Quella notte al Nice
di
Michael035
genere
tradimenti
In azienda da mio zio ho passato tre ore a sistemare il database delle giacenze, poi sono corso in stazione a prendere il regionale delle sette e venti. Quando vivi poco fuori Roma, in quel limbo tra la campagna e la tangenziale dove i palazzi hanno le facciate scrostate e l'aria puzza sempre di freni surriscaldati, il tempo si misura nei ritardi dei treni e nella stanchezza accumulata.
Nella tasca interna avevo un nuovo mazzo di chiavi, lucido. Un appartamentino più grande, un balcone vero, una cucina dove non dovevi girarti di traverso per aprire il frigorifero. L’avevo bloccato ieri sera versando la caparra. Volevo tirarlo fuori stasera, magari mentre cucinavamo due straccetti al salto, e dirle semplicemente: «Andiamo via di qui».
Invece, appena ho girato la chiave nella toppa del mio monolocale, ho capito subito che il piano era già morto.
Anita era seduta sul bordo del letto, con le gambe rannicchiate e il telefono in mano, ma lo schermo era nero. Non lo stava guardando. Aveva ancora addosso la divisa del centro commerciale — quella polo nera con il logo ricamato sul petto che odiavo vederle addosso — e i capelli, di quel biondo chiaro e naturale che sembra sempre prendere la luce anche al buio, le cadevano in disordine sulle spalle. Lei è bellissima, di quella bellezza semplice che non ha bisogno di trucchi, col viso pulito e gli occhi chiari che cambiano colore a seconda dell'umore. Ma stasera il suo viso era rigido, teso.
«Ehi», ho detto, appoggiando lo zaino sul tavolo accanto al portatile aperto.
Non ha risposto. Ha solo fatto un respiro lungo, tagliato male, dal naso.
«Da quanto sei qui? Perché non mi hai scritto?» ho chiesto, cercando di tenere la voce neutra.
«Un'ora. Forse due. Non lo so.» La sua voce era piattissima.
Mi sono avvicinato, mi sono chinato per baciarla sulla tempia, ma lei ha spostato il capo di pochi millimetri. Un gesto minimo, impercettibile per chiunque altro, ma io sto con lei da quando aveva diciott'anni, dalla sera della sua festa, e conosco ogni singola sfumatura dei suoi rifiuti.
«Che è successo, Ani?»
«Niente.»
«Amore, dai. Si vede.»
Ha sbattuto il telefono sul materasso. «Ho detto niente, Stefano. Devi per forza fare l'investigatore ogni volta che sto giù?»
«Non sto facendo l'investigatore, sto solo cercando di capire cos'hai. Perché devi tenermi sempre fuori?» Ho sentito la stanchezza salirmi dritta al cervello. Un dolore acuto dietro gli occhi. «I tuoi?»
Anita si è alzata di scatto dal letto. È più bassa di me di una testa buona, minuta, ma quando si incattivisce sembra riempire tutta la stanza. «Sì, i miei. Chi altro sennò? Mio padre è arrivato a casa alle tre del pomeriggio che non starebbe in piedi manco legato a un palo. Mia madre ha cominciato a urlare, a prenderlo a parolacce perché ha speso anche i soldi della bolletta della luce al bar, lui l'ha spinta facendola quasi cadere e lei ha chiamato i carabinieri per paura che alzasse les mani. Ti basta? Ti basta come riassunto o vuoi anche i dettagli?»
Ho chiuso gli occhi per un secondo. Sempre lo stesso copione. Sempre la stessa spirale di degrado in cui lei affonda senza che io possa tirarla fuori, perché ogni volta che provo ad allungare una mano, lei me la morde.
«Potevi dirmelo subito», ho detto a bassa voce. «Io non ho la palla di vetro per capire che problema hai ogni volta. Non so se sono i tuoi genitori o qualche altro problema. Perché devi aggredirmi così?»
«E che dovrei fare? Chiamarti per dirti 'Amore i miei si stanno scannando, vengo da te' e fare finta che vada tutto bene?» ha urlato, incrociando le braccia. «Facile per te. Tu torni dalla tua università, dall'azienda di tuo zio, dalla tua famiglia dove le persone si parlano normalmente.»
«Ma cosa c'entra la mia famiglia adesso?»
«C'entra che non capisci un cazzo, Stefano!» ha urlato, e la sua voce ha rimbombato in quel buco di stanza. «Tu pensi sempre di dovermi salvare. Con quella faccia da cane bastonato, con quel modo di guardarmi come se fossi una poverina a cui fare la carità! Tu non sai cosa si prova. Non ne hai la minima idea. E soprattutto non puoi fare niente. Niente!»
A quelle parole, qualcosa dentro di me si è spezzato. Non è stata una rabbia improvvisa, è stata una crepa che si è aperta dopo mesi di pressione accumulata, di serate passate a consolarla, di notti in bianco a preoccuparmi per lei mentre studiavo per gli esami.
La mano mi è scesa d'istinto nella tasca della giacca. Ho stretto il mazzo di chiavi nuovo così forte che gli angoli di metallo mi sono affondati nel palmo, facendomi male. Non l'ho tirato fuori. Sarebbe stato ridicolo. Sarebbe stato come regalare un vestito da sera a qualcuno che sta affogando nel fango.
«Io non capisco?» ho detto. Stavolta non ero riuscito a tenere la voce bassa. «Io non capisco, Anita? Sono cinque anni che vivo in funzione dei tuoi crolli! Cinque anni che mi metto da parte perché Anita ha i problemi a casa, Anita stasera sta male! Ti sono stato vicino in ogni singolo momento!»
«Nessuno ti ha chiesto di farlo!»
«Ma vaffanculo!» ho urlato, e mi è uscito così forte che penso mi abbiano sentito anche in strada. «Vaffanculo, Anita! Non puoi continuare a usarmi come un sacco da boxe ogni volta che a casa tua succede un casino! Non puoi pretendere che io stia qui a guardarti mentre piangi, e poi, quando provo a darti una mano, dirmi che non capisco e che non devo intromettermi!»
Anita è rimasta immobile. Gli occhi chiari le si sono riempiti di lacrime, ma non erano lacrime di tristezza, erano lacrime di rabbia. Ha serrato le labbra fino a farle diventare bianche.
«Io non ti sto chiedendo di aiutarmi», ha detto, con un tono così freddo da farmi male al petto. «Ti sto solo dicendo di lasciarmi stare.»
«E allora sai che c'è?» Ho preso il portafoglio e il telefono dal tavolo, senza manco riallacciarmi le scarpe da ginnastica che avevo lasciato all'ingresso. «Fai come cazzo ti pare. Rimani qui, chiuditi dentro. Io non posso aiutarti se sei tu la prima a decidere che non vuoi farti aiutare. Mi sono rotto il cazzo.»
«Dove vai?» ha chiesto, e per la prima volta nella sua voce è passata un'ombra di paura, subito mascherata dall'orgoglio.
Non le ho risposto. Ho sbattuto la porta dietro di me con una violenza che ha fatto tremare il pianerottolo, e sono sceso giù per le scale a rotta di collo, senza neanche aspettare l'ascensore.
Fuori piovigginava, pioggerellina sottile che ti s'incolla ai vestiti. L'aria di periferia puzzava di umido e di gas di scarico.
Ho infilato le chiavi nel quadro della mia Clio rossa — la tenevo immacolata come se fosse l'unica cosa sotto il mio controllo — e ho acceso il motore. Sono partito a scatto, guidando a vuoto per le strade asfaltate di fresco della periferia, con il tergicristallo che tirava via l'acqua a scatti e il riscaldamento al massimo per togliermi di dosso quel freddo umido che mi era entrato dentro.
Mentre continuavo a guidare senza una meta precisa, la luce bianca e sferzante della lavanderia mi ha colto di striscio. Mi sono ricordato che quattro giorni fa ci avevo lasciato un giubbotto della Colmar a cui tenevo parecchio, macchiato d'olio durante una cena con amici.
Ho accostato la Clio sul marciapiede, ho spento i fari e sono entrato, grato per qualunque distrazione mi impedisse di tornare con la mente a pensare ad Anita.
L'aria dentro era calda, satura di un profumo chimico di lavanda e vapore. E lì, seduta su una sedia di plastica azzurra vicino alle lavatrici industriali, c'era Giada.
Non la vedevo da quasi un mese. Ci eravamo incrociati lì per caso parecchie volte nell'ultimo anno, per via di orari sballati e bucati incastrati tra lo studio e il lavoro, e pian piano si era creata una strana confidenza, informale. Giada ha la mia età, studia lettere e ha dei capelli di un biondo scuro, quasi castano, che tiene spesso legati in modo disordinato. Non è una ragazza che ti fa girare la testa per strada come fa Anita... Anita ha quella bellezza nitida, quasi dolorosa, con quegli occhi chiarissimi che ti colpiscono direttamente. Giada è più comune, ma ha uno sguardo acuto, sveglio, e un modo di muoversi che non mette mai in soggezione.
È stata lei ad alzarsi appena si è accorta di me. Ha appoggiato l'evidenziatore sul libro che stava leggendo.
«Stefano? Ma che ci fai qui a quest'ora?»
Ho provato a tirare su un angolo della bocca, ma doveva sembrare più una smorfia. «Devo recuperare una giacca prima che chiudano. Tu?»
«Avevo accumulato un po' di panni sporchi, così ho fatto tutto un carico e via. Mi mancavano dieci minuti di asciugatura e ne approfittavo per ripassare, stavo per andare via.» Mi ha squadrato. Il suo sguardo non si è fermato sul mio viso: è sceso sulle mie mani ancora contratte, sul respiro corto, sulle spalle insaccate nel giubbotto. «Stai bene? Sembri parecchio stressato.»
«Solo una giornata lunga», ho mentito, avvicinandomi alla macchinetta del caffè nell'angolo per avere qualcosa da fare con le mani.
Giada mi ha raggiunto. Ha tirato fuori due monete da cinquanta centesimi prima che potessi tirare fuori il portafoglio. «Offro io, ma fa schifo, ti avverto. E comunque non è una giornata lunga, Stefano. Conosco quella faccia.»
Ha schiacciato il tasto dell'espresso. Mi conosceva abbastanza da sapere di Anita, le avevo accennato più volte della mia storia, ma sempre tenendomi sulle generali. Lei però sapeva leggere tra le righe. Sapeva dei periodi in cui sparivo, di quando arrivavo lì la sera tardi con l'aria di chi non ha voglia di tornare a casa.
«Avete litigato di nuovo?» ha chiesto a bassa voce. Non c'era giudizio nella sua voce. Nessuna pietà pelosa. Solo una curiosità rilassata.
«I soliti casini», ho risposto, prendendo il bicchiere di plastica bollente. «Roba sua.»
Giada ha fatto un sorso al suo caffè, appoggiando la schiena al plexiglass della macchinetta. Mi ha guardato di traverso, con un sorriso sottile, quasi compassionevole.
«E tu cosa c'entri, perché se la prende con te?»
«Non lo so, Già, non lo so cosa le prende quando succede», ho detto, per smorzare il discorso. «È che... è complicato. Lei sta passando un momento pesante. Ha dei problemi a casa.»
«Non ne dubito», ha ribattuto lei, dolcemente. «Ma da quando ti conosco, le volte che ti ho visto rilassato le conto su una mano. Stasera sembri proprio spento. Mi chiedo solo fino a quando pensi di farcela.»
Quelle parole mi hanno fatto un effetto strano. Non me le aspettavo. Anita mi accusava di non capirla; Giada, senza neanche sapere cosa fosse successo mezz'ora prima nel mio monolocale, stava dicendo che ero io quello consumato.
«Le voglio bene», ho detto, ed è suonato quasi come una giustificazione patetica persino a me. «Mi fa male vederla così!»
«Lo so che le vuoi bene», ha risposto Giada, facendo un passo più vicino. Sentivo il suo profumo, qualcosa di semplice, che sapeva di pulito, senza la tensione che c'era sempre nell'aria attorno ad Anita. «Ma volere bene a qualcuno non dovrebbe farti sentire come se stessi affogando. Capisco che lei stia passando un brutto periodo. Quello che non capisco è perché debba diventare brutto anche il tuo.»
