In Ufficio - capitolo 5 - Catarsi
di
Alex 88
genere
dominazione
Giuditta è preda di una dilaniante dicotomia: da un lato vorrebbe fuggire via da quel bagno, dall'altra vorrebbe solo cedere alla lunga, turgida tentazione che ha davanti....
-
Non c'è catarsi senza catabasi: lo cantava Dante nella sua Commedia, lo spiegava Campbell nel suo Viaggio dell'eroe, e Jung ne ha fatto addirittura il fondamento del suo pensiero; ma non è a questo che penso mentre le mie narici avvertono l'odore forte e muschiato del grosso cazzo che ho davanti agli occhi. Così forte, così virile, che sarebbe davvero un peccato non approfittarne. Ma cosa dico? Ma mi sento? Ma dove ho la testa?
Per scendere negli inferi non serve attraversare l'Acheronte o varcare le porte di Dite: basta spingere la porta laminata dei bagni aziendali del quinto piano, durante la pausa pranzo di un mercoledì qualunque. Persefone aveva la sua melagrana, Orfeo la sue Euridice, ed io? Sarei riuscita a resistere all'abbacinante tentazione di quel nerbo stillante d'ambrosia? Avverto il forte sapore d'adrenalina e peccato riempirmi la bocca…
Un brivido liquido e caldissimo mi cola lungo le cosce nude, andandosi a schiantare contro la seta delle autoreggenti. Guardo quell'asta di carne sporgere dal laminato. Sono convinta, convinta fino al midollo, che sia Michele, mio marito. Chi altro avrebbe potuto conoscere la citazione del fiore del Madagascar? Chi altro avrebbe potuto orchestrare un simile inganno se non l'uomo che condivide il mio letto da anni e che cerca un modo disperato per riaccendere la fiamma tra noi?
La gonna a tubino, arricciata spietatamente sui fianchi, non mi offre più alcuna protezione, non da tutto questo, non da me stessa. Tanto vale sfilarsela per poggiarvi sopra le ginocchia. Piego la testa, accosto le labbra a quella pelle tronfia e incandescente e la bacio. La bacio tutta, dalla base fino alla punta, pronta a lasciare che la mia gola diventi il degno altare su cui consumare il più sacrilego dei sacrifici.
Sento le sue mani impattare contro il divisorio d'alluminio dall'altra parte. Un colpo sordo, ruvido, privo di qualsiasi delicatezza coniugale. Il ritmo che impone alla mia testa è feroce, cieco, cadenzato dal respiro affannoso che filtra dal laminato. Sono la sua marionetta, la sua serva, la sua schiava, e amo questa sua violenza che non ho mai provato in vita mia. Guido la mia stessa mano tra le gambe nude, affondando le dita nel mio centro rovente ma mi rendo conto che tutto questo non mi basta. Hai voluto giocare al Maestro, Michey? Hai voluto nasconderti dietro la finzione dell'anonimato, convinto di tenermi al guinzaglio? E allora adesso assaggia le conseguenze delle tue regole.
Afferro il bordo del divisorio in laminato con la mano sinistra, mentre con la destra stringo con forza la base di quel palo di carne, bloccandolo contro il compensato. Ti nego qualsiasi movimento di bacino. Niente spintoni goffi, niente ritmo dettato da te. Il ritmo lo decido io.
Accolgo la testa turgida e pulsante tra le labbra e me la spingo in gola con un gesto secco, profondo, perentorio. Dall'altra parte della parete sento un sussulto violento, un respiro mozzo che sbatte contro il legno. Stai per crollare. Ti stampo le dita attorno alla pelle, muovendo la testa con una cadenza spietata, ipnotica, alternando una suzione calda e profonda a morsi leggeri e calcolati che ti fanno tremare dalle fondamenta. Sento le tue mani cercare disperatamente appiglio sul divisorio, le dita che scivolano inutilmente sull'alluminio: non sei tu che sta possedendo me, sono io che ti sto prosciugando, trasformando la tua erezione nel mio strumento. Aumento la velocità, imponendo una morsa implacabile, portandoti sull'orlo del precipizio senza concederti un solo secondo per riprendere fiato. Voglio punirti per questa recita. Voglio ridurti a un ammasso di nervi tremanti prima di concederti la fine. O forse no? Troppo facile per te venire tra le mie labbra frementi di desiderio. Sono ben altre le labbra che vogliono accogliere lo scettro gagliardo che mi ha incoronata.
