La terrazza

di
genere
esibizionismo

“Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo.”

Adesso queste parole non mi spaventano più ma, se oggi che è il 2026 e siamo tornati a lamentarci del traffico sul Lungotevere, posso guardare indietro a quel periodo di follia collettiva con un sorriso, lo devo anche a quel che è accaduto ad Aprile del 2020. Ma procediamo con calma: Era la fine di marzo del 2020. Roma era spettrale, bellissima e immobile. Non so voi, ma io di quel periodo mi ricordo soprattutto le giornate interminabili passate a letto a guardare serie tv sul tablet, a spulciare su internet l'ennesima ricetta che mi tenesse impegnata o a scrollare impietosamente video scemi su TikTok. Il soggiorno, neanche a dirlo, era zona off-limit. Roberto, mio marito, l'aveva trasformato nel suo antro da contabile, l'isola dello smart-working in cui indire interminabili call che lo tenevano occupato il 90% del tempo. La noia, insomma, la faceva da padrone. Stando assieme tutto questo tempo, si potrebbe pensare che ci saremmo riaffiatati come un tempo, ma per noi accadde l'esatto contrario. Roberto era goffo, attempato, con la pancetta incipiente e la fronte sempre più glabra. Ricordava ormai poco del bel morettino di cui mi ero innamorata diversi anni prima; e la dieta a base di fritti e focacce non aiutava di certo; per non parlare di quell’ammasso di capelli ai lati della testa che cominciavano a farlo assomigliare al padre di Belle di “La bella e la bestia”. Non che io fossi da meno, parliamoci chiaro, il limbo di tute felpate, pigiamoni di Pile e babbucce pelose aveva finito per assorbire anche me. Non ero mai stata avvezza a look così trasandati, ma passare giornate intere a bazzicare da una stanza all'altra avrebbero spento anche la più tenace delle stacanoviste dell'alta moda. Credo che sia stato per vincere la noia di quei giorni che, come molti, mi ritrovai anch'io ad uscire sul balcone per osservare quella cretinata dei flash-mob. Fu un pomeriggio verso la fine di Marzo. Se non ricordo male fui attirata da un coro improvvisato che saliva dai palazzi più giù lungo la via, e decisi di uscire in terrazza a dare un'occhiata. Volevo solo guardare gli altri, capire come l'umanità reclusa stesse affrontando il dramma. Ero nel mio outfit peggiore: il pigiamone rosa antico e le babbucce pelose ai piedi. Mi appoggiai alla ringhiera, godendomi quel bizzarro baccano in lontananza. Poi, per puro caso, girai la testa verso la graticola di legno che divideva la nostra terrazza da quella dell'appartamento attiguo, da sempre sfitto che, stando a quel che vedevo, non lo era più. Appoggiato al parapetto del balcone infatti, a non più di tre metri da me, c'era un ragazzo sulla trentina che sembrava uscito direttamente dal cast de Il Corvo. Capelli lunghi, neri e selvaggi che gli incorniciavano il viso, una maglietta scura che faticava a nascondere due spalle decisamente atletiche, e una sigaretta accesa tra le dita. Fumava in un silenzio, fregandosene del flash-mob, con lo sguardo fisso sul vuoto della città e le nuvole che andavano diradandosi dietro le bianche cupole di marmo. Forse percepì la mia presenza, o forse fu il rosa shocking del mio pigiama ad attirarlo. Fatto sta che girò la testa. Dio quanto avrei voluto morire in quel momento. I nostri sguardi si incrociarono. Io rimasi paralizzata, dimenticandomi istantaneamente dei cori della via e persino del virus. Aveva uno sguardo d'un magnetismo dritto e pulito. Mi squadrò da capo a piedi, soffiando via il fumo a quelle belle labbra da divo. L'angolo della sua bocca si sollevò in un mezzo sorriso enigmatico, un misto di divertimento e qualcos'altro che, nonostante le mie babbucce ridicole, mi fece mancare un battito. Fu in quel preciso millisecondo di altissima tensione che mio marito spalancò di botto la porta-finestra alle mie spalle. Irruppe in terrazza al grido di "L'Italia chiamò! Popopopopo!", in quella sua ridicola mise da uomo d'affari in smart-working ovvero mutande elasticizzate, camicia e giacca; con una cravatta infilata nelle mutande che “poteva accompagnare solo”. Per farla breve aveva deciso di interrompere la sua “importantissima” call su Zoom solo per farsi travolgere da un improvviso attacco di patriottismo. Posso ancora vederlo, lì, in mutande e giacca, mentre sventola un enorme canovaccio della Coop a quadretti rossi a mo' di tricolore improvvisato. Il bel tenebroso guardò Roberto, poi me, quanto devo essergli sembrata ridicola anch'io appresso a quel macaco malvestito che avevo per coniuge; allargò un sorriso e, con un'eleganza esasperante, fece un piccolo cenno con la testa prima di girarsi ed entrare in casa.
