La cugina Rosaria
di
Joshua
genere
etero
Arrivai la mattina presto, dopo quattordici ore di viaggio.
La strada per arrivare alla casa dei nonni era ancora quella di sempre: stretta, sconnessa, bordata di fichi d’India dalle pale polverose e di muri a secco che sembravano reggersi per abitudine più che per solidità. La macchina saltava sui buchi. Io guidavo piano, con i finestrini abbassati. Entrava odore di asfalto caldo, di erba secca e, a tratti, di letame. Il vento portava anche un sentore di fico maturo e di terra arsa.
La casa era messa peggio di come la ricordavo.
Il tetto aveva qualche tegola storta, l’intonaco era cascato a chiazze lasciando vedere le pietre grigie sotto, e la porta di legno scricchiolò con un suono lungo e lamentoso quando la spinsi. Dentro odorava di chiuso, di polvere antica e di umidità che saliva dai muri. Un odore dolciastro e stantio, come di legna dimenticata. Aprii le finestre una per una. I cardini stridevano. La luce entrò di sbieco, sollevando bionde spirali di polvere che ballavano nell’aria ferma. Sotto le lenzuola ingiallite i mobili sembravano gobbi e rassegnati.
Per un attimo restai fermo in cucina, le mani sui fianchi. Il pavimento di cotto sotto le scarpe era freddo e irregolare. Pensai che forse ero stato idiota a venire. Cercavo pace, e avevo trovato un rudere pieno di echi, come la mia vita del resto. Cercavo il bambino che passava le estati qui, e avevo trovato solo silenzio e polvere che mi si posava già sulla pelle.
Uscii nel piccolo cortile sul retro.
L’aria fuori era più mossa, ma calda, quasi appiccicosa. Le erbacce mi arrivavano al ginocchio e mi graffiavano le caviglie attraverso i pantaloni. Oltre il muretto basso si vedevano i campi gialli e, più in basso, il paese: un mucchio di case accalcate, grigie e bianche. Si sentiva, lontano, il campanile che batteva una sola volta, e il belato fioco di qualche capra.
Fu allora che la vidi.
Stava scendendo dal sentiero di terra battuta che portava verso i recinti, con un secchio di plastica scolorita in una mano e una corda nell’altra. Camminava con quel passo pesante e sicuro di chi ha fatto la stessa strada mille volte. Quando alzò lo sguardo e mi vide, non sorrise. Si limitò a fermarsi, a squadrarmi da capo a piedi, e a fare un mezzo cenno con la testa.
«Oh guarda,» disse. La voce era roca, da fumatrice. «U cugino ‘i Milanu.»
(Il cugino di Milano.)
Sorrisi al pensiero che, nonostante ci considerassimo cugini, non fossimo nemmeno parenti. Semplicemente i nostri nonni si erano fatti reciprocamente da testimoni di nozze.
Mi avvicinai al muretto. La pietra sotto i palmi era calda e ruvida.
«Ciao, Rosaria.»
Lei posò il secchio a terra con un tonfo sordo. Si asciugò le mani sul grembiule di tela spessa, già sporco di terra e di qualcosa di verdognolo. Mi guardò più da vicino. Aveva i capelli neri tirati indietro in una coda grezza, la pelle segnata dal sole, le braccia forti e scure. Dalle maniche rimboccate si vedeva una riga più chiara dove finiva il lavoro del sole. Non c’era niente di dolce in quel volto. Solo una concretezza quasi aggressiva.
«E non mi dici nenti? Dopu tuttu stu tempu. E Silvia, to’ soru?»
(E non mi dici niente? Dopo tutto questo tempo. E Silvia, tua sorella?)
«Una vita, cugina. Silvia sta bene. Fa la dottoressa.»
Lei soffiò dal naso.
«Ti viu bonu.»
(Ti vedo bene.)
Si chinò, riprese il secchio e lo alzò senza sforzo.
«A casa sta cadendu tutta.»
(La casa sta cadendo tutta.)
