La sorella e la mamma

di
genere
incesti

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BUONA LETTURA


La porta dell’ascensore si chiuse con un tonfo sordo, inghiottendo il rumore della festa al piano di sotto. Nel corridoio, solo la luce fioca di una lampadina a risparmio energetico e il ticchettio dei miei tacchi sul linoleum. E il suo respiro, dietro di me. Pesante. Troppo vicino.
“Donatella,” dissi, senza voltarmi, ficcando la chiave nella serratura. La voce mi uscì più bassa del previsto, strozzata dall’aria calda e stagnante.
“Fai presto,” mormorò lui. Non una richiesta. Un fatto. Il calore del suo corpo arrivava attraverso la mia camicetta, un’ombra che copriva la mia schiena.
Entrammo. L’appartamento era buio, sapeva di chiuso e del detersivo per i piatti che non avevo ancora svuotato dalla lavastoviglie. Lasciai cadere la borsa a terra. Il clack fu assorbito dal silenzio. Mi voltai finalmente.
Donatella era già contro la porta, che aveva chiuso con una spalla. La luce della strada che filtrava dalle persiane rigava la sua maglietta bianca, il collo lungo, la mascella serrata. Aveva ancora il sapore della birra in bocca, lo sentivo da qui. E qualcos’altro. Una rabbia vecchia, familiare. La stessa che mi stringeva lo stomaco in un pugno.
“Allora?” chiese lui. Gli occhi scuri, due buchi nella penombra, non mi lasciarono un istante.
Non risposi. Mi avvicinai. Un passo. Poi un altro. Il ticchettio dei tacchi era finito, ora c’era solo il fruscio dei miei pantaloni di seta. Mi fermai a un palmo da lui. Il suo respiro si fece più corto, caldo sulla mia fronte.
Alzai le mani. Non per toccargli il viso. Afferrai l’orlo della sua maglietta e gliela sollevai lentamente. Lui alzò le braccia per agevolarmi, un movimento meccanico. La stoffa gli passò sulla testa e la gettai da parte. La sua pelle, nel chiarore bluastro, era liscia, tesa sui pettorali. Un tatuaggio sbiadito su una costola. Sentii l’odore del suo sudore, pulito e aspro, misto al cotone della festa.
Le mie dita s’incagliarono nella fibbia della sua cintura. La aprii. Il *clink* del metallo fu scandalosamente chiaro. Abbassai la cerniera dei jeans. Lui non si mosse, non fece un suono. Ma quando infilai le mani dentro l’orlo, sopra le sue mutande, per spingere giù il tutto, un brivido gli percorse l’addome.
I jeans gli caddero alle caviglie insieme alle mutande. Lui fece un passo fuori dal groviglio di stoffa, nudo dalla vita in giù. Il suo cazzo era già duro, eretto contro il ventre, un’ombra più scura nel buio. La punta era già umida, luccicante.
Guardai quello, poi alzai lo sguardo verso di lui. I nostri occhi si incrociarono. Nella sua espressione c’era sfida, attesa, e quella stessa, terribile fame che mi prosciugava la gola.
Mi inginocchiai.
Il linoleum era freddo attraverso la seta dei pantaloni. La prospettiva cambiò brutalmente. Davanti a me, il suo pube, l’ombra dei suoi peli, la colonna del suo cazzo che pulsava lievemente. Sentii il suo respiro diventare un rantolo trattenuto.
Non ci furono giri di parole, non ci fu lenta seduzione. Aprii la bocca e lo presi dentro, tutto insieme.
Lui emise un suono, un gemito strozzato che gli si spezzò in gola. Le sue mani, che fino a quel momento erano rimaste lungo i fianchi, si alzarono e si fissarono nella mia chioma, non strattonando, ma affondando, come per ancorarsi alla realtà.
Il sapore era salato, terroso, intensamente suo. La pelle del suo cazzo era vellutata sulla lingua, la vena pulsante sotto le mie labbra. Respirai dal naso, il mio mondo si ridusse a questo: l’odore del suo corpo, il peso della sua carne sulla mia lingua, il suono umido delle mie labbra che lo accoglievano.
Cominciai a muovermi. Su e giù, con una lentezza che era una tortura. Le mie mani gli si strinsero ai fianchi, sentendo i muscoli contrarsi sotto le dita. Lui iniziò a muoversi a sua volta, un leggero, istintivo spingere dei fianchi che incontrava il ritmo della mia bocca.