L'ha detto con una naturalezza disarmante, guardandomi dritto negli occhi. Non c'era la minima malizia apparente, ma la frecciata era entrata in profondità. La differenza tra l'aria viziata, pesante, carica di risentimento che avevo respirato fino a un quarto d'ora prima e la leggerezza di quella conversazione sul pavimento di linoleum della lavanderia era spaventosa.
«Signore! Il Colmar nero!» ha urlato la commessa dal bancone della tintoria, sventolando la gruccia avvolta nel cellophane. «Sto chiudendo!»
«Arrivo», ho risposto, quasi risvegliandomi da un incantesimo.
Sono andato al banco, ho pagato il conto e ho preso la giacca. Quando mi sono girato, Giada stava raccogliendo i suoi indumenti lavati e asciugati.
«Io vado», ha detto, infilandosi la borsa in spalla. Mi ha fatto un piccolo cenno con la mano, un gesto amichevole, senza insistere, senza cercare di trattenermi. «Cerca di dormire stasera. O almeno cerca di rilassarti.»
Mi ha fatto un sorriso complice ed è uscita prima di me, facendosi inghiottire dal buio del parcheggio.
Sono tornato a sedermi nella mia Clio. Ho appoggiato la gruccia sul sedile posteriore e ho messo le mani sul volante, senza accendere il motore. Il mazzo di chiavi della nuova casa era ancora lì, nella mia tasca, pesante come un macigno.
Ho guardato il mio riflesso nello specchietto retrovisore e mi sono reso conto che per venti minuti, parlando con Giada, mi ero completamente dimenticato del peso che mi portavo dietro.
Sono tornato a casa, ho parcheggiato la Clio nel vialetto sotto casa, prestando un'attenzione maniacale a non strusciare i cerchioni sul marciapiede sbeccato. Mi aggrappavo a questi piccoli gesti di controllo per non pensare al vuoto che mi aspettava di sopra.
Quando ho aperto la porta del monolocale, c'era solo il silenzio. Anita non c'era più, e nemmeno la sua borsa. Sul letto disfatto rimaneva solo l'impronta di dove era stata seduta fino a un'ora prima. Sapevo benissimo dov'era.
Quando l'aria a casa sua diventava irrespirabile e finivamo per scannarci anche noi, le opzioni erano due: o si chiudeva in bagno a piangere, o scappava da Martina, la sua migliore amica storica.
Ho buttato le chiavi sul tavolo, facendole strisciare sul legno. Ho sbloccato il telefono.
«Guarda, se non mi risponde va a finire male,» ho mormorato a denti stretti, nel vuoto della stanza. Il pollice premeva sull'icona del suo contatto con una forza inutile.
Primo squillo. Secondo. Terzo. Poi un quarto.
Stavo già per tirare un calcio alla sedia, quando la linea si è aperta. Neanche un ciao.
«Sono da Martina», ha detto, con un tono secco, quasi metallico.
«Anita, ascoltami. Scusa per...»
«Non ho voglia di parlare, Stefano. Ciao.»
Clic.
Ho fissato lo schermo nero per qualche secondo, ascoltando il battito del mio stesso cuore che rallentava, trasformando l'ansia in stanchezza. In passato, a questo punto, avrei ripreso la giacca, sarei risalito in macchina e avrei guidato fino a casa di Martina. Avrei citofonato, mi sarei preso i suoi silenzi carichi d'odio per mezz'ora, pur di riportarla a casa, pur di farle sentire che io c'ero.
Ma stasera no. Ho buttato il telefono sul letto. Se se n'è andata perché non voleva stare qui, va bene. Ma se l'ha fatto pensando di innescare il solito teatrino, se pensava che sarei corso a prenderla per espiare la colpa di essermi incazzato, questa volta si sbagliava di grosso.
Mi sono spogliato, mi sono infilato sotto le coperte e ho dormito perché la testa mi stava scoppiando. Non ho neanche cenato.
Due giorni dopo, la situazione era rimasta congelata in un limbo irritante. Da Anita solo un paio di messaggi di servizio: «Passo domani mattina a prendere lo spazzolino elettrico e il mio pc, mi serve per studiare». Io le avevo risposto con un pollice in su. Una guerra fredda in cui chi cede per primo perde.
Era venerdì sera, la stanchezza mi stava letteralmente consumando. Ero seduto alla scrivania, circondato da libri e appunti di algebra lineare con gli evidenziatori aperti e le pagine piene di schemi. Di fianco ai libri, appoggiato al muro, il tablet mandava in streaming l'anticipo delle venti e quarantacinque: Inter-Torino.
Non avevo proprio voglia di studiare, la testa remava contro. Così ho preso il telefono, ho inquadrato la scrivania — con il libro aperto da una parte e lo schermo del tablet con la partita dall'altra — e l'ho caricata nelle storie di Instagram. Niente frasi. Solo due emoji in basso: la testa che esplode 🤯 e un cuore nerazzurro 🖤💙.
Dopo circa una ventina di minuti, il telefono ha vibrato sulla scrivania.
_.its_giada ha risposto alla tua storia.
Siamo entrambi malati per l'Inter, io e Giada. Era una delle prime cose che avevamo scoperto di avere in comune mesi fa, quando ci eravamo scambiati due battute per caso davanti ai cestelli della lavanderia.
Ho sbloccato lo schermo.
«Meno male che stasera c'è l'Inter a salvarci il venerdì, altrimenti con quei mattoni ti esplodeva la testa davvero 🤯»
Ho sorretto il mento con una mano. La sensazione di leggerezza che mi trasmetteva era immediata, quasi una boccata d'aria fresca.
«Guarda, sto soffrendo più su questi capitoli che sulle ripartenze del Toro. Ma almeno la partita è una scusa valida per fare una pausa.»
«E fai benissimo. Ti ci vuole un po' di relax... anzi, se posso permettermi, la vera pausa dovresti prendertela domani sera.»
Ho fissato la bolla della chat per qualche secondo prima di rispondere.
«Domani? Che succede domani?»
«Andiamo al Nice con un po' di amici miei, faremo un bel gruppo. Musica, un drink tranquillo, zero pensieri. Se ti va di staccare la spina e uscire da quel monolocale, fai un salto! Più siamo meglio è, e così ti riattivi un attimo i neuroni dopo lo studio.»
Ho riletto il messaggio due volte. Un po' di amici miei. Più siamo meglio è.
Era solo un'uscita di gruppo, pensavo, un modo innocuo per trascorrere un sabato sera normale, senza rimanere da solo a fissare il soffitto o a fare la guerra dei silenzi con Anita.
«Un'uscita in gruppo al Nice non sembra una cattiva idea... c'è parecchia gente della tua comitiva?»
«Sì, siamo un bel po', tutta gente tranquillissima. Niente di impegnativo, davvero. Tu vieni, ti prendi una birra e non pensi a niente. Se poi ti annoi sei libero di scappare quando vuoi, prometto che nessuno ti tiene in ostaggio ;)»
Mi ha strappato un piccolo sorriso. Nessun obbligo. L'esatto opposto del clima in cui ero immerso da mesi.
«Va bene. Allora aggiudicato per domani sera. Mi fa proprio comodo staccare.»
«Ooh, il lupo solitario esce dalla tana, ahahah. Ci aggiorniamo domani per l'orario allora. Intanto goditi il secondo tempo 🖤💙»
Ho bloccato lo schermo e l'ho riposto accanto ai libri. Per la prima volta dopo giorni ho sentito le spalle rilassarsi. Andare al Nice con un gruppo di persone non era un tradimento, mi dicevo. Era solo la voglia di sentirmi un ragazzo di ventiquattr'anni che si gode un sabato sera, senza dover fare da ammortizzatore ai problemi di nessuno.
La sera successiva alla fine sono andato al Nice. Quando sono sceso dalla Clio, l'aria notturna era già carica del rimbombo e dei bassi che provenivano dal locale.
Giada era già lì, vicino all'ingresso, circondata da quattro o cinque persone. Non l'avevo mai vista vestita così. Niente felpe o capelli disordinati: aveva un top nero asimmetrico che le lasciava scoperta una spalla e una parte della schiena, mettendo in risalto il seno, e i capelli raccolti in modo da farle risaltare il collo. Stava ridendo. Quando mi ha visto, ha alzato una mano e mi è venuta incontro.
«Non credevo saresti venuto, sono sincera», mi ha detto, sfoggiando un sorriso aperto, perfetto. Il suo profumo stasera era diverso, più dolce, invadente.
«Avevo bisogno di spegnere il cervello», ho risposto.
«Sei nel posto giusto. Ragazzi, lui è Stefano.»
Le presentazioni sono state una sfocatura di nomi che non ho registrato: un paio di ragazzi con la camicia sbottonata, due ragazze che mi hanno salutato con un cenno. Non importava. Per loro ero solo un tizio qualunque. E quella sensazione di anonimato era come ossigeno puro.
Siamo entrati. Il locale era un muro di luci stroboscopiche, calore umano e vodka. Ho preso subito da bere, un gin tonic bello carico, e l'ho buttato giù troppo in fretta, per poi prenderne un altro. Giada mi stava vicina, mi parlava all'orecchio per sovrastare la musica, facendomi ridere con battute ciniche sulla gente del locale. Mi sentivo leggero. Scarico da ogni fardello.
Eravamo in piedi vicino al bar, mentre il suo gruppo stava decidendo se buttarsi in pista, quando ho sentito il telefono vibrare nella tasca dei jeans.
L'ho tirato fuori. Lo schermo illuminato nel buio mostrava il nome di Anita. Un messaggio: «Scusa per i giorni scorsi. Mi manchi. Sei a casa? Posso passare?»
Il respiro mi si è incastrato in gola. Quell'ancora invisibile stava cercando di tirarmi di nuovo giù, nel baratro dei suoi sbalzi d'umore, dei suoi drammi, delle nostre liti estenuanti. Ho guardato Giada, che in quel momento stava sorridendo a una sua amica, con il bicchiere in mano, senza chiedermi niente. Senza pretendere niente.
Le mie dita si sono mosse veloci sulla tastiera: «Sono stanchissimo. Mi sono appena messo a letto, non me la sento. Ne parliamo domani.»
Invio. Schermo bloccato. Infilato in fondo alla tasca. Era la prima volta in cinque anni che le mentivo sul serio. Una bugia fredda, calcolata, nata dalla pura e semplice voglia di non farmi rovinare l'unica ora d'aria che mi ero concesso. Ho mandato giù un altro sorso di gin, sentendo l'alcol che mi bruciava lo stomaco e anestetizzava il senso di colpa.
«Andiamo?» ha gridato Giada, prendendomi per il polso.
Non ho fatto in tempo a rispondere che mi stava già trascinando verso la pista. La calca era densa. Ha iniziato a farsi spazio tra i corpi sudati, ma non ha seguito i suoi amici. Ha deviato. Ci ha spinti verso il centro esatto della folla, dove il fumo artificiale era più fitto e le luci tagliavano il buio a scatti nevrotici. Intorno a noi c'erano solo sconosciuti. I suoi amici erano spariti.
Si è girata verso di me. Ballava muovendosi a tempo con un ritmo lento e martellante, e lo faceva guardandomi dritto negli occhi. Era magnetica. Sapeva esattamente cosa stava facendo. Si è avvicinata fino a far sfiorare i nostri petti, costringendomi ad abbassare la testa per sentirla.
Ha preso le mie mani, fredde per il ghiaccio del bicchiere, e se le è appoggiate sui fianchi. I suoi occhi, resi scurissimi dalla penombra, non mi lasciavano scampo. «Così non mi perdi», mi ha sussurrato a un millimetro dalle labbra.
Le mie dita hanno stretto istintivamente la stoffa del suo top. Il calore della sua pelle mi è salito lungo le braccia. Era un invito sfacciato. Giada non mi stava solo offrendo una via di fuga, si stava offrendo come il premio per essermene andato. Ballava contro di me, strusciando il bacino contro le mie gambe in modo lento, esasperante. Le sue braccia mi sono scivolate dietro il collo, intrecciando le dita tra i miei capelli.
