Dentro l'ascensore
di
Nicola Pavelli
genere
etero
Scrivo anche racconti erotici su commissione oltre ad avere attivato un servizio di chat erotica. Se interessati/e, contattatemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com
Il palazzo era silenzioso, quasi deserto. Erano le nove di sera di un venerdì, e gli uffici si erano svuotati da ore. Solo Marco e Chiara erano rimasti, bloccati da un progetto urgente che aveva divorato il loro pomeriggio. Ora, finalmente, avevano chiuso i computer. La stanchezza era una nebbia pesante, ma tra loro c’era una tensione diversa, una corrente che scorreva ininterrotta da mesi, mai confessata, mai agita.
L’ascensore era uno di quelli vecchi, con le porte a vetri e gli specchi sulle pareti laterali. Un cubo scintillante che scendeva lentamente dai piani alti. Quando le porte si chiusero con un leggero scatto, il mondo esterno scomparve. Rimasero il ronzio del motore, il loro respiro, e lo spazio angusto che improvvisamente sembrò ridursi ancora.
Marco premette il pulsante del piano terra. Chiara si appoggiò alla parete di specchio, la borsa a tracolla che le scivolò a terra con un tonfo sordo. Non la raccolse.
“Finalmente,” sospirò lei, chiudendo gli occhi per un secondo.
“Finalmente,” fece eco lui, ma non stava parlando del lavoro.
I loro sguardi si incrociarono nello specchio. Un attimo di esitazione, poi qualcosa cedette. Marco si voltò. Chiara non si mosse, ma il suo petto iniziò a salire e scendere più rapidamente. Lui fece un passo, poi un altro, fino a ridosso di lei. L’aria divenne elettrica, densa dell’odore del suo profumo e del suo sudore leggero.
“Da quanto tempo…” mormorò lui, la voce roca.
“Troppo,” rispose lei, senza fiato.
Il primo contatto fu una mano di Marco che le sollevò il mento. Il secondo fu la sua bocca sulla sua, un’esplosione di desiderio represso che fece tremare entrambi. Il bacio non fu tenero, fu un’affermazione, un’urgenza. Le sue labbra erano calde, insistenti. Chiara gemette nel bacio, le mani che si aggrappavano ai fianchi di lui, le dita che affondavano nella stoffa della sua camicia.
L’ascensore scendeva, scendeva, ma per loro il tempo si era fermato. Marco le scostò i capelli dal collo, baciandole la pelle sotto l’orecchio, poi la curva delicata della spalla. Le sue mani scivolarono sotto la sua maglietta di seta, trovando la pelle calda della schiena. Chiara inarcò la schiena contro lo specchio, un sussulto quando le sue dita sganciarono il reggiseno con gesto esperto.
“Marco…” sussurrò, ma era un invito, non una richiesta di fermarsi.
Lui le sollevò la maglietta, lasciando che cadesse a terra. La guardò negli occhi, bevendo la vista di lei, mezza nuda contro il vetro freddo, il respiro che appannava lo specchio. Poi abbassò la testa e prese un capezzolo tra le labbra. Chiara lanciò un grido soffocato, la testa che batteva contro lo specchio, le mani che si intrecciarono nei suoi capelli scuri, trattenendolo, spingendolo verso di sé.
La sua stessa frenesia lo travolse. Le mani di Marco scesero ai suoi pantaloni, sbottonandoli con dita frettolose. Scivolarono giù lungo le sue gambe, e lei ne uscì con un passo, rimanendo solo con le mutandine di pizzo nero. Lui le fece scivolare via con un gesto lento, e poi la sua mano fu tra le sue gambe, a trovare il caldo, il bagnato, il battito accelerato del suo desiderio.
Chiara gridò, un suono pieno e libero che echeggiò nella cabina. “Ti voglio. Ora.”
Marco annuì, i suoi occhi oscuri di passione. Sbottonò i propri pantaloni, liberandosi. Non c’era spazio per delicatezze, per lunghe preparazioni. C’era solo il bisogno bruciante, immediato.
La sollevò. Chiara avvolse le gambe attorno alla sua vita, aggrappandosi alle sue spalle. Lui la spinse contro lo specchio, che scricchiolò leggermente sotto il loro peso. E poi, con un unico, profondo, lancinante movimento, entrò in lei.
Un gemito unisono riempì l’ascensore. Era una fusione perfetta, disperata. Marco iniziò a muoversi, con spinte lunghe e profonde che facevano tremare Chiara ogni volta. Lei si aggrappava a lui, le unghie che gli scavavano la schiena attraverso la camicia, i suoi baci selvaggi sulla sua bocca, sul suo collo.
Lo specchio di fronte a loro rifletteva l’immagine: i loro corpi intrecciati, sudati, che si muovevano all’unisono. Chiara vide se stessa, gli occhi chiusi, la bocca aperta in un’espressione di estasi pura. Vide le braccia possenti di Marco che la reggevano, i muscoli tesi del suo collo.
