Panarea
di
Casemp
genere
orge
Quella sera a Panarea l’aria era calda e salata, piena del profumo di gelsomino e di mare. Il locale era raccolto, con luci basse, candele e divanetti sparsi in un cerchio irregolare intorno a uno spazio centrale. Ero appoggiata a un divanetto e tu, dietro di me, in ginocchio, mi cingevi la vita e mi parlavi all’orecchio. Avevamo ancora il sapore del vino sulle labbra, i costumi umidi dopo la giornata in barca e la testa leggera per il troppo sole, quando una voce maschile si alzò sopra la musica soft: «Adesso, se volete restare… la serata diventa un po’ piccante.»
Io ti guardai, un po’ confusa. «Cosa significa?» Tu mi guardasti con stupore e divertimento: non sapevi nulla, avevo scelto io il locale.
«Restiamo dai», mi dicesti.
E restammo.
Attorno a noi le coppie cominciarono a sistemarsi meglio. Una ragazza di fronte a noi non vedeva l’ora: teneva lo sguardo fisso sul suo compagno e sembrava già pronta a mostrarlo a tutti. Gli altri si muovevano con una lentezza deliberata, consapevole. In pochi minuti ogni divanetto divenne un piccolo mondo a sé. Mani sotto i vestiti, respiri più pesanti, corpi che si cercavano senza più nascondersi. Poi, a turno, le coppie si alzavano e si presentavano. Non con le parole. Con il corpo.
Tu, dietro di me, mi parlavi all’orecchio e mi chiedevi di dirti se ci fosse stato qualcosa che non andava.
Avevi una mano appoggiata sul mio petto, all’altezza della scapola verso il seno, mentre con l’altra te lo stavi tenendo.
Poi hai iniziato a chiedermi cosa e chi mi incuriosiva. Facevo finta di essere distratta.
Ma io sentivo tutto.
La tua eccitazione cresceva senza che io ti toccassi. Ti sentivo duro, teso, e a un certo punto percepii chiaramente il movimento della tua mano. Lo stavi tenendo stretto da sopra il costume: si vedeva che era eretto.
Poco dopo te lo stavi menando.
Di brutto.
Piano all’inizio, poi più deciso, mentre le altre coppie si avvicinavano una dopo l’altra.
Io restai immobile.
Rigida come un palo.
Sconvolta.
Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo. I cazzi che vedevo erano tutti diversi.
Uno era grosso, spesso, con la pelle scura e le vene evidenti che pulsavano quando la ragazza lo stringeva alla base. Mi chiesi come sarebbe stato sentirlo spingere piano dentro di me, riempiendomi del tutto, allargandomi fino a farmi gemere.
Un altro era più lungo e sottile, roseo, con la punta già lucida di gocce di sperma. Pensai a quanto sarebbe stato facile prenderlo in bocca fino in fondo, a come mi sarebbe piaciuto sentirlo battere contro la gola mentre lo succhiavo lentamente, le labbra strette intorno alla base.
Ce n’era uno grosso e ricurvo, quasi a banana, che si alzava orgoglioso mentre il suo padrone lo mostrava. Immaginai di cavalcarlo, di sentire quella curva premere proprio sul punto giusto, dove piace a me, dove mi tocchi quando schizzo, di farmi venire solo con quello, stringendo i fianchi e lasciandomi andare, prendendolo tutto.
Uno era corto e tozzo, ma così duro che sembrava di pietra. Pensai a quanto mi sarebbe piaciuto strofinarmelo tra le tette, stringerlo forte tra le mani e guardarlo esplodere sul mio seno.
Uno non l'ho nemmeno notato perché non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue palle grosse, grosse e piene, grosse che ciondolavano e mi invitavano ad accoglierle in bocca come una coppia di fichi maturi e succosi.
E poi ce n’era uno particolarmente bello: medio, ben proporzionato, dritto e liscio, senza troppe vene, con la cappella larga e lucida. Quello mi piaceva di più. Mentre lo guardavo, nella mia testa già lo prendevo tra le labbra, lo leccavo lentamente, lo stringevo con la lingua e poi lo cavalcavo piano, guardando negli occhi chi lo possedeva, facendolo entrare tutto fino in fondo.
Non potevo non guardare.
Ogni cazzo che passava davanti a me mi obbligava a immaginare cosa avrei fatto con quelli che mi piacevano. E mentre lo facevo, dietro di me tu continuavi a menartelo.
