In ufficio - capitolo 3 - Il meeting

di
genere
dominazione

Giuditta è ormai preda del suo ricattatore, di cui non ha ancora conosciuto il nome ne il volto, ma le cui azioni hanno ormai messo su una spirale discendente di perversione da cui si farà corrompere sempre più.






Si sa: il mercoledì mattina in ufficio ha sempre lo stesso sapore di sconfitta. Odora di plastica riscaldata, di neon che ronzano a bassa frequenza e di quella maledetta miscela arabica della macchinetta che, se lasciata riposare troppo nel bicchierino, assume la consistenza del catrame. Il problema del Mercoledì che è troppo distante dal week-end per essere preso sul serio. È quel giorno banale di metà settimana in cui ti chiedi se sia il caso di ammazzare il capo dopo che ha sparato l'ennesima pretesa che ti farà solo perdere tempo prezioso. Non è ancora “Sabato del villaggio”, né Lunedì delle bestemmie; Mercoledì è il giorno grigio in cui quei cubicoli di plexiglass e bachelite in cui ti stipano sono ancora più grigi; il giorno del tempo perso, degli sguardi svogliati alle nuvole fuori dalla finestra, un purgatorio burocratico dove le lancette dell'orologio sembrano muoversi al contrario... Il Mercoledì è solo un Venerdì che non ce l'ha fatta. Ma quella mattina, sulla mia scrivania, tra una pila di fatture da registrare e il faldone dei solleciti, c’era qualcosa che spezzava l'asettica simmetria del mio cubicolo. Una scatola di cartone. Dimensioni standard, un classico imballaggio da spedizione rapida, a cui però qualcuno aveva strappato via con brutale precisione l’etichetta del destinatario e il codice a barre. Sul cartone grezzo, un post-it giallo — ormai il colore ufficiale dei miei incubi — recitava un laconico, quasi burocratico:

«X Giuditta».

Il cuore ha fatto un balzo disordinato contro le costole. Mi sono guardata intorno con la rapidità di un ladro di appartamenti: alla mia destra, la postazione del marketing era vuota; a tre scrivanie di distanza, Michele era già curvo sul suo monitor, la fronte aggrottata e le dita che martellavano la tastiera. Sembrava il ritratto dell'efficienza contabile. Troppo perfetto.

Con le mani che cominciavano a inumidirsi, ho tirato la scatola verso di me, nascondendola parzialmente sotto la scarpata di fogli delle pratiche sospese. Ho sollevato i lembi di cartone. Dentro, protetta da una nuvola di pluriball che sembrava messa lì apposta per attutire qualunque rumore, c’era una seconda confezione. Nera, opaca, rigida. Roba d’alta classe, niente a che vedere con il sadismo ingegneristico del completino comprato online per far colpo su mio marito.
Ho sollevato il coperchio. Adagiato su un letto di velluto scuro c’era un paio di mutandine che definire minimaliste sarebbe stato un generoso eufemismo. Un filo di pizzo nero elasticizzato che si incrociava sul retro, unito sul davanti da un minuscolo tassello di seta verde petrolio — una squisita e sfrontata citazione del mio giorno precedente — al cui interno era incastonata una capsula metallica, liscia, ovoidale, dal peso sorprendentemente specifico. Una dildo-capsula vibrante di ultima generazione.

Incollato all'interno del coperchio, spiccava un piccolo cartoncino nero, coi bordi arabescati d'oro e la grafia elegante; sebbene tanta eleganza stridesse non poco col laconico messaggio al suo interno:

II Prova
Voltai l'elegante tassello di carta in cerca di qualcos'altro e non rimasi delusa. O almeno non quanto pensassi:

"Indossale"

"Il Maestro"