«Lo so.»
Restò un momento a guardarmi, gli occhi stretti per la luce bassa. Poi fece un cenno verso il paese con il mento.
«Si ti serve qualcosa, sai dov’è a casa mia.»
Si voltò e riprese a camminare. Dopo due passi aggiunse, senza voltarsi:
«Ndi vidimu dopu.»
(Ci vediamo dopo.)
Poi se ne andò, il secchio che dondolava contro la sua gamba, i sandali che scricchiolavano sulla terra secca. Dietro di lei restò solo un leggero sollevarsi di polvere e l’odore di erba calpestata e di animale.
Io rimasi nel cortile, le mani ancora sul muretto caldo. Per la prima volta da quando ero arrivato sentii qualcosa che non era solo stanchezza o nostalgia.
Era la chiara sensazione di essere stato pesato, giudicato e, in qualche modo, già catalogato.
Un animaletto esotico.
Innocuo.
E forse, per lei, anche utile.
Rientrai e, per quanto possibile, diedi una pulita. Mentre lo facevo pensai a Cristina. Era finita e mi mancava da morire, ma ero consapevole che era giusto così. Che futuro le avrei potuto dare? Ventiquattro anni sono troppi. Pensai al lavoro che non mi dava tregua. Mi accorsi solo allora che stavo sistemando da ore. Almeno la casa era tornata abitabile.
Il giorno dopo mi alzai presto.
Feci il caffè con la moka trovata in un armadietto e uscii nel cortile. L’aria era ancora fresca, l’erba bagnata di rugiada. Mi sedetti sul muretto con la tazzina tra le mani.
La vidi arrivare dal sentiero. Stesso passo, stessi sandali, pantaloni di tela e camicia scura rimboccata. Quando fu vicina alzai la voce.
«Rosaria.»
Si fermò e venne verso di me.
«Già svegliu?»
(Già sveglio?)
«Vuoi un caffè?»
Annuì e si sedette a distanza di un braccio. Le versai quello che restava. Bevve in silenzio, guardando i campi.
«Oggi vaju a travagghiari ‘n campagna,» disse alla fine. «C’è roba ferma da na settimana.»
(Oggi vado a lavorare in campagna. C’è roba ferma da una settimana.)
Io posai la tazzina.
«Andiamo. Un po’ di lavoro non può che farmi bene.»
Lei mi guardò di sottecchi, poi alzò le spalle.
«Comu vuoi. Ma ‘un ti lagnari dopu.»
(Come vuoi. Ma non ti lamentare dopo.)
Lavorammo fino al tardo pomeriggio.
Lei non mi risparmiò: zappa, legna, pezzi di recinto da sistemare. Io feci tutto senza dire niente. Le mani si scorticarono in fretta, la schiena bruciava, ma c’era qualcosa di semplice in quella fatica. Niente telefoni, niente pensieri su Milano. Solo terra e respiro.
A sera, quando il sole era già basso, piantò l’attrezzo a terra e si asciugò la fronte.
«Basta. Oggi pure troppu.»
(Basta. Oggi pure troppo.)
Mentre tornavamo indietro, senza guardarmi, disse:
«Stasera si magna a casa mia. Si vuoi.»
(Stasera si mangia a casa mia. Se vuoi.)
«Va bene.»
La casa di Rosaria era piccola, all’inizio del paese, con la porta verde scrostata. Dentro odorava di sugo, di detersivo e di vecchio. La madre era già a tavola: una donna minuta, curva, con le mani nodose e lo sguardo vivo. Ci salutò con un cenno e ci fece segno di sedere.
Mangiammo pasta al sugo di carne, pane, un po’ di formaggio, vino della casa. Poche parole. La madre chiese di Silvia, di Milano, di quanto restavo. Io risposi. Rosaria stava zitta per la maggior parte del tempo, mangiava con appetito, di tanto in tanto mi guardava di sfuggita.
