Diario di una detenuta 4 – La visita

di
genere
dominazione

Torno in cella e mi lascio cadere sulla branda, il soffitto di cemento sopra di me pieno di crepe che non guardo davvero. Chiudo gli occhi.

Il calore mi torna addosso prima ancora del ricordo vero e proprio — denso, caldo, che si struscia sulla pelle come un secondo strato di acqua. Sento ancora l'ultimo residuo di calore delle piastrelle contro la schiena.

La bocca di Imani trova la mia senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo, anche in un posto dove il tempo non appartiene a nessuna. Per un istante rimango immobile. Perché non so più cosa aspettarmi da me stessa.

Poi sento la sua lingua sfiorare la mia, il calore del suo respiro mescolarsi al mio. Le labbra di Imani sono morbide, calde, sanno vagamente di sapone e di qualcosa di più dolce sotto. Un sapore che non riesco a riconoscere e che, proprio per questo, mi rimane addosso.

Riapro gli occhi.
Fuori da quella stanza esistono ancora i corridoi, le sbarre, le urla, le chiavi che girano nelle serrature. Esiste il rumore delle scarpe delle guardie sul pavimento e quella sensazione continua di essere osservata. Ma in quel momento tutto sembra lontano. Chiudo di nuovo gli occhi, isolandomi completamente.

Le sue mani mi risalgono lungo i fianchi, piano, come se mi stesse chiedendo il permesso a ogni centimetro. Le dita si fermano sulla mia pelle e il semplice calore del suo palmo mi fa venire la pelle d'oca. Mi stringo a lei senza nemmeno decidere di farlo. È il corpo a muoversi da solo, a cercare quello di un'altra persona dopo mesi trascorsi a difendersi da chiunque.
Imani si allontana appena. Abbastanza perché possa vedere i suoi occhi. Mi guarda per qualche secondo senza dire niente, con quel mezzo sorriso che sembra sapere esattamente cosa mi sta succedendo. Io vorrei dirle qualcosa, qualsiasi cosa, ma non mi viene fuori una parola. Mi limito a guardarla mentre una ciocca dei suoi capelli ricci le scivola sulla guancia. La sposto con le dita. Poi torna a baciarmi. Le mie mani le scivolano sulle spalle, sentendo sotto le dita il calore della sua pelle. I suoi capelli mi sfiorano il viso e si richiudono intorno a noi come una tenda, nascondendoci per qualche secondo dal resto del mondo. Non vedo più il muro, non vedo più la porta, non vedo più il carcere.
Sento il suo respiro farsi più profondo. Il mio gli va dietro. Per qualche istante ci muoviamo senza una direzione, semplicemente cercandoci, stringendoci un po' più forte ogni volta che una delle due sembra voler prendere le distanze.

Riapro gli occhi.

Sento ancora il suo calore sulla bocca. E mi accorgo di stare sorridendo e di aver anche immaginato cose che all'interno di quel bagno non sono accadute.
Non so perché ci sto ripensando proprio adesso. Forse perché quei pochi minuti sono stati i migliori passati qui dentro. Forse perché, per la prima volta da quando sono nata, qualcuno mi ha toccata senza volere qualcosa da me.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma mi è piaciuto. Mi è piaciuto più di quanto avrei voluto.
E poi Imani è così bella.

Quella pelle scura, luminosa anche sotto la luce impietosa del carcere. Quei capelli ricci che le cadono intorno al viso e si chiudono a tenda mentre mi bacia. Il modo in cui inclina appena la testa quando mi guarda. Il sorriso che cerca di nascondere quando si accorge che la sto fissando.
Ripenso alla sensazione delle sue mani sui miei fianchi.
Al calore del suo corpo contro il mio.
Al modo in cui, per quei pochi minuti, non mi sono sentita una detenuta.
Non mi sono sentita sporca, osservata, giudicata. Non mi sono sentita una puttana. Mi sono sentita desiderata. Ed è forse questa la parte che mi spaventa di più.