Di brutto.
Respirando contro il mio collo, sempre più eccitato dal fatto che io restassi lì, con te, immobilizzata e ipnotizzata. Sentivo il ritmo della tua mano diventare più veloce, il respiro più corto, il tuo cazzo duro che sfiorava la mia schiena, la tua cappella bagnata che facevi strusciare sopra il mio sedere.
Le coppie si susseguivano.
Alcune si presentavano in silenzio, altre con un sorriso, altre ancora lasciando che i corpi parlassero da soli. Io continuavo a guardare, a catalogare, a desiderare in silenzio, chiedendomi se fosse normale provare tanto desiderio, mentre le mie cosce si stringevano leggermente senza che me ne rendessi conto.
Ero bagnata. Lo sentivo.
Poi arrivò il nostro turno.
Qualcuno fece un cenno. Era il momento di presentarci.
Tu ti alzasti per primo, ancora con la mano intorno al cazzo duro, lucido e gocciolante.
Io rimasi seduta un secondo di troppo, ancora con gli occhi pieni delle immagini di tutti quelli che avevo visto.
Poi tu mi prendesti la mano, stringendomi il polso mentre mi fissavi negli occhi e facendomi alzare. Le gambe un po’ tremanti, la camminata incerta, ma ti seguii e mi posi di fianco a te.
Tutti gli sguardi si posarono su di noi.
Tu non ti fermasti. Continuavi a menartelo davanti a tutti, senza vergogna, mostrandolo orgoglioso. Io stavo lì, ancora un po’ rigida, ma con il cuore che batteva fortissimo.
Sapevo che ora toccava a noi mostrarci. Sapevo che tutti stavano guardando quanto eri eccitato. E sapevo anche che, nonostante lo shock iniziale, una parte di me non vedeva l’ora di capire cosa sarebbe successo dopo.
Una ragazza vicina sorrise e fece un piccolo ed inequivocabile gesto con la mano, invitandomi. Io esitai un attimo, poi abbassai lentamente lo sguardo sul tuo cazzo. Era duro, rosso, lucido. Spostai la tua mano e lo presi.
Era caldo.
Cominciai a muovere la mano su e giù, lentamente all’inizio, poi con più decisione, mentre tu gemevi piano. Gli altri guardavano. Qualcuno si stava già toccando di nuovo. Vedendo le coppie che si eccitavano guardandoci, persi completamente ogni inibizione: si toccavano, si leccavano e scopavano guardando noi. Eravamo al centro dell’attenzione.
Mi inginocchiai.
Aprii le labbra e ti presi in bocca.
Il sapore era salato, familiare eppure diverso in quel contesto. Ti succhiai piano, profondamente, lasciando che la saliva scendesse lungo l’asta mentre la mia mano seguiva il movimento. Tu mettesti una mano tra i miei capelli e spingesti leggermente, non troppo, giusto abbastanza da farmi sentire quanto volevi di più. Continuai, più a fondo, sentendo la punta battere contro la gola. Intorno a noi si sentivano sospiri e il suono umido di altre bocche e altre mani.
Quando mi rialzai, con le labbra lucide, qualcuno si avvicinò. Un ragazzo con un cazzo lungo e sottile, proprio uno di quelli che avevo guardato prima. Mi guardò in silenzio, chiedendo permesso senza parole. La sua ragazza mi guardò e mi strizzò l’occhiolino.
Io annuii, quasi senza rendermene conto.
Non potevo essere io, non potevo aver annuito.
La mia parte razionale urlava, cercava di tirarmi indietro, di farmi rialzare e tornare sul divanetto come se niente fosse successo. Mi diceva che stavo esagerando, che non ero quel tipo di donna, che avrei dovuto fermarmi lì. Ma il corpo non ascoltava. Le gambe rimanevano piegate, le labbra ancora umide del tuo sapore, e lo sguardo di quella ragazza che mi aveva strizzato l’occhiolino mi teneva inchiodata. C’era un brivido nuovo, quasi di vertigine, nel sentire che stavo per varcare un limite che fino a pochi minuti prima mi sembrava impossibile. E mentre la mente continuava a protestare, le mani già si muovevano da sole, e la bocca si apriva di nuovo.
Lui si avvicinò e io mi piegai, prendendo anche il suo in bocca mentre tu rimanevi dietro di me, guidandomi con le tue mani sui miei fianchi.