Sembravo quasi la Alice di Lewis Carroll, costretta a seguire i dettami di un bigliettino mentre ero in cerca della tana del Bianconiglio. Ho frugato freneticamente nella scatola. Niente. Nessun telecomando. Nessun dispositivo di controllo. Il che significava una sola, agghiacciante cosa: il pulsante di accensione era nelle mani di qualcun altro. E quel qualcuno mi stava guardando in quel preciso istante, godendosi la transizione del mio viso dal rosa pallido al bianco gesso. L'orologio in basso a destra sul monitor segnava le 09:42.
Il meeting strategico con il Direttore Generale sulla pratica Marozzi era fissato per le 10:00 in punto nella sala riunioni del quinto piano. Mancavano diciotto minuti. Diciotto minuti per decidere se mandare all’aria la mia dignità, il mio matrimonio e il mio posto di lavoro, oppure se calare la testa e accettare le regole di quel gioco perverso.

«Giuditta? Tutto bene? Sembri un fantasma.»

La voce di Sergio Barbuti è risuonata sopra il divisorio in plexiglass come una limata sui denti. Si era accostato alla mia scrivania con la sua solita camicia a righe azzurre e le dita perennemente macchiate d'inchiostro da timbro. Ha allungato il collo, gli occhi da lombrico che cercavano di scovare cosa avessi tra le mani.

«Sì, Sergio. Benissimo,» ho tagliato corto, sbattendo il faldone dei solleciti sopra la scatola nera con un colpo secco che lo ha fatto sussultare. «Un leggero calo di pressione. Vado un attimo in bagno a bagnarmi il viso prima del meeting.»

«Ah, certo, fai con calma... anche se Landini è già su che scalpita. E sai come diventa se iniziamo in ritardo per colpa delle quote rosa,» ha commentato con quel suo sorrisetto viscido e passivo-aggressivo da burocrate frustrato. Qua di rosa c'è solo il pallore del tuo sangue da ameba del cazzo, avrei voluto rispondergli, ma non lo feci: ho afferrato la borsa, ci ho infilato dentro il contenuto della scatola con un unico movimento fluido, e mi sono diretta verso i bagni a passo di marcia.

La cabina del bagno delle donne era fredda, satura dell'odore di candeggina e disinfettante al pino silvestre. Ho girato la chiave nella toppa. Il clic della serratura ha sancito l'inizio della mia discesa. Con le dita che tremavano al punto da mancare la cerniera, ho sfilato la gonna a tubino e mi sono liberata della mia normale biancheria di cotone bianco. Ho preso il regalo del Maestro. Il pizzo nero era freddo, quasi metallico al tatto. Quando l’ho infilato, la capsula d’acciaio si è posizionata esattamente lì, contro la mia intimità ancora sensibilizzata dai tormenti del giorno prima. Ho sussultato. Il contrasto tra il gelo dell'acciaio e il calore della mia pelle ha scatenato un brivido immediato che mi è risalito lungo la spina dorsale, facendomi irrigidire i capezzoli sotto la camicetta. Mi sono ricomposta, ho sistemato la gonna e mi sono guardata allo specchio sopra i lavandini. Gli occhi erano enormi, lucidi, le guance accese da un rossore febbrile. Sotto il tessuto scuro della gonna, nessuno avrebbe mai potuto indovinare il genere di ordigno che portavo tra le gambe. Ma io lo sapevo. E lo sapeva anche lui.

Le 09:55. Era ora di conoscere quanto fosse profonda la tana del bianconiglio.

Le scale che portavano al quinto piano mi sembrarono un'ascesa al patibolo. A ogni gradino, il peso specifico di quella capsula d'acciaio contro la mia carne mi ricordava che non ero più la padrona del mio corpo, ma una marionetta legata a un filo invisibile.
La sala riunioni "Presidenziale" era esattamente come te la aspetti: un ovale di trenta metri quadrati dominato da un imponente tavolo in mogano lucido che profumava di cera e decisioni calate dall'alto. La moquette blu notte inghiottiva il rumore dei miei tacchi, quasi a voler censurare la mia avanzata clandestina. L'aria condizionata era impostata a una temperatura da tundra siberiana, creando un contrasto glaciale con il calore febbrile che sentivo pulsarmi nelle tempie.