In quella cucina stretta, con la luce gialla della lampada e il ticchettio dell’orologio da parete, mi sentii stranamente leggero. Niente urgenze, niente di quello che avevo lasciato a nord. Solo il sapore del cibo semplice e il silenzio di due donne che non avevano bisogno di riempire i vuoti.
Dopo cena la madre si alzò, ci diede la buonanotte e sparì in camera. Si sentì la porta chiudersi.
Restammo soli a tavola.
Rosaria si versò un altro dito di vino e restò a guardare il fondo del bicchiere.
«U travagghiu di oggi t’ha stancatu?» chiese.
(Il lavoro di oggi ti ha stancato?)
«Un po’. Ma mi ha fatto bene.»
Annuì. Non aggiunse altro.
Passarono ancora alcuni minuti. Poi si alzò, raccolse i piatti e li portò nel lavello. Io l’imitai. Lavammo in silenzio. Quando finimmo lei si asciugò le mani sul canovaccio e mi guardò.
«Andiamo.»
Non disse dove. Uscì e io la seguii.
Camminammo nel buio del paese deserto fino alla casa dei nonni. Lei entrò per prima, si guardò intorno e si sedette a tavola. Io aprii una bottiglia, trovai due bicchieri e mi sedetti di fronte.
Bevemmo. Lei accese una sigaretta e ne offrì una anche a me. Parlammo a voce bassa di cose inutili: quant’era cambiato il paese, quanta fatica facesse tenere le bestie, quanto tempo fosse passato.
A un certo punto le parole si diradarono.
Restava solo il fumo che saliva lento e lo sguardo di lei che non si spostava più dal mio.
Lei spense la sigaretta nel piattino, si alzò e venne dalla mia parte del tavolo. Si fermò accanto a me, abbastanza vicina da farmi sentire il calore del suo corpo, l’odore di fumo, di vino e del sudore dopo una giornata di lavoro. Una mano le scese sulla mia spalla, pesante e calda.
Io alzai la testa.
Lei mi infilò la lingua in bocca senza preamboli. Il bacio fu grezzo, pieno di denti e saliva. Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe e iniziò a sbottonarmi la camicia con mani ruvide. Io le strappai la maglietta oltre la testa. I seni pesanti, caldi, i capezzoli già duri.
Con Cristina tutto era stato fatto di silenzi e di paure. Qui non c’era niente di tutto quello. Solo fame.
«Andiamo di là.»
Si alzò, si tolse gonna e mutande in due gesti e si avviò nuda verso la camera. Io la seguii.
La trovai già in ginocchio sul letto. Il pube nero e folto, le cosce segnate, il sedere alto.
Le andai dietro, la piegai e le seppellii la faccia tra le natiche. Lei emise un suono basso e allargò le ginocchia. La leccai a lungo, senza delicatezza, finché non la sentii spingere indietro e bagnarsi di più.
Entrai in lei da dietro con un colpo secco. Era stretta, calda, già pronta. Lei gettò un’imprecazione e spinse indietro. Io la presi per i fianchi e la scopai forte, senza eleganza. Solo spinte profonde e il rumore umido dei corpi.
La girai sulla schiena, le aprii le gambe e rientrai. Le tenni i polsi sopra la testa e la guardai in faccia mentre la prendevo. Lei non chiudeva gli occhi. Ogni tanto lasciava uscire una parolaccia tra un gemito e l’altro.
La sollevai e la spinsi contro il muro. Le gambe le si chiusero intorno alla mia vita. Continuai in piedi finché non sentii le unghie affondarle nella schiena. Poi la riportai sul letto a cavalcioni. Lei si infilò il cazzo da sola e iniziò a muoversi con forza, le mani sul mio petto. Io le afferrai i fianchi e la feci scendere più pesante.
Venne così, stringendosi intorno a me, la testa gettata indietro, un gemito lungo e roco.
Io la ribaltai di nuovo a pecorina. Continuai ancora qualche spinta, poi mi sfilai e venni sulla sua schiena, caldo e denso, lungo la spina dorsale e il solco delle reni.
