Francesca: il gioco della seduzione - capitolo 4 - La Spiaggia

di
genere
esibizionismo

Dopo l'avventura del turno di notte, Francesca si reca in spiaggia per schiarirsi le idee. Ma non ha fatto i conti con le sfrontate pulsioni del suo corpo, ne con l'abbacinante sole di luglio.









La spiaggia

Il suono lento e cadenzato della risacca sull’arenile sabbioso aveva un che di ipnotico. Non c'è niente di meglio di una bella giornata passata sotto il sole paonazzo di luglio per ristorarsi dalle fatiche di un turno di notte; specie quest'ultimo. Francesca era certa che avrebbe passato le prossime ore a crogiolarsi pigramente al sole, mentre il mare azzurrino andava sciabordando mesto all'orizzonte. Magari si sarebbe concessa qualche pagina di Salgari all'ombra del suo bell'ombrellone con le frange. Salgari è sempre il massimo se si legge affondando i piedi nella sabbia e il vento muove pigramente le fronde ombrose delle palme dietro di te. Sembra sempre di essere lì, a pochi passi dai palmizi in cui Sandokan o il Corsaro Nero vendono cara la pelle, mentre un timido e impacciato Tremal-Naik dona il suo cuore alla bella Ada in una foresta di mangrovie. Francesca non poteva certo far affidamento su di un paesaggio altrettanto esotico, ma le poche palme che avevano deciso di piantare sul limitare della spiaggia, a pochi metri dalla pineta e dai tipici arbusti della macchia mediterranea, sarebbero andate più che bene. Bisogna dirlo: sfogliare le pagine consunte e ingiallite d’una vecchia copia di “I misteri della Giungla nera” non ha prezzo, così come non ce l'ha l'eco lontana d’un gabbiano solitario, o l'odore balsamico della salsedine che ti riempie i polmoni, strappando la tua mente dalla grigia routine asettica della farmacia. Quella piccola pausa estiva aveva un che di strano, di “clandestino”, e la cosa lasciava Francesca piacevolmente divertita e rilassata. Il vocio lontano dei bagnanti era coperto dall'infrangersi delle onde, mentre minuscoli granelli di sabbia biancastra, trasportati dalla brezza marina, andavano incastrandosi tra le morbide fibre del suo telo mare. Ma non v'è Salgari che tenga quando la pelle, calda per via del sole, sembra trattenere ancora il ricordo dell'aria condizionata dello spogliatoio… Francesca chiuse gli occhi dietro la montatura scura dei suoi Ray-Ban, e bastò quel gesto per farla scivolare all'indietro di qualche ora, a quando la notte non aveva ancora ceduto il passo alle prime, timide, luci dell'alba e il suo florido seno ansante, riflesso nello specchio dello spogliatoio, era alla mercé di Massimo, il suo mentore, e del suo sguardo famelico.

Il ricordo del campanello della farmacia era ancora nitido, brusco come una secchiata d'acqua gelata. Il trillo insistente aveva spezzato quel magico momento di pura tensione erotica. Francesca ricordava con un sorriso divertito la reazione di Massimo: lo sguardo di un uomo strappato a forza da un sogno. Una smorfia di cupa insofferenza attraversò il viso del farmacista mentre cercava di ricomporsi e guadagnare il bancone. L'aveva sentito borbottare a denti stretti. Massimo era pronto a sbranare chiunque fosse dall'altra parte dello sportello notturno, applicando, al contempo, fino all'ultimo centesimo del sovraprezzo per la chiamata fuori orario. Dallo spogliatoio, sempre attraverso lo specchio, Francesca poté seguirlo con lo sguardo sino alla saracinesca, mentre in tutta fretta si infilava di nuovo il camice sul seno nudo, esposto, col cuore che le martellava in petto come un tamburo.

La saracinesca fu sollevata solo a metà e un giovane uomo col volto scavato, le occhiaie e l’aria trasandata di chi non è riuscito a riposare per tutta la notte, fece il suo lento ingresso verso il bancone. La furia di Massimo si dissolse nell’arco di un secondo. Francesca, spiando la scena dalla penombra del retrobottega lo aveva visto sospirare, scuotere la testa e, con una punta di umana solidarietà, dare una pacca sulla spalla al malcapitato, accompagnando il gesto con un: «Resista papà; questi mesi, per fortuna, passano in fretta». L’uomo acquistò due confezioni di latte in polvere. Massimo non ebbe cuore di fargli pagare anche il supplemento per il notturno, ma liquidò in fretta e furia il giovane neo-papà prima che Francesca lo raggiungesse al bancone. E ora? Cosa sarebbe accaduto ora che il dado era tratto e molte ore li separavano dalla fine del turno? Avrebbero fatto finta di niente, come se l’incidente dello spogliatoio non fosse mai avvenuto?
Dopotutto il suo mentore non poteva dar per scontato che lei l’avesse sgamato mentre la guardava cambiarsi, né Francesca avrebbe potuto uscirsene con una frase tipo: “Ehi, ti ho visto mentre mi guardavi le tette…” non sarebbe stato logico, no? Eppure, per la prima volta da quando si conoscevano, Massimo la guardava con occhi diversi, più attenti; come se l’esibizione di poco prima, checché ne dicesse Schopenhauer, avesse reciso quel velo sottile che s'era sempre frapposto tra loro.
Un sorriso fugace le affiorò sul bordo delle labbra mentre rielaborava la cosa sotto l’abbacinante sole di luglio: da quella posizione privilegiata, distesa sull'asciugamano, Francesca non poté esimersi dal ripensare a come quell'unica incursione notturna avesse letteralmente spezzato l'incantesimo di pura carica erotica vissuto pochi attimi prima, ma non tutti i mali vengono per nuocere. Quell’evento, infatti, aveva trasformato quell’atto di voyeurismo interrotto in qualcosa di più profondo e sfaccettato: una complicità fatta di sguardi di intesa e sorrisi appena accennati che li avrebbe accompagnati per il resto della notte.
Sì: Massimo la guardava, la desiderava, agognava ardentemente una ripresa dello spettacolo. Ma l’incanto si era rotto, no? A Francesca sarebbe toccato passare il resto della nottata facendo finta di niente. Eppure…

Con un movimento lento e ormai quasi automatico, Francesca si voltò a pancia sotto sul telo mare, portando le mani dietro la nuca per sciogliere i laccetti del bikini. Era un gesto ordinario, fatto e rifatto centinaia di volte in estate per evitare gli antiestetici segni bianchi dell'abbronzatura, eppure oggi Francesca avvertiva una sfumatura nuova; diversa. Lasciò che i laccetti del top cadessero sul telo, esponendo la schiena, completamente nuda, al rovente sole paonazzo di luglio. Lo scorrere dell'aria fresca sulla pelle scoperta le provocò un piccolo brivido lungo la colonna vertebrale, richiamando alla memoria la sensazione di libertà e sfrontatezza provate nello spogliatoio della farmacia. La solita routine da spiaggia, stavolta, si tingeva di quella sottile, intima, vena di follia che da ieri sera, e per tutta la notte, non l’aveva ancora abbandonata.

Riaprì la vecchia copia de “I misteri della Giungla nera”, appoggiando i gomiti sulla sabbia e iniziando a scorrere le righe ingiallite. Ma la sua mente si rifiutava di seguire le disavventure di Tremal-Naik coi temuti Thug. L'eco della notte appena trascorsa continuava a fare da sottofondo: la tensione irrisolta dopo la partenza del neo-papà, la sensazione di aver varcato un confine invisibile con Massimo, e la certezza di ciò che v’era stato subito dopo, tornavano a reclamare la sua completa attenzione. Con un colpo secco mandò a farsi benedire Salgari - non c'era speranza - e adagiò il mento sulle braccia incrociate sopra il telo mare, conscia del fatto che, in quella posizione, la sua silhouette rimaneva del tutto protetta da sguardi indiscreti. I suoi occhi, coperti dell'anonimato delle lenti a specchio, vagarono sulla battigia fino a soffermarsi poco più in là, a una decina di metri di distanza, sul fisico ambrato, asciutto e ben oliato del bagnino di turno. Che dire: un ragazzo dal torso scolpito, un’abbronzatura fin troppo impeccabile e con quei lunghi capelli castani schiariti dal sole poi… Francesca indugiò un attimo di troppo sulle pieghe di quella tartaruga che sembrava scolpita nella roccia; divertita dalle pose da body builder che, con tanta naturalezza, quel giovane dal costume rosso vivo, sfoggiava per il suo personale entourage: un gruppetto di starnazzanti ochette in piena tempesta ormonale. La divertiva soprattutto notare come il bagnino, poco più che un ragazzino anche lui, fosse pienamente cosciente dell’effetto dirompente che il suo fisico avesse su un pubblico femminile tanto acerbo, e di come ne fosse ringalluzzito. Un gioco di seduzione così esplicito, teatrale, e in certo senso “naïve” lasciarono in Francesca un pizzico di compiaciuta e spiccata superiorità: era ormai troppo in là perché due moine da adone avessero effetto su di lei e reputava tutto questo alquanto innocuo, per non dire tedioso, rispetto a quanto accaduto solo poche ore prima con Massimo…

«Pallaaa!»