Lo succhiai con la stessa attenzione e dedizione, sentendo la lunghezza scivolare fino in fondo, mentre già immaginavo cosa sarebbe successo se me lo fossi fatto mettere dentro.
Tu intanto mi sollevasti il vestito.
Le dita mi trovarono già bagnatissima.
Mi apristi le cosce e mi penetrasti da dietro, piano, fino in fondo con un unico movimento, mentre io continuavo a succhiare l’altro. Il contrasto era pazzesco: il tuo cazzo che mi riempiva, caldo e pulsante, e quello lungo e sottile che andava e veniva tra le mie labbra.
Gemevo contro di lui.
Tu spingevi più forte, più a fondo, tenendomi i fianchi con forza. Ad ogni tua spinta la mia bocca andava sempre più in profondità, fino a quasi avere il viso contro il suo addome. Non ricordavo di averne mai preso uno così in fondo in gola e mi piaceva: mi piaceva sapere di dargli piacere, che tu fossi con me e mi stessi guardando senza giudicarmi, ma soprattutto vedere la sua ragazza che si toccava guardandomi.
Poi arrivò anche quello ricurvo.
La sua ragazza lo guidò verso di me. Io lo presi in mano mentre tu mi scopavi, lo strofinai contro le mie labbra, lo leccai, lo succhiai. Ogni tanto mi voltavo a guardare gli altri: c’era chi si toccava guardandoci, chi scopava già la propria partner, chi aspettava il proprio turno.
A un certo punto mi trovai in mezzo a tre.
Tu dietro, che mi prendevi con colpi sempre più profondi e urgenti.
Davanti a me il cazzo ben proporzionato che mi piaceva di più, quello con la cappella larga: lo cavalcai con la bocca, succhiandolo forte, lasciando che mi riempisse la gola.
E di lato quello grosso e venoso, che stringevo tra le mani e strofinavo contro le mie tette, lasciando che la punta scivolasse tra di esse.
Ero completamente persa.
Non pensavo più. Sentivo solo.
Il mio corpo era lì che godeva, che dava piacere, mentre io ero sospesa in mezzo alla stanza, guardando dall’alto la scena, come una regista che dirige il mio piacere e quello degli altri. Ero completamente distaccata mentre il piacere mi pervadeva sempre di più: ne volevo ancora.
Il tuo cazzo che mi apriva, che mi stava per far venire.
Il sapore salato di quelli che avevo in bocca.
Le mani di sconosciuti che mi toccavano le tette, il culo, il clitoride.
I gemiti intorno a noi. Tu accelerasti. Mi sentisti stringerti.
«Vieni…» mi sussurrasti contro l’orecchio.
E venni. Forte.
Con un gemito lungo che fece voltare quasi tutti. Le onde ed i colori mi attraversarono mentre tu continuavi a spingere, e poco dopo esplodesti anche tu dentro di me, caldo, pulsante, riempiendomi.
Non finì lì.
Mentre ancora tremavo, qualcuno mi fece sdraiare su uno dei divanetti.
Ero finalmente pronta.
Il cazzo ricurvo mi entrò piano, proprio come avevo immaginato, premendo esattamente dove doveva. Lo cavalcai, guardandolo negli occhi, mentre tu tornavi duro guardandomi. Non mi staccavi gli occhi di dosso. Poi fu il turno di quello grosso: mi allargò tanto, mi fece gemere più forte, mi fece venire di nuovo. Un fiotto di umori caldi mi bagnò le cosce: stavo ancora venendo.
E infine quello che mi piaceva di più mi prese in bocca di nuovo, e io lo succhiai fino a farlo esplodere sulla mia lingua, leccando golosamente quella cappella perfetta e ingoiando tutto mentre tu mi guardavi con gli occhi pieni di lussuria.
La serata continuò così, a lungo.
Corpi che si scambiavano, bocche, mani, cazzi di ogni foggia che entravano e uscivano da me e dalle altre.
Io, che all’inizio ero rimasta un palo rigido e sconvolto, finii per diventare una delle più desiderose.
E tu… tu non smettevi di guardarmi, di toccarti, di assecondarmi ogni volta che potevi, come se volessi reclamare ogni volta ciò che gli altri mi stavano prendendo.
Quando finalmente uscimmo, era quasi alba.
L’aria di Panarea era fresca.
Io camminavo ancora un po’ tremante, le cosce umide, la bocca sensibile, il corpo pieno di sensazioni.