Mi lascio andare a quella sensazione, il corpo caldo, la testa vuota per la prima volta da giorni—
Un tonfo sordo, seguito da un rumore inequivocabile e per niente poetico, mi strappa via da tutto quanto.
Il vapore sparisce, e con lui Imani. Alzo leggermente la testa e vedo Brenda, seduta sulla tazza di metallo con i pantaloni alle caviglie e un'espressione di concentrazione totale, come se stesse risolvendo un'equazione.

Yésica, in piedi con una maglietta a metà piegata tra le mani, si blocca di colpo. Le narici le si dilatano. «E no eh, no. No no. Un'altra volta no.» La lancia sul letto con un gesto disgustato. «È la seconda volta oggi, Brenda. La seconda! Che cazzo, lo fai apposta a cagare mentre siamo tutte in qui dentro?»

«Il mio culo non è mica sincronizzato con l'apertura delle celle, Yaya.» Brenda non si scompone di un millimetro, gli occhi socchiusi in un'occhiataccia da sopra le ginocchia. «Quando scappa, scappa. E se continui a rompere i coglioni, appena ho finito ti ci infilo la testa dentro io, in questo cesso.»

«Ah sì? Provaci.» Yésica infila una mano sotto il cuscino con la scioltezza di chi lo ha già fatto altre volte, e ne tira fuori una bomboletta di deodorante spray di contrabbando, l'etichetta ormai illeggibile.

«Yésica. Non. Osare.» La voce di Brenda scende di un'ottava, ma è già troppo tardi — il dito è già sull'erogatore.

Una nuvola densa e chimica investe l'angolo del water in pieno, proprio mentre Brenda è ancora, diciamo, operativa.

«MA SEI SCEMA?!» urla lei, sventolando le mani davanti alla faccia, gli occhi che le lacrimano. «Cof— mi stai accecando, brutta str—cof cof— puttana del cazzo!»

«Non riesci a respirare, vero? Adesso sai cosa proviamo tutte noi, con l'unica differenza che noi sentiamo puzza di merda!» Yésica continua a spruzzare, imperterrita, come se stesse spegnendo un incendio con la benzina.
Dall'angolo, Tatiana si limita a tirare su il lembo della coperta fino a coprirsi naso e bocca, con la stessa calma con cui uno si mette al riparo dalla pioggia.
«Magari è la volta buona che si ammazzano a vicenda,» dice, la voce ovattata dalla stoffa.

Scoppio a ridere. Non riesco a fermarmi — è una risata che parte dallo stomaco e mi piega letteralmente in due sulla branda, mentre l'aria della cella diventa una via di mezzo tra un bagno pubblico e un negozio di profumi dove si è appena rovesciato uno scaffale.

Yésica si volta di scatto verso di me, la bomboletta ancora sollevata come un'arma. «E tu de che ridi, eh? Vuoi assaggiarla pure tu, questa roba? Sei qui da poco, presto imparerai anche tu a odiare la puzza di Brenda.»
«No— no, scusa—» ansimo, cercando di riprendere fiato, una mano sulla bocca. «Scusami, davvero, non— non ce la faccio—»
Un'altra ondata di risate mi travolge prima ancora di finire la frase. Provo a dire «mi dispiace» un'altra volta ma mi esce solo un verso strozzato, e questo fa ridere ancora di più, come se la mia stessa incapacità di scusarmi fosse la cosa più comica di tutte.
Brenda mi punta un dito contro, ancora seduta, ancora furiosa, ancora avvolta nella nube tossica. «Ride pure la novellina. Te la faccio passare io la voglia di ridere.»
«Scusa— scusa, Brenda, giuro—» Ma non riesco a smettere. Mi porto un braccio sul viso, in parte per proteggermi i polmoni da quella chimica assassina, in parte per nascondere che sto ancora ridendo come una scema. La prigione fa schifo, è triste e puzza da morire in questo preciso momento più del solito, ma per un attimo — il primo da giorni — mi sento leggera. Come se non fossi del tutto sola in questo posto.