Lei restò ferma qualche secondo, ansimando, poi si lasciò cadere di fianco. Io mi stesi dietro di lei. Per un po’ non dicemmo niente. Solo il respiro che si calmava e il caldo dei corpi ancora vicini.
A un certo punto lei, senza voltarsi, parlò. La voce era diversa. Bassa, quasi morbida. Per la prima volta c’era qualcosa di dolce, di davvero femminile, in quelle poche parole:
«Dumanu matina vieni cu mia ‘n campagna?
Pi compagnia.»
(Domani mattina vieni con me in campagna?
Per compagnia.)
Io guardai la nuca sudata, i capelli scuri sparsi sul cuscino.
«Va bene.»
Lei non aggiunse altro.
Si limitò a cercare a tentoni la mia mano e a stringerla, forte e breve, prima di lasciarla andare.
Restammo così un poco. Poi lei si voltò verso di me. Questa volta non c’era fretta. Ci avvicinammo con una calma che non ci eravamo concessi prima. Lei mi prese il viso tra le mani e mi baciò piano, quasi a esplorarmi. Io entrai in lei di nuovo, lentamente. Ci muovemmo poco, ma ogni movimento sembrava arrivare più a fondo. A un certo punto qualcosa si spezzò in entrambi. Lei venne per prima, con un brivido lungo e violento che le fece chiudere gli occhi e stringere i denti. Io la seguii subito dopo, con un’intensità che mi lasciò senza fiato, quasi spaventato da quanto fosse stato forte.
Restammo aggrappati l’uno all’altra, sudati, il cuore che batteva troppo.
Per qualche secondo nessuno dei due sembrò capace di parlare o di muoversi.
La giornata mi aveva steso. Crollai esausto.
Mi svegliai in piena notte di soprassalto. Avevo un lenzuolo addosso. Lei non c’era. Nella stanza restava solo l’odore di quello che avevamo fatto. Mi guardai intorno, cercandola nel buio, ma trovai soltanto le ombre e i miei ricordi.
La strada per arrivare alla casa dei nonni era ancora quella di sempre: stretta, sconnessa, bordata di fichi d’India dalle pale polverose e di muri a secco che sembravano reggersi per abitudine più che per solidità. La macchina saltava sui buchi. Io guidavo piano, con i finestrini abbassati. Entrava odore di asfalto caldo, di erba secca e, a tratti, di letame. Il vento portava anche un sentore di fico maturo e di terra arsa.
La casa era messa peggio di come la ricordavo.
Il tetto aveva qualche tegola storta, l’intonaco era cascato a chiazze lasciando vedere le pietre grigie sotto, e la porta di legno scricchiolò con un suono lungo e lamentoso quando la spinsi. Dentro odorava di chiuso, di polvere antica e di umidità che saliva dai muri. Un odore dolciastro e stantio, come di legna dimenticata. Aprii le finestre una per una. I cardini stridevano. La luce entrò di sbieco, sollevando bionde spirali di polvere che ballavano nell’aria ferma. Sotto le lenzuola ingiallite i mobili sembravano gobbi e rassegnati.
Per un attimo restai fermo in cucina, le mani sui fianchi. Il pavimento di cotto sotto le scarpe era freddo e irregolare. Pensai che forse ero stato idiota a venire. Cercavo pace, e avevo trovato un rudere pieno di echi, come la mia vita del resto. Cercavo il bambino che passava le estati qui, e avevo trovato solo silenzio e polvere che mi si posava già sulla pelle.
Uscii nel piccolo cortile sul retro.
L’aria fuori era più mossa, ma calda, quasi appiccicosa. Le erbacce mi arrivavano al ginocchio e mi graffiavano le caviglie attraverso i pantaloni. Oltre il muretto basso si vedevano i campi gialli e, più in basso, il paese: un mucchio di case accalcate, grigie e bianche. Si sentiva, lontano, il campanile che batteva una sola volta, e il belato fioco di qualche capra.