L'urlo sgraziato arrivò un secondo prima del colpo. Francesca non ebbe neppure il tempo di girarsi o di rendersene conto, che un pallone da beach volley, scagliato con troppa foga da un gruppetto di ragazzi a pochi passi lì sulla battigia, la colpì in pieno sui glutei, interrompendo bruscamente le sue elucubrazioni.

«Ma, insomma, dico: vi siete ammattiti?!» esclamò indispettita mentre scattava in piedi per redarguire il gruppetto d’indisciplinati. Fu solo quando vide gli occhi sgranati del gruppo di giovani giocatori e le risatine improvvisamente soffocate dell’altro gruppetto, quello attorno al bagnino, che avvertì una strana, inconfondibile sensazione di leggerezza sul petto. La rabbia per la pallonata e la sabbia sollevata dall'impatto, infatti, le avevano fatto dimenticare la “precarietà” della sua condizione. Abbassò dunque lo sguardo, ritrovando i famosi triangoli del bikini, slacciati soltanto pochi minuti prima, tra la sabbia e le morbide pieghe del telo mare; inutili, mentre le sue tette nude e sode restavano esposte senza più alcuna protezione al sole di luglio e ai torridi sguardi di mezza battigia.

Fu il gelo assoluto. Il tempo parve arrestarsi di colpo, scandito solo dal vento, dal monotono risucchio dell’onda e dal mesto frinire delle cicale. Francesca sentì una vampata di calore risalirle lungo il collo invece di cedere al panico, di rannicchiarsi o di tuffarsi a capofitto sotto il telo mare come avrebbe fatto chiunque altro al posto suo, provò una nuova, strana e irrazionale sensazione: un'ostinazione venata di una disinvoltura che in realtà non possedeva affatto, ma che prese subito il sopravvento. Mantenne dunque le spalle ben dritte, sostenendo l'occhio sbarrato e la bocca aperta del bagnino e degli altri bagnanti. Non si coprì. «Dopotutto,» si disse con una rapidissima sterzata di logica, «non è mica illegale.»
La calda brezza estiva continuava a solleticarle la candida pelle attorno alle areole, intirizzendole i capezzoli, e la colpa, forse, non era solo del vento…
Un ragazzetto, il più spavaldo del gruppo, si scostò dagli altri cominciando ad avanzare con fare guardingo. I suoi passi erano lenti, timorosi, proprio come si fa quando ci si avvicina a una tigre famelica.
Ed è esattamente così che si sentiva lei in quel momento: una tigre, una fiera pronta a sbranare chiunque le venisse a tiro.

«Allora?» chiese al ragazzetto avvicinatosi per recuperare la palla. Quella domanda parve ridestarlo d'impatto da un lungo sogno, mentre i suoi occhi sembravano del tutto incapaci di potersi sottrarre alla visione del suo seno florido. “Cosa c'è?” avrebbe voluto rincarare Francesca, “mai visto un paio di tette prima d'ora?”. Ma le parole le morirono in gola mentre lo guardava, divertita, deglutire a vuoto per l'imbarazzo.
«Che non si ripeta!» sentenziò, prima di disfarsi in un sol colpo di palla e ragazzetto, scagliando il pallone ben oltre il piccolo gruppo. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che era stata un po' stronza a scaraventarlo così a fondo campo, ma nessuno ebbe il coraggio di fiatare davanti al superbo spettacolo di quelle tette ballonzolanti per lo sforzo. Col senno di poi, forse, quella non era stata la sua idea più brillante, ma Francesca decise di non darci peso. Con gesti calmi, quasi studiati, recuperò top e telo mare, e una volta cacciato il primo nella borsa e disteso per bene il secondo, prese posto sotto l’ombrellone, chinandosi verso la borsa da spiaggia per riprendere il flacone di protezione 50+ che aveva adoperato prima di stendersi al sole. Era pur sempre una dottoressa in farmacia: la salute della pelle non era una questione su cui scherzare, e con l’indice UV di quel sole paonazzo di luglio, pensò subito che lasciare una zona così delicata come il seno priva di protezione per le successive ore avrebbe significato esporsi a scottature dolorose o, ancor peggio, al rischio di melanomi. Lavorando in farmacia aveva diritto a un forte sconto, perciò non si fece alcuna remora mentre versava una noce generosa di crema sui palmi, cominciando ad applicarla per bene sul candido décolleté. Francesca indugiò con cura meticolosa, massaggiando con lenti movimenti circolari i rilievi morbidi del seno e coprendo d'un denso strato biancastro la zona più sensibile di areole e capezzoli. Era la prima volta che sperimentava qualcosa del genere ma ciò non voleva dire che era una completa sprovveduta. La salute prima di tutto. Fu mentre rimuginava su tutto questo che si accorse degli sguardi ormai del tutto ipnotizzati del gruppetto di ragazzi, oramai pietrificati a metà battigia col pallone ancora tra le mani, e del giovane bagnino, rimasto letteralmente a bocca aperta in mezzo al gruppetto di ragazzine che, imperterrite, tentavano invano di riottenere la sua attenzione. Gli occhi di tutti erano irrimediabilmente rivolti verso di lei: l'incredibile sconosciuta che, all’ombra del suo ombrellone con le frange, aveva preso a spalmarsi le tette di crema solare. Francesca trattene a stento un sogghigno di compiacimento dietro quel paio di Ray-Ban dalle lenti specchiate. Un atto d’involontario esibizionismo? Senza dubbio. La cosa le pesava? Neanche un po’. Qualcuno avrebbe potuto aver qualcosa da dire? E sticazzi!

Il sommesso frinire di grilli e cicale, con l’intensificarsi del caldo e del sole, sembrò esplodere in un trionfo di gioia nella pineta alle sue spalle. A poca distanza dalle palme che delimitavano la spiaggia dalla fitta boscaglia, infatti, tutto un brulicare di vita sotto l’abbacinante sole estivo, ricordò a Francesca quanto fugace fosse il tempo concesso a tutti noi; un infimo granello trasportato nelle sabbie del tempo. Francesca ripensò a Massimo, ai suoi occhi screziati di verde e marrone che ogni volta sembravano scrutarla dentro, nel profondo, mentre un bianco sorriso andava allargandosi ai bordi delle labbra sottili ed eleganti che tanto avrebbe voluto baciare. Francesca ricacciò quel pensiero con tutte se stessa. Si disse che ne aveva abbastanza di starsene sdraiata lì come una lucertola al sole. L'adrenalina che le galleggiava ancora nel sangue, il sapore acre della salsedine sulle labbra screpolate, la certezza d’aver messo in riga mezza spiaggia senza muovere neppure un dito, e il calore dell’abbacinante sole di luglio che cominciava a farsi soffocante sulla pelle lucida di crema solare, convinsero Francesca che, visto che avrebbe dovuto sciacquarsi le mani dall’eccesso di crema, tanto valeva concedersi un bel bagno tonificante.

