Quel "malessere" del mio coinquilino
di
Alex 88
genere
tradimenti
Una giovane ricercatrice universitaria divide l'appartamento del fidanzato con altre due persone e si ritrova a fare i conti con il "malessere" della porta accanto: uno sfacciato coinquilino, bello e dannato, che non fa altro che provocarla col suo fisico scultoreo e i suoi modi da maschio alfa. Riuscirà a resistergli?
Se qualcuno, durante il mio dottorato in fisica nucleare, mi avesse detto che avrei passato più tempo a studiare l'effetto di attrazione tra “corpi” piuttosto che la forza nucleare forte che tiene insieme i quark, l'avrei preso a parolacce, ma mi sbagliavo, cazzo se mi sbagliavo. Eccomi qui: ventisette anni, una laurea in fisica teorica e una specializzazione in dinamiche delle particelle subatomiche che, a quanto pare, non mi serve a un’emerita mazza per gestire il mio collasso ormonale privato per quel malessere del mio coinquilino.
Io e Alfredo, il mio fidanzato – un ingegnere meccanico che vive con il mito della Ferrari, la fissa per la fluidodinamica e la passionalità di un libretto delle istruzioni di una lavatrice – dividiamo un appartamento universitario di sua proprietà con altri due elementi. Una è una timida matricola iscritta al primo anno di scienze biologiche, Lucrezia, che si muove lungo i corridoi rasentando i muri come un paramecio spaventato. L'altro... beh, l'altro è la prova vivente che l'universo ha un senso dell'umorismo distorto. Diego.
Diego è il classico errore termodinamico della natura: uno scapestrato fuoricorso da tempo immemore, con un look a metà tra Kurt Cobain e Chris Hemsworth. Capelli oro, perennemente spettinati ad arte, una barbetta incolta che gli incornicia il viso in modo criminale, e un fisico... beh. Un fisico asciutto, tonico, con una tartaruga così definita che potresti usarla per dimostrare la densità dei materiali, e due spalle larghe che gridano "instabilità emotiva a catena". Di mestiere fa il bello e dannato, e nel tempo libero suona la chitarra in una cover band grunge che ha visto tempi migliori. Dicono che Einstein fosse solito ripetere che Dio non gioca a dadi con l'universo. Beh, allora dev'essersi preso una bella svalvolata il giorno in cui ha deciso di mettere quella sottospecie di dio norreno a pochi passi dalla mia stanza. Perché proprio io, perché? Cos'ho fatto di male nelle mie vite precedenti? Me lo chiedo ancora mentre ripenso al modo in cui l'ho visto poco fa. Ero in corridoio, concentratissima su una dispensa, quando la porta del bagno si è spalancata. È uscito Diego. O meglio, è uscita la personificazione del peccato originale in formato quantistico. Addosso aveva solo un asciugamano bianco. Piccolo. Decisamente troppo piccolo per contenere tutta quella massa. Era ancora bagnato di doccia, e le gocce d’acqua scivolavano lente lungo i bicipiti e gli addominali, scomparendo proprio sotto il bordo di quel maledetto straccetto di spugna.
In quel millisecondo, il mio cervello ha registrato un blackout totale. Ho sentito un picco anomalo di dopamina scendermi lungo la colonna vertebrale e mi sono ritrovata a mordersi il labbro inferiore con una tale violenza che ho rischiato di tagliarmi. Quante probabilità ci possono essere perché un cumulo di molecole decida di coordinarsi in una forma dal così alto tasso di erotismo? Quel corpo gridava “Malessere” a ogni afflato, ma era un’immagine a cui non potevo, e in fondo, non volevo sottrarmi. Poi l'occhio mi è caduto dentro al bagno. Il pavimento era un disastro ecologico di proporzioni nucleari. Tappetino fradicio, schizzi di schiuma da barba sullo specchio e una scia di impronte bagnate che arrivava fino alla sua camera. La femme fatale risvegliata in me è morta all'istante, sostituita da una casalinga infuriata.
«Diegooooooo! Ma porca di quella miseriaccia porca, ma hai fatto la doccia o hai simulato il disastro di Fukushima?! Si scivola!» ho ringhiato, con la voce strozzata dal cortocircuito tra l'ormone impazzito e il nervoso. Lui si è girato, mi ha fatto un sorriso sghembo, di quelli da schiaffi, e ha sollevato le spalle e mi ha risposto: «Tranquilla, Greta. L'acqua evapora, è fisica spicciola. Ci arriva pure una cervellona come te». Fisica spicciola. A me? Ma con chi cazzo crede di avere a che fare quello stronzo? «C'è il rischio di contrarre il colera qui dentro!» - ripresi piccata - «Ma almeno aprire la finestra dopo? È chiedere troppo? Ma lo sai almeno quant'acqua hai sprecato?»
«E che sarà mai!» - riprese lui con fare svogliato mentre finiva di infilarsi una maglietta dell' Hellfire club su quei suoi cazzo di jeans attillati che gli mettevano ancora più in evidenza i glutei marmorei che si ritrovava. Glutei che, per la cronaca, rispondevano perfettamente alla legge di gravitazione universale resistendo con una sfacciataggine insultante. Zero cedimenti. Geometria pura. «Senti, Greta Thunberg de noialtri» - riprese passandosi una mano una mano tra quei capelli biondi da angelo decaduto, lasciando che una ciocca gli cadesse sulla fronte in un modo così fottutamente studiato che avrei voluto strappargliela a morsi. O baciarlo. O denunciarlo all'ufficio igiene. - « Non mi puoi rompere per cinque minuti di doccia al giorno!»
«Cinque minuti? Cinque Minuti!?» - inveii contro col volto paonazzo - «Qua sembra di vivere in una cazzo di palude tropicale!»
«Ecco, allora prendi una bella liana, cercati un bel Tarzan e non mi sfracanare i cosiddetti che c'ho da fare, eh?»
«Giuro che ti faccio nero» risposi lanciandomi contro di lui con tutta la mia forza. Diego mi bloccò per i polsi. «Eh, quanta acredine! Ma lo sai che sei carina quando ti arrabbi? Diventi tutta rossa! A Marie Curie, ma non è che è l'effetto delle radiazioni?» mi ha buttato lì, con una voce calda, leggermente roca, che mi è scivolata dritta lungo la schiena, facendo fare un triplo salto mortale a tutti i miei neuroni residui. Prima che potessi elaborare una risposta scientificamente valida e non un verso gutturale da quindicenne in calore, Diego mi ha fatto l'occhiolino, ha girato i tacchi (marmorei, sia benedetto il denim elasticizzato) e si è sfilato in camera sua, lasciandomi sola in mezzo alla mia palude personale.
