Diario di una detenuta 2 – Il burattinaio

di
genere
dominazione

Il buio si spezzò alle 06:00 in punto. Nessuna alba, nessuna transizione — solo uno schiocco elettrico, poi il bianco dei neon dritto sulle palpebre chiuse. La sirena arrivò un istante dopo: non un trillo, un ululato che si piantava nel cemento e risaliva dentro le ossa. Mi tirai a sedere di scatto, il cuore già in gola prima che il cervello finisse di svegliarsi. Per una frazione di secondo cercai la parete azzurra di camera mia, il traffico di Tijuana oltre la finestra, il respiro di Miguel nel letto accanto. Poi candeggina, ruggine, sudore... tutto insieme, tutto reale. Cella 114. Braccio C.

«In piedi! Faccia alle sbarre, mani in vista!» Sopra di me la rete di Brenda gemette. Yésica era già dritta, gli occhi ancora impastati ma il corpo perfettamente sveglio. Tatiana aveva ripiegato la coperta con un angolo a novanta gradi, come se l'avesse fatto nel sonno. Nessuna si lamentò. Si mossero tutte allo stesso identico modo — corpi che qualcuno aveva riacceso di scatto — e fu proprio quello, l'assenza di reazione, a farmi più paura della sirena. Quanto tempo ci vuole prima che il corpo smetta di sorprendersi?
Scesi dalla branda, le gambe molli sotto la stoffa ruvida. Mi misi in fila accanto a Yaya, il palmo contro le sbarre gelide. I passi sul ballatoio si avvicinarono, pesanti, regolari.
Clack, clack, clack.
Non lo strascico arrogante di Evans. Un passo più sicuro e pesante. Quando si fermò davanti al nostro cancello, alzai gli occhi aspettandomi il peggio. Non trovai quello che temevo. Davanti a me c'era un uomo, spalle larghe, il petto che tendeva la stoffa della divisa, sui trentacinque, forse quaranta. Capelli corti, una barba di due giorni a indurirgli la mascella. Il tipo che occupa spazio senza doverlo chiedere. Ma aveva addosso una stanchezza che non c'entrava niente con un turno di notte. Gli occhi corsero lungo la fila — attenti, ma senza quella luce sporca che avevo visto in Evans la sera prima. Si fermarono su di me un secondo più del necessario. Sentii il solito prurito sotto la pelle, l'abitudine di essere guardata e valutata. Ma lui abbassò gli occhi sul registro, non su di me.
«Mendoza, Camila Reyes.» Lesse il nome senza inflessione, senza soprannomi.
«P-presente,» riuscii a dire, odiando il tremito nella voce. Mi guardò un altro istante. Notai un segno pallido sull'anulare sinistro — una fede tolta da poco, o mai più rimessa. Non seppi cosa pensarne. Non ebbi il tempo di continuare a chiedermelo. «Sistemate le celle,» disse, spostandosi subito verso quella dopo. «Tra quindici minuti in mensa.» Lo scatto del cancello segnò l'inizio della giornata. Mi affrettai a tirare il lenzuolo, a lisciarlo esattamente come mi aveva ordinato Tatiana. Vaschetta sotto il letto. Asciugamano piegato. Le regole non scritte, da imparare prima di quelle scritte. Mi feci piccola contro il muro mentre le altre si muovevano secondo un ordine che nessuno aveva bisogno di spiegare. Prima Brenda al lavandino, ampie manate d'acqua che occupavano tutto lo spazio. Poi Tatiana, gesti minimi, nessuno sprecato. Poi Yaya. Io aspettai con le braccia strette al petto, e solo quando l'ultima si scostò mi avvicinai a quella lastra di metallo graffiato.
L'acqua fredda mi tolse il fiato quando me la gettai in faccia. Mi asciugai con l'asciugamano ruvido e, per la prima volta da quando mi avevano messo le manette, mi guardai davvero. Il metallo deformava l'immagine, ma ero io. La pelle, del mio solito tono ambrato, sembrava aver perso colore sotto quella luce, più grigia, spenta. Gli occhi che mi restituiva erano gli stessi che si scioglievano guardando Miguel addormentarsi. Ora, invece, erano solo gonfi. Feci scorrere le dita tra i capelli: avevano ancora quel castano scuro, ostinati, nemmeno l'antipidocchi della sera prima era riuscito a domarli del tutto. Il mio viso era bello, me l'avevano sempre detto. Non un viso da copertina, però. Bastava guardare da vicino. Il polpastrello trovò la cicatrice. Piccola, sottile, sopra il sopracciglio sinistro. Una linea bianca che interrompeva tutto il resto.