Erano già tutti schierati.

Al capotavola, come un monarca stanco, sedeva il Direttore Generale, Giuseppe Demichelis, sessantatré anni di severità sabauda, con gli occhiali da presbite che pendevano sul naso legati a una catenella d'oro e la schiena incurvata nel suo completo gessato Ralph Lauren da cinquemila euro. Alla sua destra, Franco Landini sfoggiava la sua solita postura da maschio alfa: maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito e quella barbetta ispida che si accarezzava con studiata distrazione. Quando ho varcato la soglia, i suoi occhi scuri si sono posati su di me per un millesimo di secondo di troppo, scivolando inevitabilmente verso la mia camicetta, forse alla ricerca delle trasparenze proibite del giorno prima. Ma oggi indossavo il reggiseno. Dall'altro lato del tavolo, Sergio Barbuti era già chino sui suoi registri IVA con la penna a sfera pronta a colpire. Lo sguardo di sufficienza che gli rivolse Domenico Casale con la complicità di Giovanna Anselmi, rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra, la diceva lunga su con quanta poca considerazione l'ameba fosse tenuto lì in ufficio. E infine c'era Michele, mio marito, che mi ha subito lanciato un'occhiata complice dietro le spalle di Sergio, accennando un mezzo sorriso che avrebbe dovuto rassicurarmi e che invece mi ha fatto stringere lo stomaco. Chissà se era consapevole del fatto che, proprio in quel preciso momento, sua moglie stesse prendendo posto con tre centimetri di metallo controllati a distanza che continuavano a premere tra le sue grandi labbra.

«Bene, vedo che siamo tutti,» ha esordito il Direttore Generale, la voce resa roca da trent'anni di sigarette e relazioni di bilancio. «Giuditta, si accomodi pure. Visto che il report sulla pratica Marozzi lo ha redatto lei, direi di iniziare subito con le proiezioni di flusso del trimestre. Giovanna, se vuole procedere…»
Ho preso posto sull'unica poltroncina in similpelle rimasta libera, proprio davanti a Mickey. Il contatto con la sedia ha spinto la capsula più a fondo. Ho trattenuto il respiro, stringendo le dita attorno alla cartellina fino a far sbiancare le nocche. La Anselmi, preso il puntatore laser, lo ha subito rivolto sul muro bianco di fronte a noi, dov'è comparsa la prima diapositiva: un grafico a barre colorate sui flussi di cassa della logistica.

«Dunque,» iniziò, cercando di dare alla sua voce un tono piatto e asettico, che rendeva ancor più antipatico quel suo timbro acido e nasale.
«Come potete vedere dal grafico, la stima dei costi di spedizione per il mese di agosto mostra un incremento del 4% dovuto alle tariffe...»

BZZZZ.

Il mondo si è capovolto.

Non è stato un inizio graduale. È stata una scarica improvvisa, sorda, a bassa frequenza, che mi ha colpita dritto al centro del bacino. Un brivido elettrico che ha ridotto il mio cervello a un ammasso di sinapsi bruciate.
Un brivido liquido, denso e violentissimo mi è risalito lungo la spina dorsale, andandosi a schiantare direttamente nella scatola cranica. Ho spalancato gli occhi, le dita inchiodate sul bordo della poltroncina in similpelle che ha emesso un sinistro cigolio. Per un millesimo di secondo ho temuto che quel ronzio sordo, quel bzzzz profondo e profano che mi stava devastando i centri nervosi, fosse udibile all'esterno, amplificato dalla moquette presidenziale come la cassa di risonanza di un violoncello. Ma la voce della Anselmi continuava a grattare l'aria condizionata, imperterrita:

«...tariffe di trasporto che, come sapete, risentono del rincaro carburante del comparto Euro-6».

