Prime esperienze da troia
di
Qulottone
genere
prime esperienze
Il sole degli anni Settanta non perdonava: picchiava dritto sulla testa, senza filtri, trasformando le periferie in distese di asfalto rovente e cemento fresco. In quel panorama di speculazione edilizia e pomeriggi infiniti, io me ne andavo in giro con il mio completino da tennista d'ordinanza — bianco ottico impeccabile, calzoncini corti millimetrici e racchetta sottobraccio — un elemento alieno e fin troppo pulito che oscillava tra il bon ton da circolo privato e la provocazione inconscia.
Non ero del tutto nuovo a certe dinamiche. Nella mia memoria si affollavano già i ricordi di qualche brivido clandestino: fughe veloci dietro i muretti a secco o nei vicoli ciechi con i ragazzi di strada del quartiere. Quei piccoli teppisti spettinati a cui, per pura curiosità o per il gusto del proibito, avevo fatto qualche sega frettolosa in cambio di uno sguardo complice. Ma quelle erano scaramucce adolescenziali, giochi veloci tra coetanei che odoravano di fumo economico e chewing-gum. Nulla avrebbe potuto prepararmi a quello che mi aspettava dentro quel cantiere deserto.
Il Primo Incontro: L'Impatto Olfattivo
Era un pomeriggio immobile quando mi spinsi oltre i cancelli arrugginiti di quel palazzo in costruzione. Il cantiere era deserto, sospeso in una calma irreale, saturo di un odore pesante di calce e ferro. Fu lì che lo vidi: un monumento al proletariato più ruspante. Un muratore maturo, a petto nudo, con una selva di peli che gli copriva il torace e addosso una colata di sudore che brillava al sole come l'olio sulla focaccia.
L'antitesi perfetta della mia grazia da campo in terra battuta.
Senza perdersi in preamboli o sottigliezze borghesi, l'uomo decise che era il momento di esibire il pezzo forte della ditta. Lo tirò fuori dai pantaloni da lavoro: un mostro di bravura, grosso, marmoreo e rigorosamente scappellato. Ma il vero colpo di grazia non fu visivo. Fu la bomba olfattiva: un odore primordiale, un mix micidiale di ormoni, fatiche settimanali, terra e testosterone puro che avrebbe steso un bue, ma che su di me ebbe un potere magnetico.
Abbandonata ogni velleità agonistica, passai all'azione. Allungai la mano e iniziai il mio servizio: un su e giù ritmico, manuale, un lavoro di precisione artigianale. Ma sul più bello l'operaio decise che la manodopera non bastava: mi afferrò con la delicatezza di chi sposta un sacco di cemento, mi abbassò la testa senza troppi complimenti e me lo piantò dritto in bocca per il gran finale. Venne con il vigore di una betoniera in azione.
L'epilogo fu un capolavoro di diplomazia sociale. Lui mi guardò con una gratitudine immensa, la stessa che si riserva a chi ti ha appena abbuonato tre anni di tasse, e prima che me ne andassi, esalando una nuvola di fumo da una sigaretta senza filtro, mi guardò negli occhi e sfoderò il colpo di classe: «Oh, ma tu domani ci torni a fare due palleggi da queste parti?»
Il Giorno Dopo: La Demolizione
Il giorno successivo mi ripresentai, puntuale e fedele al personaggio, con un secondo completino da tennista ancora più candido. Un agnellino sacrificale vestito di bianco pronto a farsi immolare sull'altare dell'edilizia pesante.
Lui era lì, ma l'atmosfera era cambiata: niente più sguardi di studio. Aveva capito il gioco, e la gratitudine del giorno prima si era trasformata in un'urgenza cieca, un'irruenza maschia che azzerò immediatamente ogni mia iniziativa, riducendomi a un ruolo di totale e inerme passività.
Senza una parola, mi piombò addosso. Mi afferrò per la vita con le mani enormi e callose, stampandomi i lividi sui fianchi. Con uno scatto secco mi voltò di spalle e mi spinse in avanti, costringendomi a piegarmi a novanta gradi sopra una pila di tavoloni di legno grezzo. Con un unico gesto violento, mi tirò giù i pantaloncini bianchi e le mutandine, lasciandoli impigliati alle mie caviglie e bloccando ogni mia possibilità di movimento.
Sentii la consistenza rovente e massiccia del suo membro che premeva contro la mia pelle umida. L'ingresso fu brutale, privo di qualsiasi cura, guidato solo da un impulso puramente animale. La spinta iniziale, profonda e pesante, mi lacerò il fiato in gola mentre la sua carne forzava le pareti dello sfintere. L'uomo prese a possedermi con colpi ritmici, rabbiosi e cadenzati; ogni affondo anatomico arrivava fino in fondo, un impatto sordo che mi scuoteva le viscere e mi costringeva a subire quel ritmo demolitore.