Ogni barriera che avevo era crollata. L'alcol mi pompava nelle tempie, la musica mi vibrava nello sterno, ma era il modo in cui mi guardava a fregarmi. Mi guardava come se in quel momento fossi l'unica cosa che desiderava al mondo. Mi faceva sentire potente, voluto, leggero.
Quando ha annullato l'ultimo millimetro di distanza e ha premuto la bocca sulla mia, ho avuto una frazione di secondo di esitazione. Un riflesso condizionato, l'immagine di Anita nella mia testa. Ma Giada non mi ha dato il tempo di pensare: ha dischiuso le mie labbra, baciandomi con desiderio. E io ho ceduto.
Ho chiuso gli occhi e ho risposto a quel bacio, tirandola contro di me per i fianchi, perdendomi in un sapore che sapeva di vodka e di sbagli irreparabili. Abbiamo continuato a baciarci in mezzo alla pista, ignorando chi ci spintonava, in un groviglio di lingue, morsi leggeri e respiri affannati. È stato un bacio molto intenso. Poi la sua mano destra è scesa dal mio collo. Ha accarezzato il mio petto, sfiorando il tessuto della maglietta, giù lungo l'addome, fino a fermarsi esattamente tra le mie gambe. Ha premuto il palmo contro la cerniera dei miei jeans, stringendo da sopra la stoffa. Ha sentito perfettamente la mia eccitazione, dura, incontrollabile, figlia della debolezza e di quell'atmosfera carica di tensione.
Giada ha sorriso contro la mia bocca. Un sorriso impercettibile, trionfante. Aveva vinto.
Si è staccata di pochi centimetri, con le labbra lucide e il respiro corto, tenendo la mano ben ferma lì dov'era. Mi ha sfiorato l'orecchio con le labbra.
«Andiamo a ballare da un'altra parte?» ha sussurrato, per poi mordermi delicatamente il lobo.
Ho messo in moto la Clio con le mani che mi formicolavano. Giada era lì con me e ha iniziato a darmi indicazioni.
«Gira alla prossima a destra», ha detto, tenendo una mano appoggiata sulla mia coscia mentre guidavo. «Lì c'è un parcheggio sterrato, dietro ai campi da calcetto. A quest'ora non c'è mai nessuno.»
Ho seguito le sue istruzioni in silenzio. Guidavo in una specie di trance. Il senso di colpa era tenuto a bada dalle due dosi di gin e dal negroni che avevo in corpo. Quando ho spento i fari sotto l'ombra dei pini, il buio ha inghiottito l'abitacolo. Non ho fatto in tempo a tirare il freno a mano che Giada si era già sganciata la cintura di sicurezza.
Non ha perso un secondo. Con un movimento fluido e spudorato, si è sfilata il top nero dalla testa, lanciandolo sui sedili posteriori. Nel buio dell'abitacolo, la pelle delle sue spalle e del suo seno nudo brillava pallida, illuminata solo dal bagliore lontano di un lampione. Si è sporta verso di me, sbottonandomi i jeans con una fretta affamata. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, si è chinata: «Voglio succhiartelo!»
Il calore umido della sua bocca mi ha fatto sussultare. Ho buttato la testa all'indietro sbattendo contro il poggiatesta, chiudendo gli occhi. Giada sapeva perfettamente come muoversi, usava le mani e la bocca con un ritmo che non lasciava spazio a nessun pensiero. Mi stavo godendo il momento, ma allo stesso tempo mi vergognavo. Sentire quelle labbra e quella lingua leccare e scivolare giù e su dal mio cazzo, sapendo che non era Anita a farlo, mi disgustava, ma allo stesso tempo non volevo fermarmi.
Dopo qualche minuto, quando il mio respiro è diventato troppo pesante, si è fermata. È risalita con il viso verso il mio, sfiorandomi le labbra.
«Mettiti qui, sul sedile del passeggero», mi ha sussurrato contro la bocca, con la voce roca. «Abbiamo più spazio.»
L'ho assecondata senza dire una parola. Lei è scesa per farmi spazio, io ho scavalcato la console centrale con l'impaccio dell'alcol addosso, abbassando lo schienale del sedile. Lei mi ha seguito subito. Ho preso un preservativo dal portafoglio e lei lo ha aperto con i denti, l'ha srotolato su di me con una manualità svelta e poi, senza esitare, è salita a cavalcioni sulle mie gambe.
Quando è scesa su di me, riempiendosi, ha emesso un gemito basso, soddisfatto. Da quel momento ha preso il controllo totale.
Si muoveva sopra di me con un'energia inesauribile, come se non ne avesse mai abbastanza. Si piegava in avanti, schiacciando il seno contro il mio petto, e mi baciava. Baciava in continuazione, con la lingua, con i denti. Le sue labbra sapevano pesantemente di vodka, di gin lemon e di fumo. Io le stringevo i fianchi, assecondando le sue spinte, perdendomi in quell'attrito e nel rumore dei nostri corpi che sbattevano contro la pelle sintetica dei sedili della Clio. «Ah! Sì! Stefano... quanto ti ho desiderato... lasciati andare, dai», mi ha detto.
Il sesso sembrava non finire mai. L'alcol che avevo in circolo anestetizzava i nervi, prolungando il rapporto molto più del normale. Ogni volta che sentivo l'apice avvicinarsi, la sensazione sfuggiva via, trattenuta da quel leggero intorpidimento da sbronza. Ma a Giada andava bene così. Continuava a cavalcarmi al buio, affondando le unghie nelle mie spalle, il respiro sempre più spezzato, la pelle sudata che scivolava contro la mia. Era un sesso disperato per me, e un trionfo per lei.
Quando finalmente l'orgasmo è arrivato, mi ha travolto come una scossa elettrica. Ho stretto forte i suoi fianchi, affondando contro di lei con un ultimo, lungo respiro, mentre Giada si accasciava sul mio petto, tremando leggermente.
Siamo rimasti immobili per qualche minuto. Sentivo il battito del suo cuore contro il mio, il finestrino appannato dal nostro calore. Lentamente, la nebbia dell'alcol ha iniziato a diradarsi, lasciando spazio a un vuoto totale nello stomaco.
Ci siamo ricomposti in silenzio. Ho buttato via il preservativo annodato, mi sono tirato su i pantaloni e ho raddrizzato il sedile, mentre lei si rimetteva il top e si sistemava i capelli usando lo specchietto. Stavo per mettere le mani sul volante, quando il display del suo telefono, appoggiato sul cruscotto, si è illuminato.
Vibrava. Sullo schermo c'era scritto Silvia.
Giada ha guardato il telefono, poi ha guardato me con un sorrisetto languido, e ha risposto, mettendo in vivavoce senza che glielo chiedessi.
«Pronto?»
«Giada, ma dove cazzo sei finita?» ha urlato la voce femminile dall'altra parte, sovrastando a fatica i bassi del locale. «Ti stiamo cercando da venti minuti, ti sei persa in bagno?»
Giada si è passata una mano tra i capelli, la voce carica di una calma pigra e inequivocabile: «No, Silvi. Sono uscita a prendere un po' d'aria.»
«Un po' d'aria? Da sola? Fuori fa un freddo cane! Dai, rientra che stanno mettendo su un pezzo pazzesco.»
«Non credo che rientrerò, tesoro», ha risposto Giada, accarezzandomi lentamente la nuca con le dita della mano libera. «Sto molto bene qui. Anzi... ho appena finito di scaldarmi.»
Dall'altra parte della linea c'è stato un secondo di silenzio totale. Silvia doveva aver capito benissimo il tono, la pausa, l'allusione sfacciata.
«Ah.» La voce dell'amica è cambiata, diventando improvvisamente complice. «Ho capito. Hai trovato... compagnia.»
«Diciamo che mi sono infilata in un'ottima situazione», ha confermato Giada, guardandomi dritto negli occhi con una soddisfazione feroce, predatoria. «Ci sentiamo domani, Silvi. Divertitevi.»
Ha chiuso la chiamata senza aspettare risposta. Ha gettato il telefono nella borsa, si è girata verso di me nel buio dell'abitacolo e mi ha sfiorato la guancia. «Allora», ha detto, come se non fosse successo niente. «Mi riporti a casa?»
Durante il viaggio non ho detto nulla. Ho lasciato Giada sotto il portone del suo palazzo senza spegnere il motore della Clio. Mi ha dato un bacio umido e lungo all'angolo della bocca, sfiorandomi la gamba un'ultima volta prima di scendere. Io le ho mormorato una buonanotte distratta, tenendo gli occhi fissi sul cruscotto.
Mentre guidavo verso casa, il silenzio dell'abitacolo è diventato assordante. Il calore dell'alcol stava svanendo, sostituito da una lucidità gelida e spietata. L'odore di Giada — quel profumo dolce, invadente — era rimasto imprigionato nei sedili e sui miei vestiti. E con l'odore, è arrivata la consapevolezza, pesante come una lastra di piombo: non avevo provato niente. Nessuna liberazione, nessuna catarsi. Giada era stata solo uno specchio in cui avevo riflesso la mia frustrazione, e ora che l'avevo usata per sfogarmi, mi sentivo infinitamente più vuoto di prima. Amavo Anita. L'amavo in un modo così radicato che il sesso con un'altra non aveva scalfito minimamente quel sentimento, lo aveva solo sporcato di un senso di colpa orribile.
Ho parcheggiato sotto casa che erano quasi le quattro del mattino. Ho fatto le scale trascinando i piedi, volevo solo infilarmi sotto le coperte e dormire fino a dimenticare questa serata.
Ma quando ho infilato la chiave nella toppa e ho aperto, il cuore mi è saltato in gola. Anita era seduta al tavolo della cucina, con la testa appoggiata tra le braccia. Indossava una tuta grigia oversize, le ginocchia tirate al petto e una tazza ormai vuota tra le mani. Aveva usato le sue chiavi. In cinque anni non era mai tornata da sola dopo una lite senza prima chiedermi se poteva tornare.
Anita ha alzato la testa quando sono entrato. Non sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi chiari erano stanchi, segnati da ombre violacee.
«Eri stanchissimo, vero?» ha detto, con una voce piatta che mi ha tagliato le gambe. «Ti eri già messo a letto.»
Sono rimasto pietrificato sulla soglia, con la mano ancora sulla maniglia. Non avevo nessuna difesa preparata. Ero un condannato colto sul fatto, con la camicia mezza sbottonata, i jeans stropicciati in modo innaturale e i capelli in disordine.
«Anita, che ci fai qui?» ho balbettato, chiudendo la porta a fatica.
Lei si è alzata lentamente. «Ho passato gli ultimi giorni a parlare con Martina. Mi ha fatto a pezzi. Mi ha detto che ti sto distruggendo, che il mio modo di tenerti fuori dal mio dolore è solo puro egoismo. Che devo parlarti, e ha ragione.» Ha fatto un respiro tremante. «Volevo venire qui, svegliarti e parlarti. Volevo spiegarti tutto, per la prima volta. E quando torno scopro che mi hai detto una gran cazzata.»
Si è avvicinata di qualche passo. Si è fermata a un metro da me e ha arricciato il naso. Il suo sguardo è sceso sulla mia maglietta, sul giubbotto sgualcito.
«Puzzi di alcol», ha mormorato. Poi si è avvicinata ancora di un passo, e ho visto le sue pupille dilatarsi impercettibilmente. «E di profumo. Un profumo dolce. Da femmina, e non è il mio. E hai i vestiti completamente stropicciati.»
Non ha urlato. Non mi ha tirato uno schiaffo. Ha solo tenuto gli occhi fissi nei miei, cercando una spiegazione logica che non la distruggesse. Non era gelosia cieca la sua: era il disorientamento di chi si rende conto che il terreno sotto i piedi sta franando.
«Voglio solo capire, Stefano», ha sussurrato, e la delusione nella sua voce era peggio di qualsiasi insulto. «Dimmi la verità. Perché mi hai mentito? Dove cazzo sei stato fino alle quattro?»
Il panico mi ha stretto lo stomaco. Se le avessi detto del parcheggio, della Clio, del sesso, l'avrei uccisa sul posto. L'avrei persa per sempre, proprio la notte in cui era venuta per abbassare le sue difese. Dovevo mescolare abbastanza verità per essere credibile e abbastanza menzogna per salvarci.