Guardò l'acqua cristallina a pochi metri da lei: un manto ondeggiante e sinuoso d’azzurro e di verde che, sciabordando con calma, invitava all'immersione. Decise di non riallacciarsi il top, dopotutto la striscia di sabbia da attraversare era breve e poi l’idea di sfilare nuda dalla vita in su, davanti a quel pubblico ancora ipnotizzato dalla sua presenza, le dava un’inaspettata, sottile scarica di piacere. Francesca sistemò gli occhiali sulla curva del naso, lasciando che i lunghi ricci le dondolassero liberi sulle spalle scoperte. Sotto i piedi la sabbia rovente cedette presto il passo prima al bagnasciuga umido e poi al tiepido specchio d’acqua che, accarezzandole le caviglie, la invitava a farsi sempre più avanti. Francesca si addentrò lentamente, avvertendo lo sguardo rovente del bagnino e degli altri ragazzi sul suo fondoschiena. E dire che ci aveva messo un bel po' in negozio per decidersi ad acquistare quel tanga verde. Quando l'acqua le arrivò alla vita, si voltò un istante verso la spiaggia, scoccando un'occhiata enigmatica dietro le lenti a specchio. Tutto era tornato alla normalità: quei ragazzini aveva ripreso a giocare a palla e il giovane bagnino era di nuovo tutto preso dal suo starnazzante entourage d’ammiratrici. Non era stata che una meteora, un asteroide incandescente che illumina le afose sere estive. Francesca, senza alcuna fretta, riprese ad allontanarsi tra le fresche acque azzurrine, immergendo fianchi, ventre e infine il seno nudo, regalando alla pelle accaldata un sollievo immediato. Si immerse fino al collo, mantenendo la testa ben fuori dall'acqua, attenta a non far finire neppure una goccia d’acqua salmastra sui Ray-Ban per non rovinarli; anche se, a dirla tutta, avrebbe fatto decisamente meglio a lasciarli sotto l'ombrellone. Poco male, pensò, era stata così presa dalla faccenda del topless da dimenticarsi del tutto di quanto ci tenesse a quegli occhiali. Per quel che li aveva pagati poi… Avrebbe dovuto trattarli coi guanti. Sì, si ripeté, sarebbe stato più saggio lasciarli sotto l'ombrellone, ma senza la protezione di quelle lenti specchiate avrebbe davvero trovato il coraggio di fare quel che aveva fatto? Al sol pensiero di esserne privata si sentì nuda, esposta, come se tutta la sua forza derivasse proprio da quel fragile pezzo di vetro e metallo. Sansone aveva i suoi capelli, a lei sarebbe bastato un paio di occhiali alla moda? La domanda rimase sospesa a mezz'aria mentre un'onda più alta le accarezzava il mento. Francesca chiuse gli occhi, assaporando quell'istante di anonimato nel blu, convinta che il mare l'avesse finalmente resa invulnerabile.

«Francesca? Sei tu?»

La sua voce arrivò gracchiante, coperta dallo sciabordio spumoso dell’onda, ma era inconfondibile. Fu come se l'acqua intorno si fosse all’improvviso trasformata in cemento armato. Il cuore fece un balzo doloroso nel petto, mentre un brivido impetuoso, improponibile sotto il caldo sole di luglio, le risalì lungo la schiena. Francesca si voltò lentamente, con la grazia terrorizzata di chi sa che non c'è via d'uscita. A meno di tre metri da lei, sulla battigia, con un sorriso a trentadue denti stampato sul volto e i capelli a spazzola zuppi d'acqua, c'era Alfredo, il giovane tirocinante che, solo qualche giorno prima, la osservava con reverenziale timore mentre l'aiutava a preparare una lozione galenica a base di progesterone. In quel preciso istante, tutta la spavalderia e la forza che i Ray-Ban le avevano conferito sino a quel momento si dissolsero al sole come neve. Non era più la tigre della spiaggia. Era solo lei, la dottoressa Francesca, intrappolata tra le acque azzurrine dello Ionio col suo tirocinante più diligente. V’era solo il movimento delle onde marine, ritmico e implacabile, a frapporsi tra la candida pelle nuda dei suoi seni e lo sguardo indiscreto e curioso del ragazzo. Alfredo non stava guardando la sua mentore, stava guardando la donna che, per un tragico capriccio del destino, gli si era parata davanti in tutta la sua sconvolgente, involontaria nudità; perché, cavoli, era indubbio che, seppur distante, Alfredo avesse una visione perfetta del suo seno. Erano in mare, mica nel Gange! Che idea si sarà fatto della sua mentore, ora – pensò Francesca - vedendomi praticamente con le zizze al vento?

«Dottoressa! Che... che coincidenza straordinaria!» farfugliò Alfredo entrando in acqua. Il ragazzo avanzò di qualche passo verso di lei, ma il suo sguardo lo tradiva, cadendo, per un'interminabile frazione di secondo, irresistibilmente sotto la superficie. Un'onda dispettosa si abbassò proprio in quel momento, rivelando la pelle diafana e la forma inconfondibile del décolleté di Francesca. Alfredo deglutì così forte da far concorrenza alla risacca.

«Sì... davvero una coincidenza, Alfredo,» rispose Francesca che, maledicendo sé stessa e la sua dannata fortuna, cercava di mantenere un tono di voce glaciale e professionale, pur rimanendo immobile come una statua per non muovere una sola goccia d'acqua di troppo.

«Noi, cioè, io…» - farfugliò il ragazzo indicando il gruppetto di amici che lo aspettava sulla battigia - « passavo di qui per fare due passi sulla spiaggia, sa, per la... per la circolazione» sfarfallò il ragazzo, con gli occhi che schizzavano freneticamente dal volto di Francesca al mare, per poi schizzare di nuovo in alto verso il cielo di luglio, nel disperato tentativo di non fissare quello che c'era in mezzo. Un dubbio assalì Francesca all'improvviso: che nella confusione di poco prima non si fosse accorta che ci fosse anche lui tra i ragazzi intenti a giocare a palla?
«A proposito! Volevo... volevo chiederle una cosa sul... sul progesterone! Per quella lozione galenica dell'altro giorno... la... la contrazione volumetrica alcolica... cioè... la densità... delle... delle mammelle... volevo dire, delle molecole!» - continuò il ragazzo che sembrava sudare nonostante fosse immerso in acqua fino alla vita - «Co… co… come calcoliamo la contrazione volumetrica dovuta alla presenza di alcool nella soluzione?»
Alfredo si bloccò all'istante, paonazzo in volto. Il cortocircuito era stato totale e devastante. Aveva appena fuso ogni nozione pervenuta di chimica analitica con la visione che gli stava bruciando le retine: il bianco seno, dalle piccole areole rosate e i capezzoli turgidi, irrigiditi ancor di più dalla frescura dell'acqua e dall'improvvisata, imbarazzante situazione venutasi a creare.

La prima reazione di Francesca, naturalmente, fu d'imbarazzo totale, ma durò solo un battito di ciglia. Perché, mentre osservava le orecchie di Alfredo farsi dello stesso colore di un pomodoro maturo e le sue pupille dilatarsi nel panico per la gaffe commessa, qualcosa dentro di lei cambiò marcia. L'imbarazzo lasciò il posto a un'improvvisa, inaspettata vampata di potere.

«Guarda un po'» pensò dietro l'armatura scura dei Ray-Ban, «il mio pirata. Il ragazzo che in laboratorio non batte ciglio e sembra avere tutto sotto controllo, ora è qui, immobile, completamente alla mia mercé, paralizzato da un paio di capezzoli peggio che da una soluzione venuta male.»
La nudità non la rendeva più debole: la rendeva invincibile. Francesca raddrizzò leggermente la schiena nell'acqua, lasciando che un'altra onda birichina mettesse ancora più in risalto le forme del suo décolleté, e abbozzò un piccolo sorriso di glaciale, divertita superiorità.