Io rimasi lì, mentre Roberto cercava di prendere l'acuto dell'inno sventolando lo strofinaccio. In quel momento capii due cose: la prima è che la convivenza coatta sarebbe stata una punizione divina; la seconda è che da quel giorno in poi, su quella terrazza, non sarei mai più uscita in pigiama o spettinata. Mantenere una promessa fatta a se stesse durante un lockdown globale, però, richiede una certa dose di disciplina strategica. La mia dignità, calpestata da quel canovaccio della Coop a quadretti brandito da Roberto, esigeva una restaurazione immediata. Fu così che, il giorno seguente, venni colpita da un’improvvisa, incontenibile e assolutissimamente finta passione per lo yoga. Io, che nella vita precedente avevo sempre considerato lo stretching un’inutile tortura, scoprii i video tutorial di una biondissima istruttrice californiana su YouTube e trasferii il mio nuovo "tempio spirituale" direttamente in terrazza. Naturalmente, l'illuminazione zen non c'entrava nulla. Avevo studiato la pianta del palazzo: la graticola di legno che ci divideva garantiva un velo di privacy a chi stava in piedi, ma i listelli diagonali, se guardati dal basso o con la giusta inclinazione della luce solare, diventavano praticamente un filtro vedo-non-vedo. E io avevo intenzione di usarli come un regista usa le inquadrature. Smessi i panni di Stitch, inaugurai il mio nuovo guardaroba da reclusione: leggings neri lucidi a vita alta, aderenti come una seconda pelle, e un micro-top coordinato che non lasciava molto spazio all'immaginazione. Niente trucco pesante, sia chiaro — doveva sembrare tutto "casuale" — ma una passata di lucidalabbra e i capelli legati in uno chignon spettinato ad arte, con qualche ciocca ribelle lasciata cadere strategicamente sul collo, facevano sempre la loro figura. Quel gioco di sguardi tra me e “Il Corvo” divenne sempre più una bizzarra coreografia silenziosa. Il mio Brandon Lee da condominio aveva i suoi orari: intorno alle undici del mattino usciva per il suo circuito di allenamento. Niente musica, solo il rumore secco delle sue flessioni a terra e il respiro regolare, maschile, che superava facilmente la barriera di legno. Non appena sentivo il primo clack della sua porta-finestra, io srotolavo il mio tappetino rosa. La coordinazione raggiunse livelli di ingegneria geopolitica. Quando lui era a terra per i piegamenti, io passavo alla posizione del "cane a testa in giù", sollevando il bacino verso il cielo di Roma ed estendendo la linea delle gambe esattamente di fronte alla fessura della graticola dove sapevo che i suoi occhi avrebbero incrociato la mia figura. Sentivo il ritmo delle sue flessioni rallentare, fino a fermarsi del tutto. Capivo che mi guardava dal rumore della sua sigaretta accesa subito dopo: il leggero crepitio del tabacco, il respiro trattenuto. Allora io esageravo, rallentando i movimenti, inarcando la schiena nella posizione del cobra con una lentezza esasperante, lasciando che il sole mi scaldasse la pelle e imperlasse di sudore la scollatura. Non ci dicevamo una parola. Il silenzio della città era il nostro complice. Lui rispondeva al fuoco a modo suo: passava alle trazioni alla sbarra o allo stretching per i bicipiti, esibendo la schiena muscolosa e i capelli lunghi bagnati che brillavano alla luce del giorno. Era un corteggiamento muto, primitivo e sofisticatissimo al tempo stesso. Sapevo che mi guardava, lui sapeva che io sapevo, ed entrambi sapevamo che Roberto, a meno di tre metri di distanza oltre il vetro del soggiorno, stava urlando contro lo schermo per un calo dei mercati finanziari. Eravamo diventati due esibizionisti d'alto borgo, protetti dall'altezza dei nostri attici e dalla follia di un'Italia