Chiusi gli occhi un secondo di troppo. La candeggina sparì. Al suo posto, fumo di sigaretta stantio, tequila da quattro soldi, e sotto tutto il resto l'odore dolciastro di un ventilatore rotto che smuoveva aria calda senza mai raffreddarla. Un motel a ore, ai margini di Tijuana. Pareti di un verde sbiadito che nessuno ridipingeva da anni. Avevo ventidue anni, ero ancora una ragazzina ingenua per quella vita, per quella città dove i narcos comandano da sempre. Ho ricordi frammentati di quel giorno, come tutto quello che il cervello prova a non conservare intero: un uomo arrogante, aveva una catena d'oro troppo spessa incastrata tra i peli del petto, le mani grosse e sudate che si erano mosse in fretta su tutto il mio corpo — mi aveva usata come uno sfogo, trattandomi male, con rabbia. Aveva contato le banconote due volte prima di gettarne solo metà sul materasso sfondato. «Questo è per il disturbo,» aveva detto, la cintura ancora aperta. «Non mi sei piaciuta. Non vali la tariffa intera.» Non era vero, e lo sapevo. L'avevo sentito, il fiato corto, le mani aggrappate alle lenzuola. Non era questione di tariffa. Si era vergognato di quanto gli fosse piaciuto, e adesso gli serviva scaricare la sua frustrazione su di me. «Figlio di puttana, mi devi pagare per intero,» gli avevo detto, senza voltarmi, coprendomi con un asciugamano. Il silenzio durò troppo poco per essere un buon segno.
Mi girai verso il bagno. Non feci in tempo a fare il secondo passo. La sua mano mi afferrò la nuca — le dita affondate nei capelli, la violenza di chi ha solo aspettato un pretesto. Il dolore mi strappò un urlo che morì subito, soffocato da un colpo freddo di qualcosa contro il viso.
«Puttana ingrata,» aveva ansimato. «Con chi cazzo credi di parlare, a me nessuno manca di rispetto.»
Il calcio della pistola mi colpì la fronte con un suono sordo, un ramo verde che si spezza, non un osso. Caddi in ginocchio. Il mondo si sciolse in un bianco che bruciava, poi arrivò il caldo, denso, appiccicoso, che mi colava sull'occhio prima ancora che cominciasse il dolore vero. Nessuno bussò. Nessuno chiese se andava tutto bene — in quel corridoio, le urla di una donna non erano una notizia. Rimasi a terra finché il sangue non smise di scendere da solo, poi mi trascinai fino al lavandino e mi lavai la faccia con la stessa acqua fredda con cui, quella mattina, mi ero preparata per andare a lavorare. Il proprietario, quando uscii, mi guardò la fronte gonfia un secondo. «Spero per te che tu non mi abbia sporcato nulla con il sangue,» disse, e basta. Prese la sua percentuale e tornò al suo lavoro. Tornai a lavorare due giorni dopo. In quel mestiere non esistevano giorni di malattia, solo giorni in cui si guadagnava meno, perché la faccia gonfia allontanava i clienti. Quel giorno avevo imparato una regola che non ho più dimenticato: la ribellione, per chi non ha potere, si paga col sangue.

Riaprii gli occhi di scatto. Il respiro corto, il cuore contro le costole come se ne avessi ancora ventidue. Fissai il riflesso in quel cesso di prigione. Sotto la divisa informe, il corpo conservava ancora la stessa morbidezza di allora — la stessa che per anni era stata la mia unica valuta, l'arma che avevo usato contro uomini come quel cliente, come Gonzalo. Guardavano le mie curve e smettevano di ragionare, e io approfittavo di quel vuoto per sopravvivere. Ma qui? In un posto dove la bellezza è solo un richiamo per i predatori, e le guardie hanno la faccia di Evans? Qui il mio corpo aveva smesso di essere un'arma. Era un bersaglio.
«Muoviti, bellezza.» La voce di Yésica alle mie spalle, sbrigativa più che ostile. «Gli orari vanno sempre rispettati, ricordatelo.» Feci un respiro, mi asciugai i palmi umidi sulla divisa. «Sono pronta,» mentii.

La colazione volò via. Dalle 07:30 alle 11:30, mentre le mie compagne venivano scortate nei rispettivi blocchi di lavoro, per me il tempo si fermò. Essendo nuova, rimasi incastrata nella burocrazia del primo giorno: la seconda conta della mattina, un colloquio orientativo sbrigativo, il modulo delle regole stampato su carta ruvida e ore passate a fissare le crepe del soffitto mentre i passi delle guardie rimbombavano sul ballatoio. Quando arrivò l'ora di pranzo, non avevo fame. Il cibo in carcere fa vomitare e io avevo già fatto uno sforzo a mangiare la colazione.