Le risate si spengono da sole quando sento il colpo secco di un manganello contro le sbarre.
L'agente Collins è piantato davanti al cancello, lo sguardo che passa una volta sola su Brenda, sul water, sulla nuvola ancora sospesa a mezz'aria, senza fare commenti. «Mendoza,» dice, indicandomi. «Alzati. Hai una visita.» Yésica fa appena in tempo a nascondere la bomboletta spray.
Il sorriso mi si spegne di colpo. Mi tiro su, il cuore che parte a un ritmo sbagliato.

Chi cazzo può essere, dico a me stessa.
Non ho nessuno, in teoria. I miei genitori sono morti che ero piccola, e dopo di loro solo un elenco di famiglie affidatarie e una sorella con cui non parlo da anni. Ofelia. Il nome mi attraversa la testa e lo scaccio subito — non verrebbe mai. Non lei.
Mi allaccio le scarpe con le dita che tremano appena, e seguo Collins lungo il corridoio.

La sala colloqui è un corridoio di box separati da plexiglas graffiato, una cornetta nera per ognuno. Mi siedo dove mi indica Collins.
Dall'altra parte del vetro, la schiena dritta, il cappotto stirato alla perfezione come se fosse appena uscita da un salone e non da un parcheggio, c'è Ofelia.
Il respiro mi si blocca in gola per un secondo intero. Afferro la cornetta.
«Che cazzo ci fai qui?»
Ofelia solleva la sua di cornetta con due dita, come se toccasse qualcosa di sporco. Mi passa in rassegna — le occhiaie, la divisa stazzonata — con la stessa espressione con cui si guarda un animale morto sul ciglio della strada. «Benvenuta in America sorellina. Volevo vedere con i miei occhi che faccia ha una che si è fatta rinchiudere per vent'anni. Sarebbe stato scortese da parte mia non venirti a trovare dato che abito a San Francisco.»
«Sei venuta fin qui solo per questo? Vaffanculo, Ofelia.» Faccio per posare la cornetta.
«Mi hanno chiamata i servizi sociali.»

Mi fermo. La mano resta a mezz'aria. «Cosa?»
«Ieri.» Si sistema una piega invisibile sul risvolto del cappotto, senza fretta, godendosi ogni secondo del mio silenzio. «Mi hanno chiesto se ero disposta a prendere la custodia del bambino. Come parente più prossima.»
Il cuore mi si gonfia di una speranza così improvvisa che fa quasi male. «Ofelia. Ti prego. Dimmi che hai detto sì. È tuo nipote, Ofe—»
«Ho detto di no.»
Il mondo si ferma per un istante. «Come sarebbe a dire no?»
«Ho detto esattamente questo: no.» Lo scandisce piano, come se parlasse a una bambina. «Non ho nessuna intenzione di portarmi in casa il figlio di un narcotrafficante di Tijuana. Ho una fedina penale pulita, Camila. Ho un lavoro vero. Una casa con il giardino. Una bella famiglia. Non ho bisogno che qualche amico del cartello di tuo marito venga a bussarmi alla porta a cercare quel bambino.»
«Non è mio marito. E quel bambino ha un nome, Miguel.» Mi sento la voce salire da sola, incontrollata. «È un bambino, Ofelia! È sangue tuo!»
«Sangue mio.» Ride, un suono secco, senza nessuna allegria dentro. «Sai qual è la sua data di nascita, Camila? No, non rispondere, lo so già che te la ricordi tu. Io non me la ricordo, e sai perché? Perché non l'ho mai voluta imparare. Perché non è mai stato mio, quel bambino. È tuo. Come tutto il resto del casino che ti trascini dietro.»