confinata. Tutto era calibrato al millimetro, una tensione erotica così densa che si sarebbe potuta tagliare con un coltello. Arriviamo così al primo di Aprile. Ricordo quel giorno perché l'aria era insolitamente calda, di quel tepore romano che sa già d'estate e che rende i pensieri liquidi e pericolosi. Quella mattina il mio Brandon Lee decise di stravolgere la scaletta. Niente maglietta scura sformata. Uscì in terrazza indossando solo un paio di calzoncini da ciclista neri, di quel tessuto tecnico ultra-aderente che lascia ben poco spazio al beneficio del dubbio. Quando saltò ad aggrapparsi alla sbarra per le trazioni, la luce del sole di mezzogiorno colpì dritto il suo profilo, delineando ogni singolo muscolo della schiena e dei glutei con una precisione spietata. Io ero a terra, sul mio tappetino azzurro, finta icona di una finta meditazione. Ma lo zen, in quel momento, era volato via sopra i tetti di Piazza Navona. Attraverso i listelli della graticola, il mio sguardo cadde inevitabilmente lì. Complice la tensione muscolare dell'esercizio e la natura impietosamente anatomica di quei pantaloncini, le sue "doti" si stamparono contro il tessuto in un rilievo scultoreo, nitido, sfacciato. Un profilo che definire marmoreo sarebbe stato un insulto alla vitalità della carne. Rimasi letteralmente senza fiato, con le mani piantate a terra nella posizione della sfinge, incapace di distogliere gli occhi. Il contrasto mentale con Roberto — che in quel preciso istante stava probabilmente tossendo sul mouse in un paio di boxer slabbrati — fu devastante. Sentii una morsa calda allo stomaco. Una brama nuova, famelica, che superava il semplice gioco di sguardi. Morivo dalla voglia di vedere di più. Volevo che quel tessuto tecnico sparisse, volevo capire fin dove si spingesse la perfezione del mio vicino, e soprattutto volevo che fosse lui a fare la mossa successiva, che rompesse quel diaframma di legno che ci separava e mi facesse sua. Persino lì, su quella terrazza, tra gli sguardi impietosi dei palazzi attorno. Il Corvo scese dalla sbarra con un balzo felpato. Il suo respiro era accelerato, la pelle lucida di sudore. Si girò deliberatamente verso la mia graticola, come se avesse percepito il calore del mio sguardo concentrato su quel millimetro di stoffa nera. Mi sorrise. Un sorriso beffardo, sardonico. Un inchino del capo e sparì dentro casa, lasciando dietro di sé una scia di quel suo odore muschiato che mi stava lentamente e inesorabilmente mandando ai pazzi. Quello stronzetto aveva decido di giocare con me come fa il gatto col topo. Ma ero determinata a rendergli pan per focaccia. Se lui pensava di avermi lasciata con l'acquolina in bocca, non aveva ancora fatto i conti con l'inventiva di una donna reclusa e ferita nell'orgoglio. Passai i giorni successivi a studiare piani di seduzione degni di una femme fatale cinematografica, ma la verità è che, per quanto mi sforzassi, la realtà del lockdown finì per appiattire qualunque fantasia tirassi fuori dal cilindro. Per quanto cercassi di trovare un pretesto plausibile, infatti, non ve n'era neppure uno che giustificasse in qualche modo quanto avevo in testa. Come potevo pretendere che qualcuno credesse a una finta telefonata a una mia amica mentre mi sdraiavo in terrazza con una camicia di Roberto addosso… Con “solo” una camicia di Roberto addosso?
No, non era fattibile. Non mi ci vedevo lì in terrazza mentre accavallavo le gambe peggio di Sharon Stone in quella famosa scena di Basic Instinct; non era nelle mie corde. Davvero lo sguardo di Brandon Lee sarebbe stato calamitato dal fuoco che gelosamente celavo in mezzo alle gambe? Cominciai a dubitarne. E poi mi serviva una ceretta; quantomeno una ceretta, dannazione!