«Ti ho mentito perché stavo soffocando, Anita», ho iniziato, e almeno la voce mi è uscita ferma, perché quella era la pura verità. «Quando mi hai scritto stasera, ho avuto il terrore di ricominciare con le liti, con i silenzi, con la sensazione di non essere mai abbastanza per aiutarti. Non ce la facevo più. Volevo solo spegnere il cervello. Non volevo litigare ancora, ecco perché ti ho risposto in quel modo.»
«E quindi dove sei andato?»
«Al Nice. A Roma Nord. C'era un gruppo di ragazzi, conoscenti dell'università. Mi hanno invitato. Volevo solo bere e non pensare a nulla per qualche ora.»
«E il profumo?» ha insistito lei, indicando il mio petto con un dito tremante. «I vestiti?»
Ho deglutito. «Ero un bel po' brillo. Ho bevuto troppo. In pista c'era un delirio di gente, eravamo tutti pressati. Una ragazza del gruppo mi si è messa a ballare addosso. Era sudata, aveva questo profumo di merda, si è strusciata contro di me cercando di ottenere qualcosa di più. Io l'ho lasciata fare per un minuto, ero fuori di testa.» L'ho guardata dritta negli occhi, mettendo tutta l'onestà che mi restava nell'ultima frase. «Ma mi ha fatto schifo. Mi sono staccato, sono uscito e sono tornato a casa. Te lo giuro su quello che vuoi. Non è successo niente.»
Anita mi ha fissato in silenzio. Soppesava ogni mia parola, cercando crepe nella mia espressione. Ho visto il suo respiro farsi più veloce. Era ferita dalla bugia, dal fatto che avessi preferito scappare in un locale piuttosto che affrontarla, ma aveva anche l'intelligenza e l'onestà per capire di avermi spinto lei verso l'esasperazione.
Ha chiuso gli occhi e si è passata una mano sul viso. «Potevi dirmelo, Stefano. Potevi dirmi: 'Guarda, stasera esco a bere'. Ti avrei lasciato i tuoi spazi. Non sono la tua carceriera. Odio le bugie. Lo sai che le odio.»
«Lo so. E mi dispiace. Sono stato un codardo», ho detto, accorciando l'ultimo metro di distanza tra noi.
Le ho preso le mani. Erano gelate. Averle tra le mie mi ha fatto scattare una fitta di tenerezza e di senso di colpa così forte che per un secondo ho temuto di scoppiare a piangere. In confronto ad Anita, Giada era solo un'illusione.
Anita non ha ritirato le mani, ma non mi ha abbratto. Era un armistizio fragile, basato su una bomba a orologeria che tenevo nascosta in tasca.
«Sono esausta», ha sussurrato lei.
«Anche io», ho risposto, accarezzandole le nocche. «Senti... puzzo di fumo, di gin e di discoteca. Faccio schifo. Vado a farmi una doccia per lavarmi via questa serata di merda. Tu mettiti a letto.»
Anita ha annuito lentamente, guardandomi con una stanchezza infinita. «Poi vieni vicino a me?»
«Sì», ho detto, sentendo il cuore che si crepava sotto il peso della mia stessa bugia. «Mi lavo e ti raggiungo. E domani mattina parliamo di tutto. Di te, di noi. Te lo prometto.»
Sono entrato in doccia, aprendo l'acqua a una temperatura più alta del solito fino ad arrossarmi la pelle, ma non bastava. Ho strofinato il bagnoschiuma sul petto, sul collo, sulle braccia con una foga quasi punitiva, cercando di lavarmi via il sapore di vodka, l'odore chimico del lattice e il profumo dolciastro di Giada.
Sotto il getto d'acqua, l'ultimo velo di alcol è svanito definitivamente, lasciandomi addosso una lucidità spietata. Ho appoggiato la fronte contro le piastrelle umide del box doccia e ho chiuso gli occhi. L'immagine di Anita, seduta in cucina ad aspettarmi con le sue occhiaie e la sua vulnerabilità, mi ha colpito lo stomaco come una coltellata. Cosa cazzo avevo fatto? Avevo tradito l'unica persona che amavo davvero, la ragazza che stavo cercando di salvare, per un quarto d'ora di sfogo fisico sul sedile di una macchina.
Ho stretto i denti e ho tirato un pugno contro le piastrelle. Le nocche hanno pulsato di dolore, ma me lo meritavo. Giada era stata una stronza, una calcolatrice spietata. Aveva visto la mia disperazione, aveva individuato la crepa nella mia relazione e ci si era infilata dentro con una precisione chirurgica. Mi aveva manipolato facendo leva sulla mia stanchezza. Ma non potevo nascondermi dietro questa scusa. La verità era che io le avevo aperto la porta. Io avevo abbassato la zip dei pantaloni. La colpa, quella vera, cruda e irreparable, era solo mia. E me la sarei portata nella tomba.
Ho chiuso l'acqua, mi sono asciugato alla cieca e ho infilato un paio di boxer puliti.
Quando sono entrato in camera, la luce era spenta. Anita era già sotto le coperte, girata su un fianco, di spalle. Mi sono infilato nel letto, sentendo il contrasto tra il freddo che avevo addosso e il calore del suo corpo. Non ci ho pensato due volte: ho allungato un braccio, l'ho afferrata per i fianchi e l'ho tirata contro di me. L'ho fatta voltare. Le ho preso il viso tra le mani, sentendo la morbidezza delle sue guance, e l'ho baciata. È stato un bacio disperato, profondo, carico di tutte le scuse che non avrei mai potuto dirle ad alta voce. L'ho stretta a me così forte da farle quasi male.
Anita ha risposto al bacio per un momento, poi ha messo le mani sul mio petto e mi ha spinto via dolcemente, girando la testa con un piccolo sbuffo divertito. «Se pensi di farti perdonare la bugia di stasera con una sveltina alle quattro del mattino, caschi malissimo», ha mormorato, con la voce impastata di sonno e una punta di vecchia, amata ironia. «Sono in coma, Stefano. Non ce la posso fare.»
«Peccato...», ho sussurrato, stringendola un po' di più. «È scientificamente provato che il sesso notturno ottimizza le prestazioni. È come per i server: alle quattro di notte il sistema si riavvia e gira tutto molto più veloce.»
Anita ha tenuto gli occhi chiusi, ma un sorriso le ha piegato l'angolo della bocca. «I miei server sono in manutenzione straordinaria e i tuoi funzionano sempre male. Adesso stai zitto, abbracciami e dormi... idiota.»
«Solo questo? Va bene, dai.» Lei ha fatto un piccolo sospiro, si è accomodata contro il mio petto e, dopo pochi minuti, il suo respiro si è fatto pesante e regolare. Dopo poco sono crollato anch'io.
Mi ha svegliato il rumore della macchinetta del caffè. Ho aperto gli occhi, strizzandoli per la luce del sole che filtrava dalle tapparelle. La metà del letto di Anita era vuota. Ho sentito il rumore dell'acqua scorrere nel lavandino, poi quello di una scopa che passava sul pavimento. Stava sistemando il caos che avevo lasciato io nei giorni scorsi.
Mi stavo stiracchiando, pronto ad alzarmi, quando ho sentito un rumore diverso. Un tintinnio metallico.
I passi di Anita si sono avvicinati rapidi al letto. Quando ho alzato la testa, me la sono trovata davanti. Aveva il viso pallido, gli occhi spalancati in un misto di terrore e rabbia pura. Ha alzato la mano e mi ha tirato qualcosa sul petto con violenza.
«E queste?!», ha urlato, con la voce rotta.
Ho guardato giù. Sulle coperte c'era il mazzo di chiavi nuove che avevo lasciato sul tavolo. Cazzo.
«Anita, aspetta...», ho provato a dire.
«Aspetta un cazzo!», è esplosa, facendo un passo indietro come se le facessi schifo. Le tremavano le mani. «Allora, prima mi urli addosso, poi mi dici una bugia. Vai a ballare da solo al Nice. Torni alle quattro del mattino che puzzi di alcol e del profumo di un'altra. E adesso, mentre sistemo il tavolo, trovo un mazzo di chiavi nuove? Di che cazzo sono queste chiavi, Stefano? Hai un'altra? Dimmi la verità!»
«Amore, fermati!» Mi sono messo a sedere di scatto, ignorando la testa che mi girava per i postumi, e ho afferrato le chiavi. «Guardami. Guardami in faccia.» Lei ha incrociato le braccia, respirando a scatti, con le lacrime che minacciavano di uscirle dagli occhi.
«Queste chiavi... le ho prese il giorno in cui abbiamo litigato in quel modo orrendo.»
«E a che servono?», ha sibilato lei, sulla difensiva.
«Tecnicamente servono ad aprire una porta, Anita. Anche se per un attimo ho pensato che volessi usarle come arma.»
«Ti sembra il momento di scherzare?»
«Sono per la porta di un bilocale con un balcone grande, a dieci minuti da qui. È più spazioso di questo buco.» Ho deglutito, sentendo un groppo in gola. «Martedì sera, prima di litigare, volevo fartele vedere. Avevo versato la caparra. Volevo chiederti di andarcene da qui, insieme. Volevo chiederti di convivere.»
L'aria nella stanza è sembrata congelarsi. Anita è rimasta immobile. Le sue braccia, incrociate sul petto come uno scudo, sono ricadute lentamente lungo i fianchi. Ha guardato le chiavi che tenevo in mano, poi ha guardato i miei occhi. La rabbia le si è sciolta sul viso, sostituita da uno stupore infantile, fragile.
«Tu... volevi chiedermi di venire a vivere con te?», ha sussurrato, e stavolta la voce le si è spezzata per l'emozione.
«Sì. Volevo portarti via da quel casino. Volevo darti un posto dove sentirti al sicuro. Ma poi sei esplosa, io sono esploso... e ho tenuto le chiavi in tasca.»
Una lacrima le è scivolata lungo la guancia. Anita ha fatto un passo verso il letto. Poi un altro. Si è seduta sul materasso e ha coperto il viso con le mani, iniziando a piangere silenziosamente. Non erano lacrime di rabbia, stavolta. Erano lacrime di liberazione, di un peso enorme che finalmente veniva messo a terra.
Mi sono spostato verso di lei e l'ho avvolta con le braccia. Lei non si è ritratta. Si è aggrappata alla mia maglietta, affondando il viso nel mio petto.
«Scusami», ha singhiozzato contro la mia spalla. «Scusami per martedì. Scusami per averti tenuto fuori... avevo così paura che i miei problemi ti avrebbero fatto scappare. Martina aveva ragione. Stavo per mandare tutto a puttane solo per non aprirmi con te.»
«Ehi, io non andrò da nessuna parte, tesoro. Sono qui.» Le ho accarezzato i capelli biondi, baciandole la tempia.
Lei ha sollevato la testa dal mio petto. Mi ha preso il viso tra le mani, stringendomi le guance con una forza inaspettata, e ha iniziato a baciarmi. Non era un bacio calcolato, non c'era malizia. Erano baci rapidi, disperati, umidi di lacrime. Cercava le mie labbra come se volesse assicurarsi che fossi reale, che non stessi scomparendo di nuovo.
Ho chiuso gli occhi e l'ho stretta a me, ma più lei mi stringeva, più il senso di colpa mi risaliva per la gola, acido e spietato. Sentire tutto quell'amore, ricevere in faccia la sua vulnerabilità e la sua fiducia ritrovata, mi faceva sentire l'uomo peggiore del mondo. Ero un truffatore che si godeva la refurtiva. La sua sincerità faceva sembrare il mio segreto ancora più sporco.
Eppure, mentre affondavo il viso nel suo collo e respiravo finalmente il suo profumo, ho capito che non glielo avrei mai confessato. Mi sarei tenuto quel peso, l'avrei trasformato nel mio castigo silenzioso. Perché, anche con tutti i suoi casini, le sue ombre e i mostri della sua famiglia, lei era l'unica persona al mondo in grado di darmi un senso. Il fantasma di Giada sarebbe sbiadito sui sedili della mia macchina, ma la realtà era lì, tra le mie braccia.