Le lacrime mi bruciano dietro gli occhi. «Non ti basta, vero? Tu sei sempre stata la prescelta in tutte le famiglie in cui siamo cresciute. Tu eri sempre la brava bambina. Io mi prendevo le botte per tutte e due! Puttana!»
«Ma senti da che pulpito. Io non ho mai succhiato cazzi a uomini che hanno il doppio della mia età e puzzano di tequila e sudore per vivere. E soprattutto io non mi sono mai scopata il ragazzo di mia sorella.» Ofelia si sporge appena verso il vetro, gli occhi improvvisamente accesi da qualcosa di più vivo del disprezzo di prima. «Qui sei tu la puttana. Eri marcia da piccola, Camila. L'hai scelta tu, questa vita. Hai scelto tu di aprire le gambe per un delinquente e di farci un figlio.»
«Tu hai sempre avuto qualcuno che ti aiutasse, io no, brutta stronza!»
«Nessuno aiuta ragazze come noi. Tanto meno se sono puttane come te!» fa una pausa. «Veniamo dallo stesso posto, Camila. Come mai io vivo una vita normale e tu sei in gabbia? Perché tu hai preso scelte e strade sbagliate, io no. Ma d'altronde sei sempre stata la pecora nera della famiglia e non a caso ti trovi nel posto che meriti.»
«Aiutami per una volta, te lo chiedo in ginocchio. Prenditi cura di Miguel... sei ancora in tempo.»
«Fammici pensare... mmh... no!» Si alza in piedi, lentamente, senza mai staccare gli occhi dai miei. «Sai cosa succederà a quel bambino adesso? Lo daranno a una famiglia qualunque. Crescerà con un altro cognome, forse non parlerà nemmeno più spagnolo tra qualche anno. E sarà comunque meglio di qualsiasi cosa tu abbia mai potuto offrirgli. Mi fai schifo, Camila. Mi vergogno di averti come sorella.»
«TROIA!» La voce mi si spezza del tutto. «Se mi fai portare via Miguel giuro che quando esco di qui ci rientrerò il giorno dopo perché giuro su Dio che ti ammazzo!»
«Non penso proprio. Perché questa è l'ultima volta che vedi la mia faccia,» dice, piatta, come se leggesse un referto medico. «Per quanto mi riguarda, da oggi tu sei morta. E non aspettarti una lapide, perché non meriti neanche quella.»
«La lapide servirà a te!»
Riaggancia senza fretta. Si volta e comincia a camminare verso l'uscita, il passo regolare, il cappotto che ondeggia appena. Non si gira. Nemmeno una volta.
Qualcosa dentro di me si spezza tutto insieme, in un colpo solo. Mi alzo di scatto, la sedia cade all'indietro. Tiro un calcio al bancone facendomi anche male. Sbatto la cornetta contro il vetro con tutta la forza che ho per tre volte. Un urlo che non riconosco come mio.
«Ehi! Fermati! Subito!»
Due mani mi afferrano da dietro, mi piegano i polsi. Mi divincolo, le lacrime che non si fermano, la gola che brucia per quanto ho urlato, mentre mi trascinano fuori dalla stanza, lontano dal vetro, lontano da tutto. Sono sola. Davvero, completamente sola.