Il frastuono della mensa era opprimente come quello della mattina. Posate contro vassoi, risate sguaiate, il ronzio dei neon che non si spegneva mai. Il mio vassoio conteneva un pezzo di carne grigiastra che nuotava in un sugo troppo liquido, accanto a qualcosa che doveva essere stato purè. L'odore dolciastro mi rivoltò lo stomaco prima ancora di avvicinarlo. Lo spinsi via. Non avevo spazio, dentro, per digerire altro. Il cibo era orribile, la colazione mi aveva tolto completamente l'appetito.
Un vassoio atterrò con un tonfo secco davanti a me. Alzai gli occhi. Era un'altra detenuta, mai vista prima. Aveva i lati della testa rasati, tre trecce nere strette incollate al cranio che le scendevano fino alle spalle. Tre lacrime tatuate sotto l'occhio destro. Sulla stessa guancia, un pugnale la cui elsa disegnava una croce. Una piccola corona sopra il sopracciglio sinistro. Ma fu la scritta gotica alla base della gola, appena visibile sopra il colletto, a gelarmi più di tutto il resto:
Gott vergibt, ich nicht. Dio perdona, io no.
«C'è un volto nuovo in questo buco,» disse, e non era una domanda. La voce era calma, quasi cantilenante, il tono di chi non ha mai avuto bisogno di alzarla per farsi ascoltare. «Il primo pasto, qui dentro, nessuna riesce a mandarlo giù. Poi impari, è solo questione di abitudine.» «Non ho fame,» mormorai, gli occhi bassi. Volevo solo sparire dentro il tavolo. Mi spinse di nuovo il vassoio sotto il naso. Il sorriso restava, ma qualcosa dietro gli occhi si era già spento. «Le guardie non vogliono vedere detenute che sprecano cibo, devi mangiare tutto.» Una pausa, come se aspettasse che capissi da sola quanto fosse generosa a spiegarmelo una volta sola. «Mangia.» «Sto bene così,» dissi, spingendo il vassoio con il dorso della mano. Il sorriso si spense come un fiammifero nell'acqua. Spinse di nuovo il vassoio contro il mio petto — il sugo schizzò, mi macchiò la divisa. «Non te l'ho chiesto.» La voce scese di un tono, ed era proprio quel tono basso a fare più paura: «Mangia.» Non so cosa mi spinse a rispondere. Forse solo che ero già stanca, stanca da prima ancora di entrare in quella stanza, stanca di abbassare la testa per gente che non aveva nessun motivo vero per farmi paura, solo l'abitudine di farla. «Ho detto di no. Mangialo tu se ci tieni tanto!» Fu tutto molto veloce, dopo. Si alzò a metà dalla panca con un movimento che non lasciò tempo di pensare a niente. La mano scattò, mi afferrò la nuca. Poi il viso mi si schiacciò contro il vassoio, il naso e la guancia contro il metallo freddo e la poltiglia. Cercai di divincolarmi, le mani che scivolavano sul tavolo senza trovare presa. Sentii il suo fiato sul collo, poi le labbra a un millimetro dall'orecchio. «Ho detto che mangi tutto. È la regola.» Nessuna rabbia, nella voce. Solo la soddisfazione tranquilla di chi sa di avere il controllo su tutto. Il brusio della mensa diventò ancora più intenso. Risate, fischi, mani che sbattono sui tavoli. Poi il fischio delle guardie.

«Voss! Staccati, lasciala, cazzo!» gridò una guardia. Era Collins. Passi pesanti. Le mani dell'agente e di un'altra guardia si chiusero sulle spalle di Voss, tirandola indietro. Mi liberai di colpo, la testa che rimbalzò all'indietro dal contraccolpo. Il sugo che mi aveva sporcato i capelli mi colava sulla parte destra del viso. «Contro il muro. Subito.» Voss alzò le mani con una calma glaciale, come se l'intera scena fosse già scritta e lei ne conoscesse a memoria la parte. Mi guardò un'ultima volta, il ghigno intatto, mentre l'altra guardia, una donna, le chiudeva le manette ai polsi.

Rimasi seduta, tremante, il viso sporco di sugo, il naso che pulsava a ogni battito. Il sapore del sangue mi arrivò in bocca un attimo prima che vedessi la prima goccia rossa cadere nel purè.

Intorno a me, il frastuono della mensa riprese quasi subito — posate, voci, risate — come se non fosse successo niente. Come se non fosse la prima volta che qualcuna finiva con la faccia in un vassoio, e non sarebbe stata l'ultima. Nessuno mi guardava più. Ero già una vecchia notizia.

Fissavo quella goccia di sangue allargarsi nel purè grigiastro, incapace di muovere un muscolo, quando un'ombra tagliò la luce del neon sopra di me. Mi irrigidii, pronta a un altro colpo. Ma sul tavolo atterrò solo una piccola pila di tovaglioli di carta, ruvidi come carta vetrata.
​«Pulisciti la faccia.» Voce bassa, piatta.
Alzai lo sguardo. Collins, le mani appoggiate al cinturone, mi osservava senza scherno — solo una specie di rassegnazione stanca, come chi ha visto questa scena troppe volte per stupirsene ancora. Presi i tovaglioli con le dita che tremavano e mi tamponai il sugo dai capelli, dalla guancia. Quando toccai il naso, la fitta mi strappò un gemito di dolore e la carta si macchiò subito di un rosso scuro.
Collins sospirò, appena. «Alzati. Ti porto in infermeria.»