“Cazzo,” imprecò, la voce roca, spezzata. “Cazzo, Donatella.”
Il suo nome, nella sua bocca, in quel momento, era la cosa più esplicita di tutte. Mi accelerò il cuore in petto. Aumentai il ritmo, la pressione. La mia saliva gli bagnava l’asta, il suono era chiaro, osceno, magnifico. Una delle sue mani lasciò i miei capelli e si posò sulla mia guancia, il pollice che mi sfiorava l’angolo della bocca, allargato da lui.
“Sì,” sibilò. “Così. Proprio così.”
Sentii il suo corpo irrigidirsi, le dita che si stringevano. Il suo respiro diventò un affanno convulso. Il sapore in bocca cambiò, diventò più intenso, metallico. Lo succhiai più forte, profondamente, volendo tutto.
Lui venì con un urlo soffocato, un tremito che gli scosse tutto il corpo. Il suo cazzo pulsò sulla mia lingua, caldo, e il suo seme mi riempì la bocca. Amaro, denso. Deglutii, senza staccarmi, prendendo ogni singola pulsazione, ogni fremito del suo orgasmo.
Quando finalmente si placò, rimasi lì per un altro momento, la bocca ancora piena di lui, il suo sapore che mi avvolgeva. Poi mi staccai, lentamente.
Mi rialzai in piedi, le ginocchia che scricchiolavano. La mia bocca doveva essere gonfia, lucida. Lui era appoggiato contro la porta, gli occhi chiusi, il petto che si alzava e abbassava come se avesse corso. Il suo cazzo, ancora semi-eretto, luccicava sotto la luce fioca.
Aprì gli occhi. Mi guardò. Non c’era tenerezza in quello sguardo. C’era possesso. C’era soddisfazione. C’era la stessa, identica aridità che mi bruciava la gola.
“Allora?” dissi io, questa volta, eco della sua domanda di prima. La mia voce era roca, consumata.
Lui non rispose con le parole. Si chinò, raccolse la sua maglietta da terra. Si asciugò con noncuranza, poi la gettò di nuovo da parte. I suoi occhi non mi lasciarono.
“Allora basta parlare,” disse finalmente. La sua mano si tese, non per accarezzarmi. Per afferrarmi il polso. La stretta era salda, decisa. Un’altra promessa, non detta, che riscaldò il vuoto che lo aveva preceduto.La sua stretta al mio polso era un fatto compiuto. Un’altra parola sarebbe stata superflua, un’altra esitazione un tradimento. Stava già tirandomi verso di sé, verso la porta del ripostiglio che sapevamo entrambi essere aperta, verso il materasso buttato a terra in quel cubo di cemento che odorava di naftalina e vecchi giornali.
Il mio taccone inciampò nel bordo del tappeto. Lui non rallentò. Mi fece varcare la soglia nell’ombra, e per un secondo, forse due, ci fu solo il buio e il suo respiro caldo sulla mia nuca e l’odore di lui e di me mescolati. Poi le sue mani erano sulla mia gonna, sulla cerniera laterale. Uno stridore secco, e la seta nera mi scivolò lungo le gambe, un sussurro complice. La sua mano piatta sullo stomaco mi spinse in avanti, verso il materasso.
Caddi su un lato, non con grazia. L’imbottitura cedette sotto di me con un rumore soffocato. Lui era già sopra di me, un’ombra più grande nel buio, i suoi jeans ruvidi che mi sfioravano le cosce. Le sue dita si infilarono sotto l’elastico del mio reggiseno e dei collant, un solo movimento brutale che li strappò via insieme. Il tessuto si lacerò con un suono breve, soddisfatto.
L’aria fredda del ripostiglio mi colpì la pelle nuda. Ero completamente esposta. Lui si fermò, inginocchiato tra le mie gambe, e per un momento non fece nulla. Lo sentii guardare. Sentii il suo sguardo scorrere su di me come una carezza fisica, dallo stomaco ai fianchi, al triangolo scuro dei miei peli, alle cosce che già si aprivano per lui senza che glielo chiedessi.