Il tragitto di ritorno nel braccio è un buco nero. Non sento i miei passi, non vedo le sbarre né le altre detenute. Ho solo il vuoto nello stomaco e l'eco della voce di mia sorella che mi rimbomba nel cranio.
È l'ora del transito libero per la socializzazione. I cancelli sono aperti e il blocco è un viavai rumoroso di voci, risate, bestemmie e porte che sbattono. Io cammino come un fantasma, senza vedere nessuno, finché non raggiungo la cella di Imani. È sola. Le altre sono uscite. Imani è seduta sul bordo della branda, la schiena curva, i gomiti appoggiati alle ginocchia. Quando mi vede sulla soglia alza lo sguardo. Entro di slancio, mi inginocchio davanti a lei e le crollo addosso. Affondo il viso nell'incavo del suo collo, le getto le braccia intorno alla vita e scoppio a piangere. Un pianto senza dignità, viscerale. Mi trema tutto il corpo. Imani resta immobile per un istante. Poi mi avvolge.
«Ehi... ehi, Camila.» La sua voce è roca, bassa. Mi accarezza la schiena lentamente, come se avesse paura che un movimento troppo brusco possa spezzarmi ancora di più. «Guardami.» Non ci riesco.
Sento il suo odore. Il sapone. Il calore della sua pelle. Il battito del suo cuore contro la mia guancia. È assurdo quanto mi basti.
In questo settimo cerchio dell'inferno grande quanto il mondo intero, sento che mi è rimasta soltanto lei.
Imani mi prende il viso tra le mani e mi costringe dolcemente ad alzare la testa. I suoi pollici raccolgono le lacrime dalle mie guance. «Cosa è successo?» Scuoto la testa. «Camila...»
«Non chiedermelo.» La voce mi si spezza.
Lei mi guarda in silenzio. Nei suoi occhi c'è preoccupazione, ma anche qualcosa che non riesco a decifrare. Forse capisce che non sono pronta a parlare. Forse capisce che sto soltanto cercando un posto dove cadere senza farmi male.
Guardo le sue labbra. Poi i suoi occhi. E per un istante rivedo quello che è successo nel bagno. Il modo in cui mi aveva guardata. Il calore della sua pelle. La tentazione che avevo cercato di soffocare. Non ero pronta allora. Non sono pronta nemmeno ora. Eppure la bacio.
Le afferro il viso con entrambe le mani e azzero la distanza, premendo la bocca sulla sua.
Imani si irrigidisce. Lei rimane sorpresa. Per un secondo rimane completamente immobile. Le sue labbra non si aprono subito. Poi espira. E mi bacia. Mi stringe a sé e il suo corpo incontra il mio con una decisione che mi fa perdere il respiro. Le sue dita si chiudono sui miei fianchi, tirandomi più vicino. Io mi aggrappo alle sue spalle come se avessi paura che possa sparire.
Il bacio diventa più lento e profondo. Imani si stacca appena. Le nostre fronti rimangono appoggiate l'una contro l'altra.
«Camila...» Pronuncia il mio nome come una domanda.
La guardo.
«Non voglio parlare.» I suoi occhi scivolano sulle mie labbra. «Va bene,» mi bacia di nuovo.
Questa volta è lei a cercarmi.
Le mie dita si infilano tra i suoi capelli ricci, morbidi sotto i polpastrelli. Alcune ciocche ci cadono intorno al viso e per qualche secondo il resto del carcere scompare dietro quella piccola barriera scura. C'è solo lei.
Il suo respiro caldo contro la mia pelle. Le sue mani che mi tengono stretta. Il modo in cui ogni tanto si ferma appena, come per assicurarsi che io sia ancora lì, e io le rispondo avvicinandomi ancora. Mi sento fragile. E, allo stesso tempo, viva. Quando Imani mi accarezza la guancia, chiudo gli occhi. «Sei sicura?»
Annuisco. Non sono sicura di niente.
Mi stringo a Imani e nascondo il viso contro il suo collo. Lei mi accarezza i capelli. Poi sento le sue labbra sfiorarmi la tempia. «Sono qui.» La stringo più forte. Perché è esattamente quello di cui avevo bisogno.
La disperazione si trasforma in un bisogno famelico, urgente. Imani prende il controllo: mi bacia le guance salate di lacrime, poi torna sulla mia bocca, aprendola con prepotenza. La sua lingua incontra la mia, calda, umida, in un bacio profondo che mi toglie l'ultimo filo di fiato. Il sapore della sua bocca mi stordisce.
Senza rendermene conto, aggancio le mani alla sua maglietta. Afferro le sue tette, stringendo la carne morbida e piena attraverso la stoffa, sentendo il suo cuore battere all'impazzata sotto i miei palmi. Imani geme contro la mia bocca, un suono basso che mi fa vibrare lo stomaco.
Mentre continua a baciarmi, la sua mano scivola giù, lungo il mio fianco. Supera l'elastico dei miei pantaloni, si insinua sotto la stoffa grezza della divisa e scende dritta nella mia biancheria. Mi rendo conto di essermi bagnata. Trattengo il respiro di colpo. Il contatto diretto delle sue dita calde e abili sulla mia intimità bagnata è una scossa. Non c'è esitazione nel suo tocco. Inizia a muovere le dita con una leggera pressione che mi fa gemere contro la sua bocca. Mi sto bagnando sempre di più. Inarco la schiena, schiacciandomi contro la sua mano, incapace di controllarmi. Dalla mia gola esce un gemito lungo, tremante, soffocato solo in parte dalle sue labbra. Chiudo gli occhi, persa nel piacere vertiginoso che mi sta regalando, aggrappata al suo corpo come se fosse l'unica cosa vera rimasta al mondo.