Le gambe non sembravano più le mie mentre lo seguivo fuori dalla mensa. Il rumore si spense dietro le porte pesanti, lasciando solo l'eco dei nostri passi nel corridoio.
«Non prenderla sul personale,» disse lui, all'improvviso, la voce che rimbombava nel cemento.
Mi premetti il tovagliolo sul naso. «Non mi è sembrato un gesto d'affetto.»
«La Voss è fatta così. È una fanatica.» Non rallentò il passo. «Quella roba che si è fatta scrivere sul collo non è per mettere paura. Se la prende con le straniere, soprattutto le nuove. Deve far capire subito chi comanda.» Si fermò davanti a un cancello, voltandosi a guardarmi con un'espressione che pesava più delle parole. «Non sfidarla, Mendoza. Né lei, né la Rizzo, che le fa da ombra. Se le tieni testa, non si ferma finché non ti manda in infermeria sul serio, o nel reparto di psichiatria. Ricordatelo.»
Annuii, deglutendo il sapore di ruggine che mi era colato in gola. Il cancello si aprì.

L'aria cambiò di colpo. Odore di alcol etilico, garze pulite, un sapone chimico che non aveva niente a che vedere con la candeggina del Braccio C. Per un secondo, assurdamente, mi sentii quasi al sicuro.
Collins mi indicò di entrare. «Dottor Foster. Ne abbiamo una nuova. Scontro con la Voss in mensa.»
L'uomo alla scrivania alzò lo sguardo da una cartella. Sui cinquanta, capelli castani, ormai un po' brizzolati, pettinati con cura all'indietro, occhiali dalla montatura di tartaruga, e una barba corta, anch'essa segnata dal grigio. L'ultima faccia che ti aspetteresti di dover temere in un posto come questo.
«Grazie, agente. Da qui me ne occupo io.»
Collins mi lanciò un'ultima occhiata — non riuscii a decifrarla — e chiuse la porta dietro di sé. Il clack della serratura mi risuonò più forte di quanto avrebbe dovuto.
«Vieni, siediti.» La voce di Foster era morbida come il resto della stanza. Mi issai sul lettino, le gambe che penzolavano nel vuoto come quelle di una bambina. Lui si lavò le mani con calma quasi cerimoniosa, si asciugò e prese una garza pulita.
Aveva un'aria elegante e intellettuale. Lineamenti marcati, ma piacevoli, occhi scuri e uno sguardo attento. Era un bell'uomo, ma non appariscente. Quello che lo rendeva attraente era la sua sicurezza nei movimenti e nel modo di parlare.
​«Allora, cosa ti ha combinato la nostra amica?» Cominciò a tamponarmi il sangue raggrumato attorno alle narici. Gesti lenti, precisi. Non fecero male quanto mi aspettavo.
«Non lo so,» mormorai. «Non volevo mangiare. Lei ha insistito.»
«Mmh.» Non sembrò sorpreso. Buttò la garza sporca, ne prese una pulita. «Come ti chiami?»
«Camila.»
«Camila.» Lo ripeté piano. Una pausa, il tempo di premermi due dita sotto il naso. «Fa male qui?»
«Sì, un po'», risposi.
«Mmh, ok.»
Mi inclinò il viso verso la luce con due dita sotto il mento. «Niente di rotto,» disse. «Solo un po' di gonfiore. Domani starà peggio, poi passa.» Prese uno sgabello a rotelle e lo avvicinò al lettino — un palmo più vicino di quanto servisse per lavorare. «Cosa ti ha portato qui dentro, Camila? Non intendo la Voss.»
Esitai. «Non credo sia rilevante, per il naso.»
«Ah, ma io non sto curando solo il naso.» Prese una piccola torcia e me la puntò negli occhi, uno alla volta — un gesto di routine, perfettamente giustificabile, che però lo portò a un palmo dal mio viso. Sentii il suo dopobarba, dolce, quasi da bambino. «Mi piace capire con che tipo di persona ho a che fare, qui dentro. Con alcune non si può neanche parlare, altre invece sono più socievoli.» Spense la torcia. «Voglio capire che tipo di persona sei.»
«Traffico di droga, immigrazione e chi più ne ha più ne metta. Io non merito tutti quegli anni qui dentro,» dissi, solo per riempire il silenzio con qualcosa. «Mi hanno usata. Ho sbagliato, sì, ma vent'anni non me li merito,» conclusi.
«Hai figli, Camila?» domandò, ma non capivo cosa importasse a lui.
«Sì, uno di quattro anni che mi stanno portando via.»
«Dev'essere durissimo,» continuò Foster, scuotendo la testa con un'aria di compassione che sembrava vera. Ed era proprio quello a spaventarmi di più. Se fosse stato falso in modo evidente, avrei saputo come difendermi. Ma non trovavo la crepa. «Una madre qui dentro, vent'anni sulle spalle, e un bambino fuori che cresce senza di lei.»
Non dissi niente. Le mani, in grembo, si erano già strette a pugno da sole.
«Le guardie, qui,» proseguì, buttando la garza usata nel cestino, «vi trattano come numeri. Bestie da contare due volte al giorno.» Si appoggiò con il fianco al bordo del lettino, non più seduto di fronte a me, ma di lato, la distanza ridotta senza che me ne accorgessi in tempo. «Io no. Io sto dalla parte delle ragazze. Sempre stato così. Chiedi pure in giro. Il mio compito, oltre a curarvi per farvi stare bene di salute, è anche quello di curare i vostri problemi interiori. Magari non posso fare molto in alcuni casi, ma è pur sempre meglio di niente, no?» Fece una pausa. «Questo posto è un inferno per chi è sola,» disse. «Ma non deve esserlo per forza. Dipende da chi conosci, qui dentro. Da chi ti vuole bene davvero.» Inclinò la testa, gli occhiali che gli scivolavano appena sul naso. «Mi piace pensare di essere una specie di Babbo Natale del CCWF. Un'aspirina in più. Un giorno di riposo dal turno di lavoro. Qualcosa che è difficile trovare qui in giro...» Lasciò la frase a mezz'aria, come un'esca lanciata in acqua ferma. «Basta chiedere. Alla persona giusta,» disse infine.
​Il respiro mi si fece corto. Sapevo, con la certainty di chi ha già visto questo film altre volte, dove stava andando a parare.
«Molte, all'inizio, si irrigidiscono come te.» Il tono restò identico a quello di poco prima — lo stesso con cui mi aveva detto che il naso non era rotto. Nessuna sfumatura diversa, nessun cambio di registro. Una voce così non ha mai bisogno di alzarsi per fare paura, pensai. Ed era proprio l'assenza di qualsiasi minaccia dichiarata a rendere tutto più terrifying. «Poi capiscono che qui dentro il favore per favore è l'unica economia che funziona davvero. E si trovano molto meglio, dopo.»
​Alzò la mano destra. Sperai, per uno stupido istante, che volesse solo ricontrollarmi il naso.
Non fu così.
Il pollice, caldo, che sapeva di sapone antisettico, si posò sulla mia guancia. Scivolò lento lungo la mascella, con una delicatezza che mi rivoltò lo stomaco molto più di una violenza dichiarata.
Non mi mossi. Non potevo. Se l'avessi respinto, se gli avessi sputato in faccia come avevo fatto con alcuni clienti a Tijuana, lui avrebbe scritto sul referto che l'avevo aggredito, avrebbe chiamato una guardia e mi avrebbero portata dritta in isolamento, il primo, fottutissimo giorno. Lo sapeva lui e lo sapevo io. Era per questo che poteva permettersi tutto il tempo del mondo.
Il pollice raggiunse l'angolo della bocca, seguì il contorno del labbro inferiore.
«Tutto chiaro, Camila?» sussurrò. Gli occhi, piantati nei miei, non lasciavano spazio a equivoci. Favori per favori.
Piantai le unghie nei palmi, sotto il bordo del lettino, dove lui non poteva vederle. «Chiaro, dottore...»