Il ritmo aumentò. I loro corpi battevano insieme, un tamburo primordiale che segnava il tempo della loro passione. Il motore dell’ascensore ronzava, le luci fluorescenti vibravano. Ogni urto di Marco la spingeva contro il vetro, ogni gemito di lei lo spronava a spingersi più in profondità.
“Non fermarti… per favore, non fermarti,” singhiozzò Chiara, la voce spezzata dal piacere.
“Non… posso…” ansimò lui. La sensazione stava diventando insopportabile, un vortice che risucchiava ogni pensiero.
Chiara sentì il calore espandersi dal suo centro, un’onda che saliva, cresceva, minacciava di spezzarla. Stringeva le gambe più forte, cercando di fondersi con lui, di portarlo ancora più dentro di sé.
“Sto per…” riuscì a dire Marco, il volto contratto.
“Anch’io,” sussurrò lei. “Vieni con me.”
Fu quella frase, quel comando sussurrato, a far crollare l’ultima diga. Con un grido strozzato, Marco la trafisse un’ultima volta, profondamente, mentre un tremore violento lo percorreva da capo a piedi. Nello stesso istante, l’orgasmo esplose dentro Chiara, un fiume di luce bianca e calore che le tolse il respiro, le fece contorcere le dita nei suoi capelli, le strappò un lungo, melodioso lamento che sembrò durare per sempre.
Rimasero così, aggrappati l’uno all’altra, mentre le ultime onde del piacere li attraversavano. Il respiro affannoso era l’unico suono, insieme al ronzio costante dell’ascensore.
Poi, un *ding* metallico, innocente.
Le porte dell’ascensore si aprirono sul luminoso atrio desertico del piano terra.
Un gelido getto d’aria condizionata li investì.
Marco e Chiara rimasero immobili, ancora uniti, i corpi che fumavano nel fresco dell’atrio, lo sguardo perso l’uno negli occhi dell’altro. La realtà tornava a gocce.
Lentamente, con un sorriso stanco e sfrontato, Chiara sussurrò, appoggiando la fronte contro la sua: “Pensi che qualcuno ci abbia visto dalle telecamere di sicurezza?”
Marco scosse la testa, ridacchiando a fatica. “In questo momento,” disse, posandola delicatamente a terra, “non me ne potrebbe importare di meno.”
Raccolsero i vestiti in fretta, vestendosi con goffi sorrisi e sguardi complici. Quando uscirono dall’ascensore, camminando verso l’uscita principale, le loro dita si intrecciarono.
La notte li attendeva. E per la prima volta, non erano più solo colleghi. Erano due complici, con un segreto bollente racchiuso in un cubo di vetro e acciaio, sospeso tra i piani di un palazzo silenzioso.
Il palazzo era silenzioso, quasi deserto. Erano le nove di sera di un venerdì, e gli uffici si erano svuotati da ore. Solo Marco e Chiara erano rimasti, bloccati da un progetto urgente che aveva divorato il loro pomeriggio. Ora, finalmente, avevano chiuso i computer. La stanchezza era una nebbia pesante, ma tra loro c’era una tensione diversa, una corrente che scorreva ininterrotta da mesi, mai confessata, mai agita.
L’ascensore era uno di quelli vecchi, con le porte a vetri e gli specchi sulle pareti laterali. Un cubo scintillante che scendeva lentamente dai piani alti. Quando le porte si chiusero con un leggero scatto, il mondo esterno scomparve. Rimasero il ronzio del motore, il loro respiro, e lo spazio angusto che improvvisamente sembrò ridursi ancora.
Marco premette il pulsante del piano terra. Chiara si appoggiò alla parete di specchio, la borsa a tracolla che le scivolò a terra con un tonfo sordo. Non la raccolse.
“Finalmente,” sospirò lei, chiudendo gli occhi per un secondo.
“Finalmente,” fece eco lui, ma non stava parlando del lavoro.
I loro sguardi si incrociarono nello specchio. Un attimo di esitazione, poi qualcosa cedette. Marco si voltò. Chiara non si mosse, ma il suo petto iniziò a salire e scendere più rapidamente. Lui fece un passo, poi un altro, fino a ridosso di lei. L’aria divenne elettrica, densa dell’odore del suo profumo e del suo sudore leggero.
“Da quanto tempo…” mormorò lui, la voce roca.
“Troppo,” rispose lei, senza fiato.
Il primo contatto fu una mano di Marco che le sollevò il mento. Il secondo fu la sua bocca sulla sua, un’esplosione di desiderio represso che fece tremare entrambi. Il bacio non fu tenero, fu un’affermazione, un’urgenza. Le sue labbra erano calde, insistenti. Chiara gemette nel bacio, le mani che si aggrappavano ai fianchi di lui, le dita che affondavano nella stoffa della sua camicia.
L’ascensore scendeva, scendeva, ma per loro il tempo si era fermato. Marco le scostò i capelli dal collo, baciandole la pelle sotto l’orecchio, poi la curva delicata della spalla. Le sue mani scivolarono sotto la sua maglietta di seta, trovando la pelle calda della schiena. Chiara inarcò la schiena contro lo specchio, un sussulto quando le sue dita sganciarono il reggiseno con gesto esperto.