«La contrazione volumetrica di una soluzione alcolica, come ben sai, Alfredo, è del tutto standard» - spiegò Francesca - «ciò è dovuto, ma non spetta certo a me ricordartelo, all'interazione delle molecole d'alcool etilico con quelle dell'acqua. Entrambi gli elementi creano legami idrogeno tra loro e ciò provocherà una contrazione di circa il 3% sul volume finale. Per questo ci basiamo sulla massa e non sul volume per le nostre preparazioni…» Francesca si meravigliò di sé stessa. Per un attimo, seppur virtualmente, aveva indossato i panni che più le confacevano: quelli della scienziata, dimenticando del tutto la nudità che inevitabilmente calamitava l'attenzione del suo interlocutore.
«Ma… ma la concentrazione alcolica?» - riprese Alfredo con gli occhi rapiti - «Segue la regola della croce!» sentenziò sibillina Francesca con voce ferma, impeccabile, come se stesse tenendo una lezione universitaria dalla cattedra e non in mezzo al mare con le tette al vento. «Quanto alla... densità di cui accennavi, ti suggerisco di ripassare il manuale prima del prossimo turno. Mi sembra che tu abbia le idee un po' confuse oggi!» E detto questo, con la scusa dello sciabordio continuo dell’acqua, Francesca oscillò appena con le spalle, facendo ondeggiare ancor di più il florido seno sotto la superficie trasparente. Un movimento dalla riva.

«Credo che i tuoi amici, lì, si siano stancati di aspettarti» continuò poi Francesca accennando col capo al gruppetto di ragazzi a riva che ora si sbracciava per richiamarlo. Alfredo parve ridestarsi d’impatto da un lungo sonno. «C-Come?» rispose confuso. Sembrava quasi che quella visione l'avesse completamente ipnotizzato. Francesca tese il braccio per indicare la scena alle sue spalle, aspettando che lo sguardo di Alfredo, molto lentamente, si scostasse dal suo seno nudo per voltarsi a malincuore verso la battigia. Il ragazzo osservò i suoi amici che gli facevano segni impazienti, e poi... fece una cosa che Francesca non si sarebbe mai aspettata dal ragazzo timorato del laboratorio: alzò la mano, e con fare rapido e sbrigativo liquidò il gruppo con un sintetico: «Andate pure! Vi raggiungo dopo al bar!». Lo sguardo compiaciuto con cui si voltò a guardarla parlava da sé. Fece un altro timido passo avanti nell'acqua, riducendo ancora di più la distanza che li separava. Il rossore sulle sue orecchie c'era ancora, ma nei suoi occhi si era accesa una sfumatura diversa, decisamente meno "accademica".

«In realtà...» disse con un sorriso incerto ma inaspettatamente audace, mentre la sua vista affondava di nuovo nelle trasparenze dello Ionio, «sarei molto curioso di approfondire la questione della regola della croce. Sa, dottoressa... non si finisce mai di imparare.»

Dietro le lenti scure dei Ray-Ban, gli occhi di Francesca si sgranarono. Il suo "pirata" aveva appena deciso di rimanere a bordo. Francesca rimase per un istante spiazzata da quella sfacciata dimostrazione di coraggio. Ma il suo disorientamento durò solo una frazione di secondo o “un battito di ciglia” come cantava una vecchia canzone di Jovanotti proveniente dalla filodiffusione del chiosco poco distante: la tigre della spiaggia non aveva alcuna intenzione di cedere lo scettro. Un brivido leggero, causato stavolta dalla permanenza in acqua, le accarezzò la pelle delle spalle. Francesca sorrise con lentezza; un gesto enigmatico protetto dalle lenti a specchio.

«La regola della croce, dici?» riprese Francesca con un’alzata di spalle, facendo un primo passo verso la battigia. «Va bene. Apprezzo molto la tua dedizione allo studio, Alfredo, ma l'acqua qui comincia a farsi fredda. Ti secca se approfondiamo il discorso sotto l'ombrellone?» E, lasciando che l'acqua calante rivelasse gradualmente la linea dei suoi fianchi e il tanga verde, continuò da sopra la spalla: «Non vorrei prendermi una congestione...»
Francesca uscì dall'acqua con la disinvoltura di una nereide, o meglio di chi non ha nulla da nascondere, ondeggiando incurante i fianchi, sapientemente cinti dal tanga, sotto lo sguardo ammutolito del ragazzo. Alfredo non se lo fece ripetere due volte e, completamente catturato da quella camminata sinuosa, la seguì a pochi passi di distanza. Ipnotizzato. Francesca si fermò sul bagnasciuga solo un istante per strizzare i lunghi capelli ricci. Le parve che nessuno più facesse caso a lei, come se la curiosità di poco prima fosse dettata più dalla novità che dalla sinuosità delle sue forme. Ma, naturalmente, si sbagliava. Prima di avviarsi verso l'ombrellone, Francesca fu tentata dall'istinto di voltarsi per controllare se Alfredo la stesse davvero seguendo. Ma il rumore dei passi del ragazzo nell'acqua, a pochi metri da lei, giunse giusto in tempo per fugare ogni dubbio. Avanzò dunque con la disinvoltura di chi si sente padrona assoluta della scena, incurante degli sguardi della spiaggia e della totale nudità del suo busto, finché non raggiunsero l'ombra accogliente del suo bell'ombrellone con le frange. Chissà se Orfeo avrebbe fatto lo stesso... Si voltò verso Alfredo solo una volta arrivata al lettino, quasi nel timore che la sua personale Euridice potesse svanire nel nulla, Ma Alfredo era lì e non sembrava aver l’intenzione di voler andare da nessun’altra parte. Dalla borsa mare Francesca recuperò dunque il flacone della protezione 50+, scuotendolo leggermente prima di porgerlo al ragazzo. Gli occhi del povero Alfredo ne vennero subito calamitati. Quel gesto non voleva essere nulla di allusivo, naturalmente, ma si da poco conto a certi dettagli mentre si è completamente persi nella calura estiva.

«Ti dispiace?» chiosò Francesca porgendogli il tubetto, scoccandogli al contempo un'occhiata enigmatica sopra la montatura dei Ray-Ban. «Sai... il sole.»

Il bel tirocinante afferrò il flacone; le mani gli tremavano leggermente, ma cercò di farsi avanti con un pizzico di ritrovata baldanza. Francesca, per tutta risposta, si adagiò a pancia in giù sul telo mare, incrociando le braccia sotto il mento e lasciando la schiena scoperte alla perizia — e alle mani tremanti — del suo tirocinante.

«Sai,» continuò Alfredo schiarendosi la voce, «ho visto un video in cui una dottoressa affermava che, secondo recenti studi, l'uso di creme solari aumenti il rischio d’insorgenza di tumori della pelle, in particolare dei melanomi...»

Finalmente siamo passati al "tu", pensò Francesca, godendosi il tocco deciso e al tempo stesso delicato delle mani del ragazzo sulla schiena nuda. Era anche ora, vista la situazione...

«Fandonie!» sentenziò poi, voltandosi su un fianco giusto in tempo per beccare lo sguardo di Alfredo che indugiava un attimo di troppo sulla curva dei suoi fianchi. «O come direbbe il mio buon professore di tossicologia clinica, il professor De Felice: "Non diciamo corbellerie!". È ampiamente dimostrato che l'uso delle protezioni sia efficace nel prevenire i tumori cutanei. La dottoressa del tuo video sarà caduta nel cosiddetto Sunscreen Paradox. Certi professionisti si affidano alle statistiche come un ubriaco a un lampione: non per farsi illuminare, ma solo per tenersi in piedi! Sono ciechi, annebbiati dall’ebbrezza della loro insipienza, e pretendono di sentenziare senza capire i danni che causano!»

«S-Sunscreen Paradox?» ripeté inebetito Alfredo.