Tu mi stringesti la mano.
«Allora…» mi chiedesti piano. «Cosa significa, adesso?»
Io sorrisi, ancora un po’ incredula di quello che avevo fatto e di quello che avevo desiderato.
«Significa che la prossima volta… restiamo di nuovo.»
Io ti guardai, un po’ confusa. «Cosa significa?» Tu mi guardasti con stupore e divertimento: non sapevi nulla, avevo scelto io il locale.
«Restiamo dai», mi dicesti.
E restammo.
Attorno a noi le coppie cominciarono a sistemarsi meglio. Una ragazza di fronte a noi non vedeva l’ora: teneva lo sguardo fisso sul suo compagno e sembrava già pronta a mostrarlo a tutti. Gli altri si muovevano con una lentezza deliberata, consapevole. In pochi minuti ogni divanetto divenne un piccolo mondo a sé. Mani sotto i vestiti, respiri più pesanti, corpi che si cercavano senza più nascondersi. Poi, a turno, le coppie si alzavano e si presentavano. Non con le parole. Con il corpo.
Tu, dietro di me, mi parlavi all’orecchio e mi chiedevi di dirti se ci fosse stato qualcosa che non andava.
Avevi una mano appoggiata sul mio petto, all’altezza della scapola verso il seno, mentre con l’altra te lo stavi tenendo.
Poi hai iniziato a chiedermi cosa e chi mi incuriosiva. Facevo finta di essere distratta.
Ma io sentivo tutto.
La tua eccitazione cresceva senza che io ti toccassi. Ti sentivo duro, teso, e a un certo punto percepii chiaramente il movimento della tua mano. Lo stavi tenendo stretto da sopra il costume: si vedeva che era eretto.
Poco dopo te lo stavi menando.
Di brutto.
Piano all’inizio, poi più deciso, mentre le altre coppie si avvicinavano una dopo l’altra.
Io restai immobile.
Rigida come un palo.
Sconvolta.
Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo. I cazzi che vedevo erano tutti diversi.
Uno era grosso, spesso, con la pelle scura e le vene evidenti che pulsavano quando la ragazza lo stringeva alla base. Mi chiesi come sarebbe stato sentirlo spingere piano dentro di me, riempiendomi del tutto, allargandomi fino a farmi gemere.
Un altro era più lungo e sottile, roseo, con la punta già lucida di gocce di sperma. Pensai a quanto sarebbe stato facile prenderlo in bocca fino in fondo, a come mi sarebbe piaciuto sentirlo battere contro la gola mentre lo succhiavo lentamente, le labbra strette intorno alla base.
Ce n’era uno grosso e ricurvo, quasi a banana, che si alzava orgoglioso mentre il suo padrone lo mostrava. Immaginai di cavalcarlo, di sentire quella curva premere proprio sul punto giusto, dove piace a me, dove mi tocchi quando schizzo, di farmi venire solo con quello, stringendo i fianchi e lasciandomi andare, prendendolo tutto.
Uno era corto e tozzo, ma così duro che sembrava di pietra. Pensai a quanto mi sarebbe piaciuto strofinarmelo tra le tette, stringerlo forte tra le mani e guardarlo esplodere sul mio seno.
Uno non l'ho nemmeno notato perché non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue palle grosse, grosse e piene, grosse che ciondolavano e mi invitavano ad accoglierle in bocca come una coppia di fichi maturi e succosi.
E poi ce n’era uno particolarmente bello: medio, ben proporzionato, dritto e liscio, senza troppe vene, con la cappella larga e lucida. Quello mi piaceva di più. Mentre lo guardavo, nella mia testa già lo prendevo tra le labbra, lo leccavo lentamente, lo stringevo con la lingua e poi lo cavalcavo piano, guardando negli occhi chi lo possedeva, facendolo entrare tutto fino in fondo.
Non potevo non guardare.
Ogni cazzo che passava davanti a me mi obbligava a immaginare cosa avrei fatto con quelli che mi piacevano. E mentre lo facevo, dietro di me tu continuavi a menartelo.
Di brutto.
Respirando contro il mio collo, sempre più eccitato dal fatto che io restassi lì, con te, immobilizzata e ipnotizzata. Sentivo il ritmo della tua mano diventare più veloce, il respiro più corto, il tuo cazzo duro che sfiorava la mia schiena, la tua cappella bagnata che facevi strusciare sopra il mio sedere.
