Il settimo giorno dopo la laurea

di
genere
etero

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BUONA LETTURA

La birra era calda e il mio divano sembrava un campo di battaglia dopo una settimana di festeggiamenti. Fogli di tesi, vestiti, e la polvere di coriandoli che non voleva andarsene. Matteo era appoggiato allo stipite della porta, la sua maglietta nera attillata che gli teneva compagnia meglio di quanto avessi fatto io negli ultimi giorni. Aveva ancora addosso l’odore della notte prima, sudore e fumo di sigaretta.

“Allora?” disse, senza bisogno di altro. Il suo sguardo scivolava dal caos del salotto a me, piegato in due a raccogliere bottiglie vuote.

“Allora niente. È finita.” Risposi, ma la mia voce suonò piatta, un’ammissione.

Lui entrò, calpestando un cappello da laureato senza nemmeno guardarlo. I suoi passi erano silenziosi sul parquet. Si fermò dietro di me, così vicino che sentii il calore del suo corpo attraverso la mia felpa. Non mi voltai.

“Sette giorni,” mormorò. La sua voce era bassa, un ronzio che mi arrivò direttamente nella colonna vertebrale. “Sette giorni che ti guardo festeggiare con tutti tranne che con me.”

Non era una domanda. Era un fatto. Le mie mani si fermarono sulla bottiglia che stavo afferrando. Il respiro mi si incagliò in gola.

La sua mano si posò sulla mia vita, un contatto preciso che bruciava attraverso il tessuto. Non una carezza, un’affermazione. Girò lentamente, costringendomi ad alzarmi e a voltarmi verso di lui. I suoi occhi erano scuri, due pozzi di fumo dove il riflesso delle luci del salotto moriva.

“Matteo,” sussurrai, il suo nome un suono rotto.

Mi zittì con un dito sulle labbra. La punta era calda, leggermente ruvida. Poi quella mano scivolò dietro la mia nuca, i polpastrelli che si infilarono nei miei capelli corti e tirarono, appena, giusto quanto bastava per farmi inclinare la testa all’indietro. Il suo sguardo studiò la mia gola, il battito impazzito alla base del collo.

“Non voglio parlare,” disse. E poi mi baciò.

Non fu un bacio tenero. Fu un’invasione. La sua bocca era calda, sapore di birra e di lui, un gusto aspro e familiare che mi fece gemere. Le sue labbra erano insistenti, i denti che catturavano il mio labbro inferiore per un attimo prima di approfondire il bacio. La sua lingua trovò la mia e non ci fu più spazio per pensare, solo per sentire: il peso del suo corpo che mi spingeva contro il bordo del tavolo, il suo respiro affannoso che si mischiava al mio, le sue mani che scivolarono sotto la mia felpa, palmi piatti e caldi sulla pelle nuda della schiena.

Mi staccai, ansimando. “Aspetta.”

Lui non ascoltò. Le sue mani scesero ai miei jeans, sbottonarono con movimenti rapidi ed esperti. Lo sguardo non mi lasciò mai mentre lo faceva. Poi siabbassò, afferrando i jeans e le mutande insieme e tirandole giù fino alle mie caviglie in un unico movimento brusco. L’aria fresca del salotto colpì la mia pelle nuda. Ero già duro, il mio cazzo che si tese verso di lui, esposto e vulnerabile.

Matteo non perse tempo. La sua mano si chiuse intorno a me, una presa salda e calda che mi strappò un gemito strozzato. Non era una carezza. Era una presa di possesso. Lo guardai chinarsi, i suoi occhi fissi sui miei mentre la sua bocca si avvicinava.

“No,” disse lui, voce roca. “Prima guarda.”

La sua lingua uscì, bagnata e rosa, e passò lentamente dalla base alla punta del mio cazzo. Un brivido violento mi scosse dalle fondamenta. Le mie dita si aggrapparono al bordo del tavolo, le nocche bianche. Lui ripeté il movimento, più lentamente, assaporando la pelle tesa, il precum che già luccicava. Poi aprì la bocca e mi ingoiò.