Mi stacco dalla tua verga con un colpo secco. Sfilo le labbra con un suono umido, lasciando che il tuo fallo resti teso, frustrato, privo dell'apice che ti ho negato e su cui stavi lì lì per crollare.
Mi alzo in piedi con decisione, la pelle in fiamme e il respiro mozzo. Con un gesto fluido e sfacciato, mi giro di spalle al divisorio d'alluminio. Piego leggermente il busto in avanti, appoggiando i palmi delle mani contro l'altra parete, fredda e liscia, per darmi stabilità. Chissà che panorama ti offro mentre sporgo ed espongo il mio centro bagnato, spalancato, affamato, proprio di fronte al foro. Ti piace? La senti la figa bagnata e vorace di tua moglie accoglierti dentro di lei? Senti come mi inerpico su quel nerbo di pelle con forsennata agonia? Come i nostri corpi sbattano con violenza contro la parete del divisorio. Non venire. Non ti permettere a venire prima che anch’io non abbia raggiunto il mio piacere.
Spingo il bacino all'indietro con colpi d'anca spietati, cadenzati, costringendo il pannello di laminato a tremare sotto ogni impatto. Sentire il divisorio vibrare ad ogni spinta, sentire il tuo respiro affannoso dall'altra parte della parete mi fa scivolare in un'estasi selvaggia. Mi guido verso il precipizio finché una contrazione violenta, sorda, un orgasmo liquido e devastante mi squassa il bacino, facendomi urlare in silenzio contro la parete fredda del bagno.
Solo allora, ancora tremante e svuotata, mi volto. Mi inginocchio di nuovo sulla mia gonna con una grazia felina, felice della mia vittoria, riprendendo il tuo grosso cazzo tra le labbra. Il tributo arriva immediato, denso, abbondante, un'iniezione di calore che mi riempie la bocca fino quasi a soffocarmi. Lo inghiotto quasi tutto, lasciando che il resto mi scivoli sul mento e all'angolo delle labbra come un trofeo di caccia. Ho avuto la mia vendetta. Ti ho reso pan per focaccia. Altro che “Maestro”…
Mi rivesto come in trance, premurandomi di indossare una buona volta queste maledette mutandine. Sento la tua zip chiudersi con un rumore metallico. Varco la soglia del bagno, esco e a passo rapido raggiungo il centro del corridoio.
Mi blocco.
Davanti a me c'è Michele.
Mio marito è lì, appoggiato al bordo del distributore automatico con un sacchetto di carta in mano e un sorriso stanco ma dolce sulla faccia.
«Ehi, tesoro! Ti stavo cercando,» dice facendo un passo verso di me e allungandomi il sacchetto. «Non puoi immaginare la coda giù al bar; infinita. Ti ho preso il tramezzino cotto e maionese che ti piace tanto, e una spremuta.»
Resto immobile, la bocca mezza aperta, il petto che si alza e si abbassa a fatica. Il sapore denso e salmastro del seme di un estraneo mi impregna ancora la lingua e la gola. Michele si avvicina, inclina la testa e mi osserva meglio. Allunga una mano e sfiora con il pollice l'angolo della mia bocca, proprio dove una traccia bianca, densa e lucida sta cominciando ad asciugarsi.
«Ma come? Ti sei già lavata i denti? E il pranzo?» chiede con un'espressione tra il sorpreso e il divertito, guardando la sostanza bianca sul suo dito. «Ti è rimasto un po' di dentifricio sul labbro, Giuditta. Sei sempre la solita pasticciona!»