Decisi quindi, a buona pace di tutti, di darmi un calmata, di seppellire quei deliri da femme fatale e dimenticare il bel tenebroso della porta accanto. Relegai quei pensieri, quelle fantasie ai pochi attimi in cui ero davvero sola, ovvero in bagno. Lo schema ormai era sempre lo stesso: il calore della doccia, il getto caldo e vaporoso dell'acqua calda ce mi avvolgeva come una coperta. Finivo sempre per cedere a quella maledetta tentazione. Con malizia raggiungevo i seni gonfi e tesi. Fremente allungavo le dita sulla morbida pelle che circonda le areole, solleticando i miei capezzoli ritti e sodi. Le mie dita si avventuravano poi lungo le gambe; famelici. Dispettosi. Con inusitata lentezza raggiungevo il fitto boschetto che adorna il mio monte di venere, cominciando a solleticare impunemente il mio frutto proibito. Con solerzia staccavo il telefono della doccia dal suo alloggio di lucido metallo e, regolato il getto, regalavo alle mie stanche membra un surrogato di quella passione che fuori non potevo certo consumare. Non con quel pusillanime di mio marito. Questo è certo. Chiudevo gli occhi, immaginando i capelli lunghi e selvaggi del Corvo, le sue spalle muscolose, quel profilo scultoreo impresso nei calzoncini neri. Lo immaginavo mentre veniva a farmi compagnia in quella doccia. Il suo sguardo magnetico che esplorava ogni anfratto della mia figura mentre, senza dir nulla, neppure una parola, s'acquattava davanti a me, guardandomi dal basso verso l'altro con quei suoi occhi magnetici in cui credevo ogni volta di sprofondare. Quei suoi capelli corvini, imperlati dall’acqua calda e nebulosa, quel suo naso sottile, leggermente incurvato, che ogni volta andava insinuandosi prepotente tra i folti peletti ricci e selvaggi della mia natura. Quello sguardo, lo stesso sguardo imprudente che mi aveva rivolto beccandomi a guardarlo, tornava prepotente a farmi visita nell'intimità di quel gesto disperato: un piacere rapido, intenso, che mi lasciava ogni volta col fiato corto e le gambe calde, ma anche con quel retrogusto di insoddisfazione che hanno tutte le cose fatte a metà. Ricordo che un giorno ero ancora lì, frastornata e con il cuore che batteva a rilento nel box doccia, quando la voce di Roberto ruppe l'incantesimo dall'altra parte della porta: «Amore! Guarda che il bollettino meteo dà un acquazzone tra dieci minuti! Per favore, puoi uscire a raccogliere i panni stesi in terrazza che io sono in call con i revisori?»
Sbuffando, uscii dal bagno avvolta solo nel mio accappatoio di spugna bianca. I capelli erano ancora umidi, raccolti a turbante in un asciugamano. Sotto, ovviamente, non avevo nulla. Uscii in terrazza. Il cielo di Roma si stava oscurando rapidamente con nuvoloni carichi di pioggia, ma il ponentino soffiava già forte, facendo sferzare pericolosamente le lenzuola che avevo steso la mattina. Mi lanciai verso lo stendibiancheria, e mi chinai per raccogliere la cesta dei panni a terra. Un gesto semplice, involontario, ma che cambiò tutto. Fu in quel momento che sentii l'odore. Quel profumo muschiato, misto a tabacco che il mio cervello aveva imparato a riconoscere meglio di un riflesso pavloviano. Lo stendibiancheria era posizionato proprio a ridosso della graticola di legno, esattamente di fronte alla fessura della graticola dove i listelli diagonali erano più larghi, e il Corvo era lì fuori, ne ero sicura; sfidava l'imminente temporale fumandosi l'ennesima sigaretta appoggiato alla ringhiera a pochi metri da me. La follia ebbe il sopravvento, non lo ego. Ero più che sicura che con quel movimento ardito i lembi inferiori della spugna si erano sollevati completamente. Complice una folata di ponentino che sollevò ancor la stoffa leggera dell'accappatoio, la mia natura più intima si trovò completamente esposta. Lì, a non più di tre metri dai suoi occhi, incorniciata dal bianco candido della spugna, c'era la mia natura selvaggia, quel boschetto intatto, ancora turgido e segnato dal calore della doccia e dalle dita che lo avevano appena solleticato. Avvertivo distintamente la brezza impetuosa del vento, quel frescore improvviso s’insinuava tra le rosee pieghe della mia pelle nuda e, metteva ancor più in risalto l'assoluto silenzio, arcano e sacro, che andava celandosi oltre la graticola. Il rumore del suo respiro si interruppe. Il Corvo era sicuramente rimasto congelato, con la sigaretta a metà strada verso la bocca e gli occhi letteralmente sbarrati e conficcati in quel triangolo di carne nuda che la geometria perfetta del legno gli stava regalando. Fu una scossa elettrica devastante. Una vampa di calore mi risalì lungo la schiena, azzerando all'istante la finta pace che mi ero imposta. L'autoerotismo di pochi minuti prima, a confronto, sembrò un gioco da bambini. Sentirmi guardata lì, saperlo impazzire per quel dettaglio così crudo, vero e non depilato, mi eccitò a livelli parossistici. La mia micina rispose da sola: sentii una morsa calda al basso ventre, un brivido liquido che mi bagnò nuovamente le cosce. Volevo che quell'Adone dagli occhi di carbone vedesse l'effetto che aveva su di me. Volevo che guardasse tutto, percepisse tutto. Rallentai deliberatamente ogni gesto, ogni movimento. Invece di ricompormi, rimasi china, bloccata; una gatta in calore sarebbe stata meno spudorata di me nel mostrarsi in quel momento. Lo sentii fare un passo lento verso la graticola, il suo respiro farsi lento, pesante, imprudente. Aveva una visione totale, generosa, e del tutto sfacciata del mio frutto proibito, mentre un dolce sentore d'ambrosia andava irrorandosi per colpa sua. Cominciai a chiedermi fino a dove mi sarei spinta. Sarei andata oltre? La tentazione di annullare quei tre metri di distanza era un artiglio nello stomaco. Avrei voluto che lui abbattesse quella maledetta graticola, che mi prendesse contro il muro della terrazza, sotto quel cielo che prometteva tempesta, affondando dentro di me con tutta la sua gloriosa, primitiva virilità per consumare finalmente quel fuoco che ci stava divorando da settimane. Sentivo che bastava un brivido più in là, un solo millimetro di cedimento, e la quarantena avrebbe preteso il suo tributo di lucida, torbida follia. Eravamo al punto di non ritorno, la carne bruciava e il mondo intorno, col suo fragore impetuoso, andava scomparendo per sempre. Fu esattamente in quel secondo di assoluto, insostenibile, parossismo erotico che la porta-finestra alle mie spalle esplose.