Il suo sguardo si perse irrimediabilmente sulla curva del seno, ora esposto a pochi centimetri dalle sue mani: voltandosi di lato per la sua arringa, Francesca non si era fatta alcuna remora a offrirgliene una visione perfetta.
«Sì,» continuò la farmacista imperterrita. «Lo studio a cui fa riferimento quella dottoressa dimostra solo che il fenomeno è dovuto a una maggiore esposizione complessiva ai raggi UV. Chi usa le creme solari spesso si sente "autorizzato" a restare sotto il sole molto più del dovuto. Se poi ci aggiungi che molti, dopo aver fatto il bagno — proprio come in questo caso — non riapplicano la protezione, o che cominciano ad adoperarla solo dopo aver ricevuto una diagnosi... Be', la conclusione è evidente: non è la crema solare a causare i tumori, ma il cattivo uso che se ne fa. Tutti abbiamo le cinture di sicurezza in auto, Alfredo, ma servono a ben poco se ti ribalti a duecento all'ora in autostrada!»
Per un attimo lo sguardo impacciato del giovane tirocinante incrociò quello serio e deciso di Francesca, del tutto inconsapevole del superbo spettacolo del suo seno ansante per la foga del discorso mentre si accorava a rispondere al futuro farmacista, e ne rimase rapito. Ancora una volta, Francesca gli aveva dimostrato di possedere, oltre a un corpo da urlo, una mente davvero brillante.
«Ehm… ti dispiacerebbe passare alle gambe?» riprese Francesca, soddisfatta per la lezione appena impartita. «Non vorrai mica lasciare mezza farmacista al rischio di scottature, vero?» E, dopo un sospiro leggero, tornò ad adagiarsi comodamente a pancia in giù sul telo mare, appoggiando la guancia sulle braccia incrociate.
Alfredo deglutì a vuoto. Le sue mani, ancora calde e impregnate di crema profumata ai fiori di zafferano, si trovarono a pochi centimetri dai polpacci affusolati di lei, per poi risalire lentamente verso le cosce dorate e la linea sottile del tanga verde. L'aria sotto l'ombrellone, d'un tratto, si era fatta incandescente. Per entrambi.
Era stata davvero così sfrontata? Così sfacciata da chiedere ad Alfredo, al suo giovane tirocinante, di metterle la crema sul culo?
Francesca se lo chiese ma la sua mente venne da subito rapita dal tocco dolce e gentile del bel tirocinante. Le mani di Alfredo cominciarono a muoversi con lentezza calcolata, lasciando una scia fresca e profumata sulla pelle dorata dei polpacci. Francesca mantenne gli occhi chiusi, il viso adagiato sulle braccia, sentendo il calore di quel tocco farsi via via più deciso, più sicuro. Visto che lei non accennava a fermarlo, né a protestare, il giovane tirocinante trovò un'inaspettata audacia. I suoi palmi risalirono con movimenti circolari lungo le cosce, superando l'incavo delle ginocchia per avventurarsi con disinvoltura sempre maggiore verso la curva morbida dei glutei. La crema scivolava fluida, ma il ritmo del massaggio tradiva un'intenzione che andava ben oltre la semplice prevenzione solare.

«De Felice?..» chiese Alfredo, la voce leggermente incrinata da un tono più caldo e basso del solito, mentre i pollici affondavano delicatamente nella parte di pelle poco sotto il bacino.
«Sì. Il relatore della mia tesi» mormorò Francesca a occhi chiusi con fare trasognante, mentre si godeva il tocco ormai sapiente ed esperto del bel tirocinante. «A-a proposito di studio... » azzardò quindi Alfredo allungandosi sul superbo promontorio del suo sedere «Su cosa... su cosa hai fatto la tesi di laurea?»
Il suo tocco si faceva sempre più sicuro, sempre più ardito.
«Evidenze sperimentali dell'uso di cannabinoidi nella cura del glaucoma» chiosò Francesca sospirando per il tocco di Alfredo «Interazione con i recettori cb1 e cb2, presenti sul tessuto oculare, per regolare produzione e deflusso dell'umor acqueo e ridurre la pressione intraoculare»
Le dita di Alfredo andavano ormai sfiorando i bordi sottili del suo tanga verde, muovendosi a un millimetro appena da quel confine di stoffa che li separava dalla sua intimità. Francesca avvertì un brivido improvviso correre lungo tutta la colonna vertebrale, stringendo leggermente i pugni sul telo mare per non tradire il respiro che le si era incastrato in gola.
«I piedi!» chiosò Francesca con un piccolo urletto, proprio mentre le dita di Alfredo stavano per valicare quella sottilissima linea di stoffa verde che celava al mondo la sua natura calda e umida. La farmacista avvertì che il gioco si stava facendo fin troppo pericoloso. Il brivido che le aveva percorso la schiena rischiava di farle perdere del tutto il controllo. Ricomponiti, Francesca, disse a se stessa, mentre le dita dispettose del tirocinante andavano allungandosi verso il suo frutto proibito. Con un movimento fluido e improvviso, senza nemmeno riaprire gli occhi ma con un sorriso sornione a piegarle gli angoli della bocca, interruppe l'arringa sui recettori CB1 e CB2 e scivolò leggermente in avanti sul lettino.

«Sii gentile, Alfredo... passa ai piedi,» disse con la voce di nuovo ferma, venata di una sottile ironia. «Con questa calura sono la prima parte che si disidrata. E poi... adoro i massaggi ai piedi.»

Alfredo rimase impietrito. Le sue dita, sospese a un millimetro dalla gloria, dovettero rinunciare alla presa sui glutei per scendere precipitosamente lungo le caviglie. L'audace seduttore si ritrovò così, nel giro di un secondo, piegato sulle piante dei piedi della sua tutor, con la testa che gli girava per il cortocircuito erotico ed emotivo in atto. Francesca non aveva tenuto conto di un dettaglio — o forse era solo troppo presa dal momento per ammettere, almeno con se stessa, quanto tutto quello stesse irrimediabilmente sfuggendo al suo controllo - da quella nuova prospettiva, infatti, il povero Alfredo, spostatosi più in basso per massaggiarle i piedi, aveva una visione completa del suo interno coscia e, soprattutto, del confine sottile tra la sua pelle dorata e la profonda macchia scura che andava allargandosi sul tessuto del tanga verde.
Sentendo il silenzio improvviso del ragazzo e la pressione quasi ipnotica delle sue dita sulle piante dei piedi, Francesca decise che era giunto il momento di cambiare assetto. Un cenno al bel farmacista in erba, un movimento fluido e disinvolto, e Francesca si voltò a pancia in su sul lettino, mettendosi a sedere per un istante prima di adagiarsi sulla schiena.

«Bene, mentre ti occupi dei miei piedini, io ne approfitto per passarmela davanti…» annunciò con tono svagato, quasi serafico, Francesca prendendo il flacone della protezione 50+ che il ragazzo le porse poco dopo.
Alfredo, ripresi tra le mani i piedi della bella farmacista, alzò lo sguardo e rimase letteralmente senza fiato.
Da quella posizione, infatti, la visuale era semplicemente devastante: la sua mentore, infatti, versata una generosa noce di crema dorata direttamente sul palmo della mano, cominciò a stenderla con lentezza calcolata sull'incavo del collo, scendendo poi, con lenti movimenti circolari sulla spalle. Un altro ciuffo di crema e le braccia erano belle che sistemate. Fu infine tempo che le sue dita affusolate e dispettose cominciassero a lambire ondivaghe, come la risacca, la curva gonfia e generosa dei seni, scivolando con calma sulla rosea pelle delle areole. Francesca, procedendo con calma, strinse piano le tette tra le mani, lasciando che i polpastrelli sfiorassero con noncuranza i capezzoli, ritti ormai come chiodini. Sarà stata la freschezza dell'emulsione ai fiori di zafferano, il calore della brezza marina sulla sua pelle ambrata, o solo la maliziosità di quell’ultimo gesto provocatorio, ma Francesca avvertì un brivido lungo la colonna che le face sollevare il seno a ogni respiro; intirizzendo ancor di più, se solo fosse possibile, i capezzoli già turgidi di desiderio. Alfredo continuava a massaggiarle i piedi quasi per inerzia meccanica, ma il suo sguardo era completamente catturato dal superbo spettacolo davanti ai suoi occhi. Francesca sembrava non mostrare il minimo imbarazzo per la macchia d'umori ben visibile sulla stoffa verde del suo costume, e che ormai, più d’ogni altra cosa, testimoniava la reale reazione della farmacista a quel gioco pericoloso. Neppure la reazione di Alfredo, però, tardò tanto a pronunciarsi. Il costume da bagno del ragazzo, infatti, un lungo paio di pantaloncini neri con la stampa di un graffio verde sul lato della gamba destra, e una sfilza di numeri grigi sulla sinistra, non offriva poi chissà che margine di discrezione. Alfredo sembrava indossare anche uno slip nero sotto i pantaloncini da surfista, forse per prevenire rossori e irritazioni da parte del costume, ma il gonfiore, vigoroso e ormai del tutto fuori controllo, premeva con forza sui tessuti di entrambi. Il ragazzo tentò da subito un goffo cambio di posizione per dissimulare la situazione in cui si ritrovava, ma da quella prospettiva l'operazione risultò un vero e proprio disastro. Francesca, che dall'alto stava completando la stesura della crema sul décolleté, non poté fare a meno di notare il rigonfiamento imperioso che si allungava sotto il costume del bel farmacista in erba e un sorrisetto impercettibile, ma intriso di trionfo e consapevolezza, le piegò gli angoli della bocca. Stoppò per un istante il movimento della mano sul petto e lo fissò negli occhi, godendosi l'imbarazzo bruciante che cominciava a dipingersi sul volto del giovane. L’immagine di quel turgore a pochi centimetri dai suoi bei piedini lucidi di crema, calamitò lo sguardo di Francesca, rapita dal gagliardo ed evidente profilo del membro di Alfredo. Le sue dita si abbassarono quindi sul ventre, continuando a spalmare la crema sotto l'abbacinante sole di luglio...