​Foster chiamò un'altra guardia per farmi tornare in cella. Il tragitto di ritorno verso il Braccio C fu una marcia nel vuoto. Un'altra guardia, annoiata, il mazzo di chiavi che tintinnava a ogni passo, mi scortò senza una parola.
Mi strofinai il dorso della mano sull'angolo della bocca. L'odore del sapone antisettico era rimasto incollato alla pelle, e il fantasma di quel pollice mi premeva ancora sul labbro. Mi faceva più schifo del sugo della mensa. Mi tremavano le mani. Ma non appena la guardia mi richiuse alle spalle il cancello della 114, il panico cominciò a ritirarsi, inghiottito da un istinto molto più vecchio.

Tijuana mi aveva insegnato a seppellire il disgusto sotto uno strato spesso di cinismo. Quando sei una preda, l'unico modo per non farti sbranare è capire cosa vuole il predatore, e fartelo pagare il giusto prezzo. Foster aveva messo le carte in tavola. Aveva il potere, aveva i privilegi, e voleva me. Appoggiai la schiena al muro freddo della cella e chiusi gli occhi. Non potevo permettermi il lusso di piangere o di fare la vittima. C me un conto alla rovescia che ticchettava, ed era la vita di mio figlio.
Se i servizi sociali avessero portato a termine le pratiche per l'affidamento di Miguel, l'avrei perso per sempre — inghiottito da un sistema in cui io ero solo una condannata a vent'anni. L'unica via d'uscita era Gonzalo. Dovevo convincerlo a smuovere sua madre: solo lei poteva chiedere la custodia attraverso i canali dell'ambasciata, visto che lui era troppo dentro al cartello per occuparsi di una questione del genere. C'era un altro problema, però: la madre di Gonzalo mi detestava. Per lei ero solo la puttana di strada che aveva incastrato suo figlio. L'idea che il sangue del suo sangue fosse uscito da me le faceva ribrezzo. Solo Gonzalo poteva costringerla a muoversi. Ma per parlargli mi serviva un telefono. E le linee del carcere erano tutte registrate.