Fu allora che la vidi.
Stava scendendo dal sentiero di terra battuta che portava verso i recinti, con un secchio di plastica scolorita in una mano e una corda nell’altra. Camminava con quel passo pesante e sicuro di chi ha fatto la stessa strada mille volte. Quando alzò lo sguardo e mi vide, non sorrise. Si limitò a fermarsi, a squadrarmi da capo a piedi, e a fare un mezzo cenno con la testa.
«Oh guarda,» disse. La voce era roca, da fumatrice. «U cugino ‘i Milanu.»
(Il cugino di Milano.)
Sorrisi al pensiero che, nonostante ci considerassimo cugini, non fossimo nemmeno parenti. Semplicemente i nostri nonni si erano fatti reciprocamente da testimoni di nozze.
Mi avvicinai al muretto. La pietra sotto i palmi era calda e ruvida.
«Ciao, Rosaria.»
Lei posò il secchio a terra con un tonfo sordo. Si asciugò le mani sul grembiule di tela spessa, già sporco di terra e di qualcosa di verdognolo. Mi guardò più da vicino. Aveva i capelli neri tirati indietro in una coda grezza, la pelle segnata dal sole, le braccia forti e scure. Dalle maniche rimboccate si vedeva una riga più chiara dove finiva il lavoro del sole. Non c’era niente di dolce in quel volto. Solo una concretezza quasi aggressiva.
«E non mi dici nenti? Dopu tuttu stu tempu. E Silvia, to’ soru?»
(E non mi dici niente? Dopo tutto questo tempo. E Silvia, tua sorella?)
«Una vita, cugina. Silvia sta bene. Fa la dottoressa.»
Lei soffiò dal naso.
«Ti viu bonu.»
(Ti vedo bene.)
Si chinò, riprese il secchio e lo alzò senza sforzo.
«A casa sta cadendu tutta.»
(La casa sta cadendo tutta.)
«Lo so.»
Restò un momento a guardarmi, gli occhi stretti per la luce bassa. Poi fece un cenno verso il paese con il mento.
«Si ti serve qualcosa, sai dov’è a casa mia.»
Si voltò e riprese a camminare. Dopo due passi aggiunse, senza voltarsi:
«Ndi vidimu dopu.»
(Ci vediamo dopo.)
Poi se ne andò, il secchio che dondolava contro la sua gamba, i sandali che scricchiolavano sulla terra secca. Dietro di lei restò solo un leggero sollevarsi di polvere e l’odore di erba calpestata e di animale.
Io rimasi nel cortile, le mani ancora sul muretto caldo. Per la prima volta da quando ero arrivato sentii qualcosa che non era solo stanchezza o nostalgia.
Era la chiara sensazione di essere stato pesato, giudicato e, in qualche modo, già catalogato.
Un animaletto esotico.
Innocuo.
E forse, per lei, anche utile.
Rientrai e, per quanto possibile, diedi una pulita. Mentre lo facevo pensai a Cristina. Era finita e mi mancava da morire, ma ero consapevole che era giusto così. Che futuro le avrei potuto dare? Ventiquattro anni sono troppi. Pensai al lavoro che non mi dava tregua. Mi accorsi solo allora che stavo sistemando da ore. Almeno la casa era tornata abitabile.
Il giorno dopo mi alzai presto.
Feci il caffè con la moka trovata in un armadietto e uscii nel cortile. L’aria era ancora fresca, l’erba bagnata di rugiada. Mi sedetti sul muretto con la tazzina tra le mani.
La vidi arrivare dal sentiero. Stesso passo, stessi sandali, pantaloni di tela e camicia scura rimboccata. Quando fu vicina alzai la voce.
«Rosaria.»
Si fermò e venne verso di me.
«Già svegliu?»
(Già sveglio?)
«Vuoi un caffè?»
Annuì e si sedette a distanza di un braccio. Le versai quello che restava. Bevve in silenzio, guardando i campi.