Ho appena finito di ripulire quando il clic della porta d’ingresso mi segnala che il Disastro di Fukushima ha finalmente abbandonato l'edificio. Esalo un respiro che non sapevo di trattenere. I miei livelli di cortisolo e dopamina ingaggiano una brutale lotta per la sopravvivenza mentre mi avviluppo nella mia felpa oversize, cercando di cancellare dalla retina l'immagine residua di quegli addominali scolpiti imperlati dall'acqua e dal vapore. Ho bisogno di normalità. Ho bisogno di stabilità. Ho bisogno del mio fidanzato.
Entro in camera nostra con le migliori intenzioni terapeutiche. Alfredo è seduto alla scrivania, la schiena dritta con un'angolazione perfetta di novanta gradi, illuminato solo dal bagliore azzurrino del monitor e quelle cavolo di lenti col filtro per la luce blu che gli danno un’aria da topo di biblioteca. Mi avvicino quatta quatta con passo felpato, decisa a ignorare la mia totale mancanza di abilità seduttive. Alfredo non sembra quasi accorgersi della mia presenza. Mi siedo direttamente sulle sue ginocchia, coprendo la visuale dello schermo, e gli circondo il collo con le braccia. «Ciao, ingegnere», sussurro, cercando di modulare la voce su una frequenza che non ricordi quella di un robot difettoso. Gli bacio il collo, proprio sotto l'orecchio, sperando di smuoverlo da quel suo torpore da venerdì sera e innescare una specie di “riflesso pavloviano”. Niente. Ho visto mummie al museo di Torino più recettive di quella cariatide del mio fidanzato. «Alfredo…» gli sussurro all'orecchio con voce da gatta prima di mordicchiarlo, ma lui non si smuove, continua a fissare quel cavolo di grafico al pc. «Alfredo» continuo io mentre le mie dita si allungano sul suo petto magro e asciutto. Sento i suoi muscoli irrigidirsi, la vena del collo pulsargli all'improvviso e… Niente, nulla di vagamente passionale; solo pura stizza logistica.
«Uff, Greta, per favore. Mi mancano dieci pagine di relazione. Hanno appena rilasciato i prospetti di rendimento della nuova Ferrari Luce», spiega, e per la prima volta da quando sono entrata nella stanza gli si accende una scintilla di autentica commozione negli occhi. «Guarda qui» – continua - «Hanno ottimizzato il coefficiente di penetrazione aerodinamica del fondo piatto in un modo che ridefinisce completamente i flussi turbolenti. È... è poesia applicata, te ne rendi conto? Il professor Autieri vuole che consegni un'analisi dettagliata per Lunedì!» La sua voce ha la stessa sensualità di un casellante autostradale. Non mi bacia. Si limita a fare un leggero pivot con il collo per guardare oltre la mia spalla. Mi volto a guardare anch’io lo schermo: ci sono curve di coppia, grafici cartesiani e proiezioni d'assorbimento energetico. Di solito tutto questo avrebbe incuriosito anche me, ma non adesso, non stasera, e soprattutto non dopo l'incontro con l'argonauta dal vello d’oro che è andato via poco fa. Provo con qualche altro bacio sul collo ma, visto che le curve di quei grafici sono più interessanti di quelle della sottoscritta, mi ritiro in salotto con le pive nel sacco, a guardare una serie tv; lasciando quel nerd del mio fidanzato a quella sua cavolo di relazione.
Sono lì a concentrarmi sul terzo episodio di una serie true - crime su Netflix, quando il silenzio del corridoio viene interrotto dallo scatto di una serratura. La porta della stanza di Lucrezia si apre. Il paramecio è uscito dal suo antro e striscerà sicuramente in cucina in cerca di qualcosa di commestibile da sgranocchiare sul letto. Lo schermo è ormai un ammasso di pixel senza senso, mentre la mia mente continua a indugiare ondivaga sull’immagine degli addominali bagnati di quel malessere di Diego. Spero ancora che Alfredo, spinto da un moto di pietà nei miei confronti, venga a salvarmi dal torpore e dalla noia del venerdì sera più triste della mia vita e non mi resta che godermi lo squallido spettacolo della mia coinquilina in tutona slavata (che chiede vendetta ad ogni piè sospinto), che col mollettone a pinza a tener su un ammasso informe di capelli crespi, incede con passo strascicato nel corridoio; magari con la tazza vuota di una tisana in mano e l'aria di chi ha paura di essere notata persino dalla propria ombra; ma devo ricredermi. Quel bruco è ormai uscito dalla sua crisalide e si è trasformato in una cazzo di farfalla.
Sì, quella era Lucrezia, ma in una versione turbo-fregna che avrebbe fatto risuscitare un intero camposanto prima della domenica di Pasqua. Altro che pigiamone di pile e ciabatte di velcro; quell’ameba di Lucrezia sfoggia un vestitino nero attillato che rivela l'esistenza di curve di cui non mi ero mai resa conto con le felpe oversize; un tripudio di femminilità in stivali e tacchi alti che farebbe invidia a chiunque. Specie alla sottoscritta. Quell'ammasso informe di capelli crespi è diventato un intricato mosaico di riflessi ondulati, mentre sul viso sfoggia un trucco degno delle migliori beauty influencer. Si blocca quando nota il mio sguardo sgomento scrutarla dal divano. Profuma di vaniglia e di un'audacia che non le appartiene e stringe una pochette argentata come se fosse uno scudo.
«Oh... ciao Greta. Io... io esco», bisbiglia, arrossendo violentemente sotto il fondotinta.
«Esci?» ripeto, e la mia voce suona più stridula di quanto volessi. «Ma se fuori ci sono cinque gradi! Dove vai?»