Nessuno si era accorto di nulla. O meglio, cinque dei presenti non si erano accorti di nulla. Il sesto, invece, stava muovendo i fili.
La capsula ha cambiato ritmo. Da una vibrazione continua è passata a una sequenza di impulsi brevi, sincopati, tre battiti veloci e una pausa di due secondi che mi lasciava sospesa sull'orlo di un precipizio, col fiato mozzo, a implorare mentalmente che ricominciasse solo per porre fine a quell'attesa straziante. Sentivo il pizzo nero inumidirsi, aderendo implacabile alla pelle rovente.
Ho abbassato lo sguardo sul tavolo di mogano, mascherando il respiro corto con la finta concentrazione di chi sta vagliando i dati della logistica. Dovevo capire. Dovevo trovare la mano che stringeva il mio guinzaglio elettrico. Giuseppe Demichelis teneva entrambe le mani nodose intrecciate sopra la sua Montblanc da collezione, gli occhiali fissi sullo schermo della proiezione. Escluso. Un infarto in diretta sarebbe stato l'unico risultato.
Giovanna Anselmi teneva il puntatore laser nella mano destra, mentre la sinistra gesticolava a vuoto nell'aria. Esclusa.
Restavano gli altri quattro. I miei sospettati speciali.

Franco Landini era appoggiato allo schienale, la cravatta leggermente allentata e lo sguardo magnetico piantato su di me. La sua mano destra era infilata nella tasca dei pantaloni sartoriali. Un movimento quasi impercettibile del pollice, ritmico, coincideva in modo agghiacciante con gli impulsi che mi scuotevano il basso ventre. Che fosse lui? Che quel fare da predatore consumato nascondesse l'identità del Maestro?
Subito dopo c'era Sergio Barbuti. L'ameba. Teneva lo smartphone appoggiato sul tavolo, proprio accanto alla tazza del caffè. Ma le sue dita tozze stavano tamburellando sulla scocca di plastica del telefono con una frequenza strana. Ogni volta che il suo indice sfiorava lo schermo oscurato, la capsula rispondeva con una pulsazion più intensa. Poteva un contabile frustrato aver orchestrato un simile capolavoro di ricatto tecnologico per vendicarsi delle umiliazioni subite?
Accanto a lui, Domenico Casale dell'ufficio acquisti sorrideva sguaiato, giocherellando con un accendino Clipper sotto il bordo del tavolo. Le sue dita si muovevano veloci, nascoste alla vista del Direttore Generale.
E infine Michele. Mio marito. Mickey mi fissava dall'altro lato del tavolo. Aveva i gomiti appoggiati sul mogano e le mani giunte davanti alla bocca, quasi stesse pregando. Ma i suoi occhi... i suoi occhi erano lucidi, accesi da una luce febbrile, del tutto identica a quella che gli avevo visto nel bagno del terzo piano. Non stava guardando il grafico della Anselmi. Guardava me. Guardava le mie labbra che si schiudevano a caccia d'aria e le mie nocche bianche. Che quel post-it nel parcheggio, le credenziali memorizzate, i video dell'archivio fossero farina del suo sacco? Un disperato, perverso tentativo di riprendersi la donna che stava perdendo nel grigiore della routine? Quell’ipotesi mi solleticò molto più di quanto non facesse quel vibratore telecomandato.

«Giuditta? Giuditta, mi sente?»

La voce del Direttore Generale ha squarciato la mia nebbia sensoriale come una scure.

«S-sì, Direttore?» ho risposto, e il mio timbro è uscito ridotto a un filo sottile, roco, quasi intimo. Ho dovuto raschiare la gola per non tradire il gemito che mi premeva contro i denti.