Il calore della sua pancia pelosa sbatteva contro le mie natiche a ogni spinta, producendo un rumore umido che amplificava l'odore acre di polvere e sesso che saturava il capannone. Ero completamente alla sua mercé: le mie ginocchia cedevano sotto il peso dei suoi affondi e le mie braccia, tese sul legno per non cadere, tremavano per lo sforzo. Lui continuava a spingere con foga cieca, fino a quando non raggiunse il culmine.
Con un grugnito rauco che gli uscì dal petto, mi afferrò le ossa del bacino per inchiodarmi definitivamente a sé ed eseguì gli ultimi affondi, i più profondi. Sentii il getto bollente del suo sperma pompare con forza dentro il mio retto, inondando le pareti interne con una serie di scariche calde che sancirono la fine di quella sottomissione.
Quando l'uomo infine si sfilò, lasciandomi libero, rimasi barcollante contro i tavoloni, con le gambe di gomma intrappolate nei pantaloncini alle caviglie, il completino bianco definitivamente distrutto e la deliziosa certezza che i ragazzi di strada, a confronto, erano stati solo un innocente riscaldamento.
Il sole del secondo pomeriggio picchiava così forte che le lamiere del capannone sembravano sul punto di liquefarsi, trasformando il cantiere in una trappola bollente di calce e polvere.
Brambilla quella volta non perse tempo nemmeno a guardarmi in faccia. Il giorno prima gli aveva evidentemente aperto lo stomaco, e adesso la sua brama era un treno merci senza freni. Io ero già completamente nudo, una striscia di carne candida e indifesa distesa supina sulla pila di tavoloni grezzi, senza alcun vestito a salvarmi la dignità. Lui invece manteneva intatta la sua divisa da combattimento: la canottiera sporca di calce ancora addosso e le braghe da lavoro calate alle ginocchia, un intralcio tessile che non scoraggiava minimamente la sua carica animalesca.
Mi afferrò le caviglie e mi spalancò le cosce con la grazia di un macellaio, piegandomi le ginocchia fin quasi al petto per espormi completamente al suo attacco. Sentii la sua mazza rovente e gigantesca, tesa fino a scoppiare, puntare dritta all'obiettivo senza un briciolo di lubrificazione. L’ingresso fu un disastro idraulico: entrò secco, profondo, spaccandomi il fiato e riducendomi all'istante a un pezzo di carne inerte, totalmente sottomesso al suo ritmo da demolizione controllata. Io sussultavo sul legno a ogni affondo, mentre l’odore fetido di ascelle, tabacco forte e testosterone puro di Brambilla mi azzerava i sensi. La sua pancia pelosa e bagnata di sudore sbatteva contro i miei glutei e le mie cosce con un rumore umido e sguaiato, un applauso ritmico alla mia totale capitolazione.
Eravamo proprio nel culmine di questo capolavoro di sottomissione quando la luce del sole venne oscurata dal solito cinghiale: il Capocantiere-Impresario. Camicia a quadri inzuppata di sudore, baffo unto e quella panza monumentale che sembrava un abuso edilizio vero e proprio. Un perfetto dittatore da operetta di periferia.
«Ma che cazzo di porco giuda state a fa’ qui dentro?!» tuonò il vecchio, con le vene del collo pronte a esplodere. «Brambilla! Brutto pezzo de fango! Io a te te caccio a calci! Te licenzio in tronco e ce piscio sopra alla liquidazione tua, chiaro?!»
Al grido del padrone, a Brambilla si strinse il culo per il terrore del licenziamento. Con un riflesso condizionato da perfetto sottomesso al capitale, fece per sfilarsi d'istinto prima del disastro. Ma la foga era troppa: non appena tirò fuori il mostro dalle mie viscere, l'affare ebbe un sussulto violentissimo. Non fece in tempo a girarsi che la sborra cominciò a partire a fontana, densa e bollente, centrandomi in pieno sulla pancia nuda e sul petto, rigandomi la pelle con una serie di schizzi caldi che colavano mischiandosi ai calcinacci.
Io rimasi lì disteso, completamente nudo, a cosce spalancate e con la pancia imbrattata dal getto del muratore, mentre il capo si girò verso di me puntandomi un dito nodoso e lurido di grasso: «E tu? Ma guarda 'sto frocetto spennato! Io a tuo padre lo conosco bene, è tanto un brav'uomo! Stasera stessa vado da lui e gli racconto che il figlio sta qui nudo come un verme sui tavoloni miei a farsi sfondare il culo gratis dagli operai! Te faccio fa' una figura de merda che non esci più de casa!»