«C…C'è la festa della facoltà di Biologia al Cluster... mi sono detta... perché no?» Mi fa un timido sorriso, i tacchi che oscillano leggermente su un baricentro ancora da calibrare, e scivola fuori dalla porta d'ingresso prima che io possa sottoporla a un terzo grado. Rimango immobile sul divano, col telecomando in mano e un enorme, bruciante moto di stizza che mi divampa nel petto. Persino lei, persino quell'ameba monocellulare di Lucrezia, che fino a ieri comunicava solo a monosillabi e si nutriva di ansia da esame, ha una vita sociale molto più attiva della mia: ha un posto dove andare, qualcuno da incontrare, una vita biologica degna di questo nome. E io? Io sono qui, a ventisette anni, a fare da guardia a un appartamento universitario mentre il mio fidanzato copula mentalmente con la penetrazione aerodinamica di un fondo piatto. Che squallore. Cazzo Lucrezia ha avuto una transizione di fase degna di quei teen-drama che si vedevano in tv una volta, e in cui la timida e impacciata protagonista esce fuori dal bozzo grazie all’aiuto e alle attenzioni del capitano della squadra di rugby. Dov'è il mio capitano? Dove cazzo si trova? Perché non viene a salvarmi dallo squallore della mia vita di ricercatrice?
Spengo la TV con una ditata rabbiosa sul telecomando. Impossibile concentrarsi. Decido di battere in ritirata, sperando che il sonno resetti i miei neurotrasmettitori prima che decida di diventare io stessa la protagonista di uno di quei documentari true crime. Mi immagino già i titoli di testa: la fisica che ammazzò quell’inutile del suo fidanzato e lo conservò nel freezer per osservare meglio il fenomeno della sublimazione. No, devo fare qualcosa oppure finirò per impazzire. Mi infilo sotto le coperte, mi giro di lato e fisso il muro, aspettando un torpore che non arriva; solo un gran giramento di “rotule”. «Capitano, oh mio capitano, dove cazzo ti sei cacciato?» mentre penso che sarei disposta anch'io a mettermi in piedi su un cavolo di banco di scuola se ciò richiamasse l'attenzione di quella larva di Alfredo. Dopo circa un'ora vedo la luce spegnersi. Alfredo si sfila le lenti blu, le appoggia sul comodino con precisione millimetrica e si infila sotto le lenzuola dal suo lato. Sento il materasso cedere sotto il suo peso e, nonostante la razionalità mi gridi di lasciar perdere, una stupida, irriducibile parte del mio sistema limbico spera ancora che si avvicini e si avviluppi a me come un polpo. Non chiederei altro. Mi giro lentamente verso di lui, trattenendo il fiato, pronta a cogliere il minimo spostamento d'aria, la minima variazione termica che indichi un approccio. Un braccio che si allunga, un sospiro più caldo sul collo... un qualcosa.
«Buonanotte, Greta » - mormora con voce impiastricciata, mentre comincia subito a russare, con un piccolo rivolo di bava che gli cola dall’angolo della bocca aperta. È crollato.
E io resto lì, sola, immobile; fisso il soffitto con livelli di cortisolo che da soli potrebbero alimentare una piccola centrale elettrica. C'è un'ironia sottile e crudele in tutto questo: ho passato anni a studiare le forze che tengono unito l'universo, e stasera non riesco a trovare un briciolo di energia che tenga uniti me e il mio fidanzato.
Credo di essermi assopita. Non sono sicura d'aver dormito o se piuttosto non abbia solo chiuso gli occhi per una manciata di secondi, ma qualcosa ha destato la mia attenzione; un suono sordo, un incedere ritmico… Oh, non ci credo. Ci mancava solo questo!
Il suono non proviene dal corridoio ma da dietro la testiera del letto, dritto dall'altra parte del muro sottile che separa la mia camera da quella del vichingo. È un ritmo cadenzato, sordo, metallico. Il cigolio regolare delle molle di un letto che viene sottoposto a uno stress meccanico notevole, accompagnato dal picchiettare della struttura di legno contro la parete. Trattengo il fiato. Le mie sinapsi impiegano esattamente tre millisecondi a elaborare il dato acustico e a convertirlo in un'unica, devastante conclusione: l'argonauta è tornato. E non è solo. Dal muro filtra un gemito soffocato, seguito da una risatina roca, quella vibrazione calda e impastata che Diego usa quando fa il bastardo. Poi, il ritmo accelera. Le leggi della fisica sono spietate: il suono si propaga attraverso i solidi con una velocità cinque volte superiore rispetto all'aria, il che significa che ogni singolo ansimare, ogni attrito di pelle contro pelle, mi arriva dritto nel cervello in alta definizione. È un disastro acustico di proporzioni bibliche. Sento i palmi delle mani iniziare a sudare. Il mio corpo reagisce alle frequenze peccaminose che arrivano dall'altra stanza con un picco di pressione arteriosa che farebbe saltare un manometro. Sono intrappolata in un sandwich di paradossi: a sinistra ho la cariatide della mia vita che russa emettendo bolle di anidride carbonica e bava, a destra ho la personificazione del peccato quantistico che sta dando una dimostrazione pratica di dinamica dei fluidi con una sconosciuta. Sento di stare per impazzire. Mi copro la faccia con il cuscino, premendolo sulle orecchie fino a farmi male, ma è del tutto inutile. Il muro continua a vibrare, e con lui ogni singolo neurone che mi è rimasto. Vorrei alzarmi, correre alla sua porta a gridargli di fare piano. E che diamine! C'è gente che dorme qui, no? Ma mi trattengo. Lo so, lo so, quella della sfuriata sarebbe solo un futile pretesto per guardare quell'adone dare all'ennesima sciacquetta raccattata in qualche bar la notte della sua vita. Ma dentro di me sento di non poter andare avanti così, devo fare qualcosa; la tensione è troppa per restare immobile in questo dannato letto. Le mie mani si allungano in mezzo alle gambe in cerca di ristoro… Poi, all'improvviso, un lungo gridolino sommesso. Qualcosa di vagamente percettibile, come un orgasmo rubato mentre qualcuno ti tappa la bocca con la mano. Segue un grugnito sordo, animalesco quasi, e tutto tace. Finalmente tutto tace. Ed io ho bisogno di bere. Ho davvero bisogno di bere qualcosa.