​«Sembri un fantasma, Mendoza.»
Riaprii gli occhi. Yésica era seduta sul suo letto, le ginocchia al petto, un libro sgualcito abbandonato sulle coperte. Mi squadrò dal naso gonfio fino alle mani ancora strette a pugno. «Tutto bene, in infermeria?»
​«Almeno lì, sì,» risposi, asciugandomi i palmi sui pantaloni. Decisi di fidarmi del suo pragmatismo.
«Yaya, mi serve un favore. E un'informazione.»
Lei inarcò un sopracciglio.
«Devo fare una telefonata. Ma non deve passare dai centralini del carcere. Mi serve un telefono. Come funziona, qui dentro?»
Yésica buttò fuori un lungo respiro, scuotendo la testa. «Chiedi parecchio, per essere arrivata ieri, cucciola. Ma non è impossibile.» Scese dal suo letto e si sedette sul mio, facendomi segno di sedermi accanto a lei.
«Hai tre opzioni, Mendoza. Tutte con un prezzo,» disse, abbassando la voce.
Le feci cenno di continuare.
«Uno: il mercato interno. Ci sono delle ragazze, qui e nei vari blocchi, che hanno il loro giro e fanno girare telefoni usa e getta. Ma ti costa un occhio della testa, in soldi o in favori pesanti... e se ti beccano con del materiale contrabbandato durante una perquisizione a sorpresa, finisci dritta nel buco per settimane o per un mese intero, oltre a beccarti un bel rapporto che grava sulla cattiva condotta. Se chiedi un favore a una detenuta, assicurati di poterlo ripagare al più presto.»
​Scartata. Non avevo soldi, e non potevo rischiare l'isolamento.

​«La seconda è Evans.» Pronunciò quel nome come se sputasse catarro. «Fa entrare di tutto: droga, cellulari, trucchi. Ma non vuoi debiti con quel sadico. Se entri nel suo giro, diventi la sua cagna personale, e non te ne liberi finché non esci da qui.»
​Un brivido mi risalì la schiena, riportandomi alla mente lo sguardo viscido di Evans la sera prima. «E la terza?»
​Il viso di Yésica si aprì in un sorriso amaro.
«La terza è il nostro caro dottor Foster.» Si strinse nelle spalle, come se parlasse del tempo. «Il suo studio è terreno sicuro. Nessuna telecamera. È la via più sicura per una chiamata.» Mi lanciò un'occhiata complice, mezza sarcastica e mezza spietata.
«E poi, dai. È un bell'uomo. Non puzza, ha i denti puliti, è delicato. Glielo succhi, lui si svuota le palle, e tu fai la tua telefonata in santa pace. Niente rischi, niente debiti a lungo termine con le guardie. Una semplice transazione.»

Semplice transazione. Le parole mi rimbombarono nel cranio. Favori per favori. Guardai il piccolo specchio graffiato sopra il lavandino.
Ero sopravvissuta a Tijuana vendendo pezzi di me a uomini peggiori. Potevo sopravvivere anche al dottor Foster. Potevo fargli credere di avermi in pugno, mentre mi prendevo l'unica cosa che mi serviva per salvare mio figlio.

Passarono due giorni. Poi il terzo, quasi per intero. Il tempo, qui dentro, non si misurava in ore ma in sirene: sveglia, conta, mensa, cortile, conta, silenzio. Ero già in piedi prima ancora che i neon finissero di ronzare. Avevo imparato a piegare l'angolo della coperta come Tatiana, a ingoiare la colazione senza guardare cosa fosse davvero. Il corpo si abituava sempre più in fretta della testa.
Avevo evitato l'infermeria per tutto quel tempo, inventando scuse anche a me stessa. Il naso era guarito da solo, in fondo. Non avevo bisogno di altre garze. La verità, però, la conoscevo benissimo: avevo paura di tornare in quella stanza sapendo già cosa mi sarebbe costato.
Fu il terzo giorno, durante la distribuzione della posta, che tutto cambiò velocità.
La guardia lesse il mio nome e mi allungò una busta già aperta, ispezionata, richiusa alla bell'e meglio con un pezzo di scotch. Ufficio dei servizi sociali della contea. Poche righe in un inglese burocratico che dovetti rileggere tre volte prima di essere sicura di aver capito bene: un'udienza per decidere la collocazione di Miguel Alejandro Cárdenas era fissata tra diciotto giorni. Se nessun familiare si fosse presentato per richiederne l'affido entro quella data, il tribunale avrebbe proceduto con l'assegnazione a una famiglia affidataria.
Diciotto giorni.
Rilessi la frase finché le lettere non si sciolsero in una macchia grigia davanti agli occhi. Diciotto giorni per far muovere una donna che mi odiava, attraverso un'ambasciata, in un altro paese — senza che potessi fare io stessa una sola telefonata legale che non finisse su una scrivania sbagliata.

Quella sera decisi. Non potevo più aspettare che la paura passasse da sola. Dovevo usarla.
Il trucco per fingere un attacco di panico era convincere prima il proprio corpo di stare per morire davvero. L'avevo imparato in strada, a Tijuana, quando serviva sparire senza dare spiegazioni. Ma quella volta, per la prima volta, non dovetti sforzarmi troppo: bastava pensare a cosa mi aspettava dall'altra parte di quel cancello, e il cuore prendeva davvero a martellare da solo.