“Marco…” sussurrò, ma era un invito, non una richiesta di fermarsi.
Lui le sollevò la maglietta, lasciando che cadesse a terra. La guardò negli occhi, bevendo la vista di lei, mezza nuda contro il vetro freddo, il respiro che appannava lo specchio. Poi abbassò la testa e prese un capezzolo tra le labbra. Chiara lanciò un grido soffocato, la testa che batteva contro lo specchio, le mani che si intrecciarono nei suoi capelli scuri, trattenendolo, spingendolo verso di sé.
La sua stessa frenesia lo travolse. Le mani di Marco scesero ai suoi pantaloni, sbottonandoli con dita frettolose. Scivolarono giù lungo le sue gambe, e lei ne uscì con un passo, rimanendo solo con le mutandine di pizzo nero. Lui le fece scivolare via con un gesto lento, e poi la sua mano fu tra le sue gambe, a trovare il caldo, il bagnato, il battito accelerato del suo desiderio.
Chiara gridò, un suono pieno e libero che echeggiò nella cabina. “Ti voglio. Ora.”
Marco annuì, i suoi occhi oscuri di passione. Sbottonò i propri pantaloni, liberandosi. Non c’era spazio per delicatezze, per lunghe preparazioni. C’era solo il bisogno bruciante, immediato.
La sollevò. Chiara avvolse le gambe attorno alla sua vita, aggrappandosi alle sue spalle. Lui la spinse contro lo specchio, che scricchiolò leggermente sotto il loro peso. E poi, con un unico, profondo, lancinante movimento, entrò in lei.
Un gemito unisono riempì l’ascensore. Era una fusione perfetta, disperata. Marco iniziò a muoversi, con spinte lunghe e profonde che facevano tremare Chiara ogni volta. Lei si aggrappava a lui, le unghie che gli scavavano la schiena attraverso la camicia, i suoi baci selvaggi sulla sua bocca, sul suo collo.
Lo specchio di fronte a loro rifletteva l’immagine: i loro corpi intrecciati, sudati, che si muovevano all’unisono. Chiara vide se stessa, gli occhi chiusi, la bocca aperta in un’espressione di estasi pura. Vide le braccia possenti di Marco che la reggevano, i muscoli tesi del suo collo.
Il ritmo aumentò. I loro corpi battevano insieme, un tamburo primordiale che segnava il tempo della loro passione. Il motore dell’ascensore ronzava, le luci fluorescenti vibravano. Ogni urto di Marco la spingeva contro il vetro, ogni gemito di lei lo spronava a spingersi più in profondità.
“Non fermarti… per favore, non fermarti,” singhiozzò Chiara, la voce spezzata dal piacere.
“Non… posso…” ansimò lui. La sensazione stava diventando insopportabile, un vortice che risucchiava ogni pensiero.
Chiara sentì il calore espandersi dal suo centro, un’onda che saliva, cresceva, minacciava di spezzarla. Stringeva le gambe più forte, cercando di fondersi con lui, di portarlo ancora più dentro di sé.
“Sto per…” riuscì a dire Marco, il volto contratto.
“Anch’io,” sussurrò lei. “Vieni con me.”
Fu quella frase, quel comando sussurrato, a far crollare l’ultima diga. Con un grido strozzato, Marco la trafisse un’ultima volta, profondamente, mentre un tremore violento lo percorreva da capo a piedi. Nello stesso istante, l’orgasmo esplose dentro Chiara, un fiume di luce bianca e calore che le tolse il respiro, le fece contorcere le dita nei suoi capelli, le strappò un lungo, melodioso lamento che sembrò durare per sempre.
Rimasero così, aggrappati l’uno all’altra, mentre le ultime onde del piacere li attraversavano. Il respiro affannoso era l’unico suono, insieme al ronzio costante dell’ascensore.
Poi, un *ding* metallico, innocente.
Le porte dell’ascensore si aprirono sul luminoso atrio desertico del piano terra.
Un gelido getto d’aria condizionata li investì.
Marco e Chiara rimasero immobili, ancora uniti, i corpi che fumavano nel fresco dell’atrio, lo sguardo perso l’uno negli occhi dell’altro. La realtà tornava a gocce.
Lentamente, con un sorriso stanco e sfrontato, Chiara sussurrò, appoggiando la fronte contro la sua: “Pensi che qualcuno ci abbia visto dalle telecamere di sicurezza?”
Marco scosse la testa, ridacchiando a fatica. “In questo momento,” disse, posandola delicatamente a terra, “non me ne potrebbe importare di meno.”
Raccolsero i vestiti in fretta, vestendosi con goffi sorrisi e sguardi complici. Quando uscirono dall’ascensore, camminando verso l’uscita principale, le loro dita si intrecciarono.
La notte li attendeva. E per la prima volta, non erano più solo colleghi. Erano due complici, con un segreto bollente racchiuso in un cubo di vetro e acciaio, sospeso tra i piani di un palazzo silenzioso.
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