«Disastro! Un disastro apocalittico!» urlò Roberto, fiondandosi in terrazza. Stavolta niente inni patriottici. Era in camicia, giacca, cravatta e gli immancabili pantaloncini beige, con una pinza in mano e lo sguardo di chi ha visto la fine del mondo. «È saltato il modem! Manca la portante, la linea è morta! Ho i revisori bloccati sulla tesoreria e la Vodafone mi dice che c’è un guasto di zona! Ma tu che fai lì per terra? Ti sei fatta male?»
Il crollo della borsa di Wall Street non avrebbe potuto competere con il tempismo di mio marito. Spaventata dal botto, mi tirai su di colpo, stringendomi freneticamente i lembi dell’accappatoio al petto e annodando la cintura con la foga di un naufrago.
«N-no, raccoglievo i panni...» balbettai, con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie e la faccia che andava a fuoco. Con il fiato ancora corto per l'eccitazione e l'adrenalina, girai di scatto la testa verso la graticola. Volevo guardare il mio Corvo, incrociare il suo sguardo complice, scambiarmi un'occhiata di torbida intesa prima di rientrare. Ma Brandon Lee non c'era. Al suo posto, incollato ai listelli di legno con gli occhi sbarrati che sembravano due piattini del caffè, c’era un ragazzetto di sì e no diciassette anni. Aveva i capelli neri, a spazzola, una maglietta dei Pokemon e una costellazione di brufoli sulle guance che in quel momento spiccavano su una pelle color porpora. Era immobile, pietrificato nella stessa posizione in cui lo avevo immaginato io, ma con le mani nel buffo e inutile tentativo di nascondere “l’effetto" decisamente prominente, geometrico e grottesco che tendeva la stoffa dei suoi pantaloncini da tuta grigia Prima che potesse anche solo emettere un solo respiro, la porta-finestra dell’attico accanto si aprì e ne uscì il mio Adone. Ma non era nel mood tenebroso. Indossava una vestaglia di seta color pavone e delle ciabattine con il pelo. Sventolava una mano nell'aria, esibendo uno smalto nero impeccabile, e parlò con una voce squillante che di misterioso non aveva assolutamente nulla: «Kevin! Ma insomma, Kevin darling! Ti ho cercato ovunque! Ma che ci fai qui fuori al freddo, scusa? Non dovevi stare in camera tua a distruggerti di Call of Duty come tutti i nerd della tua età? Dai, entra che la piadina è pronta, sbrigati!» Il "Corvo" afferrò il fratello per la maglietta, trascinandoselo dentro come un sacco di patate, mentre il ragazzino camminava all'indietro, curvo, incapace di staccare gli occhi dalla mia graticola. Un attimo prima di chiudere l'infisso, il bel moretto lanciò un'occhiata distratta verso di me, mi fece un gran sorriso smagliante, un cenno amichevole con la mano e urlò: «Che tempaccio, eh signora? Speriamo che non grandini! Buon appetito!»
Insomma, che dire, per una volta che avevo decido di concedermi un attimo di folle, lucida, passione, ero finita per attirare le attenzioni del fratello sbagliato ma ammetto che, da quel giorno, non ho più sbagliato. Il lockdown, dopotutto, sarebbe durato ancora un bel po'.

Per osservazioni, critiche, consigli o semplicemente per fare quattro chiacchere, come sempre, potete contattarmi su: alexdna88@libero.it
scritto il
2026-05-28
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