L'aria torrida, salmastra, scandita ed esacerbata dal frinire incessante delle cicale nella pineta alle loro spalle, andava facendosi sempre più pesante mentre entrambi andavano esplorando, centimetro per centimetro, i rispettivi corpi e desideri. Francesca era quanto mai indecisa sul da farsi: da un lato agognava ogni sguardo carico di lussuria del bel tirocinante, ma dall'altro continuava a chiedersi se fosse saggio spingersi ancora oltre, dopotutto, aveva avuto tutte le conferme del caso; cavoli, non v'era prova più evidente del barzotto rigonfiamento nei pantaloncini di Alfredo. Eppure…

Eppure la tentazione di inferire il colpo di grazia, di saggiare fino a che punto quel rigido autocontrollo accademico potesse sgretolarsi sotto i suoi occhi, era una sirena a cui Francesca non voleva opporre alcuna resistenza. Era un gioco d'azzardo magnifico, consumato alla luce accecante del primo pomeriggio, tra il delicato profumo dello zafferano e il selvaggio odore di salsedine di cui era carico lo scirocco.

«A-Alfredo…» sussurrò Francesca, la voce ridotta a un nastro di seta che fendeva l'aria rovente sotto la cupola dell'ombrellone, mentre si godeva il magio tocco d'Alfredo.

Il ragazzo sussultò. Notò lo sguardo della sua mentore sul bozzo e, provò d'istinto a girarsi leggermente di fianco per mascherare l'evidenza dell'erezione che tendeva il tessuto dei suoi pantaloncini neri, ma le sue mani, ancora piantate sulle caviglie di lei, lo tradirono rimanendo salde, quasi imploranti, sulla pelle dorata della sua tutor.

«Dottoressa, io… io non volevo…» balbettò Alfredo, le guance ormai dello stesso rosso vivo del costume del bagnino in lontananza. «È solo che…»

«Che cosa?» lo interrompe lei con un sorriso sornione, senza un minimo di pietà. Con un movimento fluido Francesca si mise a sedere sul lettino, avvicinando il busto a pochi centimetri dal viso del tirocinante. Il seno nudo, reso lucido dal velo di protezione solare, sussultò a ogni respiro, offrendo ad Alfredo una visione così vicina, tridimensionale e sopraffacente da togliergli letteralmente l'aria dai polmoni.

Francesca allungò la mano verso la borsa, recuperò con calma un mollettone con cui alzare parte dei lunghi ricci scuri, lasciando che i gomiti alzati mettessero ancora più in risalto la fermezza del décolleté. Sapeva perfettamente cosa stava facendo: stava trasformando un momento d'imbarazzo potenziale in una cattedra di pura seduzione.

«Non c'è nulla di male nell'osservare i fenomeni naturali, Alfredo. Siamo scienziati, no?» disse facendogli un piccolo occhiolino sopra il bordo dei Ray-Ban. «Ma un bravo farmacista deve anche saper gestire le proprie reazioni, specie quando si trova in ambienti… esposti.»

Con la punta del piede lucido di crema, Francesca sfiorò appena il fianco del ragazzo, un contatto leggero come una piuma che parve inviare una scarica da mille volt lungo la spina dorsale del giovane. Alfredo chiuse gli occhi per un secondo, serrando le mascelle nel disperato tentativo di ritrovare un contegno che, a quel punto, era ormai del tutto irrecuperabile. Altro che ragazzine, altro che quella Gatta morta di Luana Santucci, Francesca stava ricevendo finalmente tutte le attenzioni che meritava e poco importava se a dargliele era Alfredo. Fu proprio per questo che decise di passare alle maniere forti; intese a regalare allo sprovveduto Alfredo uno spettacolo che difficilmente avrebbe dimenticato.

« Che sbadata! » - osservò sibillina - « Ho dimenticato di mettere la crema in un punto…»

Era abbastanza certa che Alfredo non avesse colto al balzo il suo riferimento, ma quando lo vide spalancare gli occhi, mentre allungava le dita sporche di crema verso l’incavo dell’inguine, non poté trattenere un sogghigno compiaciuto.
Per agevolare il movimento — e al tempo stesso offrire ad Alfredo l'angolazione "corretta" per massaggiarle le piante dei piedi — la farmacista piegò le ginocchia e allargò le gambe. Un gesto apparentemente pratico, che tuttavia spalancò davanti agli occhi del ragazzo una visuale del tutto senza filtri della sua intimità più nascosta, maldestramente celata solo dalla sottilissima striscia, peraltro completamente fradicia, di stoffa verde. Le dita della farmacista, ancora lucide di crema profumata allo zafferano, cominciarono dunque ad accarezzare l'interno coscia con lentezza esasperante. L’indice tracciò una linea lenta e deliberata proprio lungo il confine tra la pelle dorata della coscia e la stoffa sottile del costume verde. Il movimento fu minimo, eppure per Alfredo fu l'equivalente di una scossa di terremoto. Il ragazzo rimase bloccato con la testa a pochi centimetri da quel confine proibito, le pupille del tutto dilatate, il respiro bloccato in gola e la presa sui piedi di lei diventata improvvisamente rigida come il marmo. Poi, con un'audacia che fece arrestare il respiro a entrambi, Francesca sfiorò il bordo sottile del tanga verde. Se solo un momento prima le dita di Alfredo si erano fatte arditamente vicine a quel confine, quelle di Francesca non si fermarono: scivolarono con disinvoltura al di sotto della stoffa tesa, avventurandosi nell'intimità calda e umida che il tessuto non riusciva più a celare. Francesca si godette ogni singolo millisecondo di quel cortocircuito. Sentiva il proprio cuore battere forte, un ritmo forsennato che non era dettato dalla paura di essere vista, ma dall'ubriacatura di potere che quel gesto le regalava. Socchiuse gli occhi e si lasciò sfuggire un piccolo sospiro rauco, mentre lo sguardo di Alfredo si smarrì su quel gesto spudorato; del tutto incapace di connettere due pensieri logici. Poi, quasi "inavvertitamente", la punta dei polpastrelli della farmacista s'incastrò nell'orlo del tanga verde, scostando quanto bastava perché i primi peletti riccioluti del suo monte di venere facessero capolino tra le dita affusolate. Fu quindi la volta di una delle grandi labbra, finché Francesca non offrì al bel tirocinante la visione assoluta della sua carne nuda e rosea.
La donna lasciò che la stoffa rimanesse così: leggermente scostata, socchiudendo gli occhi con un rantolo languido che andò a perdersi tra il frinire delle cicale e la calda brezza marina. La presa del ragazzo sulle sue caviglie si fece d'un tratto più stretta, quasi involontaria, tradita da un tremito incontrollabile. Avvertendo il fremito nelle mani del bel tirocinante e seguendo la direzione del suo sguardo ipnotizzato, Francesca piegò leggermente l'orlo della bocca in un sorriso d'inesprimibile trionfo. Non si ricompose, anzi sfilò con grazia una delle caviglie dalla presa oramai inerte del ragazzo e, con lentezza calcolata, fece risalire il piedino lungo la coscia di lui, fino a posarne la pianta proprio lì, contro il rilievo imperioso che tendeva la stoffa del suo costume. Alfredo riuscì a soffocare il rantolo strappatogli da quel gesto a malapena, tra le labbra socchiuse, mentre Francesca, con rapidi movimenti circolari del suo piede, cominciava a esercitare una pressione leggera ma inesorabile sul centro di quel calore, saggiandone la consistenza con la stessa perizia con cui avrebbe analizzato la composizione d’un farmaco.