Mi sfilo fuori dalle coperte cercando di non fare rumore, e indosso la mia felpa oversize, lasciando le gambe nude coperte solo dalla sottile stoffa degli slip. Dopo un attimo sono già in corridoio. Ho la gola più secca del deserto in cui Oppenheimer fondò Los Alamos; il bagliore del Trinity test di pochi minuti prima mi aveva accecato peggio della luce “di mille soli”. Non v’ero certo abituata. Cammino a piedi scalzi sul pavimento freddo, guidata solo da un altro flebile bagliore che proviene dalla cucina. Qualcuno ha lasciato la porta del frigorifero aperta. Qua va a finire che mi incazzo di brutto. Quando arrivo sulla soglia, mi blocco. C'è una sagoma imponente stagliata contro la luce fredda del vano elettrodomestico. Sento il rumore ritmico del liquido che viene buttato giù a grandi sorsate: sta tracannando l'acqua direttamente dalla bottiglia di vetro, mentre l'ombra di quel corpo si proietta sul muro opposto, enorme, definita, drammatica. Il fastidio per la mancanza di igiene e il rancore accumulato nell'ultima ora coordinano i miei neuroni in un unico obiettivo: il cazziatone definitivo. «Ma vi pare il caso di fare tutto questo casino a quest'ora della notte? E poi quante volte vi ho detto che non si beve dalla bottigl...»
Clack.
La porta del frigorifero si chiude di colpo, tagliando l'unica fonte di luce e facendomi piombare nell'oscurità più totale. I miei occhi protestano. Vedo solo un’enorme macchia violacea fluttuare nel buio. Ma in quella penombra spessa e densa come la pece, l'eco dei miei passi si arresta a pochi centimetri da lui. C'è un silenzio assoluto, interrotto solo dal rumore del suo respiro leggermente accelerato. E poi c'è il calore. Quell'ammasso di molecole emana una radiazione termica pazzesca, quasi avesse appena corso una maratona. Sbatto le palpebre, disperata, cercando di accelerare l'adattamento della retina al buio. Le forme iniziano a delinearsi lentamente, grigie su fondo nero. Diego è fermo davanti a me, a un palmo dal mio naso. Ha ancora la bottiglia in mano. Ma non è la maglietta dell'Hellfire Club a riflettere la pochissima luce che filtra dalla finestra della cucina. È la sua pelle. Abbasso lo sguardo lungo il suo torso, seguendo la linea dei fianchi, e la mia mente fa un calcolo matematico rapido basato sulle proporzioni geometriche del denim elasticizzato che indossava prima. Non c'è denim. Non c'è un asciugamano. Non c'è assolutamente nulla. È nudo come mamma lo ha fatto, o meglio, come l'universo lo ha sconsideratamente ingegnerizzato. Trattengo il fiato, pietrificata. Le mie mani, nascoste dentro le maniche troppo lunghe della felpa, iniziano a contorcersi nervose. Non riesco a vederlo nei dettagli, non ancora almeno, ma la certezza matematica della sua totale nudità si abbatte sul mio sistema nervoso con la forza di un collasso gravitazionale. Diego aveva sganciato la bomba ed io bramavo dalla voglia di osservarne il fungo atomico.
Allungo una mano dentro la manica troppo lunga della felpa oversize. Le dita si muovono da sole, spinte da una forza attrattiva che viola qualsiasi principio di autoconservazione. Vorrei solo sfiorarlo. Accertare empiricamente la consistenza di quel corpo, verificare se la pelle sia calda quanto l’aria che ci separa, o se sia io a essere entrata in una fase di delirio ipertermico. Un millimetro ancora e lo toccherei…
Poi, il cervello si riattiva con una scossa dolorosa. Che cazzo sto facendo?
Faccio un passo indietro bruscamente, i piedi nudi che quasi scivolano sul pavimento freddo. Volto le spalle a quella colossale anomalia gravitazionale e corro. Praticamente volo lungo il corridoio, senza respirare, con la gola che brucia per una sete rimasta insoddisfatta e il cuore che batte a una frequenza di risonanza così alta da farmi tremare le costole. Rientro in camera come una ladra. Mi infilo sotto le coperte cercando di non far oscillare il materasso. Alfredo è lì, immobile, una cariatide di ottanta chili che emette un sommesso e regolare bollettino di anidride carbonica dal naso. Il contrasto è letale: Diego era un reattore in piena fusione; il mio letto è lo zero assoluto.
Resto immobile a fissare il soffitto, ma il sistema limbico ha preso il controllo della plancia e non ha nessuna intenzione di mollarla. Le mie mutandine sono... beh, il livello di umidità nella stanza non è dovuto solo al disastro di Fukushima in bagno. C’è un surplus di energia nel sistema, un picco di dopamina e ossitocina che fluttua nel mio sangue senza una via d'uscita. Devo scaricare a terra la tensione. Adesso. O non dormirò mai più. Con una lentezza esasperante, sfilo la mano destra da sotto la coperta e la infilo sotto il tessuto sottile degli slip.
«È solo biologia, Greta. Solo una risposta ormonale a uno stimolo visivo e uditivo», mi ripeto in un barlume di lucidità ipocrita, mentre le mie dita trovano il centro esatto del mio collasso privato. Chiudo gli occhi e l'effetto della cecità svanisce. La mia mente, rimasta al buio, ricostruisce l'immagine residua impresasi sulla retina: Diego bagnato, la goccia d'acqua che sparisce sotto l'asciugamano, la scia di calore in cucina, la certezza matematica della sua totale, sfrontata nudità a pochi centimetri dalle mie labbra. Inizialmente il ritmo è cauto, quasi timoroso. Ho il terrore di muovere il letto, di svegliare la sfinge che dorme accanto a me. Ma la prudenza è una variabile che viene rapidamente azzerata dall'urgenza. Ogni volta che Alfredo accenna a un respiro più profondo, io accelero. Il calore si concentra tutto lì, sotto le mie dita, mentre la gola arsa rende ogni respiro un rantolo soffocato che devo reprimere contro il cuscino. Non sto pensando al mio fidanzato in questo momento. Lo vorrei tanto, ma non posso, non ci riesco. Nella mia testa c’è solo quella voce roca, quel modo sporco di dirmi «A Marie Curie, non è che è l'effetto delle radiazioni?» che mi rimbalza nei lobi temporali, accelerando le sinapsi, accorciando le distanze. Sto barattando il mio rigore morale con un milligrammo di endorfine. Il picco arriva all'improvviso, violento e concentrato come un punto di singolarità spazio-temporale. Trattengo il fiato, inarcando leggermente la schiena per non far cigolare le molle, stringendo i denti sul bordo del lenzuolo per soffocare il gemito che mi preme contro i polmoni. Le pareti dello stomaco si contraggono in un brivido elettrico che si propaga fino alla punta dei piedi. Poi, lentamente, l'entalpia diminuisce. Il sistema si stabilizza. Sfilo la mano, tremante, e la riporto al petto, sentendo il cuore che rallenta la sua corsa folle. Alfredo si gira di lato con un grugnito svogliato, sistemandosi il cuscino senza mai aprire gli occhi. Mi volto anch'io verso il muro, con la gola ancora più secca di prima e le dita che odorano di me e di un tradimento quantistico consumato interamente nella mia testa. Ho azzerato il picco ormonale, sì. Ma so perfettamente che domani mattina, quando la luce del sole illuminerà questa cazzo di casa, guardare Diego negli occhi sarà un problema di fisica teorica che non ho la minima idea di come risolvere.