«Oggi vaju a travagghiari ‘n campagna,» disse alla fine. «C’è roba ferma da na settimana.»
(Oggi vado a lavorare in campagna. C’è roba ferma da una settimana.)
Io posai la tazzina.
«Andiamo. Un po’ di lavoro non può che farmi bene.»
Lei mi guardò di sottecchi, poi alzò le spalle.
«Comu vuoi. Ma ‘un ti lagnari dopu.»
(Come vuoi. Ma non ti lamentare dopo.)
Lavorammo fino al tardo pomeriggio.
Lei non mi risparmiò: zappa, legna, pezzi di recinto da sistemare. Io feci tutto senza dire niente. Le mani si scorticarono in fretta, la schiena bruciava, ma c’era qualcosa di semplice in quella fatica. Niente telefoni, niente pensieri su Milano. Solo terra e respiro.
A sera, quando il sole era già basso, piantò l’attrezzo a terra e si asciugò la fronte.
«Basta. Oggi pure troppu.»
(Basta. Oggi pure troppo.)
Mentre tornavamo indietro, senza guardarmi, disse:
«Stasera si magna a casa mia. Si vuoi.»
(Stasera si mangia a casa mia. Se vuoi.)
«Va bene.»
La casa di Rosaria era piccola, all’inizio del paese, con la porta verde scrostata. Dentro odorava di sugo, di detersivo e di vecchio. La madre era già a tavola: una donna minuta, curva, con le mani nodose e lo sguardo vivo. Ci salutò con un cenno e ci fece segno di sedere.
Mangiammo pasta al sugo di carne, pane, un po’ di formaggio, vino della casa. Poche parole. La madre chiese di Silvia, di Milano, di quanto restavo. Io risposi. Rosaria stava zitta per la maggior parte del tempo, mangiava con appetito, di tanto in tanto mi guardava di sfuggita.
In quella cucina stretta, con la luce gialla della lampada e il ticchettio dell’orologio da parete, mi sentii stranamente leggero. Niente urgenze, niente di quello che avevo lasciato a nord. Solo il sapore del cibo semplice e il silenzio di due donne che non avevano bisogno di riempire i vuoti.
Dopo cena la madre si alzò, ci diede la buonanotte e sparì in camera. Si sentì la porta chiudersi.
Restammo soli a tavola.
Rosaria si versò un altro dito di vino e restò a guardare il fondo del bicchiere.
«U travagghiu di oggi t’ha stancatu?» chiese.
(Il lavoro di oggi ti ha stancato?)
«Un po’. Ma mi ha fatto bene.»
Annuì. Non aggiunse altro.
Passarono ancora alcuni minuti. Poi si alzò, raccolse i piatti e li portò nel lavello. Io l’imitai. Lavammo in silenzio. Quando finimmo lei si asciugò le mani sul canovaccio e mi guardò.
«Andiamo.»
Non disse dove. Uscì e io la seguii.
Camminammo nel buio del paese deserto fino alla casa dei nonni. Lei entrò per prima, si guardò intorno e si sedette a tavola. Io aprii una bottiglia, trovai due bicchieri e mi sedetti di fronte.
Bevemmo. Lei accese una sigaretta e ne offrì una anche a me. Parlammo a voce bassa di cose inutili: quant’era cambiato il paese, quanta fatica facesse tenere le bestie, quanto tempo fosse passato.
A un certo punto le parole si diradarono.
Restava solo il fumo che saliva lento e lo sguardo di lei che non si spostava più dal mio.
Lei spense la sigaretta nel piattino, si alzò e venne dalla mia parte del tavolo. Si fermò accanto a me, abbastanza vicina da farmi sentire il calore del suo corpo, l’odore di fumo, di vino e del sudore dopo una giornata di lavoro. Una mano le scese sulla mia spalla, pesante e calda.
Io alzai la testa.