Mi porto il suo dito alla bocca e ne lecco il bianco nettare appena raccolto. Sento il mondo girare al contrario. Guardo mio marito. Guardo il suo sorriso ignaro e complice di quel gesto così intimo. E mentre deglutisco l'ultimo residuo del "Maestro", capisco di essere appena caduta al centro esatto dell'inferno.
Ma non ho tempo di darmene pena visto che una nuova, tragica, consapevolezza si palesa davanti ai miei occhi nelle fattezze di Franco Landini, il capo aerea, che fa capolino dalla porta dei bagni con l'espressione colpevole di chi è stato appena beccato a truccare il bilancio aziendale.
È Lui? Franco? È davvero lui il “Maestro”?
Non lo nego, tra tutti Franco è sempre stato l'ultimo a cui avrei pensato nei panni del mio ricattatore. Che motivo avrà mai potuto avere per fare tutto ciò? Voglio dire: a parte la questione dell’uso dell'aria condizionata, per il resto Franco è sempre stato, come dire, un figo da paura? Diciamocelo chiaramente, Franco è un uomo il cui fisico e i modi di fare non passano certo inosservati. Se è vero che era interessato a me, c'era davvero bisogno di imbastire tutto questo teatrino??
Ma lo sguardo colpevole che mi ha rivolto mentre incrociavo il suo sguardo in corridoio… come se non mi riconoscesse… che cosa avrà mai voluto dire? Tutte queste domande si affollano nella mia mente mentre, ancora in trance, torno alla mia postazione. La bocca impegnata ad addentare l'ultimo boccone del tramezzino che mi ha dato Michele.
Michele…
Come cavolo faccio a dire all’uomo che amo che l'ho appena tradito con quel gran figo del capo area? E che, tra l’altro, l’abbia fatto senza che ne avessi la minima intenzione… Come potrebbe capire? Come posso anche solo sperare che mio marito mi creda se gli confesso che è a lui che pensavo mentre scopavo con foga il cazzo di un altro uomo? E infine, come posso dirgli che mi è piaciuto? Cazzo se m’è piaciuto! Lo so, ne sono pienamente consapevole: dovrei essere dolente, rammaricata, costernata; provare rabbia e persino vergogna per quel che ho fatto… ma non posso continuare a mentire, soprattutto a me stessa: quella di poco fa è stata la più bella scopata degli ultimi dieci anni!
Sul mio desktop la cartella col file cifrato ha lasciato posto a un nuovo collegamento. Ci clicco su e devo subito ridurre la finestra a un riquadro piccolissimo per paura che qualcun altro possa vedere ciò che i miei occhi, spalancati, non hanno neppure il coraggio di guardare.
Quella sono io, cazzo! Quella è la mia testa che fa avanti e dietro sul membro eretto di Franco Landini mentre quest’ultimo maldestramente si sorregge al tramezzo di alluminio che separa le nostre due cabine. Questo non è un video della nostra videosorveglianza; poco ma sicuro. Quanto sarà stata piccola la videocamera perché non la notassi? Come avrà fatto a installarla sul soffitto dei bagni senza che nessuno se ne accorgesse? Eppure ecco lì la prova evidente del mio tradimento. Ecco lì la mia faccia in preda alla pura estasi mentre mi faccio fottere per bene dal mio capo area. Ma il video si blocca, all’improvviso comincia a tornare indietro come se qualcuno avesse schiacciato inavvertitamente il tasto rewind. Io stessa vado via come un gambero mentre Franco prende a fare avanti e dietro in quello stesso cubicolo con un pezzetto di carta straccia in mano. Uno zoom sul cartiglio tra le sue mani e tutto diventa palesemente limpido e agghiacciante:
«Raggiungimi nei bagni al quinto. Ho litigato con Gianpiero e ho deciso che voglio farti impazzire.
