un sorriso debole, mentre un brivido del tutto profano mi risaliva la spina dorsale. Lui si alzò, convinto di soccorrere una moglie traumatizzata da un incidente sul lavoro, del tutto ignaro del fatto che sotto quel popeline e quel misto lana non ci fosse traccia di spavento, ma solo la fame atavica di una donna che stava bruciando viva nel suo stesso segreto. Lo guardai allontanarsi verso il corridoio delle macchinette. Rimasi sola nel mio cubicolo, con il respiro corto che appannava la mia lucidità. Appoggiai la testa allo schienale, schiudendo leggermente le gambe per far passare un filo d'aria condizionata tra le cosce. Che cosa avrà visto Domenico Casale? Continuavo a domandarmi. Fin dove si saranno spinti i suoi occhi. L’orlo delle autoreggenti? Il bianco lembo di pelle che separa le calze dal mio frutto proibito. O si saranno avventurati più su? Nel fitto del mio boschetto imperlato d'umori? Fu in quel momento che lo vidi: un quadratino di carta gialla, appiccicato con precisione millimetrica nell'angolo in alto a destra del mio monitor. Il mio cuore, che aveva appena rallentato il suo ritmo forsennato, ricominciò a battere contro le costole. L'aveva lasciato lì di recente. Forse mentre ero nell'archivio a terra con Domenico, o forse un secondo prima che Michele mi trascinasse via. Lo staccai con le dita che ancora mi tremavano, nascondendolo nel palmo della mano come se fosse dinamite. Sopra, scritta con quella calligrafia elegante, sottile, quasi d'altri tempi, c'era una strana poesia. Un indovinello che profumava di zolfo e letteratura:
«V’è un fiore nascosto, non colto da mano,
nato nell'ombra d’un bosco sovrano.
Profuma di mare, di pioggia e d'arcano…»
Mentre sul retro recitava: «P.S. Digita il suo nome sul file cifrato del tuo desktop. Tutto in minuscolo. »
Non potevo crederci. Come era riuscito a raggiungere la mia postazione senza destare sospetti? Quali qualità proteriche si celavano dietro lo sconosciuto a me noto come “Il maestro” da permettergli di passare del tutto inosservato? Che diamine a quest'ora qualcuno in ufficio avrebbe dovuto notare la sua presenza! Perché la cosa sembrava non aver destato la curiosità di nessuno? Era come se avesse il potere di farsi invisibile, muovendosi tra i cubicoli con l'arrogante certezza di un predatore nel suo territorio. O forse… e l'idea mi fece raggelare il sangue, era qualcuno talmente al di sopra di ogni sospetto che la sua presenza vicino alla mia scrivania era considerata del tutto normale…
Mi lambiccai il cervello, fissando quel pezzetto di carta gialla come se potesse parlarmi. «V’è un fiore nascosto, non colto da mano…». Chi diavolo aveva scritto quei versi? Charles Baudelaire? Jacques Prévert? Pablo Neruda? O forse lo stesso García Lorca? Suonavano così intimi, così maledettamente decadenti. Con le dita che ancora mi tremavano, aprii una scheda anonima sul browser del PC e digitai freneticamente le prime parole su Google, sperando in una traccia, un saggio letterario, un forum di poesia.
Niente. La pagina dei risultati rimase desolatamente vuota, o meglio, piena di link confusi che non c'entravano nulla. Non c'era alcuna traccia di quella composizione sul web. Quei versi erano unici. Erano stati scritti per me.
«Ecco la tua camomilla, Amore. L'ho fatta caricare un po' di più.»
La voce di Michele mi fece quasi saltare sulla sedia. Chiusi la scheda del browser con un riflesso fulmineo, mentre lui posava la tazza di plastica fumante accanto alla tastiera. Mi guardò con un cipiglio amorevole ma fermo, incrociando le braccia sul petto.
«Adesso basta, Giuditta. Non voglio vederti toccare un solo tasto per la prossima mezz'ora. Dopo quello spiacevole incidente lì in archivio hai i nervi a pezzi, guarda come tremi. Ti intimo, con tutto l'Amore di questo mondo, di stare ferma e bere. Al resto ci penso io.»
Lo guardai mentre mi accarezzava la spalla con una tenerezza quasi paterna, così attento, così protettivo. Ed è stato in quel preciso istante che, come una scarica elettrica, un pensiero assurdo e vertiginoso ha cominciato a farsi strada nella mia mente.