Non fu un succhiare gentile. Fu profondo, umido, disperato. La sua testa scese finché le mie punte non sfiorarono il fondo della sua gola, e sentii il riflesso che contraeva i suoi muscoli intorno a me. Un suono basso e soddisfatto gli uscì dal petto, vibrando attraverso la mia carne. Cominciò a muoversi su e giù con un ritmo crudele e costante, una mano alla base a pompare in sincrono con la bocca, l’altra che mi afferrava un gluteo, le dita che affondavano nella carne.

“Cazzo, Matteo,” ansimai, la testa che ciondolava all’indietro. Il mondo si era ridotto al calore umido della sua bocca, al suono bagnato dei suoi movimenti, al suo respiro affannoso che si mischiava ai miei gemiti. Le luci della stanza danzavano davanti ai miei occhi chiusi. Sentivo la tensione accumularsi nel mio addome, una morsa di piacere che si stringeva sempre di più.

Lui lo sentì. Si fermò, lasciandomi uscire dalla sua bocca con un suono schioccante. Il mio cazzo era lucido e tremante. Si alzò, i suoi occhi erano due fessure scure, la bocca gonfia e rossa. Mi baciò di nuovo, facendomi assaggiare me stesso sulle sue labbra, un sapore salato e selvaggio.

“Adesso,” ringhiò contro la mia bocca. “Adesso ti scopo.”

Mi girò con una torsione brusca, piegandomi sul tavolo. I fogli di tesi scivolarono a terra con un fruscio. Sentii le sue mani sui miei fianchi, poi il rumore della sua cerniera. L’aria sulla mia schiena nuda, poi il contatto caldo del suo corpo che si appoggiava contro il mio. Il suo cazzo duro mi premette contro la piega del culo.

“Sei pronto?” sussurrò, una domanda retorica. Sentii la punta del suo cazzo bagnarsi di saliva o di precum, cercando l’ingresso.

Annuii, incapace di parlare, spingendo indietro il bacino verso di lui in risposta.

Entrò.

Non ci fu lentezza, nessuna pietà. Un solo movimento potente che mi riempì completamente, strappandomi un grido rauco dal petto. Era troppo, era invasivo, era esattamente quello che volevo. Si fermò, sepolto in me fino all’elsa, il suo respiro un rantolo caldo sulla mia nuca.

“Cristo,” gemette lui, le sue dita che si serravano sui miei fianchi come artigli.

Poi cominciò a muoversi.

Il ritmo era brutale, sincopato. Ogni spinta mi spingeva contro il bordo duro del tavolo, ogni ritirata una promessa vuota prima del prossimo impatto. La stanza si riempì del suono della nostra carne che si scontrava, dei nostri gemiti soffocati, del respiro affannoso. Lui si piegava su di me, i suoi denti che affondavano nella spalla della mia felpa, mordendo attraverso il tessuto.

La sensazione era elettrica, un dolore acuto che si trasformava istantaneamente in un piacere così intenso da farmi girare la testa. Ogni spinta raggiungeva un punto dentro di me che faceva esplodere le luci dietro le palpebre. Lo sentivo tutto, ogni pulsazione del suo cazzo dentro di me, ogni contrazione dei suoi muscoli addominali contro la mia schiena.

“Così,” gemetti io, la voce rotta. “Proprio così.”

La sua mano lasciò il mio fianco e si insinuò tra il mio corpo e il tavolo, afferrando il mio cazzo di nuovo. La sua presa era stretta, perfetta, pompando in contro tempo alle sue spinte. Ero stretto tra due punti di pressione impossibili, schiacciato tra il suo corpo e la sua mano, e stavo per venire, lo sentivo salire come una marea che non potevo fermare.

“Sto per…” non riuscii a finire la frase.

“Vieni,” ordinò lui nel mio orecchio, il suo respiro un soffio caldo e imperioso. “Vieni per me.”

