In ufficio - capitolo 2 - Ricatti

di
genere
dominazione

Proseguono le avventure di Giuditta nella grigia monotonia aziendale del suo ufficio, ora alle prese con un anonimo ricattatore.




Se dovessi confessare a un perfetto sconosciuto quanto segue, dubito che quest’ultimo crederebbe a una singola parola del mio racconto. Sia ben chiaro: io stessa sarei la prima a dubitare di tutto ciò; in fin dei conti come si fa a credere che una situazione così grottesca, così assurda, sia accaduta davvero? Non ho nulla che provi la mia buona fede se non la verità che sto per confessarvi. E se non avrete cuore di credermi, beh… sappiate che non ve ne farò una colpa.
Mancavano solo pochi minuti alle 14.00. Il parcheggio sotterraneo dell’azienda puzzava di cemento, scarichi di benzina e umidità; e fin qui nulla di strano. La luce dorata del sole al meriggio, filtrando dalle grosse griglie di aerazione, creava strani motivi geometrici sui pesanti muri di cemento armato: sguazzi diafani che tagliavano l'ambiente grigio e polverulento con un ipnotico gioco di ombre. La fredda luce dei neon, accesi nonostante non ve ne fosse un vero bisogno, sfavillava sulle lucide carrozzerie delle auto, allineate come vecchi soldatini di metallo. Procedevo piano, con passo calmo e misurato, stringendo forte la borsa al petto. I miei tacchi echeggiavano sul cemento come colpi di tamburo – o forse era solo il mio cuore, ormai preda di una sincope. Riconobbi il profilo della mia utilitaria. Chiunque m’avesse dato appuntamento lì, ne ero certa, si sarebbe fatto vivo da un momento all'altro, ma io avevo lo spray al peperoncino sempre a portata di mano. Mi guardai intorno. Nessuno. Solo il silenzio pesante e spettrale dei sotterranei. Il tempo passava lento, inesorabile, ma era trascorsa già una buona manciata di minuti e non si era ancora fatto vivo nessuno. Che fosse tutto uno scherzo di pessimo gusto? No, non può essere. Quel post-it era stato così chiaro:
>
Era troppo preciso, troppo dettagliato per non essere vero. O forse no? In fin del conti non v'era nulla sulle mie disavventure di quel giorno… Nulla sulla stampante o sull’incontro clandestino con Michele… Che fosse tutta una burla? Il pensiero mi sfiorò la mente facendomi tirare un mezzo sospiro di sollievo. Ma avevo cantato vittoria troppo presto. Quando lo vidi tutto mi fu più chiaro: un altro quadrato giallo, appiccicato sul parabrezza, proprio sotto il tergicristallo lato guidatore. Lo strappai con le dita che tremavano. La grafia era pulita, anonima, glaciale:
«Postazione 14, terzo piano. Ufficio archiviazione dati. Accendi il PC. User: M.Bianchi - Pass: 02M4R0ZZ1. Hai dieci minuti prima che gli altri tornino dalla pausa caffè».
M. Bianchi. Il profilo di mio marito. Quello stronzo sapeva i suoi orari e persino le sue credenziali.
Salii le scale con il cuore in gola. La postazione 14 era in un angolo cieco, parzialmente nascosta da un divisorio in plexiglass. Mi sedetti sulla sedia ancora calda di Michele, infilai le dita sulla tastiera e digitai la password. Il monitor si accese, illuminando il mio viso nel buio di quell'angolo di corridoio deserto. Sul desktop c'era una nostra foto. L'avevamo scattata sulla spiaggia di Pereybere, alle Mauritius, durante il viaggio di nozze. Una vita fa. Notai una singola cartella, isolata dal resto delle icone dei programmi aziendali. Aveva un nome cortissimo, ma pesante come un macigno: GIUDITTA.
Ci cliccai sopra due volte. All'interno c'erano solo due file: un video in formato .mp4 e un file di Blocco Note. Feci partire il video. L'immagine era divisa in più riquadri, e donava una visione completa e in contemporanea dello stesso soggetto: l'archivio degli uffici del terzo piano. Dall'alto, leggermente sgranata, con colori che viravano sul verde, una veduta sulla fotocopiatrice, mentre l'obiettivo grandangolare della telecamera di sicurezza del corridoio dava una visione completa e precisa della porta socchiusa da cui si accedeva all'archivio. Chiunque si fosse preso la briga di scaricare quei filmati si era anche goduto la visione di una mia versione digitale intenta a fotocopiare quanto di più intimo celasse sotto la gonna, con un sogghigno compiaciuto di cui non avevo alcuna memoria. Aveva visto Sergio avvicinarsi alla porta, bussare, insistere e alla fine spingere per entrare, la torre di risme di carta che crolla davanti all'uscio… ed io, o meglio una copia di quattro centimetri di me stessa, intenta a sistemarmi freneticamente la gonna a tubino, con le gambe nude e la consapevolezza stampata in faccia di aver appena impresso la propria intimità su un foglio A4.
Chiusi il video con un sussulto, sentendo una vampata di calore salirmi dalle caviglie fino alle guance. Aprii il secondo file, quello di Blocco Note:

«Un bel filmetto, vero Giuditta? Lo so, non ha un'ottima risoluzione, ma credo dipenda anche dalla posizione della telecamera. Personalmente, visto l'uso quantomeno “promiscuo” che ne facevi, sarei più che favorevole all'installazione di un punto ottico persino sotto il vetro dello scanner. Chissà che spettacolo ci siamo persi… Pensa a come si vedrebbe bene quel tuo bel culetto sui monitor della sala riunioni durante il briefing di domani. O nella chat di gruppo del reparto di logistica… Che ne dici? Ti piacerebbe essere di nuovo l'attrazione di quel branco di porci allupati? Ammettilo: la cosa ti garberebbe parecchio. O forse no? Poco importa, a dire il vero; d'ora in poi si gioca secondo le mie regole: se collabori, questo video resta qui. Se sbagli una sola mossa, diventerai l'attrazione principale dell'intera azienda. Prova numero uno: ti sfilerai il reggiseno che indossi in questo momento e lo riporrai nel cassetto della tua scrivania. Ti ricontatterò a breve. Buona giornata di lavoro.»

Richiusi il tutto con le mani che mi tremavano al punto che la freccia del mouse manco l'icona al primo tentativo. Selezionai la cartella con il mio nome e premetti i tasti per eliminarla definitivamente. Sparita. Il cestino di Windows svuotato. Un secondo dopo, il rumore di passi familiari ruppe il silenzio del corridoio.

«Ehi Amore, che ci fai qui?» - La voce di Michele mi fece quasi sobbalzare sulla sedia. - «Ti stavo portando il caffè. Immaginavo che dopo... beh, dopo il terzo piano, ne avessi bisogno» - sussurrò chinandosi leggermente, convinto che il mio colorito paonazzo e il respiro corto fossero ancora l'effetto collaterale di quel bacio rubato e di quella mano infilata sotto la gonna. «Non hai resistito al richiamo del caffè, vero? Eppure lo sai che mi piace portartelo direttamente alla scrivania, mi fa sentire come un cavalier servente con la sua dama!»
Si avvicinò con due bicchierini di plastica bianca tra le mani, dai quali esalava l'odore dolciastro e bruciato della solita miscela della macchinetta. Me ne porse uno, sfoderando un sorriso complice, uno di quei rari sorrisi che un tempo mi facevano battere il cuore e che oggi sembrava quasi fuori posto, alieno.
«G- grazie», balbettai, e la mia voce suonò così finta, così metallica, che mi stupii del fatto che non se ne accorgesse. Afferrai la plastica calda del bicchiere e lo portai alle labbra. Non avevo bisogno di caffè, al massimo una bella camomilla, ma trangugiare quella brodaglia calda e nerastra riuscì comunque a calmare i miei nervi. O forse era solo l'effetto della presenza di Michele. Con lui tutto mi era sempre sembrato più facile, più semplice. E non potrei negare quanto tutto questo mi facesse bene al cuore. Michele si appoggiò al bordo della scrivania, intenzionato a scambiare, come al solito, quattro chiacchiere prima di farsi inghiottire di nuovo dai grafici a barre del trimestre. Mi guardava con una tenerezza che mi fece male al petto. Credeva di avermi "ritrovata". Credeva che fossimo noi due contro il grigiore dell'ufficio, ma si sbagliava. Si sbagliava di grosso.
Io non ero lì con lui. La mia mente era rimasta inchiodata a quelle righe nere su sfondo bianco. Prova numero uno: ti sfilerai il reggiseno...

