In ufficio

di
genere
etero

Una timida impiegata tenta di ravvivare il rapporto col marito con esiti esilaranti e dall'alto tasso erotico.







Che con mio marito Michele era da tempo che le cose non andassero granché bene non era una novità, né un segreto. La routine grigia e soffocante dell’ufficio aveva ormai spento ogni impeto di passione tra noi due. E la cosa mi faceva impazzire. Sì, lo so, ho letto pile e pile di libri sull’argomento ma mi sono stati utili quanto una forchetta nel brodo. Dopotutto sì possono leggere trattati su trattati d’anatomia umana, ma di lì a operare a cuore aperto ce ne vuole…E io, a cuore aperto, ho rischiato di metterci un bypass di ridicolo. Come quella sera in cui, decisa a “riaccendere la scintilla” (citazione testuale da pagina 47 di Salva il tuo matrimonio in 10 mosse), ho comprato un completino intimo che sembrava progettato da un ingegnere sadico. Michele è tornato a casa, mi ha guardata distesa sul divano in una posa che speravo fosse erotica e mi ha chiesto se avessi il colpo della strega. Un disastro insomma. Ma non mi ero ancora data per vinta. Il fatto che entrambi lavorassimo in quell’ufficio sovraffollato in centro, poi, non aiutava di certo. Prima o poi si finisce a parlare sempre e solo di lavoro, come se il resto della vita sia diventato solo un orpello lasciato lì, a prender polvere, mentre la vita scivola via come granelli di sabbia in una clessidra. Michele è a tre scrivanie di distanza dalla mia. Schiena curva, occhi fissi sul monitor, il bicchiere di caffè nero, una brodaglia melensa rigurgitata dalla macchinetta in fondo, che si fredda accanto alla tazza con le penne… Sono sicura che, se fossi svenuta lì, sul pavimento di linoleum beige dell’ufficio, probabilmente si sarebbe avvicinato solo per chiedermi dove avessi salvato il file Excel del trimestre precedente. Sinceramente non ce la facevo più. Sentivo di star lì lì per impazzire. Come potevano anche solo immaginare che avrei passato il resto dei miei giorni in quei freddi cubicoli di plastica senza un TSO, e col marito ormai ridotto a far da mobilia come la stampante nella camera accanto ai bagni. Fu allora che mi venne l’illuminazione. Non so: un impeto, un’epifania, chiamatela come vi pare, ma la decisione che presi in quel momento ha cambiato per sempre l’esito della mia vita, delle nostre vite, un’esistenza fin troppo grigia a dirla tutta e che vide in quel gesto così audace, così folle, il vero punto di svolta. Mi alzai e con una calma che non mi apparteneva camminai verso i bagni. I tacchi che scandivano un controverso conto alla rovescia sul linoleum, accompagnarono la mia discesa verso il ridicolo. Chiusi la cabina; il fruscio della cerniera della gonna a tubino fu l’unico rumore. Non c’era tempo per avere delle remore al riguardo. Un secondo dopo quel minuscolo pezzetto di seta verde petrolio era stretto nel mio pugno. Mi ricomposi e tornai indietro. Michele era lì, la cornetta pressata sull’orecchio, la voce impostata su quel tono da “risolvo problemi io” che un tempo mi faceva sangue e che ora mi dava solo il voltastomaco. Parlava con il capo area, ne sono più che sicura. Mi avvicinai da dietro, di soppiatto. Non guardai lo schermo, non guardai il suo sguardo che si sollevava, stupito e ammonitore. Mi chinai quel tanto che bastava per fargli sentire il mio profumo, infilai le dita nel taschino della sua giacca d’ordinanza e ci sistemai le mie mutandine, lasciando spuntare i bordi di seta con la precisione di una pochette d’alta sartoria. Poi, senza dire una parola, tornai alla mia scrivania. Avevo il cuore che galoppava come non mai, gli orecchi che fischiavano e le mani sudate. Mi sentivo viva, mi sentivo donna, mi sentivo finalmente me stessa.