Fu come se le sue parole tirassero il grilletto. L’orgasmo mi esplose dentro con una forza brutale, un’onda bianca che mi spezzò la colonna vertebrale. Un gemito lungo e roco mi uscì dalla gola mentre il mio cazzo pulsava nella sua mano, schizzi di seme che colpivano il legno del tavolo sotto di me. Le contrazioni violente che mi scuotevano strinsero anche lui dentro di me, e lo sentii irrigidirsi, un ultimo, profondissimo affondo prima che il suo gemito si fondesse con il mio.

Il suo corpo si bloccò, poi fu scosso da tre spinse convulse mentre veniva dentro di me, caldo e profondo. Rimase immobile, schiacciato contro la mia schiena, il suo respiro che affannava contro la mia nuca.

Per un lungo momento non ci muovemmo. Il solo suono nella stanza era il nostro respiro affannoso che gradualmente rallentava. Sentivo il suo sudore sulla mia pelle, il suo peso su di me, il suo cazzo che ancora pulsava debolmente dentro di me.

Fu lui a muoversi per primo, ritirandosi lentamente. Un brivido mi percorse quando mi lasciò vuoto. Si raddrizzò dietro di me. Sentii il suo sguardo sulla mia schiena nuda.

Mi voltai lentamente, appoggiandomi al tavolo per sostenermi. I miei jeans erano ancora impigliati alle caviglie. Lui si stava rimettere i pantaloni, la sua espressione indecifrabile. Non c’era tenerezza nei suoi occhi, solo una soddisfazione animalesca, grezza.

“Allora?” disse lui di nuovo, la stessa parola con cui era entrato.

Guardai il caos intorno a noi: i fogli sparsi, le bottiglie, il mio seme sul tavolo. Poi guardai lui.

“Allora sì,” risposi, la mia voce finalmente ferma.

Un angolo della sua bocca si sollevò, non proprio un sorriso. Un cenno di riconoscimento. Fece un passo avanti e mi prese il mento tra pollice e indice, costringendomi a guardarlo negli occhi.

“Domani,” disse semplicemente.

Poi lasciò cadere la presa, si girò e uscì dal salotto con lo stesso passo silenzioso con cui era entrato. Lo sentii aprire e chiudere la porta d’ingresso.

Rimasi lì, appoggiato al tavolo, nudo dalla vita in giù nell’appartamento devastato. L’odore del sesso era nell’aria, mescolato alla polvere e alla birra stantia. Un brivido finale mi scosse le spalle. Domani.

Mi piegai per tirare su i jeans.Mi piegai per tirare su i jeans. La stoffa umida mi si appiccico' alle gambe, scomoda e ruvida. Stavo ancora cercando di allacciarli quando la porta del salotto si apri' di nuovo.

Matteo era tornato.

Non aveva detto una parola, non avevo sentito la porta. Era semplicemente lì, sulla soglia, con lo stesso sguardo indecifrabile di prima. Il mio cuore fece un balzo in gola. Pensai che avesse dimenticato qualcosa, le chiavi, il telefono.

Invece attraverso' la stanza in due passi lunghi. Prima che potessi chinarmi per finire di vestirmi, Matteo mi afferro' i capelli e mi spinse bruscamente verso il divano, rovesciandomi a faccia in su con lui che mi sovrastava in un improvviso cambio di potere.

Il respiro mi si blocco' in gola. La presa nei miei capelli era salda, dolorosa. Lui mi guardava dall'alto, gli occhi scuri che brillavano di un'intenzione che non aveva espresso prima.

"Credi che sia finita?" disse, la voce bassa e raschiante.

Non aspettò una risposta. Con l'altra mano afferro' la cintura dei miei jeans, che ancora penzolavano aperti, e li strappo' via insieme alle mutande in un unico gesto brutale. Il tessuto si lacerò leggermente alla cucitura. Fui di nuovo nudo, esposto, il mio cazzo molle e appiccicoso contro la pancia.

Lui abbassò lo sguardo su di me. Poi lascio' andare i miei capelli. Le sue mani si spostarono ai miei polsi, afferrandoli e inchiodandoli sopra la mia testa contro il cuscino del divano. Il suo peso si abbatté su di me, i suoi fianchi che incastravano i miei, il tessuto dei suoi pantaloni ruvido contro la pelle nuda delle mie cosce.