Sentivo lo sguardo onnipresente di quell'ombra mefistofelica allungarsi su di me, i suoi artigli acuminati farsi avanti sulle mie carni con il chiaro obiettivo di straziarle. Neppure Orwell avrebbe potuto intuire un “Grande Fratello” più beffardo di questo: un occhio invisibile che zoomava con acrimonia sul mio viso per godersi lo spettacolo della mia lenta e inesorabile sottomissione. Guardai Michele, poi guardai lo schermo del PC dove fino a un attimo prima c'era il video della mia bravata, la prova visiva e lampante della mia stoica ed erotica follia. Avvertii un brivido freddo, lucido e viscido attraversarmi la schiena. Sapevo, con una certezza a dir poco matematica e agghiacciante, che quello non era che il ciglio di un baratro. Un abisso buio e perverso dal quale non sarei mai più stata capace di risalire. Mi congedai da Michele con un cenno distratto, mormorando qualcosa sul lavoro arretrato, e percorsi a ritroso i pochi metri che mi separavano dalla porta del bagno. Mi infilai in un cubicolo che emanava un forte tanfo di candeggina. La direzione ci teneva molto che i bagni fossero sempre puliti. Non avevo molto tempo. Temevo che quell'infame che mi ricattava decidesse di condividere il video della mia perversione da un momento all'altro. Dovevo assecondarlo. Almeno per il momento. Sfilai giacca e camicetta. Il tessuto bianco e inamidato di quest'ultima era abbastanza spesso da non dover temere trasparenze sospette. O almeno così speravo. Portai la mano alla clip e slacciai il reggiseno. La sensazione dell'aria condizionata sul mio seno nudo mi diede una leggera scossa elettrica. Mi ricomposi in fretta. Il reggiseno finì appallottolato nella borsa, una massa clandestina di pizzo nero e seta verde petrolio che sembrava pesare una tonnellata. Rimisi la camicetta, infilando i bottoni con le dita ancora scosse da quel brivido elettrico, e vi indossai sopra la giacca, sperando che la struttura della stoffa inamidata e il taglio aziendale bastassero a mascherare la mia totale nudità là sotto. Uscii dal bagno cercando di darmi un contegno, attraversai il corridoio e, tornata al mio cubicolo, con un movimento rapido e furtivo, aprii il cassetto inferiore della scrivania. Sfilai il reggiseno dalla borsa e lo spinsi sotto una pila di vecchi cataloghi commerciali, richiudendo il cassettino metallico con un colpo secco.
Prova numero uno: completata.
Non feci in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la voce squillante di Melania, la segretaria di Landini mi ridestò: «Giuditta? Ti cercavo. Franco ti vuole subito nel suo ufficio».