Michele, però, stentava a partire. Nonostante la bomba al plastico verde petrolio che gli avevo infilato nel taschino, la sua “modalità ufficio” sembrava dotata di un sistema di auto-protezione impenetrabile. Lo guardai di sbieco: la cornetta ancora incollata all’orecchio, gli occhi fissi sui numeri, mentre le sue dita tamburellavano sulla scrivania. Niente. Nessun cedimento. Lo ammetto: lo odiai in quel momento. Come poteva restare impassibile mentre io, invece, smaniavo dalla voglia di riaccendere la fiamma della nostra relazione. Sentivo l’adrenalina pulsarmi nelle tempie e quella reazione che tardava ad arrivare mi stava facendo perdere il senno. Volevo un segno, un lampo nei suoi occhi, qualunque cosa che non fosse quel maledetto grafico a barre su quel cazzo di schermo.
Fu allora che decisi di tentare il tutto per tutto. Se la seta non era bastata, avrei usato l’artiglieria pesante. E per artiglieria pesante intendevo un uso quantomeno “arbitrario” della tecnologia aziendale.
Mi alzai di nuovo, in mano la cartellina della pratica Marozzi per non destar sospetti, diretta alla stanza della fotocopiatrice, un loculo cieco che fungeva anche da archivio e che puzzava di ozono e toner bruciato. Controllai il corridoio: deserto. Tutt’intorno era un ticchettio di tastiere da martedì mattina. Mi infilai nella camera e chiusi la porta; la macchina era sempre al solito posto, accanto alla porta e a una pila monumentale di risme di carta che avrebbe fatto impallidire il più tenace degli amanuensi. Sollevai la gonna e il coperchio pesante del macchinario; il contrasto tra il vetro freddo e asettico con la mia pelle nuda, rovente, ebbe in me un effetto dirompente. Mi misi in posizione e trattenendo il respiro premetti il tasto verde. La luce verde al neon passò sotto di me, un brivido elettrico che mi scannerizzò l’anima, mentre la macchina emetteva il suo rassicurante clic-clac ritmico.
Proprio mentre il foglio caldo cominciava a scivolare nel vassoio di uscita, la maniglia della porta scattò.
Il panico fu istantaneo, gelido. Qualcuno stava spingendo per entrare. Con un riflesso felino che neppure sapevo d’avere lanciai un calcio alla pila di carta, che crollo imponente proprio davanti allo stipite, bloccandolo.
“ Giuditta, Giuditta, tutto a posto?” - la voce di Sergio, il responsabile della contabilità, mi raggiunse con l’eco smorzata della mia intimità che andava schiantandosi contro il grigio muro asettico della mia esistenza.
“ Sì, sì, Sergio” - mentii - “ la torre di Pisa qui accanto è crollata, e sono rimasta bloccata qui dentro. Aspetta un attimo che cerco di liberare il passaggio”
“ Ah, d’accordo. Ma fa presto, devo stampare i registri IVA per il controllo bimestrale di domani mattina”
La voce di bachelite di Sergio, il re della contabilità, ritornò al suo solito tono piatto e cantilenante. Avevo esattamente dodici secondi prima che quell’essere antropomorfo a metà tra un’ameba e un segugio da ufficio abbattesse la porta. Con le mani che tremavano, misi a posto la gonna, agguantai il foglio sfornato dalla macchina, e lo nascosi nell’unico posto in cui non sarebbe stato in vista: la pratica Marozzi. Lì, tra le noiose distinte di spedizione del mese precedente, ero più che certa che nessuno sarebbe andato a scovare quello scatto così intimo e personale che mi vedeva offrire quanto di più sacro celassi tra le gambe. Respirai a fondo prima di liberare la porta, fingendo un colpo di tosse da inalazione di polveri sottili.
Sergio entrò, con la sua solita aria da lombrico e una cartellina sottobraccio. «Tutto bene? Sembri… accaldata», disse guardandomi sospettoso.
” Vorrei vedere te alle prese con quella montagna di carta degna di Sisifo”, tagliai corto indicando la pila di carta e stringendo la cartellina al petto come se contenesse codici di lancio nucleari.
“ Sì, come dici tu… “
riprese Sergio con tono piatto e disinteressato mentre si accostava al lucido vetro della stampante.
“ Toh! “
Esclamò poi, avvicinando i polpastrelli alla lucida superficie dello scanner.
“ e qui cos’è successo?”
mi chiese indicando la sottile macchia umidiccia che avevo lasciato poco prima senza accorgermene. Il cuore mi saltò letteralmente in gola, assestando un colpo così forte al costato che per un attimo temetti potesse sentirlo anche lui. Sentii il sangue defluire completamente dal viso, lasciandomi addosso la stessa consistenza del linoleum sotto i piedi. La macchia. Maledizione a me, alla fretta e alle leggi della fisica biologica.