Melania»
A quanto pare non ero la sola ad essere vittima del maestro…
Per suggerimenti, commenti, critiche o semplicemente per fare quattro chiacchere con me, come sempre: Alexdna88@libero.it
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Non c'è catarsi senza catabasi: lo cantava Dante nella sua Commedia, lo spiegava Campbell nel suo Viaggio dell'eroe, e Jung ne ha fatto addirittura il fondamento del suo pensiero; ma non è a questo che penso mentre le mie narici avvertono l'odore forte e muschiato del grosso cazzo che ho davanti agli occhi. Così forte, così virile, che sarebbe davvero un peccato non approfittarne. Ma cosa dico? Ma mi sento? Ma dove ho la testa?
Per scendere negli inferi non serve attraversare l'Acheronte o varcare le porte di Dite: basta spingere la porta laminata dei bagni aziendali del quinto piano, durante la pausa pranzo di un mercoledì qualunque. Persefone aveva la sua melagrana, Orfeo la sue Euridice, ed io? Sarei riuscita a resistere all'abbacinante tentazione di quel nerbo stillante d'ambrosia? Avverto il forte sapore d'adrenalina e peccato riempirmi la bocca…
Un brivido liquido e caldissimo mi cola lungo le cosce nude, andandosi a schiantare contro la seta delle autoreggenti. Guardo quell'asta di carne sporgere dal laminato. Sono convinta, convinta fino al midollo, che sia Michele, mio marito. Chi altro avrebbe potuto conoscere la citazione del fiore del Madagascar? Chi altro avrebbe potuto orchestrare un simile inganno se non l'uomo che condivide il mio letto da anni e che cerca un modo disperato per riaccendere la fiamma tra noi?
La gonna a tubino, arricciata spietatamente sui fianchi, non mi offre più alcuna protezione, non da tutto questo, non da me stessa. Tanto vale sfilarsela per poggiarvi sopra le ginocchia. Piego la testa, accosto le labbra a quella pelle tronfia e incandescente e la bacio. La bacio tutta, dalla base fino alla punta, pronta a lasciare che la mia gola diventi il degno altare su cui consumare il più sacrilego dei sacrifici.
Sento le sue mani impattare contro il divisorio d'alluminio dall'altra parte. Un colpo sordo, ruvido, privo di qualsiasi delicatezza coniugale. Il ritmo che impone alla mia testa è feroce, cieco, cadenzato dal respiro affannoso che filtra dal laminato. Sono la sua marionetta, la sua serva, la sua schiava, e amo questa sua violenza che non ho mai provato in vita mia. Guido la mia stessa mano tra le gambe nude, affondando le dita nel mio centro rovente ma mi rendo conto che tutto questo non mi basta. Hai voluto giocare al Maestro, Michey? Hai voluto nasconderti dietro la finzione dell'anonimato, convinto di tenermi al guinzaglio? E allora adesso assaggia le conseguenze delle tue regole.
Afferro il bordo del divisorio in laminato con la mano sinistra, mentre con la destra stringo con forza la base di quel palo di carne, bloccandolo contro il compensato. Ti nego qualsiasi movimento di bacino. Niente spintoni goffi, niente ritmo dettato da te. Il ritmo lo decido io.
Accolgo la testa turgida e pulsante tra le labbra e me la spingo in gola con un gesto secco, profondo, perentorio. Dall'altra parte della parete sento un sussulto violento, un respiro mozzo che sbatte contro il legno. Stai per crollare. Ti stampo le dita attorno alla pelle, muovendo la testa con una cadenza spietata, ipnotica, alternando una suzione calda e profonda a morsi leggeri e calcolati che ti fanno tremare dalle fondamenta. Sento le tue mani cercare disperatamente appiglio sul divisorio, le dita che scivolano inutilmente sull'alluminio: non sei tu che sta possedendo me, sono io che ti sto prosciugando, trasformando la tua erezione nel mio strumento. Aumento la velocità, imponendo una morsa implacabile, portandoti sull'orlo del precipizio senza concederti un solo secondo per riprendere fiato. Voglio punirti per questa recita. Voglio ridurti a un ammasso di nervi tremanti prima di concederti la fine. O forse no? Troppo facile per te venire tra le mie labbra frementi di desiderio. Sono ben altre le labbra che vogliono accogliere lo scettro gagliardo che mi ha incoronata.