La mattina di sabato si apre con lo zero assoluto nel letto e un'emicrania da sovraeccitazione sinaptica. Allungo un braccio alla mia sinistra: le lenzuola sono fredde. Alfredo non c'è. Un rapido sguardo all'orologio sul comodino mi conferma che sono appena le sette e mezza. Sul display del telefono campeggia un suo messaggio, sintetico come una stringa di codice binario: “Andato in dipartimento. Il tunnel del vento era libero oggi. Torno per cena. Lasciato caffè sul fuoco”. È sabato. Il sabato accademico, per qualsiasi essere umano normale, prevede il recupero delle ore di sonno perse e una dose massiccia di procrastinazione. Per il mio fidanzato, invece, l'assenza di studenti e colleghi rappresenta la condizione ideale di vuoto pneumatico in cui far correre i suoi flussi turbolenti senza interferenze antropiche. Praticamente ha preferito un fondo piatto in fibra di carbonio a me. Di nuovo. Sospiro, passandomi le mani sulla faccia. L'odore sulle mie dita è svanito, ma la memoria visiva della cucina a mezzanotte è ancora vivida sulla mia retina come un danno da radiazioni. Ho la giornata libera, un livello di energia mentale rasoterra e un disperato bisogno di distrarmi per non analizzare il mio collasso morale di poche ore fa. Soluzione: economia domestica. Devo fare il bucato. Mi infilo la solita armatura di sicurezza – la felpa oversize e un paio di pantaloncini di tuta larghi quanto un paracadute – e recupero il cesto della biancheria sporca. Quando esco in corridoio, l'appartamento è immerso in un silenzio teso. La porta di Lucrezia è sbarrata; il paramecio turbo-fregna deve essere ancora in fase di smaltimento da etanolo post-festa biologica. La porta di Diego, invece, è socchiusa. Non oso guardare dentro, non oso neppure avvicinarmi. Accelero il passo, rasentando i muri esattamente come faceva Lucrezia fino a ieri, e mi rifugio nello sgabuzzino dove lavatrice e asciugatrice ci osservano dall'alto della loro tecnologia obsoleta.
L'elettrodomestico in questione è un cimelio degli anni Novanta che Alfredo ha ereditato dalla nonna e che tratta con la stessa devozione che si riserva all'acceleratore di particelle del CERN. Ha un pannello di controllo che richiede una laurea in ingegneria dei sistemi e un ciclo di centrifuga che, a 1200 giri, minaccia di far entrare l'intero condominio in una risonanza sismica distruttiva. Mi accovaccio davanti al cestello, decisa a separare i bianchi dai colorati con rigore accademico. Comincio a infilare dentro le mie t-shirt, i calzini da notte e... mi blocco. In fondo al cestello c'è qualcosa che non mi appartiene. Lo tiro fuori con due dita, come se stessi maneggiando del plutonio arricchito. È una felpa nera, pesante che profuma di fumo di sigaretta, accordi di chitarra e quel fottuto bagnoschiuma al sandalo che mi ha mandato in cortocircuito il sistema limbico poche ore fa. Diego. Ha abbandonato il suo bucato dentro la macchina, violando la prima legge della convivenza coatta: chi prima arriva, meglio alloggia, ma se non scarichi il cestello sei un uomo morto.
«Sei lì che studi la cinematica dei corpi rigidi o stai solo cercando di capire come si accende quel reattore?»
La voce arriva dall'alto, calda, impastata di sonno e pericolosamente vicina. Faccio un salto millimetrico, battendo la testa contro la mensola dei detersivi. Mi giro di scatto, ancora accovacciata sul pavimento freddo, con la felpa di Diego stretta in mano come un corpo del reato. È appoggiato allo stipite della porta. Indossa solo un paio di pantaloni della tuta grigi, talmente bassi sui fianchi che la linea di Apollone sembra disegnata con un compasso matematico. Niente maglietta. Niente asciugamano. Ha i capelli biondi completamente arruffati, gli occhi stretti per la luce della stanza e l'aria sfrontata di chi sa perfettamente di essere l'anomalia orbitale che sta distruggendo la mia stabilità gravitazionale.
«Diego» esalo, e la mia voce suona un'ottava sopra il mio range standard. Cerco di recuperare il controllo. «La tua roba è ancora dentro. Ti ho detto mille volte che non puoi monopolizzare l'unico elettrodomestico funzionante della casa.»
Lui fa un sorriso sghembo, si stacca dallo stipite e fa un passo avanti, riducendo la distanza di sicurezza a meno di un metro. Il ripostiglio è troppo piccolo. L'ossigeno sta diminuendo a vista d'occhio.
«Calma, Marie Curie» mormora, accovacciandosi anche lui davanti alla lavatrice, esattamente di fronte a me. Le sue ginocchia sfiorano le mie. Riesco a sentire la radiazione termica che emana la sua pelle. «Ero stanco ieri sera. Ho avuto... parecchio da fare, sai? Certe cose richiedono un certo tempo di recupero.» continua tronfio. Tanta sfacciataggine mi da il voltastomaco. Ma chi si crede di essere per trattarmi in quel modo. Gli mollerei un ceffone. Ma quel suo riferimento all'attività acustica della notte mi arriva dritto al cervello come una scossa elettrica. Sento i capillari delle guance dilatarsi all'istante. Divento paonazza. Lui se ne accorge, e quel maledetto sorriso si allarga, trasformandosi in una trappola per neuroni indifesi.
«Che c'è, Greta?» sussurra, abbassando lo sguardo sulla mia mano, che sta ancora stringendo la sua felpa contro il mio petto. «Stai analizzando il mio DNA o ti piace solo l'odore del mio bucato?»
Che stronzo!