Ho stretto un po' di più il mazzo di chiavi che avevo ancora nella mano sinistra. Non importava quanto potesse essere difficile: non riuscivo a immaginare un solo giorno del mio futuro senza di lei.
FINE
Nella tasca interna avevo un nuovo mazzo di chiavi, lucido. Un appartamentino più grande, un balcone vero, una cucina dove non dovevi girarti di traverso per aprire il frigorifero. L’avevo bloccato ieri sera versando la caparra. Volevo tirarlo fuori stasera, magari mentre cucinavamo due straccetti al salto, e dirle semplicemente: «Andiamo via di qui».
Invece, appena ho girato la chiave nella toppa del mio monolocale, ho capito subito che il piano era già morto.
Anita era seduta sul bordo del letto, con le gambe rannicchiate e il telefono in mano, ma lo schermo era nero. Non lo stava guardando. Aveva ancora addosso la divisa del centro commerciale — quella polo nera con il logo ricamato sul petto che odiavo vederle addosso — e i capelli, di quel biondo chiaro e naturale che sembra sempre prendere la luce anche al buio, le cadevano in disordine sulle spalle. Lei è bellissima, di quella bellezza semplice che non ha bisogno di trucchi, col viso pulito e gli occhi chiari che cambiano colore a seconda dell'umore. Ma stasera il suo viso era rigido, teso.
«Ehi», ho detto, appoggiando lo zaino sul tavolo accanto al portatile aperto.
Non ha risposto. Ha solo fatto un respiro lungo, tagliato male, dal naso.
«Da quanto sei qui? Perché non mi hai scritto?» ho chiesto, cercando di tenere la voce neutra.
«Un'ora. Forse due. Non lo so.» La sua voce era piattissima.
Mi sono avvicinato, mi sono chinato per baciarla sulla tempia, ma lei ha spostato il capo di pochi millimetri. Un gesto minimo, impercettibile per chiunque altro, ma io sto con lei da quando aveva diciott'anni, dalla sera della sua festa, e conosco ogni singola sfumatura dei suoi rifiuti.
«Che è successo, Ani?»
«Niente.»
«Amore, dai. Si vede.»
Ha sbattuto il telefono sul materasso. «Ho detto niente, Stefano. Devi per forza fare l'investigatore ogni volta che sto giù?»
«Non sto facendo l'investigatore, sto solo cercando di capire cos'hai. Perché devi tenermi sempre fuori?» Ho sentito la stanchezza salirmi dritta al cervello. Un dolore acuto dietro gli occhi. «I tuoi?»
Anita si è alzata di scatto dal letto. È più bassa di me di una testa buona, minuta, ma quando si incattivisce sembra riempire tutta la stanza. «Sì, i miei. Chi altro sennò? Mio padre è arrivato a casa alle tre del pomeriggio che non starebbe in piedi manco legato a un palo. Mia madre ha cominciato a urlare, a prenderlo a parolacce perché ha speso anche i soldi della bolletta della luce al bar, lui l'ha spinta facendola quasi cadere e lei ha chiamato i carabinieri per paura che alzasse les mani. Ti basta? Ti basta come riassunto o vuoi anche i dettagli?»
Ho chiuso gli occhi per un secondo. Sempre lo stesso copione. Sempre la stessa spirale di degrado in cui lei affonda senza che io possa tirarla fuori, perché ogni volta che provo ad allungare una mano, lei me la morde.
«Potevi dirmelo subito», ho detto a bassa voce. «Io non ho la palla di vetro per capire che problema hai ogni volta. Non so se sono i tuoi genitori o qualche altro problema. Perché devi aggredirmi così?»
«E che dovrei fare? Chiamarti per dirti 'Amore i miei si stanno scannando, vengo da te' e fare finta che vada tutto bene?» ha urlato, incrociando le braccia. «Facile per te. Tu torni dalla tua università, dall'azienda di tuo zio, dalla tua famiglia dove le persone si parlano normalmente.»
«Ma cosa c'entra la mia famiglia adesso?»
«C'entra che non capisci un cazzo, Stefano!» ha urlato, e la sua voce ha rimbombato in quel buco di stanza. «Tu pensi sempre di dovermi salvare. Con quella faccia da cane bastonato, con quel modo di guardarmi come se fossi una poverina a cui fare la carità! Tu non sai cosa si prova. Non ne hai la minima idea. E soprattutto non puoi fare niente. Niente!»
A quelle parole, qualcosa dentro di me si è spezzato. Non è stata una rabbia improvvisa, è stata una crepa che si è aperta dopo mesi di pressione accumulata, di serate passate a consolarla, di notti in bianco a preoccuparmi per lei mentre studiavo per gli esami.
La mano mi è scesa d'istinto nella tasca della giacca. Ho stretto il mazzo di chiavi nuovo così forte che gli angoli di metallo mi sono affondati nel palmo, facendomi male. Non l'ho tirato fuori. Sarebbe stato ridicolo. Sarebbe stato come regalare un vestito da sera a qualcuno che sta affogando nel fango.
«Io non capisco?» ho detto. Stavolta non ero riuscito a tenere la voce bassa. «Io non capisco, Anita? Sono cinque anni che vivo in funzione dei tuoi crolli! Cinque anni che mi metto da parte perché Anita ha i problemi a casa, Anita stasera sta male! Ti sono stato vicino in ogni singolo momento!»
«Nessuno ti ha chiesto di farlo!»
«Ma vaffanculo!» ho urlato, e mi è uscito così forte che penso mi abbiano sentito anche in strada. «Vaffanculo, Anita! Non puoi continuare a usarmi come un sacco da boxe ogni volta che a casa tua succede un casino! Non puoi pretendere che io stia qui a guardarti mentre piangi, e poi, quando provo a darti una mano, dirmi che non capisco e che non devo intromettermi!»
Anita è rimasta immobile. Gli occhi chiari le si sono riempiti di lacrime, ma non erano lacrime di tristezza, erano lacrime di rabbia. Ha serrato le labbra fino a farle diventare bianche.
«Io non ti sto chiedendo di aiutarmi», ha detto, con un tono così freddo da farmi male al petto. «Ti sto solo dicendo di lasciarmi stare.»
«E allora sai che c'è?» Ho preso il portafoglio e il telefono dal tavolo, senza manco riallacciarmi le scarpe da ginnastica che avevo lasciato all'ingresso. «Fai come cazzo ti pare. Rimani qui, chiuditi dentro. Io non posso aiutarti se sei tu la prima a decidere che non vuoi farti aiutare. Mi sono rotto il cazzo.»
«Dove vai?» ha chiesto, e per la prima volta nella sua voce è passata un'ombra di paura, subito mascherata dall'orgoglio.
Non le ho risposto. Ho sbattuto la porta dietro di me con una violenza che ha fatto tremare il pianerottolo, e sono sceso giù per le scale a rotta di collo, senza neanche aspettare l'ascensore.
Fuori piovigginava, pioggerellina sottile che ti s'incolla ai vestiti. L'aria di periferia puzzava di umido e di gas di scarico.
Ho infilato le chiavi nel quadro della mia Clio rossa — la tenevo immacolata come se fosse l'unica cosa sotto il mio controllo — e ho acceso il motore. Sono partito a scatto, guidando a vuoto per le strade asfaltate di fresco della periferia, con il tergicristallo che tirava via l'acqua a scatti e il riscaldamento al massimo per togliermi di dosso quel freddo umido che mi era entrato dentro.
Mentre continuavo a guidare senza una meta precisa, la luce bianca e sferzante della lavanderia mi ha colto di striscio. Mi sono ricordato che quattro giorni fa ci avevo lasciato un giubbotto della Colmar a cui tenevo parecchio, macchiato d'olio durante una cena con amici.
Ho accostato la Clio sul marciapiede, ho spento i fari e sono entrato, grato per qualunque distrazione mi impedisse di tornare con la mente a pensare ad Anita.
L'aria dentro era calda, satura di un profumo chimico di lavanda e vapore. E lì, seduta su una sedia di plastica azzurra vicino alle lavatrici industriali, c'era Giada.
Non la vedevo da quasi un mese. Ci eravamo incrociati lì per caso parecchie volte nell'ultimo anno, per via di orari sballati e bucati incastrati tra lo studio e il lavoro, e pian piano si era creata una strana confidenza, informale. Giada ha la mia età, studia lettere e ha dei capelli di un biondo scuro, quasi castano, che tiene spesso legati in modo disordinato. Non è una ragazza che ti fa girare la testa per strada come fa Anita... Anita ha quella bellezza nitida, quasi dolorosa, con quegli occhi chiarissimi che ti colpiscono direttamente. Giada è più comune, ma ha uno sguardo acuto, sveglio, e un modo di muoversi che non mette mai in soggezione.
È stata lei ad alzarsi appena si è accorta di me. Ha appoggiato l'evidenziatore sul libro che stava leggendo.
«Stefano? Ma che ci fai qui a quest'ora?»
Ho provato a tirare su un angolo della bocca, ma doveva sembrare più una smorfia. «Devo recuperare una giacca prima che chiudano. Tu?»
«Avevo accumulato un po' di panni sporchi, così ho fatto tutto un carico e via. Mi mancavano dieci minuti di asciugatura e ne approfittavo per ripassare, stavo per andare via.» Mi ha squadrato. Il suo sguardo non si è fermato sul mio viso: è sceso sulle mie mani ancora contratte, sul respiro corto, sulle spalle insaccate nel giubbotto. «Stai bene? Sembri parecchio stressato.»
«Solo una giornata lunga», ho mentito, avvicinandomi alla macchinetta del caffè nell'angolo per avere qualcosa da fare con le mani.
Giada mi ha raggiunto. Ha tirato fuori due monete da cinquanta centesimi prima che potessi tirare fuori il portafoglio. «Offro io, ma fa schifo, ti avverto. E comunque non è una giornata lunga, Stefano. Conosco quella faccia.»
Ha schiacciato il tasto dell'espresso. Mi conosceva abbastanza da sapere di Anita, le avevo accennato più volte della mia storia, ma sempre tenendomi sulle generali. Lei però sapeva leggere tra le righe. Sapeva dei periodi in cui sparivo, di quando arrivavo lì la sera tardi con l'aria di chi non ha voglia di tornare a casa.
«Avete litigato di nuovo?» ha chiesto a bassa voce. Non c'era giudizio nella sua voce. Nessuna pietà pelosa. Solo una curiosità rilassata.
«I soliti casini», ho risposto, prendendo il bicchiere di plastica bollente. «Roba sua.»
Giada ha fatto un sorso al suo caffè, appoggiando la schiena al plexiglass della macchinetta. Mi ha guardato di traverso, con un sorriso sottile, quasi compassionevole.
«E tu cosa c'entri, perché se la prende con te?»
«Non lo so, Già, non lo so cosa le prende quando succede», ho detto, per smorzare il discorso. «È che... è complicato. Lei sta passando un momento pesante. Ha dei problemi a casa.»
«Non ne dubito», ha ribattuto lei, dolcemente. «Ma da quando ti conosco, le volte che ti ho visto rilassato le conto su una mano. Stasera sembri proprio spento. Mi chiedo solo fino a quando pensi di farcela.»
Quelle parole mi hanno fatto un effetto strano. Non me le aspettavo. Anita mi accusava di non capirla; Giada, senza neanche sapere cosa fosse successo mezz'ora prima nel mio monolocale, stava dicendo che ero io quello consumato.
«Le voglio bene», ho detto, ed è suonato quasi come una giustificazione patetica persino a me. «Mi fa male vederla così!»
«Lo so che le vuoi bene», ha risposto Giada, facendo un passo più vicino. Sentivo il suo profumo, qualcosa di semplice, che sapeva di pulito, senza la tensione che c'era sempre nell'aria attorno ad Anita. «Ma volere bene a qualcuno non dovrebbe farti sentire come se stessi affogando. Capisco che lei stia passando un brutto periodo. Quello che non capisco è perché debba diventare brutto anche il tuo.»