Sergio fissava quel piccolo alone sul vetro con l’espressione di un archeologo che ha appena trovato un fossile inspiegabile. Mancava solo che tirasse fuori una lente d’ingrandimento dal taschino. L’adrenalina, che fino a un secondo prima mi faceva tremare le ginocchia, si trasformò in puro istinto di sopravvivenza. Dovevo inventare qualcosa, subito, e doveva essere abbastanza noioso da far perdere interesse a quel maniaco del controllo burocratico che rispondeva al nome di Sergio Barbuti.
”Ah, quello! “
dissi, sfoderando una risatina acuta e leggermente isterica che sperai passasse per semplice frustrazione. Mi sporsi in avanti, posizionando strategicamente la pratica Marozzi tra il suo sguardo e il mio corpo ancora privo di biancheria.
“È il gel disinfettante per le mani, Sergio. Quello nuovo all’estratto di aloe che hanno messo nei bagni. Mi è letteralmente esploso il flacone mentre cercavo di aprire la cartellina prima che crollasse la pila di carta. Ho cercato di pulire alla meglio, ma a quanto pare ho dimenticato un punto! “
Sergio inarcò un sopracciglio. Sfiorò quel che restava dei miei umori con l’indice e il medio della mano destra e lo sguardo che oscillava tra la mia faccia paonazza e la superficie incriminata. Per un millesimo di secondo temetti che volesse annusare, se solo lo avesse fatto sarei dovuta scappare in Messico e cambiare identità, ma si limitò a soppesarne la viscosità tra le dita, emettendo, infine, un grugnito di disappunto.
“ Queste sottomarche che ordina l’economato… Ungono tutto e non igienizzano un tubo.”
“ Senti stronzo… “ avrei voluto gridargli piccata “ dovresti solo ringraziare se sei riuscito a sfiorare certe cose. Sei così grigio e triste che quello è l’unico modo che hai per “toccare” davvero una donna” ma mi morsi la lingua, ringraziando non so quale santo in paradiso mentre Sergio adoperava un fazzoletto per pulirsi le dita e fare lo stesso col vetro della stampante. Ero lì per congedarmi quando Sergio, guidato da quel misto di zelo burocratico e fastidiosa invadenza che lo contraddistingueva, notò l’intestazione della mia cartellina. “Aspetta, quella è la Pratica Marozzi? Quella di cui il direttore generale chiede da stamattina? “
” Sì, cioè, no, devo ancora…”
” Dalla a me! “ insistette, allungando quell’artiglio malefico che aveva per mano con un sorrisetto tronfio, convinto di fare l’eroe del giorno.
“Sto andando proprio adesso dal Direttore per la firma dei registri. Gliela lascio io sulla scrivania, così ti eviti un viaggio al terzo piano “
Il mondo si fermò. Se Sergio avesse preso quel pacco di fogli, il Direttore Generale, un uomo di sessantatré anni con tre bypass reali e la devozione per il collezionismo di francobolli, avrebbe trovato, allegata alle distinte di spedizione, la fotocopia a grandezza naturale del mio fondoschiena. Non riuscii a muovere un muscolo. Restai lì, congelata sul linoleum, a guardare le tozze dita di Sergio che si serravano attorno alla pratica Marozzi. Sbattei le palpebre e lui era già sulla soglia, con quel suo passo felpato da burocrate che non ha mai fretta perché il tempo, per lui, si misura in scadenze fiscali.
”Grazie Giuditta, faccio io!”
esclamò con un tono che voleva essere cavalleresco ma che per me aveva la stessa valenza di una condanna a morte.