Cavoli come lo odio quando fa così. Però la mia mente non può esimersi dal tentennare su un ultimo mefistofelico pensiero: lo ha fatto apposta. Sapeva perfettamente che ero sveglia. Sapeva che ero dall'altro lato di quel ridicolo tramezzo di cartongesso ieri sera, e ha voluto che sentissi ogni singola maledetta frequenza del suo exploit. Una provocazione? Del puro e semplice esibizionismo da maschio alfa fuori corso? Chi lo sa. Eppure, nel silenzio di quello sgabuzzino, registro una variazione di flusso. Diego non sta più guardando la lavatrice. Ha abbassato le ciglia, e il suo sguardo sta seguendo una traiettoria millimetrica che scivola lungo il bordo della mia felpa oversize, indugiando sulla linea nuda delle mie cosce, parzialmente coperte dai pantaloncini della tuta. Dettaglio del tutto trascurabile per la fisica macroscopica, ma devastante a questa distanza: le sue pupille sono dilatate. Non sono la sola a essere vittima del proprio sguardo. C'è un'attrazione gravitazionale reciproca in questa stanza, e non c'è verso di negarla con un'equazione.
«Sei un esibizionista del cazzo, Diego», sputo fuori, cercando di dare alla mia voce il tono più glaciale possibile, anche se il mio cuore sta battendo a una frequenza di risonanza da tachicardia ventricolare. Lui non sembra scomporsi di un millimetro. Fa un respiro lento, l'addome scolpito che si contrae contro il tessuto grigio della tuta, ed esala un'aria che profuma ancora di menta e di un'intollerabile confidenza. Allunga una mano – dita lunghe, nodose, con le unghie leggermente rovinate dalle corde della chitarra – e afferra la felpa nera che gli ho buttato addosso. Ma invece di alzarsi, la usa come pretesto per avvicinarsi di altri tre centimetri. Ormai sento il calore della sua rotula contro la mia.
«Esibizionista io?» mormora, e la voce ha quella grana ruvida della mattina che mi si conficca dritta sotto la pelle. «O sei tu che hai l'udito troppo sensibile? Il cartongesso fa miracoli, ma non pensavo fossi così... attenta ai rumori di fondo dell'appartamento.»
Il cuore mi si ferma. Mi sta provocando. Sta testando i miei limiti empirici per vedere fino a che punto mi spingo prima di confessare che ieri sera, mentre lui faceva cedere le molle del letto, io ero dall'altra parte a consumare un tradimento quantistico con la sua ombra.
«Io non ero attenta a un bel niente», ribatto, puntando i palmi delle mani sul pavimento per darmi la spinta e alzarmi, decisa a rompere questo legame chimico prima che si trasformi in una reazione irreversibile. «Avete fatto un tale casino che mi meraviglio di come Alfredo non si sia svegliato!»
Ma Diego è più veloce delle mie sinapsi. Prima che io possa raddrizzare le gambe, la sua mano scatta in avanti e mi afferra saldamente per il polso, proprio sopra l'orologio. Non stringe da far male, ma la pressione delle sue dita è una costante che mi blocca sul posto. Il pollice si posa esattamente dove pulsa la mia arteria radiale, registrando senza margine d'errore i miei centoventi battiti al minuto. Il suo sorriso sghembo svanisce per un microsecondo, sostituito da un'intensità scura, quasi seria, che mi mozza il fiato in gola.
«Ah, allora è questo il problema: Alfredo dormiva e a te non andava di restar tutta sola soletta in un letto così grande. Vero?»
«Vaneggi» - replico decisa, sostenendo il suo sguardo più a lungo di quanto fosse necessario.
«Beh, » - continua beffardo - «avresti potuto unirti a noi. C'è sempre posto per una persona in più!»
«Ma come ti permetti?» - sbotto ferits- «Ma per chi mi hai preso? Per una di quelle troiette che ti scopi una sera sì e l'altra pure?»
Il sorriso di Diego si spegne all'istante. Le sue dita si stringono attorno al mio polso con una frazione di millimetro di pressione in più. La mascella gli si irrigidisce, e per la prima volta il dio norreno sfrontato lascia il posto a qualcosa di cupo e fottutamente reale.
«Modera i termini, Greta» dice, e la voce gli scende di un'ottava, priva di qualsiasi traccia di ironia.
«Non modero proprio un cazzo! Porco, schifoso che non sei altro!» gli urlo in faccia. Con uno scatto d'orgoglio e rabbia mi straccio dalla sua presa e scatto in piedi, col fiatone e i muscoli che tremano per l'adrenalina in circolo.
Diego rimane accovacciato per un secondo, guardando la sua mano rimasta vuota a mezz'aria, poi si alza anche lui, fluido e minaccioso come una pantera. Mi sovrasta con tutta la sua altezza, ma l'espressione ferita di prima è già stata mascherata di nuovo dalla sua solita maschera di strafottenza.
«Ehi, ehi, sta calma. Non vorrai che ti venga una sincope!»
«Vaffanculo, Diego! Tu e le tue battute del cazzo!» ringhio, facendo un passo indietro fino a inchiodarmi con la schiena contro il mobile dei detersivi. Lui fa un passo avanti, incrociando le braccia sul petto nudo. Quel ghigno irritante gli ridisegna le labbra, ma stavolta nei suoi occhi c'è una luce diversa. Più affilata. «Io sarò pure un porco, Einstein, ma l’ipocrisia non fa bene alla salute. Ti scandalizzi tanto per i rumori di ieri sera, ma non mi sembra che tu e l'ingegnere siate soliti sigillare la stanza sottovuoto per non disperdere le onde sonore.»
Aggrotto la fronte, il cuore che manca un battito. «Cosa stai dicendo?»
Diego si inclina leggermente in avanti, invadendo di nuovo il mio campo visivo, e abbassa la voce fino a farla diventare un sussurro rauco che mi azzera i riflessi. «Dico che il cartongesso funziona nei due sensi, Genio. E due martedì fa, quando il tuo fidanzato ha temporaneamente spento il PC, non mi pare che tu fossi così indignata per lo stress meccanico del letto. Com'era quella frase che ripetevi? “Sì, Alfredo, spingi, più forte, dai!”?»