L'ha detto con una naturalezza disarmante, guardandomi dritto negli occhi. Non c'era la minima malizia apparente, ma la frecciata era entrata in profondità. La differenza tra l'aria viziata, pesante, carica di risentimento che avevo respirato fino a un quarto d'ora prima e la leggerezza di quella conversazione sul pavimento di linoleum della lavanderia era spaventosa.
«Signore! Il Colmar nero!» ha urlato la commessa dal bancone della tintoria, sventolando la gruccia avvolta nel cellophane. «Sto chiudendo!»
«Arrivo», ho risposto, quasi risvegliandomi da un incantesimo.
Sono andato al banco, ho pagato il conto e ho preso la giacca. Quando mi sono girato, Giada stava raccogliendo i suoi indumenti lavati e asciugati.
«Io vado», ha detto, infilandosi la borsa in spalla. Mi ha fatto un piccolo cenno con la mano, un gesto amichevole, senza insistere, senza cercare di trattenermi. «Cerca di dormire stasera. O almeno cerca di rilassarti.»
Mi ha fatto un sorriso complice ed è uscita prima di me, facendosi inghiottire dal buio del parcheggio.
Sono tornato a sedermi nella mia Clio. Ho appoggiato la gruccia sul sedile posteriore e ho messo le mani sul volante, senza accendere il motore. Il mazzo di chiavi della nuova casa era ancora lì, nella mia tasca, pesante come un macigno.
Ho guardato il mio riflesso nello specchietto retrovisore e mi sono reso conto che per venti minuti, parlando con Giada, mi ero completamente dimenticato del peso che mi portavo dietro.
Sono tornato a casa, ho parcheggiato la Clio nel vialetto sotto casa, prestando un'attenzione maniacale a non strusciare i cerchioni sul marciapiede sbeccato. Mi aggrappavo a questi piccoli gesti di controllo per non pensare al vuoto che mi aspettava di sopra.
Quando ho aperto la porta del monolocale, c'era solo il silenzio. Anita non c'era più, e nemmeno la sua borsa. Sul letto disfatto rimaneva solo l'impronta di dove era stata seduta fino a un'ora prima. Sapevo benissimo dov'era.
Quando l'aria a casa sua diventava irrespirabile e finivamo per scannarci anche noi, le opzioni erano due: o si chiudeva in bagno a piangere, o scappava da Martina, la sua migliore amica storica.
Ho buttato le chiavi sul tavolo, facendole strisciare sul legno. Ho sbloccato il telefono.
«Guarda, se non mi risponde va a finire male,» ho mormorato a denti stretti, nel vuoto della stanza. Il pollice premeva sull'icona del suo contatto con una forza inutile.
Primo squillo. Secondo. Terzo. Poi un quarto.
Stavo già per tirare un calcio alla sedia, quando la linea si è aperta. Neanche un ciao.
«Sono da Martina», ha detto, con un tono secco, quasi metallico.
«Anita, ascoltami. Scusa per...»
«Non ho voglia di parlare, Stefano. Ciao.»
Clic.
Ho fissato lo schermo nero per qualche secondo, ascoltando il battito del mio stesso cuore che rallentava, trasformando l'ansia in stanchezza. In passato, a questo punto, avrei ripreso la giacca, sarei risalito in macchina e avrei guidato fino a casa di Martina. Avrei citofonato, mi sarei preso i suoi silenzi carichi d'odio per mezz'ora, pur di riportarla a casa, pur di farle sentire che io c'ero.
Ma stasera no. Ho buttato il telefono sul letto. Se se n'è andata perché non voleva stare qui, va bene. Ma se l'ha fatto pensando di innescare il solito teatrino, se pensava che sarei corso a prenderla per espiare la colpa di essermi incazzato, questa volta si sbagliava di grosso.
Mi sono spogliato, mi sono infilato sotto le coperte e ho dormito perché la testa mi stava scoppiando. Non ho neanche cenato.
Due giorni dopo, la situazione era rimasta congelata in un limbo irritante. Da Anita solo un paio di messaggi di servizio: «Passo domani mattina a prendere lo spazzolino elettrico e il mio pc, mi serve per studiare». Io le avevo risposto con un pollice in su. Una guerra fredda in cui chi cede per primo perde.
Era venerdì sera, la stanchezza mi stava letteralmente consumando. Ero seduto alla scrivania, circondato da libri e appunti di algebra lineare con gli evidenziatori aperti e le pagine piene di schemi. Di fianco ai libri, appoggiato al muro, il tablet mandava in streaming l'anticipo delle venti e quarantacinque: Inter-Torino.
Non avevo proprio voglia di studiare, la testa remava contro. Così ho preso il telefono, ho inquadrato la scrivania — con il libro aperto da una parte e lo schermo del tablet con la partita dall'altra — e l'ho caricata nelle storie di Instagram. Niente frasi. Solo due emoji in basso: la testa che esplode 🤯 e un cuore nerazzurro 🖤💙.
Dopo circa una ventina di minuti, il telefono ha vibrato sulla scrivania.
_.its_giada ha risposto alla tua storia.
Siamo entrambi malati per l'Inter, io e Giada. Era una delle prime cose che avevamo scoperto di avere in comune mesi fa, quando ci eravamo scambiati due battute per caso davanti ai cestelli della lavanderia.
Ho sbloccato lo schermo.
«Meno male che stasera c'è l'Inter a salvarci il venerdì, altrimenti con quei mattoni ti esplodeva la testa davvero 🤯»
Ho sorretto il mento con una mano. La sensazione di leggerezza che mi trasmetteva era immediata, quasi una boccata d'aria fresca.
«Guarda, sto soffrendo più su questi capitoli che sulle ripartenze del Toro. Ma almeno la partita è una scusa valida per fare una pausa.»
«E fai benissimo. Ti ci vuole un po' di relax... anzi, se posso permettermi, la vera pausa dovresti prendertela domani sera.»
Ho fissato la bolla della chat per qualche secondo prima di rispondere.
«Domani? Che succede domani?»
«Andiamo al Nice con un po' di amici miei, faremo un bel gruppo. Musica, un drink tranquillo, zero pensieri. Se ti va di staccare la spina e uscire da quel monolocale, fai un salto! Più siamo meglio è, e così ti riattivi un attimo i neuroni dopo lo studio.»
Ho riletto il messaggio due volte. Un po' di amici miei. Più siamo meglio è.
Era solo un'uscita di gruppo, pensavo, un modo innocuo per trascorrere un sabato sera normale, senza rimanere da solo a fissare il soffitto o a fare la guerra dei silenzi con Anita.
«Un'uscita in gruppo al Nice non sembra una cattiva idea... c'è parecchia gente della tua comitiva?»
«Sì, siamo un bel po', tutta gente tranquillissima. Niente di impegnativo, davvero. Tu vieni, ti prendi una birra e non pensi a niente. Se poi ti annoi sei libero di scappare quando vuoi, prometto che nessuno ti tiene in ostaggio ;)»
Mi ha strappato un piccolo sorriso. Nessun obbligo. L'esatto opposto del clima in cui ero immerso da mesi.
«Va bene. Allora aggiudicato per domani sera. Mi fa proprio comodo staccare.»
«Ooh, il lupo solitario esce dalla tana, ahahah. Ci aggiorniamo domani per l'orario allora. Intanto goditi il secondo tempo 🖤💙»
Ho bloccato lo schermo e l'ho riposto accanto ai libri. Per la prima volta dopo giorni ho sentito le spalle rilassarsi. Andare al Nice con un gruppo di persone non era un tradimento, mi dicevo. Era solo la voglia di sentirmi un ragazzo di ventiquattr'anni che si gode un sabato sera, senza dover fare da ammortizzatore ai problemi di nessuno.
La sera successiva alla fine sono andato al Nice. Quando sono sceso dalla Clio, l'aria notturna era già carica del rimbombo e dei bassi che provenivano dal locale.
Giada era già lì, vicino all'ingresso, circondata da quattro o cinque persone. Non l'avevo mai vista vestita così. Niente felpe o capelli disordinati: aveva un top nero asimmetrico che le lasciava scoperta una spalla e una parte della schiena, mettendo in risalto il seno, e i capelli raccolti in modo da farle risaltare il collo. Stava ridendo. Quando mi ha visto, ha alzato una mano e mi è venuta incontro.
«Non credevo saresti venuto, sono sincera», mi ha detto, sfoggiando un sorriso aperto, perfetto. Il suo profumo stasera era diverso, più dolce, invadente.
«Avevo bisogno di spegnere il cervello», ho risposto.
«Sei nel posto giusto. Ragazzi, lui è Stefano.»
Le presentazioni sono state una sfocatura di nomi che non ho registrato: un paio di ragazzi con la camicia sbottonata, due ragazze che mi hanno salutato con un cenno. Non importava. Per loro ero solo un tizio qualunque. E quella sensazione di anonimato era come ossigeno puro.
Siamo entrati. Il locale era un muro di luci stroboscopiche, calore umano e vodka. Ho preso subito da bere, un gin tonic bello carico, e l'ho buttato giù troppo in fretta, per poi prenderne un altro. Giada mi stava vicina, mi parlava all'orecchio per sovrastare la musica, facendomi ridere con battute ciniche sulla gente del locale. Mi sentivo leggero. Scarico da ogni fardello.
Eravamo in piedi vicino al bar, mentre il suo gruppo stava decidendo se buttarsi in pista, quando ho sentito il telefono vibrare nella tasca dei jeans.
L'ho tirato fuori. Lo schermo illuminato nel buio mostrava il nome di Anita. Un messaggio: «Scusa per i giorni scorsi. Mi manchi. Sei a casa? Posso passare?»
Il respiro mi si è incastrato in gola. Quell'ancora invisibile stava cercando di tirarmi di nuovo giù, nel baratro dei suoi sbalzi d'umore, dei suoi drammi, delle nostre liti estenuanti. Ho guardato Giada, che in quel momento stava sorridendo a una sua amica, con il bicchiere in mano, senza chiedermi niente. Senza pretendere niente.
Le mie dita si sono mosse veloci sulla tastiera: «Sono stanchissimo. Mi sono appena messo a letto, non me la sento. Ne parliamo domani.»
Invio. Schermo bloccato. Infilato in fondo alla tasca. Era la prima volta in cinque anni che le mentivo sul serio. Una bugia fredda, calcolata, nata dalla pura e semplice voglia di non farmi rovinare l'unica ora d'aria che mi ero concesso. Ho mandato giù un altro sorso di gin, sentendo l'alcol che mi bruciava lo stomaco e anestetizzava il senso di colpa.
«Andiamo?» ha gridato Giada, prendendomi per il polso.
Non ho fatto in tempo a rispondere che mi stava già trascinando verso la pista. La calca era densa. Ha iniziato a farsi spazio tra i corpi sudati, ma non ha seguito i suoi amici. Ha deviato. Ci ha spinti verso il centro esatto della folla, dove il fumo artificiale era più fitto e le luci tagliavano il buio a scatti nevrotici. Intorno a noi c'erano solo sconosciuti. I suoi amici erano spariti.
Si è girata verso di me. Ballava muovendosi a tempo con un ritmo lento e martellante, e lo faceva guardandomi dritto negli occhi. Era magnetica. Sapeva esattamente cosa stava facendo. Si è avvicinata fino a far sfiorare i nostri petti, costringendomi ad abbassare la testa per sentirla.
Ha preso le mie mani, fredde per il ghiaccio del bicchiere, e se le è appoggiate sui fianchi. I suoi occhi, resi scurissimi dalla penombra, non mi lasciavano scampo. «Così non mi perdi», mi ha sussurrato a un millimetro dalle labbra.
Le mie dita hanno stretto istintivamente la stoffa del suo top. Il calore della sua pelle mi è salito lungo le braccia. Era un invito sfacciato. Giada non mi stava solo offrendo una via di fuga, si stava offrendo come il premio per essermene andato. Ballava contro di me, strusciando il bacino contro le mie gambe in modo lento, esasperante. Le sue braccia mi sono scivolate dietro il collo, intrecciando le dita tra i miei capelli.
Ogni barriera che avevo era crollata. L'alcol mi pompava nelle tempie, la musica mi vibrava nello sterno, ma era il modo in cui mi guardava a fregarmi. Mi guardava come se in quel momento fossi l'unica cosa che desiderava al mondo. Mi faceva sentire potente, voluto, leggero.