Rimasi sola, lì nell’archivio, con il ronzio della macchina che si metteva in stand-by e l'odore di ozono che improvvisamente mi parve quello di una camera a gas. Nella mia testa cominciò a girare un film in technicolor vietato ai minori. Vedevo la scena, nitidissima: Sergio che entra trionfante dal Direttore, posa la cartellina, il Direttore che la apre coi suoi occhiali da presbite sul naso e, tra una bolla di accompagnamento e una fattura pro-forma, si ritrova davanti l'esplosione in bianco e nero e senza filtri della mia figa. Un fotogramma così nitido da far saltare le coronarie all'anziano collezionista di francobolli. Ambulanze, sirene, io licenziata per giusta causa con tanto di foglio di via e Michele che, finalmente ridestato dal coma da Excel, mi guarda con l'espressione di chi ha appena scoperto d’aver sposato la più sfigata delle spie della CIA. No. Non potevo permetterlo. Uscii dal loculo della stampante con la determinazione di un commando della Marina. Controllai l'orologio della parete: erano le 11:15. Il martedì a quell'ora il Direttore era fisso nella sala riunioni del terzo piano per il briefing settimanale con i capi area. Avevo una finestra di venti minuti, forse quindici se la riunione fosse stata efficiente (cosa altamente improbabile in questa azienda). Salii le scale a due a due, non c’era tempo per l’ascensore, ringraziando il cielo che la gonna a tubino fosse abbastanza elastica da permettermi falcate da ghepardo. Arrivata al terzo piano, il corridoio della direzione era deserto, silenzioso, ovattato da una moquette presidenziale che inghiottiva il rumore dei miei tacchi. La porta dell'ufficio del capo era socchiusa. Infilai la testa dentro. Nessuno. Sulla lucida scrivania di mogano regnava l'ordine più assoluto. C'erano i registri IVA portati da Sergio poco prima e, proprio lì sopra, come una bomba in attesa d’essere innescata, la cartellina della pratica Marozzi. Mi ci avventai contro con le mani sudate. Aprii la copertina di cartoncino, le dita che scorrevano frenetiche tra i fogli. Fattura... bolla... ddt... eccola! L'angolo del foglio caldo, leggermente arricciato, spuntava da dietro un grafico. Lo afferrai.
”Giuditta? E che ci fa lei qui?”
Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. Mi voltai di scatto, nascondendo le mani dietro la schiena, mentre il foglio frusciava sinistramente contro il mio sedere. Il Direttore Generale era sulla soglia. Sessantatré anni di severità sabauda, la giacca grigia impeccabile e uno sguardo che sembrava un raggio X. Era tornato prima.
”Direttore!”
La mia voce salì di un'ottava, un ultrasuono che avrebbe fatto ululare i cani nel parcheggio.
“Io... Cioè, Marozzi.. Sergio… “ farfugliai in preda al panico “ ho dimenticato una firma importante!” recuperai infine, riprendendo lucidità. Il Direttore mi fissò per tre secondi che durarono quanto un'era glaciale. Guardò me, guardò la scrivania, poi di nuovo me. Spostò il peso da un piede all'altro, giocherellando con la stilografica nel taschino.
” La pratica Marozzi è lì sulla scrivania mia cara!”
disse con una calma serafica che mi fece sudare freddo.
“Non ho ancora avuto modo di controllarla” continuò perentorio “Ma mi risulta che siano i capireparto e non Lei a dover sottoscrivere certi documenti…”
”C-certo, ha perfettamente ragione, signore…” balbettai in preda al panico
“È che volevo portarmi avanti con il lavoro per il trimestre successivo, ma mi sono completamente dimenticata delle firme dei capireparto nel modulo m-15. Non volevo che visionasse qualcosa di incompleto. La fretta è cattiva consigliera e, sa come si dice… prevenire è meglio che curare…”
Non sapevo più che cosa inventarmi. Speravo solo che quello sproloquio, quel guazzabuglio di frasi fatte avesse conservato lo stesso senso che, così disperatamente, avevo cercato di dargli nella mia testa. Il direttore mi sorrise bonariamente.
“ Cara, non v’è nulla di grave. Capita a tutti di sbagliare” continuò
“Ma mi aspetto più solerzia d’ora in poi da un valido elemento come Lei.”
“ C-certo”
Annuii sfoderando il sorriso più angelico e sottomesso del mio repertorio,
”Naturalmente, Direttore, buona giornata, e mi scusi ancora per. l’intrusione”
Feci un piccolo inchino arretrando verso la porta, mantenendo rigorosamente il fronte verso di lui come se fossi al cospetto della Regina d'Inghilterra. Una volta fuori, richiusi la porta e mi lanciai verso il corridoio, stringendo al petto il trofeo della mia ritirata strategica. Solo quando richiusi la porta del bagno delle donne, girando la chiave nella toppa, mi concessi il lusso di respirare. Mi appoggiai con la schiena alle piastrelle fredde, il cuore che batteva a un ritmo subsahariano. Aprii le mani. Eccola lì, la scansione A4, ormai ridotto a un origami informe e stropicciato, che mostrava ancora i contorni sgranati e sbiaditi dal toner del mio fondoschiena. Un'opera d'arte d'avanguardia nata dalla disperazione. La guardai per un attimo, tra il sollevato e l'isterico. Tutto quel casino per un brivido di vita in mezzo a quel grigiore. Presi il foglio e lo appallottolai, stringendolo nel pugno fino a farlo diventare una sfera di carta dura e innocua. Mi avvicinai al cestino della spazzatura sotto i lavandini, presi la mira e lo lanciai.