La minaccia era ridicola, ma il viscido padrone sentiva l'odore del ricatto utile. I suoi occhi piccoli e porcini scivolarono inevitabilmente sulla dote di Brambilla e poi sulla mia bocca spalancata. L’ira si sciolse in un ghigno bavoso.
«Però...» grugnì, sputando una cicca per terra, «...ci possiamo sempre mettere d'accordo con la ditta. Invece de rompe er cazzo a tuo padre, facciamo una variante in corso d'opera. Mettiti in ginocchio nella polvere, muoviti, e fammi un servizio come si deve. Se me fai venì bene, vi perdono a tutti e due.»
Senza aspettare una risposta, si tirò giù la zip tirando fuori la sua mercanzia. Non era moscio, era bello duro e impaziente, ma decisamente più piccolo e ordinario rispetto al pilastro monumentale del muratore. Guardandolo da terra, pensai subito che dal punto di vista puramente anatomico non ne valeva assolutamente la pena, ma l'istinto di sopravvivenza vinse sul senso estetico.
Scivolai giù dal legno con le gambe che mi facevano Giacomo Giacomo, mi piantai in ginocchio sui calcinacci completamente nudo e lo presi in bocca comunque. Cominciai a pompare con rabbia su quel battipanni ministeriale, ingoiando tutto il fetore del capo, mentre Brambilla assisteva immobile con le braghe calate alle caviglie, terrorizzato come davanti a un plotone d'esecuzione sindacale. Il vecchio porco mi stringeva i capelli con le mani unticce, godendosi il trattamento a gola profonda e dandomi delle spinte di pancia sulla faccia.
Il cinghiale non durò tre minuti. Con un grugnito che sembrava lo spurgo di una fogna intasata, mi spruzzò in bocca una sborra densa e amarissima, dandomi un'ultima spinta che mi fece quasi strozzare.
Mentre si risistemava i calzoni sulla panza flaccida, scoppiò in una risata sguaiata e saporita, sbattondomi una cinquina sulla coscia nuda che lasciò il segno rosso. «Ah! Ah! Va bene, per stavolta la ditta chiude un occhio!» urlò, sistemandosi la camicia. «Brambilla, rimettiti er ferro nei calzoni, tirati su 'ste braghe e torna a impastà la malta, frocione! E tu, pulisciti la pancia e sparisci, che se domani torni a fare il guardone nudo, ti facciamo fare il turno di notte!»
Se ne andò ridendo da solo come un matto, lasciando me nudo a pulirmi alla bell'e meglio e il muratore a sistemarsi la cintura, in mezzo alla calce, al sudore e alla sborra, con la gola piena e la certezza che nell'edilizia degli anni Settanta il prezzo del silenzio era decisamente a buon mercato.
Il giorno successivo, la voce si era sparsa tra le impalcature con la rapidità di un subappalto milionario. Il capannone grezzo era diventato un piccolo anfiteatro della manovalanza, e ad attendermi c’era la squadra al completo: tre operai dalle braccia segnate dal cemento e dalle facce squadrate.
All'inizio, vedendoli tutti e tre insieme, cercai di mediare per una soluzione più gestibile. Pensavo di cavarmela con il lavoro manuale, così mi feci avanti proponendo semplicemente di masturbarli. Ma i tre non avevano nessuna intenzione di accontentarsi dei preliminari; volevano tutto e insistevano per la penetrazione, decisi a sfruttare fino in fondo quel pomeriggio di pausa. Visto che non avevano preservativi a disposizione, dovetti dettare l'unica condizione possibile per tutelarmi: «E va bene, ma patti chiari: nessuno viene dentro, ci siamo chiari?».
I tre si scambiarono un'occhiata complice, accettarono il compromesso e trasformarono immediatamente la cosa in uno spettacolo da bar dello sport. Mentre uno a turno si occupava di me sui tavoloni, gli altri due si piazzarono intorno a fare cerchio, guardando la scena a braccia conserte e trasformandosi in una tifoseria da stadio della periferia verace.
Quelli che non erano in campo non smettevano un secondo di gesticolare, commentando ogni affondo con un dialetto napoletano stretto e implacabile, che rimbombava contro le pareti di cemento. «Guarda là, guagliò, chisto se piglia pure i mattoni forati!» gridava uno, ridendo sguaiato e incitando il compagno a spingere più forte. L'altro gli dava manforte, rincarando la dose con epiteti ravvicinati che non lasciavano spazio alla timidezza: «Sotto con 'sta puttanella, facci vedere quanto vali!».