Lei mi infilò la lingua in bocca senza preamboli. Il bacio fu grezzo, pieno di denti e saliva. Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe e iniziò a sbottonarmi la camicia con mani ruvide. Io le strappai la maglietta oltre la testa. I seni pesanti, caldi, i capezzoli già duri.
Con Cristina tutto era stato fatto di silenzi e di paure. Qui non c’era niente di tutto quello. Solo fame.
«Andiamo di là.»
Si alzò, si tolse gonna e mutande in due gesti e si avviò nuda verso la camera. Io la seguii.
La trovai già in ginocchio sul letto. Il pube nero e folto, le cosce segnate, il sedere alto.
Le andai dietro, la piegai e le seppellii la faccia tra le natiche. Lei emise un suono basso e allargò le ginocchia. La leccai a lungo, senza delicatezza, finché non la sentii spingere indietro e bagnarsi di più.
Entrai in lei da dietro con un colpo secco. Era stretta, calda, già pronta. Lei gettò un’imprecazione e spinse indietro. Io la presi per i fianchi e la scopai forte, senza eleganza. Solo spinte profonde e il rumore umido dei corpi.
La girai sulla schiena, le aprii le gambe e rientrai. Le tenni i polsi sopra la testa e la guardai in faccia mentre la prendevo. Lei non chiudeva gli occhi. Ogni tanto lasciava uscire una parolaccia tra un gemito e l’altro.
La sollevai e la spinsi contro il muro. Le gambe le si chiusero intorno alla mia vita. Continuai in piedi finché non sentii le unghie affondarle nella schiena. Poi la riportai sul letto a cavalcioni. Lei si infilò il cazzo da sola e iniziò a muoversi con forza, le mani sul mio petto. Io le afferrai i fianchi e la feci scendere più pesante.
Venne così, stringendosi intorno a me, la testa gettata indietro, un gemito lungo e roco.
Io la ribaltai di nuovo a pecorina. Continuai ancora qualche spinta, poi mi sfilai e venni sulla sua schiena, caldo e denso, lungo la spina dorsale e il solco delle reni.
Lei restò ferma qualche secondo, ansimando, poi si lasciò cadere di fianco. Io mi stesi dietro di lei. Per un po’ non dicemmo niente. Solo il respiro che si calmava e il caldo dei corpi ancora vicini.
A un certo punto lei, senza voltarsi, parlò. La voce era diversa. Bassa, quasi morbida. Per la prima volta c’era qualcosa di dolce, di davvero femminile, in quelle poche parole:
«Dumanu matina vieni cu mia ‘n campagna?
Pi compagnia.»
(Domani mattina vieni con me in campagna?
Per compagnia.)
Io guardai la nuca sudata, i capelli scuri sparsi sul cuscino.
«Va bene.»
Lei non aggiunse altro.
Si limitò a cercare a tentoni la mia mano e a stringerla, forte e breve, prima di lasciarla andare.
Restammo così un poco. Poi lei si voltò verso di me. Questa volta non c’era fretta. Ci avvicinammo con una calma che non ci eravamo concessi prima. Lei mi prese il viso tra le mani e mi baciò piano, quasi a esplorarmi. Io entrai in lei di nuovo, lentamente. Ci muovemmo poco, ma ogni movimento sembrava arrivare più a fondo. A un certo punto qualcosa si spezzò in entrambi. Lei venne per prima, con un brivido lungo e violento che le fece chiudere gli occhi e stringere i denti. Io la seguii subito dopo, con un’intensità che mi lasciò senza fiato, quasi spaventato da quanto fosse stato forte.
Restammo aggrappati l’uno all’altra, sudati, il cuore che batteva troppo.
Per qualche secondo nessuno dei due sembrò capace di parlare o di muoversi.
La giornata mi aveva steso. Crollai esausto.
Mi svegliai in piena notte di soprassalto. Avevo un lenzuolo addosso. Lei non c’era. Nella stanza restava solo l’odore di quello che avevamo fatto. Mi guardai intorno, cercandola nel buio, ma trovai soltanto le ombre e i miei ricordi.
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