- E se fosse lui? -
Se dietro lo sconosciuto a me noto come “Il Maestro” si celasse proprio Michele? Se tutto questo delirio non fosse altro che un gioco contorto, teatrale e perverso che la mia dolce metà aveva architettato nei minimi dettagli per riaccendere la fiamma ormai sbiadita del nostro rapporto? Dopotutto, la logica quadrava alla perfezione. Chi meglio di lui poteva muoversi tra i cubicoli della nostra azienda senza destare la minima curiosità? Chi poteva avvicinarsi al mio computer senza che nessuno ci facesse caso? Il biglietto sul parabrezza della nostra auto, la cartella nel desktop suo pc.. Un marito che lascia un biglietto sul monitor della moglie è invisibile per l'ufficio. E quella capsula vibrante? Che l'abbia comprata lui per sperimentare insieme qualcosa di nuovo? Per questo si è goduto lo spettacolo di quel violento orgasmo, che a stento sono riuscita a sopire, davanti a tutti senza battere ciglio? Senza il benché minimo cenno di turbamento? Avevo sposato Niccolò Macchiavelli; questa era la verità! Pure “Il principe” sarebbe impallidito davanti a un piano così sofisticato. Mentre Michele si allontanava di qualche passo per rispondere a una telefonata sul cellulare aziendale, sentii il mio basso ventre contrarsi in una morsa di calore insopportabile. Guardai lo schermo del PC. Sul desktop, l'icona del file cifrato sembrava quasi provocarmi, in attesa della password. Se l'indovinello era farina del sacco di Michele, la risposta doveva essere legata a noi. A qualcosa che solo lui sapeva del mio "fiore nascosto".
Fissai la tazza di camomilla che fumava sul tavolo, poi di nuovo la tastiera. Avevo ancora il post-it nascosto nel palmo. «Digita il suo nome... tutto in minuscolo.» Cosa voleva che scrivessi? Qual era il nome del fiore che profumava di mare, di pioggia e d'arcano secondo mio marito?
Un bosco sovrano… La foresta!
All'improvviso, come un pezzo di un puzzle che si incastra alla perfezione, la mia mente tornò a una sera di tre anni prima. Eravamo sul divano, io e Michele, a guardare un documentario naturalistico sulla foresta pluviale del Madagascar. Ricordai chiaramente la voce di mio marito, affascinata, mentre mi accarezzava distrattamente i capelli e mi raccontava un aneddoto botanico che lo aveva colpito durante i suoi studi universitari. Mi parlo di un fiore leggendario, un'orchidea rara che cresce solo nel fitto della giungla più oscura, dove la luce del sole non arriva mai. Un fiore che non viene mai colto da mano umana, con uno sperone profondo e nascosto che custodisce il suo nettare segreto. Mi disse che emana un profumo d'arcano, irresistibile, ma solo di notte, per attirare l'unico insetto in grado di possederla.
L'Angraecum. L'orchidea della foresta, la stella del Madagascar!
Sentii un brivido liquido colarmi lungo la schiena. Michele si era ricordato di quel dettaglio. Voleva che ci arrivassi. Era una traccia indelebile della nostra intimità, un codice segreto tra me e lui che nessun altro in quell'ufficio avrebbe mai potuto decifrare. Era lui, ne ero sicura: il mio timido, premuroso Michele era il Maestro. Quel gioco perverso era il suo modo bislacco, disperato e geniale di riprendersi il mio corpo; di guardarmi bruciare di desiderio sotto gli sguardi degli altri. Con la coda dell'occhio controllai la sua posizione: era ancora girato di spalle vicino alla finestra, intento a discutere animatamente al telefono per una fattura contestata.
Le mie dita tremanti si posarono sulla tastiera. Il Maestro sul retro del post-it era stato chiaro: Digita il suo nome sul file cifrato. Tutto in minuscolo. In francese.
Digitai la parola.
o-r-c-h-i-d-e-e
Premetti invio.
Il display del computer ebbe un millesimo di secondo di esitazione, poi la finestra della password scomparve con un leggero click sonoro. Il file protetto si aprì, rivelando il suo contenuto sul monitor proprio mentre Michele, dall'altra parte della stanza, esclamava: «Va bene, ci aggiorniamo dopo», e buttava giù la chiamata, preparandosi a voltarsi verso di me. I miei occhi corsero freneticamente sullo schermo per leggere cosa il mio misterioso sposo avesse preparato per la fase successiva del nostro gioco. Il file si aprì all'istante, rivelando un'unica riga di testo nera su sfondo bianco, asciutta e perentoria come un ordine militare:
«Ci vediamo nel bagno del quinto piano. Non tardare.»