Il sangue mi si gela nelle vene, per poi schizzare a mille gradi direttamente al cervello. O mio Dio. Lo ha detto davvero. Ha replicato quella frase. Quella stramba, imbarazzante frase che avevo detto ad Alfredo nel disperato tentativo di farlo eccitare. Diego l'ha sentita. L'ha registrata. E ora me la sta sputando in faccia con la precisione di un laser.
In quel millisecondo, la mia dignità si disintegra in un milione di particelle subatomiche. La vergogna e la rabbia ingaggiano una fusione nucleare nel mio petto che non riesco più a contenere. Non c'è più logica. Non c'è più fisica. Solo puro istinto di sopravvivenza.
«Stronzo schifoso!» urlo
E prima che il mio cervello possa calcolare le conseguenze dell'impatto, la mia mano scatta da sola, mollando un ceffone dritto su quel suo visino angelico. Il suono dello schiaffo rimbomba nello sgabuzzino come un colpo di pistola. Diego barcolla di un millimetro, la testa girata di lato e il segno rosso delle mie dita che comincia a comparirgli sulla guancia. Non gli do il tempo di realizzare. Con un movimento fulmineo afferro la sua maledetta felpa nera e gliela scaravento addosso con tutta la forza che ho in corpo. Il tessuto lo colpisce in pieno petto, coprendogli per un attimo il viso e quel suo sorriso del cazzo. Giro i tacchi e scappo.
Mi barrico in camera mia con la schiena contro la porta, il cuore che batte a una frequenza tale da rischiare di mandarmi in fibrillazione atriale. Ho il fiato corto e il palmo della mano destra mi brucia ancora per l'impatto contro la sua guancia. L'ho fatto davvero. Gli ho dato uno schiaffo. Resto in apnea, aspettando i passi felpati della pantera, il pugno contro il legno, la sua voce incazzata che mi ordina di aprire. Invece, dal corridoio mi arriva solo un rumore secco: il clic metallico della serratura d'ingresso e il tonfo della porta che si chiude. Se n'è andato. Il Disastro di Fukushima ha evacuato l'edificio per la seconda volta in dodici ore. Esalo un respiro tremante. Solo allora mi rendo conto che se non scarico quel maledetto cestello della lavatrice adesso, passerò il resto della giornata a congelarmi le sinapsi in questa stanza. Devo riprendermi il mio territorio. Esco di sottecchi, camminando in punta di piedi come se l'appartamento fosse disseminato di mine antiuomo. È un miracolo che il paramecio non sia già uscita a lamentarsi del baccano. Quando rientro nello sgabuzino la luce fredda del mattino illumina il vuoto lasciato da Diego. La felpa nera è sparita. Immagino che se la sia portata via insieme al suo orgoglio ferito. Eppure, l'occhio mi cade sul ripiano superiore della lavatrice, proprio accanto al flacone del ammorbidente. Il mio sistema nervoso registra un'anomalia visiva. Lì, ripiegati con una precisione quasi insultante, ci sono un paio di boxer neri, attillati, di quel cotone elastico che non lascia spazio all'immaginazione. E sopra, incastrato nell'elastico con il logo in vista, c'è un pezzetto di carta strappato da un quaderno a quadretti. Mi avvicino come se stessi esaminando una sostanza altamente tossica. Riconosco la grafia di Diego: disordinata, sghemba, decisa.
«Visto che dici che sono un esibizionista, ti do un buon motivo per pensarlo.»
Sento le guance andare in fiamme per la seconda volta nel giro di dieci minuti. Che pezzo di stronzo. Che provocatore del cazzo. La mia parte razionale, la dottoressa in fisica teorica che aspira a una cattedra universitaria, mi ordina di afferrare quel pezzo di stoffa con le pinze igieniche e scaraventarlo direttamente nel bidone dell'indifferenziata. È una trappola. Un test empirico per vedere quanto sono vulnerabile. Non farlo, Greta. Non cedere. Lotto con tutta me stessa. Resto immobile per trenta lunghissimi secondi, fissando quel cumulo di tessuto nero come se fosse l'orizzonte degli eventi di un buco nero: se mi avvicino troppo, non potrò più tornare indietro. Ma la biochimica è una scienza spietata, e il sistema limbico fotte il lobo frontale nove volte su dieci. Prima che io possa razionalizzare il movimento, le mie mani si allungano. Prendo i boxer. Il tessuto è fresco, ma nel momento in cui lo sollevo, l'aria circostante viene saturata. Sollevo i boxer all'altezza del viso, esitando solo per un millesimo di secondo, e poi cedo. Accosto il naso alla patta del cotone, chiudendo gli occhi.
Maledizione.
Vengo travolta da un'onda d'urto invisibile. C'è quel profumo intenso, muschiato, l'odore della sua pelle scaldata dal vapore della doccia combinato con una nota selvaggia e fottutamente maschile che mi si pianta dritto nei lobi temporali. È l'essenza pura di Diego. È l'odore del malessere a cui ho pensato tutta la notte mentre il mio fidanzato analizzava i flussi turbolenti della nuova Ferrari. Trattengo il fiato, riempiendomi i polmoni di quel reattore in piena fusione, mentre un brivido elettrico mi scende lungo la schiena, andandosi a scaricare esattamente nello stesso punto del mio collasso privato di poche ore fa.
Trattengo il fiato, riempiendomi i polmoni di quel reattore in piena fusione, mentre un brivido elettrico mi scende lungo la schiena. Ma l'estasi biochimica dura un solo millisecondo. Improvvisamente, la temperatura della stanza si impenna. La pressione dell'aria cambia, densa, pesante. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che il flusso quantistico dell'appartamento si è appena alterato di nuovo. Quel "clack" metallic della porta d'ingresso non era Diego che usciva... era Diego che rientrava, o che forse aveva solo finto di andarsene senza farlo per davvero. Sento la sua presenza alle mie spalle. Un'ombra massiccia, silenziosa, che oscura la luce della finestra e si piazza a pochi centimetri dal mio raggio d'azione. Il panico mi azzera i riflessi, ma la vergogna viene immediatamente rimpiazzata da un picco anomalo di adrenalina pura. Mi ha beccata con il naso tra i suoi boxer. Sono fottuta. La mia credibilità scientifica è polvere. Ma invece di crollare e scoppiare a piangere, il mio cervello devia bruscamente verso un binario di lucida follia. Se devo cadere, lo farò violando ogni singola legge del buon senso. Senza voltarmi, con i movimenti fluidi di chi sta eseguendo un protocollo d'emergenza, comincio a caricare la lavatrice. Infilo i miei panni e, con una sfacciataggine che non sapevo di possedere, ci butto dentro anche i boxer neri di Diego. Ma non basta. Non è abbastanza per pareggiare i conti con quel nomignolo, con lo schiaffo, con la frase di Alfredo rinfacciata in quel modo sporco. In un secondo di totale blackout morale, le mie mani scendono al cordoncino dei miei pantaloncini della tuta. Li spingo giù con un unico gesto secco, lasciandoli cadere alle mie caviglie. E poi, senza un briciolo di esitazione, infilo le dita sotto l'elastico dei miei slip. Me li sfilo, lasciando le gambe completamente nude, esposte all'aria fredda dello sgabuzino. E alla sua vista.