Mi stacco dalla tua verga con un colpo secco. Sfilo le labbra con un suono umido, lasciando che il tuo fallo resti teso, frustrato, privo dell'apice che ti ho negato e su cui stavi lì lì per crollare.
Mi alzo in piedi con decisione, la pelle in fiamme e il respiro mozzo. Con un gesto fluido e sfacciato, mi giro di spalle al divisorio d'alluminio. Piego leggermente il busto in avanti, appoggiando i palmi delle mani contro l'altra parete, fredda e liscia, per darmi stabilità. Chissà che panorama ti offro mentre sporgo ed espongo il mio centro bagnato, spalancato, affamato, proprio di fronte al foro. Ti piace? La senti la figa bagnata e vorace di tua moglie accoglierti dentro di lei? Senti come mi inerpico su quel nerbo di pelle con forsennata agonia? Come i nostri corpi sbattano con violenza contro la parete del divisorio. Non venire. Non ti permettere a venire prima che anch’io non abbia raggiunto il mio piacere.
Spingo il bacino all'indietro con colpi d'anca spietati, cadenzati, costringendo il pannello di laminato a tremare sotto ogni impatto. Sentire il divisorio vibrare ad ogni spinta, sentire il tuo respiro affannoso dall'altra parte della parete mi fa scivolare in un'estasi selvaggia. Mi guido verso il precipizio finché una contrazione violenta, sorda, un orgasmo liquido e devastante mi squassa il bacino, facendomi urlare in silenzio contro la parete fredda del bagno.
Solo allora, ancora tremante e svuotata, mi volto. Mi inginocchio di nuovo sulla mia gonna con una grazia felina, felice della mia vittoria, riprendendo il tuo grosso cazzo tra le labbra. Il tributo arriva immediato, denso, abbondante, un'iniezione di calore che mi riempie la bocca fino quasi a soffocarmi. Lo inghiotto quasi tutto, lasciando che il resto mi scivoli sul mento e all'angolo delle labbra come un trofeo di caccia. Ho avuto la mia vendetta. Ti ho reso pan per focaccia. Altro che “Maestro”…
Mi rivesto come in trance, premurandomi di indossare una buona volta queste maledette mutandine. Sento la tua zip chiudersi con un rumore metallico. Varco la soglia del bagno, esco e a passo rapido raggiungo il centro del corridoio.
Mi blocco.
Davanti a me c'è Michele.
Mio marito è lì, appoggiato al bordo del distributore automatico con un sacchetto di carta in mano e un sorriso stanco ma dolce sulla faccia.
«Ehi, tesoro! Ti stavo cercando,» dice facendo un passo verso di me e allungandomi il sacchetto. «Non puoi immaginare la coda giù al bar; infinita. Ti ho preso il tramezzino cotto e maionese che ti piace tanto, e una spremuta.»
Resto immobile, la bocca mezza aperta, il petto che si alza e si abbassa a fatica. Il sapore denso e salmastro del seme di un estraneo mi impregna ancora la lingua e la gola. Michele si avvicina, inclina la testa e mi osserva meglio. Allunga una mano e sfiora con il pollice l'angolo della mia bocca, proprio dove una traccia bianca, densa e lucida sta cominciando ad asciugarsi.
«Ma come? Ti sei già lavata i denti? E il pranzo?» chiede con un'espressione tra il sorpreso e il divertito, guardando la sostanza bianca sul suo dito. «Ti è rimasto un po' di dentifricio sul labbro, Giuditta. Sei sempre la solita pasticciona!»