Il problema dei cestini dei bagni delle donne è che non sono buchi neri: sono archivi temporanei. E io, nella fretta di salvare le coronarie del Direttore, avevo dimenticato una regola fondamentale della sopravvivenza aziendale: quella Stronza di Giovanna Anselmi della logistica ha la vescica debole e l'istinto di un avvoltoio.
Me ne stavo alla mia scrivania da dieci minuti, cercando di far finta di capire cosa ci fosse scritto su quel maledetto foglio Excel, quando ho avvertito uno strano cambio di pressione nell'aria. Sai quel silenzio improvviso che cala nell'ufficio quando il capo entra di sorpresa? Ecco, peggio. Era un silenzio vibrante, interrotto solo da sussurri soffocati e da un insolito pellegrinaggio verso il cubicolo del marketing. Mi sono alzata con la scusa di andare a prendere l'ennesima brodaglia alla macchinetta, ma a metà corridoio ho visto la scena. Al centro del capannello c'era lei: Giovanna. Tailleur grigio perla senza una piega, sorriso stampato da hostess psicopatica e, tra le dita curate con la french manicure, l’istantanea del mio fondoschiena. L’aveva spiegazzata, stirata alla meglio sulla scrivania come se fosse una mappa del tesoro, e adesso ne faceva sfoggio quasi si trattasse di un Veermer e non della replica cartacea 210 x 297mm della mia intimità.
«Ragazzi, vi giuro, era nel cestino del secondo piano!» stava dicendo con quella sua voce stridula, da flauto dolce scordato. «Voglio dire, va bene lo stress da fine trimestre, ma qui siamo alla fiera del feticismo. Guardate la grana del toner... e soprattutto, guardate i dettagli. Secondo me è una del terzo piano, quelle delle risorse umane hanno tutte quel genere di... intraprendenza.»
Il mondo ha oscillato di nuovo. Michele era a cinque metri da lei. Non stava guardando, o almeno faceva finta, ma aveva le orecchie visibilmente tese. E la cosa peggiore? Nel taschino della sua giacca, la seta verde petrolio delle mie mutandine faceva ancora capolino; testimone silenziosa di una catena di montaggio del peccato iniziata solo mezz'ora prima.
“Scusa Giovanna,”
intervenne Sergio sbucando dal nulla con la sua tazza di caffè “Fammi vedere bene...”
Ho trattenuto il respiro. Se quel lombrico faceva due più due tra la "macchia di aloe" sul vetro della fotocopiatrice e quel disastro in bianco e nero tra le mani della perfida responsabile della logistica ero semplicemente spacciata.
“Ma che cazzo vuoi capire tu!” intervenne Franco Landini, uno dei capiarea dell’ufficio presente al capannello, strappando il foglio dalle rigide mani di Giovanna.
“Siamo sinceri Sergio, tu una figa del genere te la sogni, anzi” rincarò la dose “ tu una figa del genere non la vedi neppure in sogno!”
Tutti sghignazzarono cattivi, lasciando che quell’ameba di Barbuti sgusciasse via, furente e rosso come un peperone.
Tirai un sospiro di sollievo, ma lo sguardo eloquente che mi lanciò Michele dietro le spalle di Landini la diceva lunga sul fatto che avesse riconosciuto in me l’autrice del frutto della discordia. Ce ne aveva messo di tempo per accorgersene… e dire che c’è stato un tempo in cui tentava di bazzicare in certe “zone” ad ogni piè sospinto. Che fine avevano fatto quei giorni? Erano rimasti sopiti, soffocati dall’olocausto nucleare della routine?
“Che modi! “ ribatté Giovanna Anselmi riprendendo possesso del foglio
“E comunque questa porca poteva almeno farsi una ceretta prima di fotocopiarsi le chiappe, no? Guardate che ricrescita!” riprese poi con quella dolcezza da yogurt scaduto con cui era nota in ufficio, mentre indicava a tutti la foto incriminata.