Poi si mosse. Le sue mani mi afferrarono le cosce, le allargarono con decisione. Si spostò in avanti, il suo cazzo, già di nuovo duro e pesante, che mi premeva contro il pube. La punta bagnata cercò, trovò l’ingresso.
Non ci fu delicatezza. Non ci fu lentezza. Spinse.
Un gemito mi strappò dalla gola, subito soffocato contro il mio stesso braccio. Era un’impetuosità che sfiorava il dolore, una ripresa brusca di un discorso interrotto da troppo tempo. Mi riempì in un solo, lungo movimento, fino a quando non sentii il suo pube schiacciarsi contro il mio. Un sussulto mi percorse tutta, dalle caviglie alla nuca.
“Cazzo,” ansimò lui sopra di me, la voce un graffio nel silenzio polveroso. “Cazzo, sei stretta.”
Era vero. Ogni mio muscolo lo stringeva, lo avvolgeva, lo reclamava. Il dolore iniziale si sciolse in una fiamma che salì dall’addome al petto, una fiamma alimentata dal suo pienezza, dalla crudezza del suo possesso.
Cominciò a muoversi. Non era un ritmo amoroso. Era una necessità. Una ritirata veloce, quasi completa, e poi una nuova, profonda invasione. Le sue anche battevano contro le mie con uno schiaffo umido, regolare. Il suono era osceno: il fruscio dei suoi jeans sulla mia pelle nuda, il succo chiaro della mia fica bagnata che lo accoglieva, i nostri respiri affannati che rimbombavano tra le quattro pareti strette.
Le mie mani si aggrapparono alle sue spalle, alle sue braccia, cercando un appiglio nell’uragano che era il suo corpo. Ogni spinta mi spostava sul materasso, la mia testa batteva contro la parete di cartongesso. Non importava.
“Così,” gemetti io, la voce roca, estranea. “Non fermarti.”
Lui rispose con una spinta più forte, più profonda, che mi fece contorcere sotto di lui. Una delle sue mani mi afferrò il mento, costringendomi a guardarlo. Nella luce zero che filtrava dalla porta socchiusa, i suoi occhi erano pozzi neri, divoranti.
“Sei mia,” ringhiò. Non era una domanda. Era una constatazione che usciva carica di tutto il rancore degli anni passati. “Dimmi che sei mia.”
La sua spinta si fece ancora più insistente, più veloce. Il piacere si stava coagulando in fondo alla mia pancia, una palla di fuoco che cresceva con ogni suo movimento. Le parole mi bruciavano in gola.
“Tua,” ansimai, la schiena inarcata. “Solo tua.”
La sua espressione si distorté in una smorfia di piacere brutale. Abbassò la testa, le sue labbra catturarono le mie in un bacio che era più morso che bacio. Il suo sapore era ancora lì, amaro sulla mia lingua. Il mio stesso sapore.
Il suo ritmo divenne frenetico, disordinato. Le sue dita si serrarono sul mio mento. Sentii il suo corpo irrigidirsi sopra il mio, le sue interiora contrarsi dentro di me.
“Vieni,” ordinò lui contro la mia bocca. “Vieni con me.”
Fu come se la sua voce azionasse un interruttore dentro di me. La palla di fuoco esplose. Un’onda di piacere violento mi travolse, mutandomi ogni muscolo in uno spasimo continuo. Strillai, il suono imprigionato dal suo bacio. La mia fica si strinse intorno al suo cazzo in pulsazioni incontrollabili, succhiandolo più a fondo dentro di me.
Lui gemette, un suono basso e animale, e poi lo sentii venire a sua volta. Il suo cazzo pulsò dentro di me, riempiendomi del caldo improvviso del suo seme. Ogni getto era una scossa che prolungava il mio orgasmo, mischiando le nostre contrazioni in un unico, infinito parossismo.
Rimase immobile sopra di me per quello che sembrò un minuto intero, il peso del suo corpo che mi schiacciava nel materasso, il suo respiro affannoso nell’incavo del mio collo. Poi, lentamente, si ritirò.
Il senso di vuoto fu immediato e glaciale. Un brivido mi percorse. Lui rotolò di lato, distendendosi accanto a me sul materasso stretto. Il silenzio tornò a riempire il ripostiglio, ora carico dell’odore acre del nostro sesso e del sudore.