FIIIIII.

Un fischio acuto e lacerante squarcia l'aria, rimbombando nel blocco come una rasoiata.
Il cuore mi balza in gola. Il piacere si congela all'istante, sostituito da una secchiata di terrore ghiacciato. Imani ritrae la mano come se si fosse bruciata. Sobbalziamo entrambe, terrorizzate, scattando a sedere con il respiro corto.

«Perquisizione!» sibila Imani, gli occhi sgranati dal panico. Scendiamo dalla branda incespicando. Mi tiro su frettolosamente i pantaloni, sistemandomi la maglia con le mani che mi tremano in modo incontrollabile. Nella foga di rimettermi in piedi, indietreggio e inavvertitamente do un calcio alle scarpe di ricambio di Imani, nascoste parzialmente sotto la branda.
La scarpa si ribalta. Da dentro la suola scivola fuori un piccolo involucro incerottato, un bozzolo grigiastro arrotolato su se stesso. Droga, la riconosco immediatamente. Il sangue mi si gela nelle vene. Imani fissa il pacchetto a terra, pallida come un cadavere. Non è suo. Lo vedo nei suoi occhi, e se lo fosse non lo avrebbe messo dentro una scarpa. Lo hanno messo lì. Quella puttana della Rizzo e tutto il gruppetto di Voss per vendicarsi.

«Tutte fuori dalle rispettive celle!» La voce di Evans tuona nel ballatoio, inconfondibile, strascicata e carica di sadismo. «Chi è fuori è pregato di tornarci davanti. SUBITO. Faccia al muro!»

Non penso. Mi chino, afferro il pacchetto e me lo infilo in fondo alla tasca prima ancora di decidere di farlo.
«Camila, no—» Imani allunga una mano per fermarmi, ma sono già fuori dalla sua cella, un secondo prima che una guardia le blocchi l'uscita con una spinta al petto.
Corro verso la 114 con il cuore che mi martella e quel pacchetto che mi brucia contro la coscia come un carbone acceso.
Mi metto fuori dalla mia cella, la mano piantata in tasca, il fiato che non riesco a calmare. Gli stivali arrivano prima delle voci. Non ho bisogno di voltarmi per sapere chi è.

Sono in due. Il primo — non lo conosco, la targhetta dice Hayes — comincia a perquisire la branda di Yésica con la solita svogliatezza da fine turno, palpando le coperte senza troppa convinzione. Evans no. Evans ha la testa piegata di lato, un sorriso storto già dipinto in faccia, e punta dritto su di me.

«Non hai dormito, Mendoza?» dice, la voce che scivola untuosa. «Hai una faccia orribile.»
Non rispondo. Mi passa accanto e con un gesto secco strappa la mia coperta dalla branda, gettandola a terra. Il cuscino vola nell'acqua sporca vicino al lavandino. Rovescia la vaschetta con un calcio — spazzola, sapone, il dentifricio che si schiaccia sotto il tacco. Non sta cercando niente. Sta solo godendosi il rumore che fa la mia roba mentre si rompe.

Hayes alza appena lo sguardo dal letto di Yésica, spostandosi poi su quello di Tatiana. «Evans. Muoviti, dai. Non abbiamo tutto il giorno.»