Quando ha annullato l'ultimo millimetro di distanza e ha premuto la bocca sulla mia, ho avuto una frazione di secondo di esitazione. Un riflesso condizionato, l'immagine di Anita nella mia testa. Ma Giada non mi ha dato il tempo di pensare: ha dischiuso le mie labbra, baciandomi con desiderio. E io ho ceduto.
Ho chiuso gli occhi e ho risposto a quel bacio, tirandola contro di me per i fianchi, perdendomi in un sapore che sapeva di vodka e di sbagli irreparabili. Abbiamo continuato a baciarci in mezzo alla pista, ignorando chi ci spintonava, in un groviglio di lingue, morsi leggeri e respiri affannati. È stato un bacio molto intenso. Poi la sua mano destra è scesa dal mio collo. Ha accarezzato il mio petto, sfiorando il tessuto della maglietta, giù lungo l'addome, fino a fermarsi esattamente tra le mie gambe. Ha premuto il palmo contro la cerniera dei miei jeans, stringendo da sopra la stoffa. Ha sentito perfettamente la mia eccitazione, dura, incontrollabile, figlia della debolezza e di quell'atmosfera carica di tensione.
Giada ha sorriso contro la mia bocca. Un sorriso impercettibile, trionfante. Aveva vinto.
Si è staccata di pochi centimetri, con le labbra lucide e il respiro corto, tenendo la mano ben ferma lì dov'era. Mi ha sfiorato l'orecchio con le labbra.
«Andiamo a ballare da un'altra parte?» ha sussurrato, per poi mordermi delicatamente il lobo.
Ho messo in moto la Clio con le mani che mi formicolavano. Giada era lì con me e ha iniziato a darmi indicazioni.
«Gira alla prossima a destra», ha detto, tenendo una mano appoggiata sulla mia coscia mentre guidavo. «Lì c'è un parcheggio sterrato, dietro ai campi da calcetto. A quest'ora non c'è mai nessuno.»
Ho seguito le sue istruzioni in silenzio. Guidavo in una specie di trance. Il senso di colpa era tenuto a bada dalle due dosi di gin e dal negroni che avevo in corpo. Quando ho spento i fari sotto l'ombra dei pini, il buio ha inghiottito l'abitacolo. Non ho fatto in tempo a tirare il freno a mano che Giada si era già sganciata la cintura di sicurezza.
Non ha perso un secondo. Con un movimento fluido e spudorato, si è sfilata il top nero dalla testa, lanciandolo sui sedili posteriori. Nel buio dell'abitacolo, la pelle delle sue spalle e del suo seno nudo brillava pallida, illuminata solo dal bagliore lontano di un lampione. Si è sporta verso di me, sbottonandomi i jeans con una fretta affamata. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, si è chinata: «Voglio succhiartelo!»
Il calore umido della sua bocca mi ha fatto sussultare. Ho buttato la testa all'indietro sbattendo contro il poggiatesta, chiudendo gli occhi. Giada sapeva perfettamente come muoversi, usava le mani e la bocca con un ritmo che non lasciava spazio a nessun pensiero. Mi stavo godendo il momento, ma allo stesso tempo mi vergognavo. Sentire quelle labbra e quella lingua leccare e scivolare giù e su dal mio cazzo, sapendo che non era Anita a farlo, mi disgustava, ma allo stesso tempo non volevo fermarmi.
Dopo qualche minuto, quando il mio respiro è diventato troppo pesante, si è fermata. È risalita con il viso verso il mio, sfiorandomi le labbra.
«Mettiti qui, sul sedile del passeggero», mi ha sussurrato contro la bocca, con la voce roca. «Abbiamo più spazio.»
L'ho assecondata senza dire una parola. Lei è scesa per farmi spazio, io ho scavalcato la console centrale con l'impaccio dell'alcol addosso, abbassando lo schienale del sedile. Lei mi ha seguito subito. Ho preso un preservativo dal portafoglio e lei lo ha aperto con i denti, l'ha srotolato su di me con una manualità svelta e poi, senza esitare, è salita a cavalcioni sulle mie gambe.
Quando è scesa su di me, riempiendosi, ha emesso un gemito basso, soddisfatto. Da quel momento ha preso il controllo totale.
Si muoveva sopra di me con un'energia inesauribile, come se non ne avesse mai abbastanza. Si piegava in avanti, schiacciando il seno contro il mio petto, e mi baciava. Baciava in continuazione, con la lingua, con i denti. Le sue labbra sapevano pesantemente di vodka, di gin lemon e di fumo. Io le stringevo i fianchi, assecondando le sue spinte, perdendomi in quell'attrito e nel rumore dei nostri corpi che sbattevano contro la pelle sintetica dei sedili della Clio. «Ah! Sì! Stefano... quanto ti ho desiderato... lasciati andare, dai», mi ha detto.
Il sesso sembrava non finire mai. L'alcol che avevo in circolo anestetizzava i nervi, prolungando il rapporto molto più del normale. Ogni volta che sentivo l'apice avvicinarsi, la sensazione sfuggiva via, trattenuta da quel leggero intorpidimento da sbronza. Ma a Giada andava bene così. Continuava a cavalcarmi al buio, affondando le unghie nelle mie spalle, il respiro sempre più spezzato, la pelle sudata che scivolava contro la mia. Era un sesso disperato per me, e un trionfo per lei.
Quando finalmente l'orgasmo è arrivato, mi ha travolto come una scossa elettrica. Ho stretto forte i suoi fianchi, affondando contro di lei con un ultimo, lungo respiro, mentre Giada si accasciava sul mio petto, tremando leggermente.
Siamo rimasti immobili per qualche minuto. Sentivo il battito del suo cuore contro il mio, il finestrino appannato dal nostro calore. Lentamente, la nebbia dell'alcol ha iniziato a diradarsi, lasciando spazio a un vuoto totale nello stomaco.
Ci siamo ricomposti in silenzio. Ho buttato via il preservativo annodato, mi sono tirato su i pantaloni e ho raddrizzato il sedile, mentre lei si rimetteva il top e si sistemava i capelli usando lo specchietto. Stavo per mettere le mani sul volante, quando il display del suo telefono, appoggiato sul cruscotto, si è illuminato.
Vibrava. Sullo schermo c'era scritto Silvia.
Giada ha guardato il telefono, poi ha guardato me con un sorrisetto languido, e ha risposto, mettendo in vivavoce senza che glielo chiedessi.
«Pronto?»
«Giada, ma dove cazzo sei finita?» ha urlato la voce femminile dall'altra parte, sovrastando a fatica i bassi del locale. «Ti stiamo cercando da venti minuti, ti sei persa in bagno?»
Giada si è passata una mano tra i capelli, la voce carica di una calma pigra e inequivocabile: «No, Silvi. Sono uscita a prendere un po' d'aria.»
«Un po' d'aria? Da sola? Fuori fa un freddo cane! Dai, rientra che stanno mettendo su un pezzo pazzesco.»
«Non credo che rientrerò, tesoro», ha risposto Giada, accarezzandomi lentamente la nuca con le dita della mano libera. «Sto molto bene qui. Anzi... ho appena finito di scaldarmi.»
Dall'altra parte della linea c'è stato un secondo di silenzio totale. Silvia doveva aver capito benissimo il tono, la pausa, l'allusione sfacciata.
«Ah.» La voce dell'amica è cambiata, diventando improvvisamente complice. «Ho capito. Hai trovato... compagnia.»
«Diciamo che mi sono infilata in un'ottima situazione», ha confermato Giada, guardandomi dritto negli occhi con una soddisfazione feroce, predatoria. «Ci sentiamo domani, Silvi. Divertitevi.»
Ha chiuso la chiamata senza aspettare risposta. Ha gettato il telefono nella borsa, si è girata verso di me nel buio dell'abitacolo e mi ha sfiorato la guancia. «Allora», ha detto, come se non fosse successo niente. «Mi riporti a casa?»
Durante il viaggio non ho detto nulla. Ho lasciato Giada sotto il portone del suo palazzo senza spegnere il motore della Clio. Mi ha dato un bacio umido e lungo all'angolo della bocca, sfiorandomi la gamba un'ultima volta prima di scendere. Io le ho mormorato una buonanotte distratta, tenendo gli occhi fissi sul cruscotto.
Mentre guidavo verso casa, il silenzio dell'abitacolo è diventato assordante. Il calore dell'alcol stava svanendo, sostituito da una lucidità gelida e spietata. L'odore di Giada — quel profumo dolce, invadente — era rimasto imprigionato nei sedili e sui miei vestiti. E con l'odore, è arrivata la consapevolezza, pesante come una lastra di piombo: non avevo provato niente. Nessuna liberazione, nessuna catarsi. Giada era stata solo uno specchio in cui avevo riflesso la mia frustrazione, e ora che l'avevo usata per sfogarmi, mi sentivo infinitamente più vuoto di prima. Amavo Anita. L'amavo in un modo così radicato che il sesso con un'altra non aveva scalfito minimamente quel sentimento, lo aveva solo sporcato di un senso di colpa orribile.
Ho parcheggiato sotto casa che erano quasi le quattro del mattino. Ho fatto le scale trascinando i piedi, volevo solo infilarmi sotto le coperte e dormire fino a dimenticare questa serata.
Ma quando ho infilato la chiave nella toppa e ho aperto, il cuore mi è saltato in gola. Anita era seduta al tavolo della cucina, con la testa appoggiata tra le braccia. Indossava una tuta grigia oversize, le ginocchia tirate al petto e una tazza ormai vuota tra le mani. Aveva usato le sue chiavi. In cinque anni non era mai tornata da sola dopo una lite senza prima chiedermi se poteva tornare.
Anita ha alzato la testa quando sono entrato. Non sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi chiari erano stanchi, segnati da ombre violacee.
«Eri stanchissimo, vero?» ha detto, con una voce piatta che mi ha tagliato le gambe. «Ti eri già messo a letto.»
Sono rimasto pietrificato sulla soglia, con la mano ancora sulla maniglia. Non avevo nessuna difesa preparata. Ero un condannato colto sul fatto, con la camicia mezza sbottonata, i jeans stropicciati in modo innaturale e i capelli in disordine.
«Anita, che ci fai qui?» ho balbettato, chiudendo la porta a fatica.
Lei si è alzata lentamente. «Ho passato gli ultimi giorni a parlare con Martina. Mi ha fatto a pezzi. Mi ha detto che ti sto distruggendo, che il mio modo di tenerti fuori dal mio dolore è solo puro egoismo. Che devo parlarti, e ha ragione.» Ha fatto un respiro tremante. «Volevo venire qui, svegliarti e parlarti. Volevo spiegarti tutto, per la prima volta. E quando torno scopro che mi hai detto una gran cazzata.»
Si è avvicinata di qualche passo. Si è fermata a un metro da me e ha arricciato il naso. Il suo sguardo è sceso sulla mia maglietta, sul giubbotto sgualcito.
«Puzzi di alcol», ha mormorato. Poi si è avvicinata ancora di un passo, e ho visto le sue pupille dilatarsi impercettibilmente. «E di profumo. Un profumo dolce. Da femmina, e non è il mio. E hai i vestiti completamente stropicciati.»
Non ha urlato. Non mi ha tirato uno schiaffo. Ha solo tenuto gli occhi fissi nei miei, cercando una spiegazione logica che non la distruggesse. Non era gelosia cieca la sua: era il disorientamento di chi si rende conto che il terreno sotto i piedi sta franando.
«Voglio solo capire, Stefano», ha sussurrato, e la delusione nella sua voce era peggio di qualsiasi insulto. «Dimmi la verità. Perché mi hai mentito? Dove cazzo sei stato fino alle quattro?»
Il panico mi ha stretto lo stomaco. Se le avessi detto del parcheggio, della Clio, del sesso, l'avrei uccisa sul posto. L'avrei persa per sempre, proprio la notte in cui era venuta per abbassare le sue difese. Dovevo mescolare abbastanza verità per essere credibile e abbastanza menzogna per salvarci.