Girai la testa verso di lui. Guardavo il profilo tagliente contro la debole luce della porta. Gli occhi erano chiusi, le palpebre socchiuse. Non sembrava in pace. Sembrava esausto, svuotato, come me.
Stesi una mano senza pensarci. Le mie dita sfiorarono la sua mascolla serrata. Lui non si ritrasse. Aprì gli occhi e li fissò sul soffitto basso.
“Allora?” mormorò lui dopo un momento, la stessa domanda infinita.
Prima che potessi rispondere, prima che potessi anche solo formare un pensiero coerente nel vuoto polveroso della mia testa, accadde.
La porta del ripostiglio si spalancò d’improvviso, riversando luce sulla scena, e lì in piedi, pallida e muta, c’era nostra madre con gli occhi spalancati dall’orrore.
La luce della cucina tagliava la stanza a metà, illuminando ogni dettaglio con una crudezza da lampo al magnesio: i nostri corpi nudi e lucidi di sudore sul materasso buttato a terra, i vestiti strappati e sparsi come prove di un delitto, l’espressione ancora greve di piacere sulle nostre facce che non avevamo avuto il tempo di cambiare.
Il mondo si fermò. Il rumore della festa al piano di sotto svanì in un ronzio lontano.
Mia madre non gridò. Non disse una parola. Rimase lì, aggrappata allo stipite della porta, le nocche delle dita bianche contro il legno scuro. Il suo sguardo passò da me a lui, da lui a me, lentamente, come se stesse decifrando un geroglifico osceno e impossibile.
Eva fu il primo a muoversi. Con un movimento fluido e disumano nella sua naturalezza, si sollevò su un gomito come se non fossimo stati colti nella nudità più assoluta. Inclinò appena la testa verso di lei.
“Mamma,” disse semplicemente. La sua voce era calma, piatta. Non c’era sorpresa. Non c’era vergogna.
Quella parola, in quella voce, in quel momento, fu più devastante di qualsiasi urlo.
Lo vidi accadere nello sguardo di nostra madre: la comprensione che non era un incubo, che non era un errore dei suoi occhi stanchi. Era vero. E lui lo sapeva già.
Il suo viso, già pallido, divenne cereo. Una mano si alzò verso la bocca aperta in un cerchio perfetto di silenzio. I suoi occhi, identici ai miei per colore ma mai per espressione, si riempirono di uno sconforto così totale da sembrare vuoti.
Poi sbatté le palpebre. Una volta. Due volte.
Girò lentamente la testa verso di me. I suoi occhi incontrarono i miei. E in quello sguardo non c’era più orrore.
C’era solo un dolore antico e riconoscente, come se avesse appena visto arrivare una notizia attesa da una vita intera.
Poi, senza emettere un suono, fece un passo indietro nel corridoio illuminato. La porta rimase spalancata. La luce continuò a riversarsi dentro, a illuminare tutto quello che, ora, non poteva più essere nascostoMia madre, invece di ritirarsi, entrò e chiuse la porta alle sue spalle, le sue dita si allentarono dalla maniglia per posarsi sulla cerniera dei suoi pantaloni mentre fissava il cazzo ancora umido di mio fratello.
Il silenzio si fece spesso, palpabile come il fumo. Il ronzio della festa era solo un ricordo, soffocato dalla porta chiusa.
Lei non ci guardava più in faccia. Il suo sguardo era fisso, ipnotizzato, sul cazzo di lui. Era ancora semiduro, lucido del nostro sesso misto al suo seme che gli colava lungo l’asta. Un filo sottile si staccò e cadde sul suo ventre.
Eva non si mosse. Non cercò di coprirsi. Rimase disteso, un braccio sotto la testa, osservando nostra madre con uno sguardo che non riuscivo a decifrare. Attento. In attesa.
Mia madre fece un altro passo dentro la stanza. Il tacco delle sue scarpe scricchiolò sul pavimento di legno. L’aria si riempì del suo profumo, Chanel N°5, stantio sopra l’odore acre di sudore e sesso.
“Mamma,” dissi io, la voce un graffio. Non sapevo cos’altro dire.
Lei alzò finalmente lo sguardo. I suoi occhi erano asciutti, vuoti di tutto tranne che di una curiosità glaciale. Li posò su di me, sul mio corpo nudo ancora tremante per l’orgasmo, sulle mie cosce aperte e bagnate.