«Mi sembri un po' teso, Alfredo...» mormorò la farmacista, la voce ridotta a un sussurro caldo e profondo che sovrastò per un istante il frinire delle cicale. «Sicuro di stare bene?»
«S-sì...» riuscì a rispondere lui a denti stretti, mentre la pressione di quel piedino sul rigonfiamento del costume si faceva sempre più intensa e provocante.
«Davvero?» riprese la donna, sfiorando con un polpastrello il lembo interno delle sue grandi labbra.
Alfredo osservava il tutto con sguardo rapito, mentre l’irrefrenabile bramosia di avvicinarsi ancor di più a quello spettacolo andava facendosi largo nei suoi occhi lascivi. Le sue mani sulle caviglie di lei tremavano, incerte se spingersi avanti e cedere all'impulso di toccarla o rimanere immobile per non spezzare quell'incantesimo. Francesca avvertì la risposta del corpo di lui sotto la pianta del proprio piede: un turgore caldo, vivo, che reagiva a ogni suo piccolo movimento circolare. Sentiva la pelle di lui bruciare attraverso la stoffa del costume. Il ragazzo sembrava sul punto di sporgersi in avanti per annullare quei pochi centimetri che lo separavano dal suo frutto proibito. Cosa avrebbe fatto allora? Lo avrebbe lasciato fare? Avrebbe acconsentito a che il bel tirocinante potesse rinfrescarsi la gola attingendo direttamente alla fonte di quella sua calda ambrosia stillante? Leccandola, magari, direttamente dai dolci petali dischiusi del suo fiore? Francesca era davvero indecisa. Da un lato era consapevole che quel gioco si era spinto decisamente troppo oltre per tirarsi indietro, ma dall'altra era pronta ad affrontare le conseguenze di tutto questo domani mattina a lavoro?
Non ebbe il tempo di chiederselo ancora. Con uno scatto fulmineo il volto di Alfredo avanzò verso i rosei petali della sua orchidea, ma Francesca era stata più veloce e, con un guizzo della gamba e del piede trattenne il povero Tirocinante per una spalla, il mento di lui a non più di un millimetro dalla sua calda e umida intimità.

Il caldo respiro del ragazzo le sfiorò la carne nuda con l'impatto di una vampata di fuoco. Francesca sentì la pelle dell'interno coscia accapponarsi all'istante, mentre il suo piede ben piantato sulla spalla di lui, era l'unica cosa che separava la bocca del tirocinante dal suo centro più intimo. I loro sguardi si incrociarono per un secondo interminabile.
Negli occhi di Alfredo c'era la foga cieca di chi è sul punto di perdere la testa; in quelli di Francesca, protetti dalle lenti scure, c'era un'elettricità sfacciata, mescolata alla gioia pura di avere il controllo totale sulla situazione. Ma era davvero così? Perché sarebbe bastato che Alfredo tirasse fuori la lingua che… gli avrebbe permesso di solleticare i suoi caldi petali? Di titillare il suo fragile pistillo fremente? Cazzo sì! Al sol pensiero la sua bella orchidea ricominciò copiosamente a colare caldo nettare; ne avvertiva il forte profumo nonostante l’elegante fragranza della crema solare. L’odore dei suoi umori andava dunque mescolandosi con la salsedine, dando ad entrambi un forte senso d’euforia e di smarrimento. Mancava così poco…

«Ehi...» mormorò lei con un filo di voce profonda, quasi un rimprovero materno e al tempo stesso incredibilmente lascivo. Il ragazzo rimase paralizzato; il labbro inferiore che tremava a un soffio dalla pelle di lei, il petto che si alzava e si abbassava affannosamente. Francesca continuava ad esercitare una pressione lenta ma decisa con il piede sulla sua spalla, l’ultimo lucido ostacolo prima del baratro.

«Ma tu l'hai messa la crema solare?» gli chiese poi tra il serio e il faceto
«C-cosa?» le rispose Alfredo inebetito, con le labbra ancora tremanti a un soffio dal suo nettare e gli occhi spalancati nel vuoto.
«Le radiazioni UV non perdonano, Alfredo,» continuò Francesca, la voce ridotta a un sussurro vellutato mentre il suo piede esercitava una spinta lenta ma inesorabile sulla spalla del ragazzo, allontanandolo di quei dieci centimetri necessari a riprendere il fiato. «E sarebbe un vero peccato se il mio tirocinante migliore si ustionasse proprio prima del turno di domani.»

Senza fretta, con un movimento fluido e consapevole, Francesca richiamò le gambe a sé, ma senza risistemare il bordo del tanga verde che, data la posizione quanto mai scomoda cominciò a sfregare contro il pistillo della sua orchidea, strappandole un brivido di piacere. Francesca si mise dunque a sedere sul telo, sfilò il mollettone e lascio che i lunghi ricci ondulati le ricadessero sulle spalle scoperte, prima di rivolgere ad Alfredo un'occhiata enigmatica da sopra la montatura dei Ray-Ban.
Il povero ragazzo rimase in ginocchio sulla sabbia per qualche secondo, col fiato corto, il petto ansante e il rigonfiamento nei pantaloncini neri che pareva quasi doloroso nella sua evidenza.

«Per fortuna ne ho in abbondanza» - continuò Francesca allusiva riprendendo il flacone di crema tra le mani.
«Su, dai, scambiamoci di posto. Non voglio avere sulla coscienza un melanoma allo stadio terminale!»
Alfredo, mai come questa volta, eseguì gli ordini senza fiatare. Si adagiò sul telo mare con movimenti rigidi e impacciati, cercando disperatamente di mascherare l'evidenza sotto il costume, ma l'impresa era del tutto disperata.

Francesca non si fece dunque alcuna remora a mettersi carponi e, versata una generosa dose di emulsione allo zafferano, lasciò che le dita le scivolassero sicure sulle spalle ambrate del ragazzo. Complice la complessità dell'operazione, scendendo con lenti e calcolati movimenti circolari lungo il petto muscoloso di Alfredo, si spostò di lato, poggiandosi solo sulle ginocchia e bloccando tra le gambe un braccio del giovane tirocinante. Che fosse calcolato o meno, con quel gesto il povero farmacista in erba si ritrovò ancora una volta a poter sfiorare, stavolta con la mano, l'intimità nascosta della sua mentore, mentre la stessa continuava a strofinargli il petto con la crema, abbassando sempre più i suoi tocchi verso l'addome e il superbo promontorio della sua erezione. Neppure Tantalo aveva subito una pena tanto dura. Alfredo sentiva i muscoli contrarsi a ogni suo tocco, rigidi come corde di violino pronte a spezzarsi.

«Vedi?» mormorò lei, chinandosi leggermente verso il suo orecchio in modo che le punte dei propri capelli ricci gli accarezzassero la cute incandescente. «L'epidermide va trattata con rispetto. Specie quando è esposta a sollecitazioni... impreviste.»

Il ragazzo soffocò un sospiro a denti stretti. Chissà che spettacolo stava ricevendo chi osservava quella scena da lontano ora che Francesca era china su di lui. La visione celestiale del sedere della bella farmacista col tanga scostato si piantò nel suo cervello come una vecchia diapositiva sbadita, mentre le dita di quel tripudio di femminilità non erano ancora stanche di esplorare il suo addome contratto, sfiorando con sfacciata disinvoltura fino al bordo degli slip che indossava sotto i pantaloncini.

Si sarebbe fermata? Avrebbe proseguito? Francesca se lo chiese difronte a quel nuovo invalicabile confine di stoffa ondulata, ma presa dall'eccitazione del momento, decise di varcare il Rubicone.