Le coppie si susseguivano.
Alcune si presentavano in silenzio, altre con un sorriso, altre ancora lasciando che i corpi parlassero da soli. Io continuavo a guardare, a catalogare, a desiderare in silenzio, chiedendomi se fosse normale provare tanto desiderio, mentre le mie cosce si stringevano leggermente senza che me ne rendessi conto.
Ero bagnata. Lo sentivo.
Poi arrivò il nostro turno.
Qualcuno fece un cenno. Era il momento di presentarci.
Tu ti alzasti per primo, ancora con la mano intorno al cazzo duro, lucido e gocciolante.
Io rimasi seduta un secondo di troppo, ancora con gli occhi pieni delle immagini di tutti quelli che avevo visto.
Poi tu mi prendesti la mano, stringendomi il polso mentre mi fissavi negli occhi e facendomi alzare. Le gambe un po’ tremanti, la camminata incerta, ma ti seguii e mi posi di fianco a te.
Tutti gli sguardi si posarono su di noi.
Tu non ti fermasti. Continuavi a menartelo davanti a tutti, senza vergogna, mostrandolo orgoglioso. Io stavo lì, ancora un po’ rigida, ma con il cuore che batteva fortissimo.
Sapevo che ora toccava a noi mostrarci. Sapevo che tutti stavano guardando quanto eri eccitato. E sapevo anche che, nonostante lo shock iniziale, una parte di me non vedeva l’ora di capire cosa sarebbe successo dopo.
Una ragazza vicina sorrise e fece un piccolo ed inequivocabile gesto con la mano, invitandomi. Io esitai un attimo, poi abbassai lentamente lo sguardo sul tuo cazzo. Era duro, rosso, lucido. Spostai la tua mano e lo presi.
Era caldo.
Cominciai a muovere la mano su e giù, lentamente all’inizio, poi con più decisione, mentre tu gemevi piano. Gli altri guardavano. Qualcuno si stava già toccando di nuovo. Vedendo le coppie che si eccitavano guardandoci, persi completamente ogni inibizione: si toccavano, si leccavano e scopavano guardando noi. Eravamo al centro dell’attenzione.
Mi inginocchiai.
Aprii le labbra e ti presi in bocca.
Il sapore era salato, familiare eppure diverso in quel contesto. Ti succhiai piano, profondamente, lasciando che la saliva scendesse lungo l’asta mentre la mia mano seguiva il movimento. Tu mettesti una mano tra i miei capelli e spingesti leggermente, non troppo, giusto abbastanza da farmi sentire quanto volevi di più. Continuai, più a fondo, sentendo la punta battere contro la gola. Intorno a noi si sentivano sospiri e il suono umido di altre bocche e altre mani.
Quando mi rialzai, con le labbra lucide, qualcuno si avvicinò. Un ragazzo con un cazzo lungo e sottile, proprio uno di quelli che avevo guardato prima. Mi guardò in silenzio, chiedendo permesso senza parole. La sua ragazza mi guardò e mi strizzò l’occhiolino.
Io annuii, quasi senza rendermene conto.
Non potevo essere io, non potevo aver annuito.
La mia parte razionale urlava, cercava di tirarmi indietro, di farmi rialzare e tornare sul divanetto come se niente fosse successo. Mi diceva che stavo esagerando, che non ero quel tipo di donna, che avrei dovuto fermarmi lì. Ma il corpo non ascoltava. Le gambe rimanevano piegate, le labbra ancora umide del tuo sapore, e lo sguardo di quella ragazza che mi aveva strizzato l’occhiolino mi teneva inchiodata. C’era un brivido nuovo, quasi di vertigine, nel sentire che stavo per varcare un limite che fino a pochi minuti prima mi sembrava impossibile. E mentre la mente continuava a protestare, le mani già si muovevano da sole, e la bocca si apriva di nuovo.
Lui si avvicinò e io mi piegai, prendendo anche il suo in bocca mentre tu rimanevi dietro di me, guidandomi con le tue mani sui miei fianchi.
Lo succhiai con la stessa attenzione e dedizione, sentendo la lunghezza scivolare fino in fondo, mentre già immaginavo cosa sarebbe successo se me lo fossi fatto mettere dentro.
Tu intanto mi sollevasti il vestito.
Le dita mi trovarono già bagnatissima.