Il cuore mi saltò di nuovo in gola. Franco Landini. Il capoarea. Quello che meno di venti minuti prima sghignazzava stringendo tra le mani la fotocopia del mio fondoschiena, apostrofando Sergio con quel suo fare da maschio alfa. Il panico, un'onda gelida e asfissiante, mi bloccò le gambe. Ci siamo, pensai, Sergio ha parlato. O forse il bell'adone palestrato che per hobby colleziona scalate quasi fossero francobolli ha capito tutto… Sono spacciata. Mi avviai verso il suo ufficio come una condannata al patibolo. Bussai alla porta di vetro opaco e, al suo «Avanti», spinsi la maniglia. Franco Landini era seduto dietro la sua imponente scrivania ad angolo. Bisogna ammetterlo, era un bell’uomo sulla quarantina: i capelli ricci, neri e folti, lasciati corti sui lati, e quella sua barbetta ispida e curata che gli incorniciava un volto dai tratti squisitamente mediterranei, dominato da un naso greco, gli davano l'aria fiera e distaccata di una specie di Ulisse assiso al suo scranno ad Itaca. Peccato, però, che il nostro eroe omerico avesse una fissa maniacale per l'ecologia aziendale e il risparmio energetico. La prima cosa che mi investì, infatti, fu un muro di calore soffocante. Franco teneva il condizionatore d'aria rigorosamente spento, preferendo la "brezza naturale" che entrava dalla finestra socchiusa, la quale, in quel primo pomeriggio di luglio, somigliava più al caldo tormento d'un Phon acceso.
«Siediti pure, Giuditta», disse, indicando la poltroncina in similpelle davanti a lui, mentre armeggiava con una penna stilografica. Mi sedetti, stringendo le ginocchia. Vuoi per il terrore viscerale che lui avesse scoperto la mia bravata con la stampante dell'archivio, vuoi perché in quella stanza si respirava l'aria di una serra tropicale, avvertii subito le prime gocce di sudore imperlarmi la fronte e scivolarmi lungo la schiena. E la cosa peggiore era là davanti. Senza la protezione del reggiseno, il tessuto della camicetta bianca cominciò ad aderire subdolamente alla mia pelle umida. Pregai dunque qualunque divinità si occupasse della cosa che la giacca rimanesse abbastanza accostata da coprire l'indecenza del tessuto bianco di cotone che diventava via via sempre più trasparente. Alla faccia del sea island popeline. Quella camicetta m'era costata un occhio della testa e stava facendo la stessa fine di uno straccetto preso alla bancarella.

Franco sollevò lo sguardo dai fogli, appoggiando i gomiti sul mogano lucido. I suoi occhi scuri, intensi e impenetrabili, mi fissarono per quelli che mi parvero millenni. In quella stanza l’aria era così densa che avrei potuto tagliarla con il tagliacarte d'acciaio poggiato accanto al suo sottomano. Sentivo il cotone della camicetta farsi sempre più pesante contro i capezzoli, resi turgidi dall’adrenalina e dal calore asfissiante. Bastava un movimento sbagliato della giacca per rivelare il mio segreto.

«Giuditta,» esordì, e la sua voce profonda vibrò fin dentro la mia cassa toracica. «Immagino tu sappia perché sei qui.»

È finita, pensai. Adesso tira fuori la fotocopia, mi chiederà quanto voglio per dare le dimissioni senza fare storie e chi si è visto, si è visto. Istintivamente, portai una mano al colletto della giacca, cercando di stringerla per fare scudo.

«La pratica Marozzi,» continuò lui con tono asciutto, inclinando leggermente la testa. «Il Direttore Generale vuole un resoconto completo per domani mattina. Barbuti mi ha detto che stamattina hai notato delle firme mancanti nel modulo M-15 e che sei andata a riprenderla. Molto bene. Sarebbe stato un bel guaio presentarla al cliente con una svista del genere »Franco si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. Il suo sguardo, profondo e severo, si posò sul mio viso paonazzo. Io continuavo a sudare, convinta che da un momento all'altro avrebbe tirato fuori quel maledetto foglio A4 dal cassetto per chiedermi conto delle mie “inclinazioni aziendali”.

«Io... sì, volevo solo assicurarmi che tutto fosse in ordine, Capoarea,» risposi, e la mia voce, benché un po' tremula, mantenne un tono dignitoso.