“Giovà! “ intervenne Casale dell’ufficio acquisti “Ma vero fai? A noi maschi le percoche piacciono col pelo!”
Altra grassa risata. Chissà che cosa pensava Michele in quel momento. Il suo collo si era fatto rosso, mentre un sottilissimo strato di sudore ne imperlava la fronte corrucciata.
“Che c’è Bianchi?” gli chiese Domenico Casale, passandogli un braccio intorno al collo e sbattendogli in faccia la mia fotocopia “Hai paura che Giuditta ti faccia una scenata perché stai guardando una bella fica?”
C’era qualcosa in quei modi sguaiati da meridionale di Casale che mi sconvolgeva. Un che di ironico ed eccitante mentre vedevo quel capannello di colleghi passarsi la mia fotocopia come se fosse la più rara delle figurine. Tutto in quella scena mi turbava e mi eccitava allo stesso tempo; e sapere che Michele fosse spettatore inerme di tutto questo, era per me qualcosa che andava ben oltre la classica ciliegina sulla torta. Solo allora mi accorsi dell’assenza della sua “pochette”. Che fine gli aveva fatto fare? Michele segui il mio sguardo con occhio lucido e deciso. Lasciando al labiale della sua bocca un monito che aveva un che di minaccia:
“ Nel bagno del piano di sotto. Adesso!”
Lasciai quindi i miei colleghi alle prese con quel che rimaneva del mio scatto proibito. Raggiungendo mio marito nel posto accordato. Ero pronta alla peggiore delle scenate ma, con mia somma sorpresa, Michele non mi diede neppure il tempo di proferir parola; ficcandomi letteralmente la lingua in gola e la mano in mezzo alle gambe. Venni quasi subito, senza neppure rendermene conto, gridandogli direttamente in gola tutto il piacere, funesto e implacabile, che mi diede quell’orgasmo; così selvaggio, così sporco, da essere indomabile. Michele mi guardava tronfio e soddisfatto. Il sogghigno compiaciuto con cui mi fissava mentre mi rimettevo le mutandine la diceva lunga su quanto, sebbene non l’avessi ancora neppure sfiorato, la cosa fosse piaciuta anche a lui. Ero oramai pronta a ricambiare il favore. Le mie mani vorticarono funeste sulla zip della sua patta, ma Michele mi fermò trattenendomi per i polsi.
“Aspetta, non c’è fretta. Stasera vedrai”
Sussurrò con passione, abbozzando un sorriso che non vedevo da tempo, mentre il suo membro ancora ingrossava la curva della sua gamba destra.
“Sicuro?”
chiesi umettandomi le labbra con la lingua
“Sicuro”
Riprese lui sfiorandomi la bocca con il pollice
“E poi sono altre le labbra che voglio scopare selvaggiamente”
Nell’udire tutto ciò ripresi a bagnarmi all’istante
“Potremmo…”
“No, è troppo pericoloso. E poi come la giustifichiamo un’assenza così prolungata con quelli di sopra?”
Aveva ragione. Come sempre.
“A stasera?”
Gli chiesi con occhi da cerbiatta
“A stasera…”
Riprese lui invitandomi ad uscire e a riprendere posto nel mio ufficio al piano di sopra.
La consapevolezza di quello che era stato già fatto e di quel che ancora mi attendeva a casa mi faceva volare a tre metri da terra.
Quando tornammo su trovai i miei colleghi di nuovo alle prese col tran – tran quotidiano dei loro uffici. La mia fotocopia ridotta a un mero accessorio di cui far sfoggio nella sala mensa, accanto a microonde; come se si trattasse dell’ennesima pagina di uno di quei calendari da officina meccanica a cui nessuno dopo un po’ da molto peso. E andava bene così. Avevo ottenuto quanto chiedevo da tempo e non ero per nulla pentita. Ma il post-it giallo che trovai sullo schermo del mio pc diceva ben altro.
“So cosa hai fatto. Incontriamoci giù al parcheggio alle 14,00. Vieni sola”
E per la prima volta fui davvero consapevole che tutta quella storia non fosse che all’inizio.

Per commenti, suggerimenti, critiche, o anche solo per fare quattro chiacchiere: Alexdna88@libero.it
scritto il
2026-06-14
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