“Così,” disse lei. Non era una domanda. Era una constatazione. La sua voce era piatta, senza inflessione. “È così che succede.”
Eva si mosse allora. Si sollevò completamente, sedendosi sul materasso. Il suo cazzo si mosse con lui, un’oscena dichiarazione di presenza. “Così come?” chiese lui. La sua voce era calma, quasi annoiata.
Mia madre non rispose direttamente. I suoi occhi tornarono su di lui, sul suo corpo. Li percorse dai piedi alla testa, lentamente, come un perito davanti a un incidente. Si fermarono di nuovo sul suo cazzo.
Poi alzò una mano. Le sue dita, quelle stesse dita che mi avevano allacciato i sandali da bambina, si chiusero attorno alla cerniera dei suoi pantaloni di lino beige. Con un gesto lento, quasi cerimoniale, iniziò ad abbassare la zip.
Il suono fu straordinariamente alto nel silenzio.
“Cosa stai facendo?” sussurrai io, ma le parole mi morirono in gola. Ero paralizzata, inchiodata al materasso dall’assurdità ipnotica della scena.
Eva non disse nulla. Guardava la mano di nostra madre sulla sua cerniera. Un muscolo gli pulsò alla mascella.
La zip arrivò in fondo. Mia madre aprì il bottone. Poi, con le stesse mani ferme con cui avrebbe ripiegato la biancheria, afferrò il bordo dei suoi pantaloni e delle sue mutande e li tirò giù insieme, fino a metà coscia.
Lui era completamente nudo sotto, ovviamente. Il suo cazzo era lì, a pochi centimetri dal viso di lei.
Lei fissò quel cazzo per un lungo, interminabile momento. Poi alzò gli occhi verso di lui. “È per questo?” chiese, e per la prima volta la sua voce ebbe un tono, una nota metallica di disprezzo. “Per questo coso? Perché è grosso? Perché è di un uomo?”
Eva scostò le gambe, lasciando più spazio. “Fatti venire delle idee, mamma?”
Il volto di nostra madre rimase una maschera impassibile. Ma le sue narici si dilatarono. Il suo respiro divenne udibile, un leggero ansito attraverso le labbra serrate.
La sua mano destra, quella che era rimasta appesa al suo fianco, si sollevò. Esitò per un secondo nell’aria carica di polvere e vergogna. Poi si mosse in avanti.
Le sue dita toccarono la punta del cazzo di Eva.
Un brivido percorse tutto il corpo di mio fratello, visibile. Un gemito basso gli sfuggì dalle labbra.
Le dita di nostra madre strisciarono lungo l’asta, raccogliendo il nostro sudore e il suo seme. Le osservò, come se studiassero una sostanza sconosciuta. Poi tornarono indietro. Questa volta, l’intero palmo della sua mano si chiuse attorno a lui.
Eva sbarrò gli occhi. La sua schiena si inarcò leggermente. “Cazzo,” mormorò.
Lei iniziò a masturbarlo. Con movimenti lenti, sperimentali all’inizio, poi più decisi. Su e giù. La sua presa era ferma, professionale. La pelle della sua mano era rugosa contro la pelle liscia e tesa di lui.
Io non respiravo. Guardavo la mano di mia madre che si muoveva sul cazzo di mio fratello. Guardavo il suo volto concentrato, gli occhi fissi sul suo pugno che saliva e scendeva. Guardavo il corpo di Eva che iniziava a tendersi, i muscoli dell’addome che si contraevano.
“Ti piace?” domandò mia madre, la voce ancora piatta mentre lo guardava in faccia. “Ti piace quando te lo fa la mamma?”
Eva emise un suono che era mezzo risata e mezzo gemito. “Se continui così sì.”
Lei accelerò il ritmo. La sua mano diventò una macchina precisa e implacabile. L’altro palmo si posò sull’inguine di lui, le dita affondarono leggermente nei suoi testicoli.
“Mamma,” gemette lui, la testa che ricadeva all’indietro. “Mamma, cazzo.”
Era tutto sbagliato. Ogni cosa di quella scena era marcia, contorta, malata fino al midollo. Eppure, un caldo improvviso mi strisciò tra le gambe mentre guardavo. Un tremore di eccitazione proibita che mi fece sentire ancora più sporca di prima.