Mi apristi le cosce e mi penetrasti da dietro, piano, fino in fondo con un unico movimento, mentre io continuavo a succhiare l’altro. Il contrasto era pazzesco: il tuo cazzo che mi riempiva, caldo e pulsante, e quello lungo e sottile che andava e veniva tra le mie labbra.
Gemevo contro di lui.
Tu spingevi più forte, più a fondo, tenendomi i fianchi con forza. Ad ogni tua spinta la mia bocca andava sempre più in profondità, fino a quasi avere il viso contro il suo addome. Non ricordavo di averne mai preso uno così in fondo in gola e mi piaceva: mi piaceva sapere di dargli piacere, che tu fossi con me e mi stessi guardando senza giudicarmi, ma soprattutto vedere la sua ragazza che si toccava guardandomi.
Poi arrivò anche quello ricurvo.
La sua ragazza lo guidò verso di me. Io lo presi in mano mentre tu mi scopavi, lo strofinai contro le mie labbra, lo leccai, lo succhiai. Ogni tanto mi voltavo a guardare gli altri: c’era chi si toccava guardandoci, chi scopava già la propria partner, chi aspettava il proprio turno.
A un certo punto mi trovai in mezzo a tre.
Tu dietro, che mi prendevi con colpi sempre più profondi e urgenti.
Davanti a me il cazzo ben proporzionato che mi piaceva di più, quello con la cappella larga: lo cavalcai con la bocca, succhiandolo forte, lasciando che mi riempisse la gola.
E di lato quello grosso e venoso, che stringevo tra le mani e strofinavo contro le mie tette, lasciando che la punta scivolasse tra di esse.
Ero completamente persa.
Non pensavo più. Sentivo solo.
Il mio corpo era lì che godeva, che dava piacere, mentre io ero sospesa in mezzo alla stanza, guardando dall’alto la scena, come una regista che dirige il mio piacere e quello degli altri. Ero completamente distaccata mentre il piacere mi pervadeva sempre di più: ne volevo ancora.
Il tuo cazzo che mi apriva, che mi stava per far venire.
Il sapore salato di quelli che avevo in bocca.
Le mani di sconosciuti che mi toccavano le tette, il culo, il clitoride.
I gemiti intorno a noi. Tu accelerasti. Mi sentisti stringerti.
«Vieni…» mi sussurrasti contro l’orecchio.
E venni. Forte.
Con un gemito lungo che fece voltare quasi tutti. Le onde ed i colori mi attraversarono mentre tu continuavi a spingere, e poco dopo esplodesti anche tu dentro di me, caldo, pulsante, riempiendomi.
Non finì lì.
Mentre ancora tremavo, qualcuno mi fece sdraiare su uno dei divanetti.
Ero finalmente pronta.
Il cazzo ricurvo mi entrò piano, proprio come avevo immaginato, premendo esattamente dove doveva. Lo cavalcai, guardandolo negli occhi, mentre tu tornavi duro guardandomi. Non mi staccavi gli occhi di dosso. Poi fu il turno di quello grosso: mi allargò tanto, mi fece gemere più forte, mi fece venire di nuovo. Un fiotto di umori caldi mi bagnò le cosce: stavo ancora venendo.
E infine quello che mi piaceva di più mi prese in bocca di nuovo, e io lo succhiai fino a farlo esplodere sulla mia lingua, leccando golosamente quella cappella perfetta e ingoiando tutto mentre tu mi guardavi con gli occhi pieni di lussuria.
La serata continuò così, a lungo.
Corpi che si scambiavano, bocche, mani, cazzi di ogni foggia che entravano e uscivano da me e dalle altre.
Io, che all’inizio ero rimasta un palo rigido e sconvolto, finii per diventare una delle più desiderose.
E tu… tu non smettevi di guardarmi, di toccarti, di assecondarmi ogni volta che potevi, come se volessi reclamare ogni volta ciò che gli altri mi stavano prendendo.
Quando finalmente uscimmo, era quasi alba.
L’aria di Panarea era fresca.
Io camminavo ancora un po’ tremante, le cosce umide, la bocca sensibile, il corpo pieno di sensazioni.
Tu mi stringesti la mano.
«Allora…» mi chiedesti piano. «Cosa significa, adesso?»
Io sorrisi, ancora un po’ incredula di quello che avevo fatto e di quello che avevo desiderato.
«Significa che la prossima volta… restiamo di nuovo.»
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