«La Dottoressa Anselmi ha terminato la parte sui costi fissi,» ha continuato Demichelis, pulendosi le lenti degli occhiali con la pochette variopinta che fino a poco prima pendeva dal taschino del suo gessato. «Adesso tocca a lei illustrare le proiezioni di flusso del trimestre Marozzi. Prenda pure il telecomando e si alzi, così che tutti possano vedere le tabelle comparative.»
Alzarsi… In quel momento avrei preferito attraversare la palude stigia a piedi piuttosto che affrontare l'inferno di velluto blu davanti ai miei occhi. Ho fatto appello a ogni briciolo di amor proprio rimasto sepolto sotto quel cumulo di eccitazione forzata. Ho puntato i palmi delle mani sul bordo del mogano e, con la grazia instabile di un cerbiatto appena nato, ho spinto sulle ginocchia. Quando il mio bacino si è staccato dalla poltroncina, la forza di gravità ha fatto il resto. La capsula d'acciaio è scivolata di un millimetro, premendo con precisione chirurgica contro il fulcro esatto di tutto quel tormento: la mia clitoride. Un brivido liquido e incandescente mi è schizzato su per la schiena, mozzandomi il respiro in gola. Ho dovuto mordermi l'interno della guancia fino a sentire il sapore ferroso del sangue per non lanciare un gemito che avrebbe fatto saltare i tre bypass di Demichelis.

«D-dunque...» ho esordito, aggrappandomi al telecomando del proiettore come se fosse un salvagente in mezzo a un mare in tempesta.

Ho fatto un passo avanti, posizionandomi di fianco al telo bianco. La gonna a tubino, stretta e implacabile, costringeva le mie cosce a sfregare leggermente a ogni piccolo movimento, amplificando l'azione di quell'ordigno infernale. Sotto la stoffa, sentivo il pizzo nero ormai completamente fradicio.

«Come potete... c-come potete notare dalla slide delle pratiche sospese...» la mia voce ha tremato, una vibrazione speculare a quella che mi stava squassando da dentro. Ho sollevato il braccio per puntare il laser rosso sul grafico. Errore fatale. Il movimento ha teso i muscoli del basso ventre e quel sadico figlio di puttana del Maestro ha scelto esattamente quel secondo per cambiare di nuovo la modulazione: la vibrazione è diventata fissa, intensa. Inesorabile.

Le mie dita hanno iniziato a tremare vistosamente. Il puntino rosso del laser sul muro ha preso a danzare come una lucciola impazzita, saltando dal fatturato Marozzi ai registri IVA di Sergio, fino a colpire in pieno petto Franco Landini. Ho incrociato il suo sguardo. Era una roulette russa psicologica. Landini ha socchiuso gli occhi, lo sguardo fisso sulla mia mano tremante, poi è sceso lentamente lungo la linea dei miei fianchi. La sua mano nella tasca dei pantaloni era immobile ora, ma il suo respiro si era fatto più pesante. Sergio Barbuti era preso a fissare lo schermo, ma teneva l'indice incollato allo smartphone, lo schermo rivolto verso il basso. E Michele... mio marito aveva smesso di fingere di guardare i grafici. Teneva la testa bassa, la mascella serrata, e giocherellava freneticamente con la fede nuziale, sfilandola e reinfilandola dal dito. Un tic nervoso? O il segno di un'adrenalina speculare alla mia?

«Giuditta, cara, tutto bene? Ha la mano un po' incerta, mi pare,» ha commentato Demichelis rimettendosi gli occhiali sul naso con un'espressione vagamente contrariata. «Quel grafico sembra un tracciato elettrocardiografico.»

«Mi scusi, Direttore,» ho espirato, e giuro che quel tono roco è risuonato più adatto a un'alcova che a un briefing aziendale del mercoledì mattina. «L'aria condizionata... fa un po' freddo qui dentro. Dicevo... le proiezioni Marozzi per il prossimo trimestre prevedono un... un picco...»