​Mi accasciai contro le sbarre della cella, aggrappandomi al metallo con le dita rigide. Iniziai a respirare a scatti, superficialmente, forzando i polmoni a incamerare aria senza mai riempirsi del tutto, finché la testa non cominciò a girarmi per davvero. Quando l'agente Benson si fermò davanti al cancello, avevo la fronte imperlata di sudore freddo e tremavo come una foglia.
«Mendoza. Che cazzo hai adesso?» sbottò, la mano già appoggiata alla radio sul cinturone.
«Non... non riesco a respirare,» ansimai, portandomi una mano al petto, stringendo la stoffa della divisa. «Il cuore... ho il battito a mille.»
La Benson assottigliò gli occhi. Era una donna spigolosa, con i capelli tirati in una coda così stretta da tirarle i lineamenti del viso. Mi studiò per una manciata di secondi interminabili. Sapeva perfettamente che in prigione le detenute inventavano malori ogni giorno pur di uscire dal braccio, ma sapeva anche che se avessi avuto un infarto sul serio sotto la sua guardia, i casini legali le avrebbero rovinato la pensione.
«Se è una cazzata,» disse alla fine, sganciando la radio dal cinturone, «te la faccio pagare io di persona. Alzati. E se vomiti, lo lecchi da terra. Aprite la 114. Detenuta indisposta. La porto in infermeria.»

Mentre camminavo verso l'infermeria misi in atto una recita perfetta. Mi appoggiai al muro due volte, trascinando i piedi. La Benson bussò e poi aprì la porta dello studio medico.
«Dottor Foster,» annunciò la guardia, spingendomi dentro per una spalla. «La nuova arrivata dice che ha un attacco di panico, o una gran bella stronzata. Faccia lei.»
Foster alzò gli occhi dalle sue scartoffie. Il suo sguardo scivolò su di me, calmo, calcolatore, per niente sorpreso.
«Grazie, agente Benson. Me ne occupo io. Puoi tornare al tuo giro.»
«Sicuro, doc?»
«Assolutamente. Le do un tranquillante, la tengo d'occhio per un'ora e ti richiamo per riportarla in cella.»
La Benson annuì, chiudendosi la porta alle spalle. I suoi passi pesanti si allontanarono nel corridoio, inghiottiti dal silenzio asettico dell'infermeria.

«Allora, Camila. Vieni, siediti sul lettino.»
Continuai ad ansimare un altro poco. Mi sedetti sul lettino. Poi, di colpo, chiusi la bocca. Raddrizzai la schiena, sciogliendo la tensione dalle spalle, e feci un respiro profondo e regolare.
Foster accennò un sorriso obliquo, appoggiando la penna sulla scrivania. «Miracolo medico,» mormorò. «Devo avere poteri curativi di cui non ero a conoscenza.»
Non sorrisi. Non ero lì per assecondare il suo ego, ero lì perché mi serviva un telefono. Aspettai che si avvicinasse e piantai gli occhi scuri nei suoi.
«Hai detto che se mi serviva qualcosa, potevo chiedere a te.»
«L'ho detto, sì.» Si mise le mani nelle tasche del camice. «Di cosa hai bisogno, Camila?»
«Di un telefono. Devo fare una chiamata e non posso permettere che il centralino mi ascolti.» La mia voce era ferma, priva del tremolio della mattina prima. «Devo chiamare una persona per sapere di mio figlio. Si metta nei miei panni, non ho niente... non ho mai avuto niente. Mi aiuti, per favore.»

Per Miguel. Me lo ripetei mentalmente come un mantra. Se i servizi sociali avessero vinto, lo avrebbero dato in pasto a una famiglia di schifosi americani. Gli avrebbero cambiato il nome, avrebbero cancellato la sua lingua, il suo sangue, trasformandolo in una statistica americana. Non l'avrei mai permesso. Mai. Se per rivederlo, una volta uscita da qui, dovevo affidarlo a sua nonna, a una famiglia invischiata fino al collo con il cartello di Sinaloa, lo avrei fatto senza battere ciglio. I narcos erano spietati, ma proteggevano il loro sangue. Gli americani, invece, te lo cancellavano. Gonzalo non avrebbe mai permesso che suo figlio crescesse lontano da lui: odiava i gringos, dovevo solo farglielo sapere e pregarlo un po'. E sperare. Sperare che per una volta si limitasse a far muovere sua madre.
Perché conosco fin troppo bene Gonzalo, non eravamo solo cliente e prostituta. E sapevo che, se un giudice avesse portato a termine l'affidamento, sarebbe stata sufficiente una telefonata perché a quella famiglia capitasse un tragico incidente.

​Foster mi studiò per un lungo momento. Il suo sguardo non aveva niente di medico. Mi stava spogliando con gli occhi.
«Le chiamate non tracciate sono un privilegio raro, Camila. Un favore molto... costoso.»
«So come funziona il mondo, dottore.»
«Ne sono certo.» Foster si incamminò lentamente verso la porta. Non c'era fretta nei suoi movimenti. Aveva tutto il tempo, e sapeva di avere il controllo totale. Mi passò accanto, il suo dopobarba costoso che sovrastava l'odore dei disinfettanti.
Clack.
Il rumore della serratura che scattava fu un colpo di pistola nel silenzio della stanza.
Mi si gelò il sangue nelle vene, un riflesso incondizionato, ma serrai la mascella e non feci un passo indietro. Foster si voltò verso di me. Non mi chiese di spogliarmi. Non mi fece sdraiare sul lettino. Voleva godersi il momento, voleva sentire il sapore del suo potere su di me.