«Ho quasi finito.» Non distoglie gli occhi da me. «Faccia al muro. Mani in vista.»
Mi appoggio al cemento, i palmi aperti contro la superficie ruvida. Mi si incolla alla schiena. Sento il tabacco nel suo fiato, il dopobarba da discount. Mi preme la testa contro il muro con l'avambraccio, schiacciandomi la guancia finché la pelle non tira.
«Vediamo cosa nascondi, principessa.»
Le mani scendono lungo le braccia, si fermano sui fianchi troppo a lungo per essere un controllo. Risalgono sopra la maglia. Mi si chiudono sul seno con una stretta che mi strappa un gemito che odio essermi lasciata scappare.
«Lasciami, pezzo di merda...» sibilai tra i denti.
«Evans.» La voce di Hayes, più bassa adesso, più tesa. «Basta. Fai la perquisizione e via. Se qualcuno ti vede fare così ti spediscono a casa per un po'.»

Evans non lo ascolta. La sua mano scende lungo la pancia, sui miei pantaloni e spinge verso il basso, sfiorando pesantemente le mie parti intime con una lentezza calcolata per umiliarmi.
È troppo. La rabbia mi esplode dentro. Dimentico dove mi trovo, dimentico le conseguenze. Con una torsione violenta del busto mi stacco dal muro, mi giro di scatto e sferro un calcio cieco all'indietro per colpirlo alle gambe.
Il colpo gli prende solo lo stinco, ma basta a farlo imprecare.
Il manganello mi si abbatte dritto sul fianco con una violenza che mi toglie il fiato. Un dolore acuto, bruciante, mi piega a metà. Non ho il tempo di riprendermi che sferra un secondo fendente, stavolta scaricando la mazzata direttamente sul mio culo. La scossa di dolore mi fa cadere in ginocchio con i gomiti sul cemento.

Le sue dita trovano la tasca. Si fermano.

Ne escono con il pacchetto stretto tra due dita, come un trofeo.

«Ma guarda un po'.» Il sorriso gli si allarga. «Ahi ahi ahi, Mendoza. Chi te l'ha data?»

Serro la mascella. Non dico niente.

«Ti ho fatto una domanda.»

Silenzio.

STAM.

Il manganello mi si abbatte di nuovo sul fianco. Il dolore mi piega in due, il fiato che se ne va tutto insieme.

«Ancora una volta,» ringhia, chinandosi fino a farmi sentire la saliva sulla guancia. «Dove. L'hai. Presa.»

Alzo gli occhi verso di lui, il sangue che mi martella nelle orecchie. «Chiedilo a quella troia di tua madre mentre si fa fottere nelle macchine di sconosciuti. Scommetto che è così che sei nato, figlio di puttana!»
Il viso di Evans si deforma in una maschera di rabbia cieca. Mi afferra per il colletto della divisa e mi strattona verso l'alto. Mi gira di scatto, piegandomi il braccio dietro la schiena fino a farmi scricchiolare la spalla.
«Hai finito di fare la spiritosa, Mendoza,» mi ringhia all'orecchio, spingendomi con violenza fuori dalla cella verso il corridoio.
«Evans, cazzo, basta così!» Hayes ha smesso di controllare i letti delle altre. «Hai già quello che ti serviva. Lasciala, o giuro che scrivo io il rapporto su di te.»
«Adesso ti sbatto dritta in isolamento. Una settimana, forse due, se il rapporto lo scrivo bene.»
Mi spinge verso il corridoio. Sto per inciampare quando una massa scura mi si para davanti, bloccando entrambi.
«Che cazzo succede qui?»
Collins.
Evans si blocca, la presa che si allenta appena — ma non del tutto. «Niente che ti riguardi, Collins. Contrabbando trovato nella cella. La sbatto in isolamento e poi porto tutto al direttore.»
«Non ti ho chiesto cosa hai trovato. Ti ho chiesto perché la stai strattonando come un sacco di patate.»
È il momento. Lo sento, netto, come se qualcuno mi avesse acceso una luce in testa.
Lascio uscire tutto quello che ho tenuto dentro fino a quel momento — non serve nemmeno inventarselo, il dolore è vero, la spalla brucia davvero. Mi metto solo a piangere nel modo giusto. Forte. Rotto. Il tipo di pianto che non si può fingere, anche se io lo sto facendo eccome.