«C'è ancora spazio nel cestello» - mi dico - «Sarebbe da stupidi sprecare acqua per un carico parziale, no?» Getto anche i miei slip nel cestello. Lo so, lo so che è solo una stupida scusa, un pretesto ridicolo, un paravento di logica dietro cui nascondere un'audacia criminale. Ma il vero punto di non ritorno arriva adesso. Mi piego in avanti. Appoggio le mani sul bordo dell'oblò e mi protendo fin dentro il cestello della lavatrice, fingendo di voler sistemare meglio i capi sul fondo per ottimizzare la forza centrifuga. È una messinscena. Lo so io, e lo sa maledettamente bene anche lui. In quella posizione, con la felpa oversize che si solleva inevitabilmente lungo i fianchi, offro alla pesante ombra del mio coinquilino un'immagine indelebile, sfrontata e totale della mia intimità. Sento i suoi occhi bruciarmi la pelle come un laser ad alta potenza. Sento il suo respiro che si interrompe bruscamente alle mie spalle. In questo esatto millisecondo, comprendo di essere giunta davanti al famoso orizzonte degli eventi. Ho superato la linea in cui la gravità della ragione può ancora salvarmi. Da questo punto in poi, la luce non può più sfuggire. Quel buco nero di passione mi ha agganciata, e so perfettamente che non mi lascerà mai più andar via. Rimango lì, piegata, con i muscoli tesi e il fiato sospeso, aspettando che l'anomalia alle mie spalle decida come e quando sferrare il suo collasso definitivo.
Non posso vederlo, ma sento due mani grandi, calde e feroci inchiodarsi sui miei fianchi nudi. La presa è spietata, rigida, priva di qualsiasi preambolo romantico. Mi strattona leggermente all'indietro per posizionarmi, e un istante dopo l'attrito si azzera: si infila dentro di me con una spinta secca, profonda, che mi strappa un gemito acuto contro il metallo freddo del cestello. L'impatto mi mozza il fiato. È un disastro di proporzioni bibliche. Non c'è spazio per le parole, non c'è spazio per la logica. Iniziamo a farlo in maniera selvaggia, animalesca, rispondendo solo alle leggi più primordiali della materia. Le pareti dello sgabuzino sembrano stringersi intorno a noi mentre il ritmo accelera, violento, cadenzato, identico a quello che poche ore prima faceva vibrare il cartongesso della mia camera. Ogni spinta è una scossa elettrica che si propaga lungo la mia colonna vertebrale; ogni mio ansimare viene soffocato dalla sua carne contro la mia. È un sesso appagante in modo quasi doloroso, una reazione a catena che consuma ogni briciolo di ossigeno residuo. Mi lascio guidare da quella forza bruta, inarcando la schiena, stringendo le dita attorno al bordo della lavatrice, completamente sottomessa alla sfrontatezza di quel corpo che mi sta possedendo con la fame di chi rivendica un diritto di proprietà. Il picco ormonale arriva all'improvviso per entrambi, un punto di singolarità spazio-temporale violento e assoluto, che ci lascia svuotati, frementi e senza fiato. Lui si ritrae lentamente, con un respiro pesante che mi scalda la schiena bagnata di sudore. Sento il fruscio dei tessuti mentre si ricompone, ma la mia retina è ancora accecata dal blackout ormonale. Rimango appoggiata all'oblò per qualche secondo, cercando di stabilizzare i battiti del cuore e di rimettere in sesto il mio cervello. Non posso crederci d'averlo fatto eppure è così: ho ceduto. Sistemandomi la felpa oversize sulla mia intimità nuda e violata, esco finalmente dalla lavatrice per affrontare le conseguenze del mio disastro morale. Mi volto, pronta a incrociare quegli occhi color oro e quel sorriso sghembo da schiaffi di Diego, pronta a stabilire i nuovi parametri di questa convivenza impossibile.
Ma sulla soglia non c'è Diego.
Il corridoio è illuminato dalla luce del mattino e, appoggiato alla parete con le braccia incrociate e l'aria insolitamente rilassata, c'è Alfredo. Il mio fidanzato. Indossa ancora la giacca leggera dell'università, ma la cravatta è leggermente allentata e sul suo viso non c'è traccia della solita rigidità accademica. Mi blocco sul posto, sentendo il sangue gelarsi all'istante, come se fossi stata catapultata nello spazio siderale. I miei occhi scattano dalle sue labbra al suo cavallo, poi di nuovo al suo viso.
«Al… Alfredo...?» balbetto, e la mia voce è un filo di fumo. «Ma tu... il dipartimento...»
Alfredo fa un piccolo sorriso, sfilandosi le lenti col filtro blu dal taschino e rimettendosele sul naso con la solita precisione millimetrica. «Ho incrociato Diego sulle scale mentre tornavo su. Mi ha detto che eri qui a fare la lavatrice e che avevi qualche problema col bucato. Poi ti ho visto è non ho saputo resistere. Direi di essermi fatto perdonare abbastanza per la débâcle di ieri sera. O mi sbaglio?»
Rimango immobile, pietrificata al centro del corridoio, mentre la mia mente da fisica teorica va in completo crash di sistema.
Alfredo. È stato Alfredo.
E mentre il mio fidanzato torna tranquillamente in camera per posare la borsa, una certezza matematica e terrificante si fa strada tra le mie sinapsi distrutte: Diego sapeva. Diego ha orchestrato tutto. E io ho appena goduto come mai in vita mia pensando all'uomo sbagliato... che in realtà era quello giusto.
Per commenti, critiche, riflessioni, o anche solo per scambiare quattro chiacchiere, come sempre, potete contattarmi su: Alexdna88@libero.it
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