«Beh, l'ordine è l'ultima cosa che regna in quel fascicolo,» sentenziò Landini, allungando un braccio per spingere verso di me la famigerata cartellina. «Il Direttore vuole una relazione dettagliata, chiara e soprattutto inattaccabile da presentare al meeting dei domani mattina alle dieci. E indovina a chi ho deciso di affidare questo compito così delicato?» - Un sorriso sottile, quasi impercettibile, gli increspò le labbra sotto la barba curata.

«A me?»

«A te, Giuditta. Sei l'unica che ha visionato i documenti prima che Sergio li blindasse. Voglio un report completo sul mio tavolo entro stasera alle 18:00. Grafici di flusso, distinte e proiezioni per il prossimo trimestre. Sarà un pomeriggio lungo per te. Ma so che non mi deluderai»

«Certamente, me ne occupo subito,» dissi, quasi sollevata, allungando le mani per afferrare la cartellina. Nel farlo, però, commisi l'errore di sporgermi troppo in avanti. La giacca si aprì di pochi centimetri. Il tessuto inumidito della camicetta, ormai quasi trasparente a causa del sudore, si tese sul mio seno nudo. Lo sguardo di Landini scivolò verso il basso. Non fu un'occhiata distratta. I suoi occhi si posero esattamente lì dove la stoffa rivelava l'assenza totale del reggiseno e il contorno scuro delle mie aureole. Le sue sopracciglia si contrassero per un millesimo di secondo. Il silenzio che seguì fu così denso che potei sentire il ronzio del computer in stand-by dall'altra parte della stanza.
«M-Molto bene Giuditta» - riprese Landini paventando una finta stoicità che sia io che lui sapevamo benissimo fosse andata a farsi benedire nel preciso momento in cui aveva deciso di guardarmi le tette. - «P-Puoi…» - tossì - «Puoi andare…» aggiunse prima di congedarmi con un plateale gesto della mano destra, mentre con l'altra aveva inspiegabilmente deciso di allentare la morsa della cravatta. Andai via non riuscendo a trattenere un sogghigno di trionfo. Per lo meno adesso non sarei stata l'unica dei due a soffrire di caldo in quella stanza…
Tornata alla mia postazione, mi lanciai sulla pratica Marozzi con la disperazione di chi ha una bomba a orologeria piazzata sulla scrivania. Per quasi due ore i grafici a barre, le bolle di accompagnamento e i flussi di cassa diventarono il mio intero universo. I numeri ballavano sullo schermo e le mie dita volavano sulla tastiera. In quel delirio di tabelle Pivot e scadenze fiscali, riuscii persino a dimenticarmi della mia clamorosa e freschissima nudità. La giacca inamidata, per fortuna, reggeva l'impalcatura, e l'aria condizionata del corridoio aveva parzialmente asciugato il popeline della camicetta, restituendomi una parvenza di rispettabilità burocratica. Ma la quiete, in quel perenne acquario di squali in miniatura, è solo un'illusione ottica.

«Allora, Giuditta? Tu hai novità sul Glute-Gate?»

La voce di Giovanna Anselmi mi piombò alle spalle con la grazia di un F-35 in fase di atterraggio. Mi voltai di scatto, stringendo d’istinto le braccia al petto per puro spirito di autoconservazione. Giovanna si era appoggiata al bordo del mio divisorio in plexiglass, giocherellando con un cordino porta-badge e sfoggiando quella faccia da cospiratrice che assumeva solo quando c'era da fare a pezzi la reputazione di qualcuno.
«Il cosa?» chiesi, fingendo di cadere dalle nuvole mentre cercavo di nascondere con la caviglia il cassetto dove riposava il mio reggiseno clandestino.

«Il Glute-Gate, dai! La storia della fotocopia erotica!» sussurrò, sporgendosi in avanti. «Sto facendo un'indagine interna. Dobbiamo capire chi è la porcona del terzo piano.» - continuò con aria fintamente complice e lo sguardo letale di una iena ridens.

«Ah. Ancora dietro quella storia?» commentai secca, costringendomi a una stabilità emotiva degna di un monaco buddista.