Un picco sì, ma di puro orgasmo.
La capsula è passata al livello massimo, con intervalli di un millesimo di secondo; un ronzio sordo e violentissimo che mi ha tolto letteralmente la terra da sotto i piedi. La vista mi si è annebbiata per un istante, velandosi di bianco. Ho dovuto puntare l'altra mano contro il tavolo per non crollare, le nocche bianche, il petto che si sollevava ritmicamente sotto la camicetta bianca di popeline. Sentivo le pareti della mia intimità contrarsi disperatamente attorno a quel nucleo di metallo rovente. Ero lì lì per cedere. Ero a un millimetro dal precipizio, davanti a tutti loro. Poi, così com'era iniziato, il baccanale elettrico si è spento. Silenzio assoluto tra le mie gambe. Solo il freddo dell'acciaio e il battito accelerato del mio cuore. Ho sussultato, riprendendo fiato con un sibilo. Il Maestro mi aveva concesso una tregua. O forse, aveva appena finito di godersi lo spettacolo.

«...un picco di vendite stimato intorno al 12%,» ho concluso tutto d'un fiato, la voce che tornava miracolosamente ferma mentre una goccia di sudore mi scivolava lenta tra i seni ansanti.

«Eccellente,» ha chiosato Demichelis, del tutto ignaro del dramma ormonale consumatosi a due metri da lui. «Direi che per oggi può bastare. Landini, mi faccia avere il cartaceo firmato entro le quattordici. Buona giornata a tutti.»

Il tavolo si è mosso. Sedie che strusciavano, faldoni che venivano chiusi. Il purgatorio del mercoledì mattina riprendeva il suo corso ordinario. Mi sono avviata verso il mio posto per raccogliere le mie cose, le gambe ancora molli come budino. La tensione che mi portavo addosso era un filo elettrico teso fino al punto di rottura. Sono tornata alla mia postazione quasi correndo, inciampando sui tacchi, con la sola brama di rifugiarmi in quel cubicolo che, fino a ventiquattr'ore prima, detestavo ma che ora mi sembrava l'unico bunker sicuro. O almeno così credevo. Mi sono lasciata cadere sulla sedia ergonomica. Il monitor era in stand-by, un rettangolo nero che rifletteva la mia immagine: spettinata, le guance ancora accese, lo sguardo di chi ha appena visto l'abisso. Ho mosso il mouse per svegliarlo. Il desktop di Windows è apparso, immobile, ordinato, traditore come sempre. Ma non era come l'avevo lasciato. Proprio al centro dello schermo, lì dove la tour Eiffel svettava in un’affascinante e romantica veduta di Parigi, isolata da tutte le icone di sistema e dai fogli Excel aperti, c’era una cartella. La stessa, implacabile cartella del cazzo: GIUDITTA

ll respiro mi si è gelato nei polmoni. Non ho nemmeno guardato se ci fosse qualcuno a controllare. Ho fatto doppio clic. All'interno, due file. Il primo era un video in formato .mp4; il secondo, il solito, immancabile file di Blocco Note. Ho aperto il video. La qualità era inquietante: zoom digitale, nitidezza da telecamera a circuito chiuso di ultima generazione. L'inquadratura che arrivava dall'alto, dall'angolo della sala riunioni, quella che solitamente serviva per le teleconferenze.

Ero io.

Mi sono vista dal di fuori, proiettata in un piccolo riquadro sul mio stesso schermo. La me stessa che stava facendo la presentazione. Potevo vedermi mentre, con una professionalità impeccabile, indicavo i grafici con il laser, e poi, subito dopo, vedermi cedere. Ho visto il momento esatto in cui il laser ha iniziato a tremare. Ho visto il mio corpo irrigidirsi, la mano cercare appoggio sul tavolo, il volto che assumeva quell'espressione di agonia e piacere che non avrei mai voluto che nessuno vedesse, tantomeno in alta definizione. La telecamera era spietata. Non tralasciava nulla: il modo in cui le mie gambe si incrociavano nervosamente mentre si bagnavano dei miei stessi umori, il battito accelerato del mio petto sotto la camicetta, il momento in cui ho dovuto chiudere gli occhi per non urlare.
Era un documento osceno. Un pezzo di teatro privato messo in scena davanti a un pubblico di colleghi ignari.
Ho chiuso il video. Non ce la facevo a guardarmi ancora. Ho aperto il file di Blocco Note.