Le sue dita s’insinuarono dunque al di sotto della banda elastica degli slip, avventurandosi senza più alcuna riserva nella selva oscura e riccioluta che precedeva il caldo scettro del ragazzo. La cosa scatenò un sussulto violento nel corpo del giovane, che inarcò la schiena soffocando un gemito gutturale. Francesca non frettò il gesto. Dopotutto nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio che si stesse solo accertando di non aver lasciato nessun punto scoperto. Con la perizia quasi chirurgica che la contraddistingueva, continuò a giocherellare con quei peletti sotto il caldo intenso del costume, avvicinando ancora una volta le labbra birichine all'orecchio del povero ragazzo.

«Meglio essere prudenti» avrebbe voluto sussurrargli con tono dispettoso, noncurante che in quella posizione i suoi seni si erano superbamente appoggiati alla spalla di lui; quel contatto avrebbe dovuto scatenare in lei una scarica d'adrenalina come poche, ma fu un altro contatto, di gran lunga più intimo, a farle saltare ogni freno inibitore. Col viso di Francesca a pochi millimetri dal suo, col tocco prepotente di quelle tette stratosferiche sul suo petto, Alfredo decise di passare finalmente all'azione e, preso il coraggio a due mani, sollevò la mano intrappolata a sfiorare il punto più intimo della sua tentatrice. Poi tutto fu come un sogno di mezz'estate: le loro bocche si fusero in un unico lunghissimo bacio. Francesca fece scivolare la mano lungo il fusto rigido del ragazzo, saggiandone la pulsazione viva e costante. Il ragazzo era alla sua mercé, questo è vero, ma lo era anche lei, e mentre le dita di lui cominciavano a esplorare con fremente passione il caldo tempio dei suoi umori, sotto l'ombrellone, a un passo dai bagnanti che continuavano a passeggiare sul bagnasciuga, le sue dita presero a stringere con forza l'imponente vessillo, accarezzando con ritmo lento e cadenzato quel turgore incontrollabile. Il confine tra la rispettabile dottoressa in farmacia e la donna esibizionista si dissolse del tutto. Francesca sentiva i propri umori colarle lungo l'interno coscia, mentre la mano di Alfredo continuava a regalarle uno dei momenti più belli che avesse mai vissuto.
Il tempo parve fermarsi del tutto. L'eco dei gabbiani, il frinire delle cicale, il vocio lontano dei bagnanti accavallato al lento sciabordio della risacca… tutto si confuse in un unico, vellutato sottofondo, mentre il delizioso e violento apice di quel gioco giungeva alla sua giusta e meritata conclusione. Francesca serrò le gambe intorno al braccio di Alfredo, mentre grossi fiotti di caldo seme andavano mischiandosi con quel che restava della crema tra le sue dita. Quell'audace sogno di mezz'estate, sotto l'abbacinante sole del meriggio, si era finalmente concluso.

Quando finalmente le loro labbra si separarono con un sospiro lungo e condiviso, entrambi rimasero per qualche secondo a fissarsi negli occhi, col respiro affannato e i cuori che martellavano all'unisono nei rispettivi petti. Negli occhi di Alfredo non c'era più solo il timore reverenziale per la sua tutor, ma una nuova, ardente complicità; in quelli di Francesca, protetti dalle lenti scure dei Ray-Ban, brillava la consapevolezza di aver varcato un punto di non ritorno. Qualcosa con cui, nel bene o nel male, avrebbe dovuto fare i conti una volta tornata alla fredda realtà di domani.

Con estrema lentezza e un'eleganza innata, Francesca sfilò la mano da sotto i pantaloncini del ragazzo e ricompose con calma la propria figura. Risistemò il tanga verde sulla pelle ancora calda e umida di umori, Rivolgendo al giovane un sorriso enigmatico.

«Direi che per oggi siamo a posto così...» terminò sibillina, e senza dare modo al ragazzo di controbattere, forse per non affrontare sin da subito le conseguenze a cui tutto questo avrebbe portato, si dileguò verso le fresche acque della riva, per concedersi un ultimo bagno ristoratore.

Perché? Perché si era spinta tanto oltre? Il sole di Luglio le aveva dunque dato così alla testa? Come poteva essere stata così sprovveduta da fare certe cose? Tra l'altro in presenza degli sguardi più indiscreti!
Doveva essere impazzita, non c'era altra spiegazione. Che cosa avrebbe raccontato in Farmacia? Come avrebbe potuto guardare ancora Alfredo negli occhi dopo tutto questo? E, soprattutto, per quale cazzo di motivo si erano baciati?

Francesca si sentì prendere dall'ansia, mentre la lucida disperazione di quei pensieri andava bloccandole il respiro. No, non era una congestione, ci mancherebbe altro, era solo l'effetto che quella lucida riflessione stava avendo adesso sul suo corpo; un misto di disperazione e pentimento che sembrava soffocarla sempre più. Ma per che cazzo l'aveva baciato? Che cosa aveva in testa?
L'acqua salata e fresca dello Ionio le avvolse le spalle, ma non bastò a spegnere l'incendio che le bruciava la fronte. Francesca si immerse, lasciando che le onde lavassero via il panico che le faceva esplodere la testa. Cosa cazzo ho fatto? – Pensò. Ma non era solo per Alfredo. Non era per il rischio assurdo di essersi concessa su una spiaggia pubblica a due passi da sguardi sconosciuti. La vera, spaventosa verità era che poche ore prima, nella penombra di quel turno di notte appena passato, le sue labbra si erano già unite a quelle di qualcun altro.

Il ricordo del bacio che Massimo le aveva strappato poco dopo che il neo-papà si era dileguato riaffiorò con la violenza di un pugno nello stomaco. Un bacio rubato, carico di una tensione accumulata da anni di sguardi d'intesa tra i banconi della farmacia. Un momento di pura e lucida passione a cui ne succedette un altro e un altro ancora; a suggellare ciò che il cuore anelava da tempo. Poi riaffiorò l'amara verità con cui avrebbero dovuto fare i conti: Massimo era sposato. Quell'insipida di Luana Santucci ne aveva fatto da poco un papà… Come avrebbe potuto opporsi lei a tutto questo? Dove avrebbe trovato la forza e il coraggio per affrontare una prova così difficile? E lo sguardo del suo mentore non mentiva: quel fiume di pensieri lambiva anche la sua mente e non v'era Caronte, o traghettatore abbastanza esperto per navigare tra quelle acque nefaste. Massimo le rivolse un sorriso pieno d'imbarazzo. I suoi sospetti presero dunque forma mentre le prime, timide, luci dell'alba andavano facendo capolino all'orizzonte fuori dalla finestra. Il loro era stato uno sbaglio dettato dal fremito di un momento. Ma non poteva durare. Lo sapevano entrambi. Per questo era venuta in spiaggia, per sfuggire alle Erinni che le ricordavano a ogni piè sospinto il suo dolore, ma queste non parevano darle tregua. Sentì le lacrime colare lente e copiose lungo le guance e si convisse che fosse solo acqua di mare; l’ultimo residuo di quel giorno che volgeva al tramonto. Ma mentiva, mentiva a se stessa, e lo sapeva bene.

Si immerse dunque una seconda volta sotto le onde azzurrine, lasciando che il mare lavasse via dal suo corpo il sapore della colpa insieme alla crema allo zafferano.

Quando riemerse lo sguardo le cadde per un istante sulla battigia. Alfredo era ancora lì, ritto a contemplarla come si guarda un miraggio, una fata morgana che lenta bruciava nei suoi pensieri. Poco più distante, sotto la tesa falda dell'ombrellone, il suo cellulare riposava silenzioso nella borsa di vimini, ma Francesca sapeva che tra i suoi messaggi privati, il nome di Massimo avrebbe potuto lampeggiare da un momento all'altro.

Si incamminò dunque a passi lenti verso la riva. La domenica stava finendo, e con essa finiva anche l'illusione di poter fuggire dalla realtà. Il giorno dopo, alle otto in punto, le porte a scorrimento della farmacia si sarebbero aperte. E lei avrebbe dovuto varcare quella soglia non più come una donna smarrita, ma come la dottoressa Francesca: impeccabile, inaccessibile e meravigliosamente condannata al suo segreto.

O almeno questo è quello che credeva…


Per suggerimenti,commenti, critiche o anche solo per voler semplicemente scambiare quattro chiacchere con me, come sempre, potete contattarmi qui: Alexdna88@libero.it
scritto il
2026-08-15
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