«Ma certo! È una questione di principio,» rincarò la Anselmi, incrociando le braccia. «Allora, io ho fatto due più due. Escludo a priori me e te, ovviamente. Noi siamo donne serie, abbiamo una dignità, mica ci mettiamo a spalmare le nostre grazie sul vetro di una Sharp multifunzione… Io ho il forte sospetto che sia stata la Melania, la nuova segretaria di Landini. Quella ventitreenne calabrese tutta moine.»
«La Melania?» dissi, inarcando un sopracciglio. «Ma se è felicemente fidanzata da due anni con un geometra, e poi mi è sempre sembrata un tipo così schivo…»

«Appunto! Acqua cheta rompe i ponti, Giuditta mia! Quelle del sud sono tutte così, tutte casa e chiesa, ma appena vedono un ufficio di presidenza si trasformano. Hanno il fuoco in mezzo alle gambe, altroché! Secondo me l'ha fatto apposta per mandarla al fidanzatino, o magari per far colpo su Landini, vai a sapere... Anche se, a dire il vero, tra i miei sospettati c'era pure la vecchia Bice, quella dell'impresa di pulizie. Quella donna ha sempre avuto un'aria torbida, secondo me sotto il grembiule nascondeva delle perversioni indicibili. Una vera troia, senti a me!»
Dovetti fare appello a tutta la mia forza di volontà per non scoppiare a ridere in faccia alla iena della logistica.
«Giovanna, la signora Bice è andata in pensione due mesi fa. Al suo posto l'azienda credo abbia preso un nuovo inserviente, un ragazzo di venticinque anni di cui mi sfugge il nome.»
«Ah, già, è vero,» tagliò corto la Anselmi, visibilmente contrariata dal fatto che la sua linea investigativa avesse perso un pezzo da novanta. «Però sulla Melania non mi sbaglio. Ha proprio lo sguardo di una che si fotocopierebbe le chiappe il martedì mattina e il giovedì è già sotto la scrivania del capo a lucidargli il pendaglio» - sogghignò malevola - « Che cosa non fanno certe meridionali pur di far carriera! Scommetto che se le perquisisco il cassetto ci trovo un sacco di foto zozze!»
Se perquisisci il mio, ci trovi un reggiseno da cento euro, pensai, sentendo una goccia di sudore freddo riprendere la via della spina dorsale.

«Senti, Giovanna,» dissi, troncando la conversazione e picchiettando con enfasi sul tasto Invio della tastiera, «sarà sicuramente come dici tu, ma Landini mi ha letteralmente blindata su questa relazione per la pratica Marozzi. Se non gliela consegno entro le sei, il prossimo report aziendale lo firmo dall'ufficio di collocamento. Devo assolutamente correre.»

«Sì, sì, ti lascio al tuo grigiore contabile,» rispose la Anselmi, sollevando le mani in segno di resa e allontanandosi con il suo passo da passerella fallita. «Ma io indago. Prima o poi la verità viene a galla!»

«Non ne dubito,» mormorai tra i denti.

Rimasta sola, lanciai un'occhiata all'orologio in basso a destra sul monitor. Le 17:45. La Anselmi si era allontanata, Landini era probabilmente ancora nel suo ufficio a smaltire l'effetto della mia scollatura, mentre la relazione era praticamente finita. Salvai il file sul server aziendale e lanciai la stampa alle 17:50. Mentre il macchinario in fondo al corridoio cominciava il suo sommesso lamento termico sfornando le pagine del report Marozzi, un'ombra si allungò sulla mia scrivania.

«Giuditta, io stacco», disse Michele, sistemandosi il colletto della camicia. Aveva di nuovo addosso quella faccia stanca da fine turno, ma gli occhi, quando incrociarono i miei, conservavano una scintilla di quella promessa fatta nel bagno. «Andiamo? Ti aspetto fuori o scendiamo insieme?»