Un flash di calore mi divampò sul viso, mentre il cuore perdeva un battito per poi ricominciare a correre all'impazzata. Il quinto piano. Quello semivuoto, dove c'erano solo gli uffici della presidenza e l'archivio storico, quasi sempre deserto a quell'ora.
«Bene, quella seccatura della fattura è sistemata,» la voce di Michele tagliò il silenzio del mio cubicolo. Si voltò, infilandosi il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni. «Senti, Amore, è scoccata l'ora della pausa pranzo. Tu sei ancora troppo scossa per venire giù in mensa a farti squadrare da tutto l'ufficio dopo lo spettacolo di prima. Che ne dici se resti qui tranquilla a riposare? Vado giù io e ti porto qualcosa di leggero da mangiare direttamente qui su. Ti va?»
Fissai mio marito, cercando disperatamente di decifrare ogni singola ruga del suo volto, ogni inflessione della sua voce. Era di una naturalezza disarmante. Se fosse stato lui il Maestro, quella premura era il perfetto gioco di prestigio per lasciarmi sola, dandomi il tempo di leggere il messaggio e sgattaiolare verso l'appuntamento, mentre lui avrebbe usato la scusa della mensa per salire di nascosto al quinto piano a prepararmi la trappola. Tutto quadrava. Doveva essere lui. Non v'era altra spiegazione logica.
«S-sì... mi sembra un'ottima idea, Mickey. Grazie, sei un tesoro» risposi, sperando che il tono della mia voce non tradisse il tremito interiore che mi stava scuotendo.
«Perfetto. Fai la brava, bevi la camomilla. Torno tra venti minuti» mi disse, stampandomi un bacio leggero sulla fronte prima di incamminarsi verso gli ascensori. Lo guardai sparire dietro l'angolo. Rimasi immobile per qualche secondo, ascoltando il silenzio dell'ufficio che cominciava a svuotarsi per la pausa. Poi, mi alzai in piedi. Sotto la gonna a tubino di misto lana, la mia pelle nuda bruciava, ancora imperlata di quel bagnato denso, profumato d'ambra e d'arcano, che l'incidente con Domenico Casale e la vicinanza di mio marito avevano solo contribuito ad amplificare. Chiusi la finestra del file sul PC, presi la borsa con dentro gli slip di cotone che non avrei mai indossato, e mi avviai a passo rapido verso le scale di sicurezza. Stavo andando incontro al Maestro. Stavo andando a scoprire se l'uomo che mi aspettava nell'ombra del quinto piano fosse il compagno della mia vita o il mio più torbido e meraviglioso incubo.
I gradini di cemento delle scale di sicurezza sembravano amplificare il battito del mio cuore, ogni passo un rintocco sordo che mi risuonava fin dentro i timpani. Più salivo, più l'aria si faceva fresca e rarefatta, tipica del quinto piano: la zona della presidenza, dove i corridoi erano coperti da una moquette spessa che inghiottiva i rumori e le pareti erano decorate con sobrie stampe aziendali. A quell'ora della pausa pranzo, il piano era un deserto di uffici chiusi e luci soffuse.
Spinsi la porta tagliafuoco, cercando di non fare rumore. I miei piedi si muovevano quasi da soli verso i servizi in fondo al corridoio di destra. La mia mente continuava a ripetere lo stesso mantra: È Michele. Deve essere Michele. È suo il piano, sua la regia, suo il gioco. Sorrisi nell'oscurità del corridoio, un sorriso nervoso ma carico di una bizzarra forma di orgoglio per quell'audacia che non avevo mai sospettato in mio marito.
Raggiunsi la porta d'ingresso del bagno e la spinsi delicatamente. L'ambiente era ampio, rivestito di marmo grigio venato, illuminato solo dalle spie d'emergenza e da un filo di luce che filtrava dalle finestre alte. L'aria profumava di disinfettante al pino e di quel vuoto tipico dei luoghi solitamente affollati che improvvisamente si svuotano.
«Michele?» sussurrai, ma la mia voce si perse nell'eco delle piastrelle. Nessuna risposta. Feci qualche passo in avanti, superando la fila dei lavandini specchiati. La struttura dei bagni era composta da tre cabine chiuse da porte in legno scuro laminato, divise tra loro da tramezzi spessi. La seconda porta era socchiusa.