«Mi ha fatto male,» singhiozzo, la voce che si spezza al punto giusto. «Mi... mi ha toccata, agente Collins. Durante la perquisizione. Non era un controllo, lui—» Mi interrompo apposta, come se il resto non riuscissi proprio a dirlo, portandomi una mano tremante alla bocca.
Il silenzio che segue dura un secondo di troppo per essere innocente.
Collins guarda me. Poi guarda Evans. La sua faccia non tradisce niente — né sorpresa, né incredulità — solo quella stessa stanchezza vecchia che gli ho visto addosso il primo giorno.

«Non crederai mica a questa succhia cazzi, Collins,» sbotta Evans, ma la voce gli è già uscita una nota più in alto del necessario. «Stava resistendo alla perquisizione, tutto qui. Mi ha anche dato un calcio allo stinco.»
«Hayes.» Collins non stacca gli occhi da Evans. «È così che è andata?»
Hayes esita. Un secondo. Due. Abbastanza perché io capisca che quel secondo, da solo, vale più di qualsiasi cosa io possa ancora dire.
«Io stavo controllando l'altro letto,» dice alla fine, gli occhi bassi. «Non ho visto tutto. Ma ho visto che lei ha reagito con un calcio allo stinco.»
«Se ha reagito ci sarà stato un motivo, no?»
«Eccolo il motivo, Collins,» dice Evans mostrando il bozzolo di droga.
«La porto io in isolamento,» dice Collins, piano, come se la decisione fosse già stata presa da un pezzo. «Ci penso io a scrivere il rapporto. Sul contrabbando, e sul resto.»
«Il resto?» Evans fa un passo avanti. «Ma fammi il piacere Collins, apri gli occhi. Queste qui non vedono l'ora di avere un'occasione per fotterci.»
«Ho detto che ci penso io.» Per la prima volta, la voce di Collins si alza appena, ma è abbastanza per far chiudere la bocca a Evans «Continua a perquisire le cesse. Adesso.»

Resto lì, la spalla che pulsa, le lacrime — vere, ormai, mescolate a quelle finte al punto che nemmeno io saprei più separarle — che continuano a scendere da sole.
Collins mi guarda un istante di troppo, come se stesse ancora decidendo cosa pensare di me. Poi fa un cenno verso il corridoio. «Muoviti, Mendoza. Non farmi perdere altro tempo.»
Non dice se mi crede. Ma cammino.
«Grazie,» dico, guardando Collins.
«Non so cos'altro avrebbe potuto farmi quel mostro.»
«Lascialo stare, è solo un montato che si crede più grande di ciò che è,» risponde. «E cerca di startene tranquilla tu, mi hanno detto che hai dato spettacolo anche nella sala colloqui,» continua.
«Problemi familiari,» dico.
«Immagino...»

Arriviamo davanti alla porta blindata dell'isolamento. Collins apre la cella e mi fa cenno con la testa di entrare.
«Quanto rimarrò qui dentro?»
«Almeno una settimana, di meno è impossibile. Il contrabbando di droga è una questione seria. Proverò a non farti dare di più. È il massimo che posso provare a fare.»
«Grazie, davvero.»
Collins mi fa un cenno con la testa e chiude la porta. Resto sola, in quella cella buia, grigia e fredda. I muri sono segnati da disegni e graffi. Non ho una finestra, ho solo un letto, un WC e un lavandino. Mi guardo intorno e so già che questa settimana qui dentro non passerà mai.

[CONTINUA...]
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2026-09-04
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