L'atmosfera era un concentrato di cameratismo rozzo e competizione. La gara si accese quando arrivò il momento di rispettare i patti. Il primo e il secondo si sfilarono al momento giusto, usandomi la pancia come tabellone del punteggio per vedere chi avesse la traiettoria più alta, accompagnando ogni getto con esclamazioni colorite: «Chisto è 'nu miracolo d'a fisica, aggio fatto 'u record!».
L'ultimo della fila decise di chiudere la partita con il colpo di scena. Aspettò il culmine, si sfilò all'ultimo istante, mirò dritto in alto e mi centrò in bocca, sollevando il boato finale del pubblico. «Mamma mia, che puttanella d'oro, questa s'è bevuta pure il cemento!» urlò il capo della tifoseria, battendo le mani sulle cosce per le risate.
Si ricomposero tutti insieme, dandosi grandi pacche sulle spalle e sistemandosi le braghe con la soddisfazione di chi ha passato un ottimo intervallo sindacale. Mi lasciarono lì, a ripulirmi alla bell'e meglio tra i calcinacci, mentre il coro in dialetto sfumava ridendo verso le impalcature.
La fine della stagione arrivò insieme ai primi venti di settembre, quando l'aria del cantiere cominciava a farsi meno soffocante e i lavori del palazzo erano ormai agli sgoccioli. Fu il Capocantiere-Impresario a decretare la chiusura della ditta a modo suo, organizzando un vero e proprio "premio di produzione" aziendale nel solito capannone: un gang bang di fine estate che riuniva tutta la prima squadra. C'erano i tre operai napoletani, c'era Brambilla con la sua solita foga silenziosa, e c'era il vecchio capo a coordinare i lavori dall'alto della sua autorità da operetta.
Quella volta non c'erano turni o trattative sindacali che tenessero. Me li feci tutti, uno dopo l'altro e contemporaneamente, in un turbine di calce, sudore e mani callose che mi passavano di mano in mano sui tavoloni ormai consumati dai nostri pomeriggi. I tre napoletani facevano il solito tifo ravvicinato, Brambilla spingeva con l'urgenza dell'ultima corsa e il capo alternava insulti burleschi a grugniti di pura soddisfazione, mentre l'intero capannone risuonava di risate, commenti veraci e schiaffi sulla carne nuda. Ero il loro traguardo comune, la celebrazione collettiva di un'intera stagione di fatiche e clandestinità.
Quando l'ultimo getto si esaurì e l'eco delle battute sguaiate scemò nel silenzio del capannone, il geometra tirò fuori dal frigo portatile una bottiglia di spumante economico, tenuta in fresco tra i panetti di ghiaccio.
Fece saltare il tappo con un botto che rimbombò tra le pareti di cemento e versò da bere per tutti in bicchieri di plastica da picnic. Ci fu un grande, rumoroso brindisi, e gli operai presero la parola a turno, ognuno con il suo stile, per i ringraziamenti di rito.
Brambilla, con la canottiera ancora impregnata di malta, mi diede una pacca violenta sul culo che lasciò il segno rosso della mano: «Oh, io te lo devo proprio dì... sei una gran troia, ma di quelle vere! Ci hai svoltato l'estate a tutti quanti qui dentro!».
I napoletani gli fecero subito eco, alzando i bicchieri e ridendo sguaiati con il loro solito dialetto stretto: «Ma quale troia, chista è 'na bbona guagliona, 'na grandissima puttanella d'oro! Ci hai fatto faticà col sorriso sulla bocca, vide a me! Nun ce la scordiamo più 'na bocca e 'nu culo comm' 'o tuojo!».
Il capocantiere, ripulendosi i baffi unti di spumante con il dorso della mano, chiuse il discorso da par suo: «Sì, sì, ringrazia 'sto frocetto spudorato, Brambilla! Ma adesso muovetevi a caricà i furgoni che dobbiamo partì!». Mi guardò dall'alto in basso con un ghigno bavoso ma quasi paterno: «Pulisciti la pancia, campioncino, e statti bene. Di troie ne ho viste tante, ma una col tuo fegato mai!».
Poi, con la stessa rapidità con cui avevano tirato su i muri, si rivestirono, caricarono gli attrezzi sui cassoni dei furgoni e misero in moto.
Rimasi solo sul limitare del cancello arrugginito, mentre i rumori dei motori sfumavano in lontananza verso la statale. Addosso mi restò una strana, improvvisa tristezza: il silenzio del cantiere deserto sembrava enorme, e l'eco di quelle voci volgari e riconoscenti segnava la fine di un'estate brutale, sporca e maledettamente irripetibile.
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