«Splendida. Davvero, Giuditta. Non pensavo che la proiezione dei flussi di cassa potesse essere così... stimolante. Ti sei mossa magnificamente sotto pressione, e ho apprezzato molto la tua capacità di mantenere la compostezza verbale mentre il tuo corpo ti tradiva così apertamente. Hai superato la seconda prova con un voto eccellente. Ma ricorda, molto spesso l'essenziale è invisibile agli occhi…»
Il Maestro

Ho fissato lo schermo finché le lettere non sono diventate una macchia sfocata. L'essenziale è invisibile agli occhi... Che cosa intendeva quel pazzo maniaco? Perché usare quella frase da cioccolatini del cazzo, raccattata sicuramente in qualche post melenso da boomer fallito? Che cosa centrava tutto questo con uno degli orgasmi più forti e violenti che avessi mai sperimentato in vita mia? E perché ero irrimediabilmente presa dalla voglia di provarlo ancora?

Volevo solo uscirne. Almeno per il tempo di un pranzo. L’idea che quel maledetto Maestro potesse far ripartire la giostra elettrica proprio mentre addentavo un tramezzino al tonno e maionese nella sala mensa, rischiando di farmi strozzare davanti a metà personale, mi terrorizzava. Dovevo sfilarmela. Subito.

Mi alzai di scatto dalla sedia, ma non feci in tempo a fare due passi che la sagoma informe di Sergio Barbuti mi sbarrò la strada. Teneva in mano una tazza di ceramica scheggiata con il logo dell'azienda e mi fissava con quel suo solito modo di fare mellifluo, da verme solitario della contabilità.

«Giuditta... tutto bene?» mi chiese, abbassando la voce in un tono che avrebbe voluto essere confidenziale e che invece mi fece solo venire la pelle d'oca. «Prima, al quinto piano... eri così pallida. E poi quel tremolio al laser. Sicura che non ti serva niente? Un po' di zucchero? Un caffè?»

«Sto benissimo, Sergio. Un semplice calo di pressione, l’ho già detto,» lo liquidai in quattro e quattr'otto, schivandolo con una mezza finta degna di un'ala destra. «Ho solo bisogno di rinfrescarmi.»

«Se lo dici tu...» sussurrò lui, voltandosi a guardarmi mentre mi allontanavo a passo di marcia verso i bagni. Ameba del cazzo, pensai tra me e me mentre spingevo la porta della toilette delle donne. Mi infilai nella cabina in fondo, girai la chiave e, con un sospiro di sollievo che sembrò un parto, sfilai la gonna a tubino. Presi i laccetti neri degli slip e, con delicatezza, li sfilai controllando i danni sul lucido tassello di seta che custodiva la capsula vibrante. La stoffa era calda, umida, maledettamente calda, e profumava di me.
Fu solo in quel momento, mentre mi ricomponevo, che lo sguardo mi cadde sul gancio dietro la porta. Vuoto.
La borsa. In preda al panico e alla fretta di scappare da quel pusillanime di Barbuti, avevo dimenticato la borsa sul pavimento del mio cubicolo. Il che significava una cosa sola: le mie mutandine di cotone bianco erano là dentro. E io ero di nuovo qui, nel bagno, a sistemarmi ancora una volta la gonna sulla mia figa nuda e imperlata d'umori.

«Maledizione a me, al Bianconiglio e a tutto il Paese delle Meraviglie,» imprecai a mezza voce.