Mi porto il suo dito alla bocca e ne lecco il bianco nettare appena raccolto. Sento il mondo girare al contrario. Guardo mio marito. Guardo il suo sorriso ignaro e complice di quel gesto così intimo. E mentre deglutisco l'ultimo residuo del "Maestro", capisco di essere appena caduta al centro esatto dell'inferno.
Ma non ho tempo di darmene pena visto che una nuova, tragica, consapevolezza si palesa davanti ai miei occhi nelle fattezze di Franco Landini, il capo aerea, che fa capolino dalla porta dei bagni con l'espressione colpevole di chi è stato appena beccato a truccare il bilancio aziendale.
È Lui? Franco? È davvero lui il “Maestro”?
Non lo nego, tra tutti Franco è sempre stato l'ultimo a cui avrei pensato nei panni del mio ricattatore. Che motivo avrà mai potuto avere per fare tutto ciò? Voglio dire: a parte la questione dell’uso dell'aria condizionata, per il resto Franco è sempre stato, come dire, un figo da paura? Diciamocelo chiaramente, Franco è un uomo il cui fisico e i modi di fare non passano certo inosservati. Se è vero che era interessato a me, c'era davvero bisogno di imbastire tutto questo teatrino??
Ma lo sguardo colpevole che mi ha rivolto mentre incrociavo il suo sguardo in corridoio… come se non mi riconoscesse… che cosa avrà mai voluto dire? Tutte queste domande si affollano nella mia mente mentre, ancora in trance, torno alla mia postazione. La bocca impegnata ad addentare l'ultimo boccone del tramezzino che mi ha dato Michele.
Michele…
Come cavolo faccio a dire all’uomo che amo che l'ho appena tradito con quel gran figo del capo area? E che, tra l’altro, l’abbia fatto senza che ne avessi la minima intenzione… Come potrebbe capire? Come posso anche solo sperare che mio marito mi creda se gli confesso che è a lui che pensavo mentre scopavo con foga il cazzo di un altro uomo? E infine, come posso dirgli che mi è piaciuto? Cazzo se m’è piaciuto! Lo so, ne sono pienamente consapevole: dovrei essere dolente, rammaricata, costernata; provare rabbia e persino vergogna per quel che ho fatto… ma non posso continuare a mentire, soprattutto a me stessa: quella di poco fa è stata la più bella scopata degli ultimi dieci anni!
Sul mio desktop la cartella col file cifrato ha lasciato posto a un nuovo collegamento. Ci clicco su e devo subito ridurre la finestra a un riquadro piccolissimo per paura che qualcun altro possa vedere ciò che i miei occhi, spalancati, non hanno neppure il coraggio di guardare.
Quella sono io, cazzo! Quella è la mia testa che fa avanti e dietro sul membro eretto di Franco Landini mentre quest’ultimo maldestramente si sorregge al tramezzo di alluminio che separa le nostre due cabine. Questo non è un video della nostra videosorveglianza; poco ma sicuro. Quanto sarà stata piccola la videocamera perché non la notassi? Come avrà fatto a installarla sul soffitto dei bagni senza che nessuno se ne accorgesse? Eppure ecco lì la prova evidente del mio tradimento. Ecco lì la mia faccia in preda alla pura estasi mentre mi faccio fottere per bene dal mio capo area. Ma il video si blocca, all’improvviso comincia a tornare indietro come se qualcuno avesse schiacciato inavvertitamente il tasto rewind. Io stessa vado via come un gambero mentre Franco prende a fare avanti e dietro in quello stesso cubicolo con un pezzetto di carta straccia in mano. Uno zoom sul cartiglio tra le sue mani e tutto diventa palesemente limpido e agghiacciante:
«Raggiungimi nei bagni al quinto. Ho litigato con Gianpiero e ho deciso che voglio farti impazzire.
Melania»
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