Lei vide qualcosa nel suo viso, una contrazione, un’ombra. Smise bruscamente di masturbarlo.
“No,” disse lei. “Non così.”
Si inginocchiò sul pavimento sporco del ripostiglio, davanti a lui. I suoi pantaloni di lino si piegarono sulla stoffa costosa senza che lei ci badasse.
“Così,” sussurrò.
E poi chinò la testa e prese il suo cazzo in bocca.
Eva gridò. Un suono breve, strozzato dalla sorpresa più che dal piacere. Le sue mani si aggrapparono ai bordi logori del materasso.
La testa di nostra madre si muoveva su e giù con una determinazione feroce. Le sue labbra erano tese attorno a lui, le guance incavate mentre succhiava. I suoi occhi erano spalancati e fissi sul muro davanti a sé, come se stesse eseguendo un compito penoso ma necessario.
Io potevo sentire il suono. Umido, schifoso, intenso. Potevo vedere la gola di lei contrarsi mentre ingoiava.
Eva gemette, una serie di suoni rotti e animaleschi. Le sue anche iniziarono a muoversi incontro alla bocca di lei, spingendo più in profondità. Una delle sue mani si alzò e si posò sulla nuca di nostra madre, le dita che si intrecciarono tra i suoi capelli perfettamente stirati.
“Sì,” ringhiò lui. “Così. Succhialo tutto.”
Lei lo fece. Con uno zelo che non le avevo mai visto in nulla, mai, in tutta la mia vita. Sembrava volerlo ingoiare tutto, fino alla radice. Sembrava volerlo punire con la sua bocca.
Il ritmo divenne frenetico, disperato. I gemiti di Eva divennero più acuti, più urgenti.
“Sto per venire,” annunciò lui, la voce roca. “Sto per venire in bocca a mia madre.”
Lei non si fermò. Non rallentò. Affondò ancora più giù, prendendolo tutto finché il naso non gli premé contro il pube.
Eva urlò quando venne. Un urlo soffocato dal soffitto basso. Il suo corpo si irrigidì in un arco perfetto, ogni tendine in tensione.
Io vidi la gola di mia madre contrarsi mentre ingoiava. Una volta, due volte, tre volte. Vidi le sue tempie pulsare mentre il seme di suo figlio le riempiva la bocca.
Poi lei si ritrasse lentamente. Si tirò indietro fino a sedere sui talloni, le ginocchia piegate sul pavimento polveroso. Chiuse gli occhi per un secondo mentre deglutiva ancora qualcosa che doveva essere rimasto in bocca.
Quando li riaprì, li fissò su di me.
C’era una goccia bianca all’angolo della sua bocca.
Con un gesto lento, solenne, si passò il dito sul labbro e raccolse quella goccia. Poi guardò il dito bagnato alla luce fioca che filtrava dalla fessura sotto la porta.
Si alzò in piedi con movimenti rigidi. Si sistemò i pantaloni senza fretta, richiuse la zip. Il suono sembrò ancora più definitivo della prima volta.
Si pulì le mani sui fianchi dei pantaloni, lasciando due piccole macchie umide sulla stoffa chiara.
Poi ci guardò entrambi: me ancora distesa nuda sul materasso; lui seduto con il cazzo molle e lucido di saliva.
“Ora,” disse nostra madre, la voce finalmente spezzata da un tremito appena percettibile. “Ora sapete com’è.”
Si voltò verso la porta e mise la mano sulla maniglia.
“E nessuno dei due,” aggiunse senza voltarsi, “verrà mai più a dirmi che non sapeva.”
Aprì la porta e uscì nel corridoio illuminato. La lasciò aperta alle sue spalle. La luce seguì i suoi passi che si allontanavano, lenti e regolari, giù per le scale, verso la festa che continuava, ignara, al piano di sotto. Noi rimanemmo immersi in quell’odore nuovo, ancora più denso, ancora più nostro. Eva si distese accanto a me, il suo respiro ancora affannoso. Nessuno di noi due parlò. La verità, adesso, era troppo grande per le parole. Eravamo semplicemente lì, nudi, nella luce crudele della porta aperta, ad ascoltare i nostri cuori battere un ritmo sporco e comune nella stanza stretta del ripostiglio dove tutto, finalmente, era stato rivelato.

scritto il
2026-09-11
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