"Matteo..." tentai di dire, ma la parola si perse quando abbassò la testa e mi morsicò il collo. Non fu un morso gentile, fu un'affermazione. Sentii i suoi denti stringersi sulla mia pelle, la pressione che sfiorava il dolore. Un gemito mi sfuggì, involontario.

Si staccò dal mio collo, la bocca umida e calda vicino al mio orecchio. "Hai pensato che fosse una cosa sola?" sussurrò, mentre una delle sue mani scendeva tra i nostri corpi. Le sue dita mi strusciarono lo stomaco, poi afferrarono il mio cazzo. Non era più duro, ma sotto la sua stretta decisa sentii un fremito, un primo barlume di risposta. "Ti sbagli."

Inizio' a masturbarmi con una lentezza crudele, il pollice che premeva sulla punta sensibile, raccogliendo il seme rimasto che si era seccato. La pressione era precisa, studiata per risvegliare ogni nervo. Un calore comincio' a diffondersi nel mio basso ventre, nonostante lo sfinimento di pochi minuti prima. Il mio respiro divenne affannoso.

"Vedi?" disse lui, osservando il mio cazzo che sotto la sua mano riprendeva lentamente consistenza. "Non hai finito. Non finche' non lo dico io."

Mi bacio'. Era un bacio possessivo, invasivo, la sua lingua che reclamava la mia bocca mentre la sua mano continuava il suo lavoro implacabile. Sentii il desiderio riaccendersi come un fuoco sotto la cenere, più caldo e disperato di prima. Era troppo presto, il mio corpo era ancora sensibile, ogni carezza era amplificata fino al bordo del dolore.

Mi divincolai sotto di lui, non per scappare ma per sentire di più, per sentire meglio. Lui interpreto' il movimento come un'assenso. Lascio' andare i miei polsi e si sposto', scivolando giù dal divano fino a inginocchiarsi sul pavimento tra le mie gambe.

Apri le mie cosce con le mani, allargandomi senza cerimonie. Il suo sguardo era fisso sul mio cazzo, ora semiduro e pulsante. Poi guardò più in basso, verso il mio culo, ancora aperto e dolorante dall'averlo preso poco prima.

"Sporco," mormorò, ma non era un insulto. Era un'osservazione carica di desiderio.

Si chinò in avanti e senza preavviso la sua lingua striscio' lungo tutta la mia fessura, dalla base dei testicoli su fino al buco ancora rilassato.

Strinsi i pugni nel tessuto del divano. Un suono strozzato mi usci' dalla gola. La sensazione era intensa, viscida, profondamente indecente. La sua lingua era insistente, puntuale, leccando via il suo stesso seme che era colato fuori di me. Lo sentii gemere contro la mia pelle, una vibrazione bassa che mi fece trasalire.

Poi la punta della sua lingua si concentrò sull'ingresso stesso, premendo e circondando il bordo sensibile. Non cercava di penetrare, solo di stimolare, di umettare, di preparare. Le sue mani tenevano saldamente le mie natiche aperte, le dita che affondavano nella carne.

"Ti piace," disse, non una domanda. "Ti piace essere sporco di me."

Era vero. L'umiliazione del gesto si fondeva con un piacere osceno e travolgente. Il mio cazzo era completamente duro ora, pulsante contro il mio stomaco. Annui, senza fiato.

Lui si fermò. Si alzò in piedi davanti al divano, mentre io giacevo ancora con le gambe spalancate. Si sbottonò i pantaloni, liberando il suo cazzo. Non era più completamente eretto, ma si riempì rapidamente sotto il mio sguardo, diventando duro e scuro in pochi secondi.

"Girati," ordinò.

Obbedii, rotolando a fatica sul divano stretto fino a mettermi a pancia in giù. Il velluto consumato mi sfregò la pelle sensibile del petto. Sentii il suo peso quando si inginocchio' dietro di me, le ginocchia che spingevano le mie gambe più aperte.