Dovevo rischiare. Meglio attraversare il corridoio senza nulla sotto, con la brezza dell'aria condizionata che mi solleticava le cosce, piuttosto che rimettermi addosso quell'ordigno vibrante programmato da un maniaco. Mi convinsi che sarebbe stato un attimo: sarei uscita, avrei camminato dritta fino alla scrivania, avrei finto di cercare un documento nel cassetto inferiore e mi sarei infilata gli slip puliti. Un piano perfetto.
E infatti, sembrò quasi funzionare. Se non fosse che…
Ah, che diamine, a volte sembra che il destino ci si metta proprio d'impegno a mettermi nei casini.
Uscii dal bagno mantenendo una compostezza millimetrica, trattenendo il respiro a ogni passo per evitare che il tessuto della gonna oscillasse troppo. Arrivai al mio cubicolo. Nessuno mi aveva guardata. Aprii il cassetto inferiore, ci sbattei dentro gli slip vibranti avvolti nella carta igienica e infilai la mano nella borsa, afferrando il cotone rassicurante della mia biancheria di ricambio. Ero lì lì per rimettermi la mia dignità addosso quando una voce stridula mi perforò i timpani.

«Giuditta! Ma allora sei un mito, mi hai ignorata tutto il giorno!»
«G-Giovanna…!» imprecai a denti stretti mentre la Anselmi, sbucata da chissà dove, molto probabilmente da una botola che metteva direttamente in comunicazione l’ufficio della logistica col tartaro, mi guardava con un faldone vuoto sotto il braccio e l’espressione solenne di chi deve riscuotere un credito di guerra.

«Ti prego, sto un attimo impegnata...» cercai di imbastire in mia difesa, ricacciando gli slip bianchi nel profondo della borsa con un movimento fulmineo.

«Sì, come no, siamo tutti impegnati. Senti, mi serve subito il faldone della Logistica Esterna del 2024. Quello blu notte con i lacci rossi. Te l’ho mollato sulla scrivania la settimana scorsa e Landini lo vuole vedere prima di pranzo per via delle tariffe dei trasporti. Muoviti, cercalo.»

«Adesso? Non può aspettare le due?» chiesi, sentendo il sangue defluire di nuovo verso i piedi.

«No, adesso. Forza, Giuditta, non facciamo perdere tempo alla catena di montaggio!» insistette la iena, incrociando le braccia e piazzandosi esattamente all'ingresso del mio cubicolo, bloccandomi ogni via di fuga verso il bagno. Non avevo scelta. E così, nuovamente senza mutandine, mi ritrovai costretta a setacciare in lungo e in largo l'intero ufficio.

«Vediamo... non è sulla scrivania,» mormorai, fingendo di cercare tra le mie carte, mentre ogni piccolo spostamento d'aria sotto la gonna mi ricordava la mia clamorosa, totale nudità.

Il problema delle gonne a tubino aziendali è che non sono progettate per farsi carico di ricerche d'archivio. Per cercare quel maledetto faldone blu, avrei dovuto chinarmi sulle cassettiere basse, allungarmi verso gli scaffali alti, e ogni volta che piegavo le ginocchia sentivo il tessuto tendersi pericolosamente sulle mie natiche nude. Sentivo gli sguardi. O forse era solo la mia paranoia, ma giurerei che Landini, dalla vetrata del suo ufficio in fondo al corridoio, avesse smesso di guardare il computer. E Michele... mio marito era passato due volte nel corridoio centrale con una scusa qualunque, lanciandomi occhiate che erano un misto di sconcerto e qualcos'altro che assomigliava molto alla fame. E mentre ero lì, china in avanti a scorrere i dorsi dei faldoni nell'archivio comune, a pochi centimetri da una Giovanna Anselmi che continuava a picchiettare il tacco sul linoleum, mi tornò in mente l'ultima frase del Blocco Note: «L'essenziale è invisibile agli occhi…»

Presi un brivido. E se quel maledetto non si fosse riferito all’orgasmo che mi aveva appena strappato in sala riunioni? Se tutto questo non avesse minimamente a che fare con la capsula vibrante? L'essenziale era la mia nudità clandestina. Ma lui come avrebbe mai potuto saperlo? Tutto questo adesso non aveva senso, ma di una cosa ero piuttosto certa: Il gioco era appena salito di livello.

Per commenti, critiche o consigli, o semplicemente per fare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattarmi qui: Alexdna88@libero.it
scritto il
2026-07-07
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