«Ti ho mentito perché stavo soffocando, Anita», ho iniziato, e almeno la voce mi è uscita ferma, perché quella era la pura verità. «Quando mi hai scritto stasera, ho avuto il terrore di ricominciare con le liti, con i silenzi, con la sensazione di non essere mai abbastanza per aiutarti. Non ce la facevo più. Volevo solo spegnere il cervello. Non volevo litigare ancora, ecco perché ti ho risposto in quel modo.»
«E quindi dove sei andato?»
«Al Nice. A Roma Nord. C'era un gruppo di ragazzi, conoscenti dell'università. Mi hanno invitato. Volevo solo bere e non pensare a nulla per qualche ora.»
«E il profumo?» ha insistito lei, indicando il mio petto con un dito tremante. «I vestiti?»
Ho deglutito. «Ero un bel po' brillo. Ho bevuto troppo. In pista c'era un delirio di gente, eravamo tutti pressati. Una ragazza del gruppo mi si è messa a ballare addosso. Era sudata, aveva questo profumo di merda, si è strusciata contro di me cercando di ottenere qualcosa di più. Io l'ho lasciata fare per un minuto, ero fuori di testa.» L'ho guardata dritta negli occhi, mettendo tutta l'onestà che mi restava nell'ultima frase. «Ma mi ha fatto schifo. Mi sono staccato, sono uscito e sono tornato a casa. Te lo giuro su quello che vuoi. Non è successo niente.»
Anita mi ha fissato in silenzio. Soppesava ogni mia parola, cercando crepe nella mia espressione. Ho visto il suo respiro farsi più veloce. Era ferita dalla bugia, dal fatto che avessi preferito scappare in un locale piuttosto che affrontarla, ma aveva anche l'intelligenza e l'onestà per capire di avermi spinto lei verso l'esasperazione.
Ha chiuso gli occhi e si è passata una mano sul viso. «Potevi dirmelo, Stefano. Potevi dirmi: 'Guarda, stasera esco a bere'. Ti avrei lasciato i tuoi spazi. Non sono la tua carceriera. Odio le bugie. Lo sai che le odio.»
«Lo so. E mi dispiace. Sono stato un codardo», ho detto, accorciando l'ultimo metro di distanza tra noi.
Le ho preso le mani. Erano gelate. Averle tra le mie mi ha fatto scattare una fitta di tenerezza e di senso di colpa così forte che per un secondo ho temuto di scoppiare a piangere. In confronto ad Anita, Giada era solo un'illusione.
Anita non ha ritirato le mani, ma non mi ha abbratto. Era un armistizio fragile, basato su una bomba a orologeria che tenevo nascosta in tasca.
«Sono esausta», ha sussurrato lei.
«Anche io», ho risposto, accarezzandole le nocche. «Senti... puzzo di fumo, di gin e di discoteca. Faccio schifo. Vado a farmi una doccia per lavarmi via questa serata di merda. Tu mettiti a letto.»
Anita ha annuito lentamente, guardandomi con una stanchezza infinita. «Poi vieni vicino a me?»
«Sì», ho detto, sentendo il cuore che si crepava sotto il peso della mia stessa bugia. «Mi lavo e ti raggiungo. E domani mattina parliamo di tutto. Di te, di noi. Te lo prometto.»
Sono entrato in doccia, aprendo l'acqua a una temperatura più alta del solito fino ad arrossarmi la pelle, ma non bastava. Ho strofinato il bagnoschiuma sul petto, sul collo, sulle braccia con una foga quasi punitiva, cercando di lavarmi via il sapore di vodka, l'odore chimico del lattice e il profumo dolciastro di Giada.
Sotto il getto d'acqua, l'ultimo velo di alcol è svanito definitivamente, lasciandomi addosso una lucidità spietata. Ho appoggiato la fronte contro le piastrelle umide del box doccia e ho chiuso gli occhi. L'immagine di Anita, seduta in cucina ad aspettarmi con le sue occhiaie e la sua vulnerabilità, mi ha colpito lo stomaco come una coltellata. Cosa cazzo avevo fatto? Avevo tradito l'unica persona che amavo davvero, la ragazza che stavo cercando di salvare, per un quarto d'ora di sfogo fisico sul sedile di una macchina.
Ho stretto i denti e ho tirato un pugno contro le piastrelle. Le nocche hanno pulsato di dolore, ma me lo meritavo. Giada era stata una stronza, una calcolatrice spietata. Aveva visto la mia disperazione, aveva individuato la crepa nella mia relazione e ci si era infilata dentro con una precisione chirurgica. Mi aveva manipolato facendo leva sulla mia stanchezza. Ma non potevo nascondermi dietro questa scusa. La verità era che io le avevo aperto la porta. Io avevo abbassato la zip dei pantaloni. La colpa, quella vera, cruda e irreparable, era solo mia. E me la sarei portata nella tomba.
Ho chiuso l'acqua, mi sono asciugato alla cieca e ho infilato un paio di boxer puliti.
Quando sono entrato in camera, la luce era spenta. Anita era già sotto le coperte, girata su un fianco, di spalle. Mi sono infilato nel letto, sentendo il contrasto tra il freddo che avevo addosso e il calore del suo corpo. Non ci ho pensato due volte: ho allungato un braccio, l'ho afferrata per i fianchi e l'ho tirata contro di me. L'ho fatta voltare. Le ho preso il viso tra le mani, sentendo la morbidezza delle sue guance, e l'ho baciata. È stato un bacio disperato, profondo, carico di tutte le scuse che non avrei mai potuto dirle ad alta voce. L'ho stretta a me così forte da farle quasi male.
Anita ha risposto al bacio per un momento, poi ha messo le mani sul mio petto e mi ha spinto via dolcemente, girando la testa con un piccolo sbuffo divertito. «Se pensi di farti perdonare la bugia di stasera con una sveltina alle quattro del mattino, caschi malissimo», ha mormorato, con la voce impastata di sonno e una punta di vecchia, amata ironia. «Sono in coma, Stefano. Non ce la posso fare.»
«Peccato...», ho sussurrato, stringendola un po' di più. «È scientificamente provato che il sesso notturno ottimizza le prestazioni. È come per i server: alle quattro di notte il sistema si riavvia e gira tutto molto più veloce.»
Anita ha tenuto gli occhi chiusi, ma un sorriso le ha piegato l'angolo della bocca. «I miei server sono in manutenzione straordinaria e i tuoi funzionano sempre male. Adesso stai zitto, abbracciami e dormi... idiota.»
«Solo questo? Va bene, dai.» Lei ha fatto un piccolo sospiro, si è accomodata contro il mio petto e, dopo pochi minuti, il suo respiro si è fatto pesante e regolare. Dopo poco sono crollato anch'io.
Mi ha svegliato il rumore della macchinetta del caffè. Ho aperto gli occhi, strizzandoli per la luce del sole che filtrava dalle tapparelle. La metà del letto di Anita era vuota. Ho sentito il rumore dell'acqua scorrere nel lavandino, poi quello di una scopa che passava sul pavimento. Stava sistemando il caos che avevo lasciato io nei giorni scorsi.
Mi stavo stiracchiando, pronto ad alzarmi, quando ho sentito un rumore diverso. Un tintinnio metallico.
I passi di Anita si sono avvicinati rapidi al letto. Quando ho alzato la testa, me la sono trovata davanti. Aveva il viso pallido, gli occhi spalancati in un misto di terrore e rabbia pura. Ha alzato la mano e mi ha tirato qualcosa sul petto con violenza.
«E queste?!», ha urlato, con la voce rotta.
Ho guardato giù. Sulle coperte c'era il mazzo di chiavi nuove che avevo lasciato sul tavolo. Cazzo.
«Anita, aspetta...», ho provato a dire.
«Aspetta un cazzo!», è esplosa, facendo un passo indietro come se le facessi schifo. Le tremavano le mani. «Allora, prima mi urli addosso, poi mi dici una bugia. Vai a ballare da solo al Nice. Torni alle quattro del mattino che puzzi di alcol e del profumo di un'altra. E adesso, mentre sistemo il tavolo, trovo un mazzo di chiavi nuove? Di che cazzo sono queste chiavi, Stefano? Hai un'altra? Dimmi la verità!»
«Amore, fermati!» Mi sono messo a sedere di scatto, ignorando la testa che mi girava per i postumi, e ho afferrato le chiavi. «Guardami. Guardami in faccia.» Lei ha incrociato le braccia, respirando a scatti, con le lacrime che minacciavano di uscirle dagli occhi.
«Queste chiavi... le ho prese il giorno in cui abbiamo litigato in quel modo orrendo.»
«E a che servono?», ha sibilato lei, sulla difensiva.
«Tecnicamente servono ad aprire una porta, Anita. Anche se per un attimo ho pensato che volessi usarle come arma.»
«Ti sembra il momento di scherzare?»
«Sono per la porta di un bilocale con un balcone grande, a dieci minuti da qui. È più spazioso di questo buco.» Ho deglutito, sentendo un groppo in gola. «Martedì sera, prima di litigare, volevo fartele vedere. Avevo versato la caparra. Volevo chiederti di andarcene da qui, insieme. Volevo chiederti di convivere.»
L'aria nella stanza è sembrata congelarsi. Anita è rimasta immobile. Le sue braccia, incrociate sul petto come uno scudo, sono ricadute lentamente lungo i fianchi. Ha guardato le chiavi che tenevo in mano, poi ha guardato i miei occhi. La rabbia le si è sciolta sul viso, sostituita da uno stupore infantile, fragile.
«Tu... volevi chiedermi di venire a vivere con te?», ha sussurrato, e stavolta la voce le si è spezzata per l'emozione.
«Sì. Volevo portarti via da quel casino. Volevo darti un posto dove sentirti al sicuro. Ma poi sei esplosa, io sono esploso... e ho tenuto le chiavi in tasca.»
Una lacrima le è scivolata lungo la guancia. Anita ha fatto un passo verso il letto. Poi un altro. Si è seduta sul materasso e ha coperto il viso con le mani, iniziando a piangere silenziosamente. Non erano lacrime di rabbia, stavolta. Erano lacrime di liberazione, di un peso enorme che finalmente veniva messo a terra.
Mi sono spostato verso di lei e l'ho avvolta con le braccia. Lei non si è ritratta. Si è aggrappata alla mia maglietta, affondando il viso nel mio petto.
«Scusami», ha singhiozzato contro la mia spalla. «Scusami per martedì. Scusami per averti tenuto fuori... avevo così paura che i miei problemi ti avrebbero fatto scappare. Martina aveva ragione. Stavo per mandare tutto a puttane solo per non aprirmi con te.»
«Ehi, io non andrò da nessuna parte, tesoro. Sono qui.» Le ho accarezzato i capelli biondi, baciandole la tempia.
Lei ha sollevato la testa dal mio petto. Mi ha preso il viso tra le mani, stringendomi le guance con una forza inaspettata, e ha iniziato a baciarmi. Non era un bacio calcolato, non c'era malizia. Erano baci rapidi, disperati, umidi di lacrime. Cercava le mie labbra come se volesse assicurarsi che fossi reale, che non stessi scomparendo di nuovo.
Ho chiuso gli occhi e l'ho stretta a me, ma più lei mi stringeva, più il senso di colpa mi risaliva per la gola, acido e spietato. Sentire tutto quell'amore, ricevere in faccia la sua vulnerabilità e la sua fiducia ritrovata, mi faceva sentire l'uomo peggiore del mondo. Ero un truffatore che si godeva la refurtiva. La sua sincerità faceva sembrare il mio segreto ancora più sporco.
Eppure, mentre affondavo il viso nel suo collo e respiravo finalmente il suo profumo, ho capito che non glielo avrei mai confessato. Mi sarei tenuto quel peso, l'avrei trasformato nel mio castigo silenzioso. Perché, anche con tutti i suoi casini, le sue ombre e i mostri della sua famiglia, lei era l'unica persona al mondo in grado di darmi un senso. Il fantasma di Giada sarebbe sbiadito sui sedili della mia macchina, ma la realtà era lì, tra le mie braccia.
Ho stretto un po' di più il mazzo di chiavi che avevo ancora nella mano sinistra. Non importava quanto potesse essere difficile: non riuscivo a immaginare un solo giorno del mio futuro senza di lei.
FINE
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