Spinta da una curiosità febbrile, la aprii del tutto, convinta di vedere la figura familiare di mio marito voltarsi verso di me con un sorriso complice. Invece, lo spazio era vuoto. O meglio, la tazza del water era intonsa, ma fu la parete divisoria di destra a catturare il mio sguardo, facendomi raggelare il sangue.
Al centro esatto del pannello di laminato, a circa un metro d'altezza, era stato praticato un foro circolare perfetto, dai bordi levigati con cura maniacale. Un foro che non aveva alcuna ragione idraulica o architettonica di esistere in un edificio così rispettabile.
Un glory hole.
Il respiro mi si bloccò in gola. Ma lo shock psicologico divenne una vera e propria vertigine erotica quando vidi cosa spuntava, immobile e perentorio, da quella fessura clandestina. Un fallo eretto, teso, dalle vene leggermente rigonfie e dalla pelle calda, che emergeva dall'oscurità della cabina adiacente come un idolo pagano in attesa del suo sacrificio. Offerto a me, senza un volto, senza una voce, senza un nome. Feci un passo indietro, portandomi una mano alla bocca per soffocare un gemito di puro smarrimento. Le mie certezze crollarono all'istante come un castello di carte. Chi c'era dall'altra parte della parete?
Se fosse stato Michele, mio marito si era spinto oltre ogni immaginabile limite della decenza, arrivando a offrirsi a me come uno sconosciuto qualsiasi in un bagno pubblico per consumare l'apice della sua fantasia macchiavellica. Ma se non fosse stato lui? Se dietro quel divisorio ci fosse stato Domenico Casale, ancora eccitato dall'impatto in archivio? O Sergio? O Franco o addirittura un perfetto estraneo che mi aveva osservata e studiata per giorni?
Non ebbi bisogno di esaminare la parete o di chiedere una conferma a voce. Lo riconobbi all'istante. Ogni millimetro di quella pelle, la sfumatura delicata, la curvatura che conoscevo fin troppo bene per averla accarezzata centinaia di volte nel buio della nostra camera da letto. Era il suo. Era il membro del mio Michele.
Quella consapevolezza mi colpì al petto con la forza di un maglio, togliendomi il respiro. Il mio timido, premuroso, ordinario marito era davvero la mente dietro tutto questo. L'uomo che un attimo prima mi offriva qualcosa di caldo, adesso m'offriva ben più d’una camomilla per calmare i miei nervi, o meglio, le mie voglie. Altro che fare paterno… dall'altra parte del divisorio di laminato, quel gran porco di mio marito pretendeva da me un atto di pura sottomissione in un bagno aziendale. Aveva pianificato ogni cosa, trasformando la sua stessa gelosia nell'energia pura che alimentava quell'erezione perentoria, tesa e lucida attraverso il foro. Il cuore mi rimbalzava contro lo sterno. La mia mente era un campo di battaglia. Avevo due strade davanti a me. Potevo scivolare lentamente in ginocchio sul pavimento di marmo, accogliendo quella testa turgida tra le mie labbra, sentendo il sapore di mio marito confondersi con l'adrenalina dell'ufficio. Oppure potevo sollevare del tutto la gonna, aggrapparmi ai bordi del divisorio d'alluminio e guidare quell'assalto direttamente dentro la mia intimità nuda ed esposta, offrendogli il mio "fiore nascosto" nel modo più torbido e indimenticabile possibile. Oppure avrei potuto girare i tacchi e scappare, tornare alla mia scrivania e fare finta che nulla fosse successo, costringendo Michele a uscire da quella cabina e a ritornare nei ranghi del nostro matrimonio noioso e rassicurante. Michele si era spinto fin lì per me. Aveva squarciato il velo della nostra mediocrità per offrirmi il brivido che desideravo da anni. Feci un passo in avanti, le ginocchia deboli, l'orlo della gonna che frusciava contro le autoreggenti. Mi avvicinai a quel foro che separava la mia vita precedente dalla mia totale resa. Guardai quel palo di carne eretto, così vicino, così sfacciatamente sicuro di sé. Sotto la gonna a tubino, il mio fiore bagnato divenne una morsa liquida e intollerabile. Ero davanti a un bivio atroce e meraviglioso: scappare e salvare la mia dignità di moglie, oppure inginocchiarmi davanti a quell'altare dell'anonimato e accettare le regole del Maestro
Per suggerimenti, osservazioni, critiche o semplicemente per fare quattro chiacchere con me, come sempre: Alexdna88@libero.it
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