«No, Mickey, vai pure», risposi senza sollevare gli occhi dallo schermo, le dita che già sistemavano i fogli caldi appena recuperati dalla stampante. Era una bugia, avrei voluto scappare con lui, ma la fretta e l'adrenalina mi avevano completamente fagocitata. «Landini vuole la relazione entro le sei e devo rileggerla un'ultima volta. Faccio tardi. Tu vai, io torno con la metropolitana.»

«Sicura?» chiese, esitando.

«Sicurissima. A dopo.» Gli diedi un bacio sbrigativo sulla guancia, un gesto distratto di cui mi pentii un millesimo di secondo dopo aver sentito il rumore dei suoi passi allontanarsi verso gli ascensori.

Solo quando l'eco dei suoi passi svanì del tutto, la realtà mi colpì con la forza di uno schiaffo. La metropolitana. A luglio. Alle sei del pomeriggio, nell'ora di punta dei pendolari. E io ero lì, senza reggiseno, sotto una camicetta di popeline che era stata letteralmente liquefatta dal sudore nell'ufficio di Landini. Muoversi tra la folla della banchina in quelle condizioni non era una scelta saggia, era un invito a nozze per ogni maniaco della linea verde. Ma ormai il danno era fatto. Non avevo tempo per recriminare.

Afferrai la pesante cartellina della pratica Marozzi e mi diressi a passo di marcia verso l'ufficio del Capoarea. Bussai, ma non ottenni risposta. Spinsi la porta di vetro opaco: la stanza era deserta, immersa in quella penombra dorata che precede il tramonto. Il condizionatore era ancora spento e l'aria era pesante, satura dell'odore del legno del mobilio e del profumo intenso di Landini. Avanzai fino alla monumentale scrivania ad angolo e posai l'incarto esattamente al centro del sottomano in pelle. Compito eseguito. Alle 17:58.
Girai i tacchi e tornai alla mia postazione, ansiosa solo di recuperare la mia borsa, rimettermi quel benedetto reggiseno nel segreto del bagno e fuggire da quell'inferno di plastica e plexiglass. Sarò mancata in tutto tre minuti. Forse quattro. Ma tanto era bastato. Mi bloccai a un metro dal mio cubicolo, la borsa che mi scivolò dalle dita andando a impattare contro il linoleum con un tonfo sordo. Qualcuno era stato lì. Il cassetto inferiore della mia scrivania, quello dei cataloghi commerciali, era spalancato. E sulla seduta della mia sedia ergonomica, posizionato con una precisione geometrica e quasi rituale, c'era il mio reggiseno di pizzo nero e seta verde petrolio. Era disposto con l'esterno delle coppe rivolto verso l'alto, come un macabro trofeo esposto al pubblico. Il cuore ricominciò a galoppare, un tamburo impazzito che mi toglieva il respiro. Mi guardai intorno freneticamente: il corridoio era semideserto, si sentiva solo il vocio lontano delle ultime persone che timbravano il cartellino all'ingresso. Nessuno mi guardava. O forse tutti mi stavano guardando da dietro quegli schermi spenti. Feci un passo avanti, con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Allungai un braccio e afferrai l'indumento. Fu allora che lo vidi. Incastrato nella coppa sinistra, c'era un altro piccolo post-it giallo, spiegazzato, scritto con la stessa grafia glaciale e anonima:

«Brava. Prima prova superata – ecco la tua ricompensa. So che l'apprezzerai. A domani».

Cosa? Quale ricompensa?
Abbassai lo sguardo sulla coppa destra, quella rimasta vuota. La luce del neon sopra la mia testa si rifletté su qualcosa di estraneo. La seta verde petrolio era macchiata. Al centro della coppa si era concentrata una sostanza viscosa, densa, un liquido biancastro e opalescente che emanava un odore dolciastro, acre e inconfondibile.

Sperma

Questo era davvero il punto di non ritorno.

- Continua –

Per commenti, critiche o semplicemente per fare quattro chiacchiere con me, come sempre, potete contattarmi su Alexdna88@libero.it
scritto il
2026-07-05
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