Non ci fu preparazione questa volta, nessun dito o altra saliva oltre a quella che aveva già lasciato. Sentii solo la punta del suo cazzo, bagnata e calda, premere contro l'ingresso già usato.

"Stretto," ringhiò lui attraverso i denti stretti.

E poi spinse.

L'entrata fu una lacerazione di fuoco. Io urlai, il suono soffocato dal cuscino. Era troppo secco, troppo presto, il mio corpo non era pronto. Lui non si fermo'. Affondo' fino in fondo con un singolo, brutale movimento, riempiendomi di una pienezza straziante che mi tolse il respiro.

Si fermo', sepolto completamente dentro di me, il suo corpo tremante per lo sforzo di trattenersi. Le sue mani afferrarono i miei fianchi, le unghie che scavavano nella pelle.

"Muoviti," ansimai io, la voce rotta dal dolore e dal bisogno. "Per favore."

Il suo gemito fu la sola risposta. Comincio' a muoversi, lentamente all'inizio, ogni movimento una frizione crudele all'interno del mio corpo ancora sensibile. Ma con ogni spinta, il dolore comincio' a mutare, a fondersi con qualcosa d'altro. La lubrificazione arrivò dal suo stesso movimento, dal mio corpo che sotto la pressione si adattava, si apriva per lui.

Il ritmo aumento'. Le sue mani mi tiravano indietro contro di lui ad ogni affondo, le nostre pelle che schioccavano insieme con un suono umido e sconcio. Ogni suo respiro era un ringhio roco nel mio orecchio.

"Questo," ansimava lui tra una spinta e l'altra. "Questo è quello che volevi."

Non potevo negarlo. Spingevo indietro contro di lui, incontro a ogni sua mossa, cercando di prendere ancora più profondamente dentro di me. Il divano scricchiolava sotto il nostro peso combinato, protestando.

La sua mano si insinuò sotto di me, afferrando il mio cazzo e pompandolo in sincronia con le sue spinte. Ero stretto tra due punti di pressione perfetti, schiacciato tra il suo corpo e la sua mano. Il piacere comincio' a montare di nuovo, una morsa implacabile nel basso ventre che si stringeva più veloce di quanto credessi possibile dopo essere appena venuto.

"Sto... Matteo, sto per..." balbettai, incapace di formare un pensiero completo.

"Vieni," ringhio' lui, il suo ritmo che diventava frenetico, disordinato. "Vieni mentre ti scopo."

Fu come se le sue parole fossero un comando diretto ai miei nervi. L'orgasmo mi colpi' con una forza sorprendente, una serie di scosse elettriche che sembrarono percorrermi dalla punta dei capelli ai talloni. Gridai nel cuscino mentre il mio cazzo pulsava nella sua stretta, rilasciando solo qualche filo sottile di seme questa volta, ma l'intensità non era minore.

Le mie contrazioni interne lo strinsero violentemente ed esplose dentro di me con un ruggito soffocato, tre spinse profonde e convulse mentre mi riempiva di nuovo del suo calore.

Crollo' sopra di me, il suo peso schiacciante e sudato sul mio corpo svuotato. Rimanemmo così per lunghi minuti, intrecciati sul divano troppo piccolo, il solo suono nella stanza il nostro respiro affannoso che gradualmente si calmava.

Alla fine si ritiro', uscendo da me con un suono umido che mi fece rabbrividire. Mi lascio' disteso lì, bagnato e sporco.

Sentii il rumore della sua cerniera mentre si risistemava i pantaloni. Poi i suoi passi che si allontanavano sul pavimento di legno.

Questa volta non tornò indietro. Sentii la porta d'ingresso aprirsi e chiudersi con decisione.

Rimasi immobile sul divano, annaspando per riprendere fiato. L'odore del sesso era ancora più forte ora, denso nell'aria stagnante della stanza chiusa. Un brivido finale mi percorse la schiena quando l'adrenalina comincio' a ritirarsi.

Domani, aveva detto. E io sapevo già che sarebbe tornato anche allora.
scritto il
2026-09-10
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