Si avvicinò a un armadietto, prese un piccolo cuscino medico, di quelli usati per i rialzi ortopedici, e lo gettò sul pavimento di linoleum, proprio davanti ai suoi piedi.
Poi le sue mani andarono ai bottoni del camice bianco, scostando la stoffa immacolata. Le sue dita lunghe e pulite si posarono sulla fibbia della cintura dei pantaloni.
«A me le cose fatte di fretta non piacciono, Camila,» sussurrò, la voce roca, carica di un'autorità malata. «Prenditi il tuo tempo. Voglio che tu capisca esattamente quanto vale il favore che ti sto per fare.»
Fissai il cuscino a terra. Il suo piedistallo. Il mio stomaco si contrasse, ma l'istinto di sopravvivenza, quello che avevo forgiato nei motel oltre il confine, prese il sopravvento. Sotto la divisa, i miei muscoli si rilassarono.
«Guardalo,» dissi a me stessa. «È pulito. Profuma. Non è un vecchio bavoso con l'alito che sa di tequila economica, e non ha una pistola in mano.» A Tijuana avevo aperto le gambe per uomini che assomigliavano a scarti di macelleria, subendo il loro sudore e la loro fretta per pochi pesos.
Lui era un bell'uomo. Un angelo vestito da burattinaio.
Scesi dal lettino, feci un passo verso di lui, lo sguardo freddo e asciutto. Senza dire una parola, mi piegai sulle ginocchia e mi abbassai sul cuscino.
Non guardai in alto. Tenevo gli occhi fissi sulla linea bianca del suo camice sbottonato, spegnendo ogni singola emozione come se stessi staccando i fili da un quadro elettrico.

La prima sera, nel buio della cella, Yésica me lo aveva detto chiaramente: «Qui dentro si vive solo se hai un motivo. Tu ce l'hai. A differenza di chi non ha più niente. Il tuo motivo si chiama Miguel.» E per Miguel avrei fatto qualsiasi cosa. Avrei ingoiato il mio orgoglio, la mia dignità e lo schifo che mi risaliva in gola.

​Il rumore metallico della cerniera fu l'unico suono nella stanza. Il suo membro schizzò fuori dall'apertura del camice, eretto, pesante. Era a pochi centimetri dal mio viso. Portai una mano sotto la mia bocca e lasciai cadere una goccia di saliva. Iniziai a massaggiargli la carne, calda e vellutata. Iniziai a muovere la pelle, era un movimento automatico. Le sue dita si appoggiarono sul lettino, stringendo leggermente la presa.
Iniziai a scorrere la mano dalla base fino alla punta, lentamente, sentendo ogni vena, ogni imperfezione della pelle sotto il palmo. Il cazzo si indurì ulteriormente, pulsando nel mio pugno. Dovevo coordinare le mani, una che stringeva l'asta e l'altra che scivolava sul glande, un movimento continuo e viscoso. Il suono che faceva era umido, ritmico e sporco, e viaggiava nella stanza vuota. Lui emise un sospiro appena percettibile, un'espulsione d'aria dal naso, e inclinò la testa all'indietro.
Abbassai lo sguardo. Vidi il glande che si gonfiava, violaceo, mentre la mia mano lo accarezzava. Un filo di liquido pre-seminale apparve sulla punta. Lui notò il mio sguardo fisso.
«Leccalo,» sussurrò. «Non sprecarlo.»
Mi piegai in avanti. L'odore era pungente, maschio, mescolato al suo profumo. La lingua uscì, timida, e toccò la goccia salata. Era un sapore denso. Lui si irrigidì sotto di me.
«Apri la bocca,» ordinò, e la sua mano si posò sulla mia nuca, le dita intrecciate nei miei capelli sporchi. La presa era ferma, non dolorosa, ma inequivocabile. «Succhiamelo ora, piano.»
Aprii le labbra e accolsi la cappella, sentendola scivolare contro il palato. Era calda, enorme, riempiva la mia bocca fino a togliermi spazio per la lingua. Lui spinse leggermente con i fianchi, non per affondare, ma per testare la mia apertura.
«Usa la lingua,» disse, la voce che diventava più roca.
Eseguii. Spinsi la testa in giù, sentendo il membro che premeva contro la gola. Il riflesso di vomito mi salì, ma lo repressi con forza, stringendo gli occhi. La mia lingua avvolse la forma, premé contro il frenello. Lui emise un suono gutturale, profondo, e le sue dita si strinsero nei miei capelli, guidandomi.
«Così. Lentamente. Voglio sentire le tue labbra.»
Risalii, le labbra che aderivano strettamente, creando un vuoto, poi scesi di nuovo. Il ritmo era imposto da lui; la sua mano sulla nuca dettava la velocità, mi fermava quando andavo troppo veloce, mi spingeva giù quando mi tiravo troppo indietro. Era una lezione di controllo. Io ero solo lo strumento, il contenitore caldo e umido per il suo piacere. Il respiro mi usciva dal naso in sbuffi corti e caldi contro il suo pube.
«Rilassati,» comandò.
Spinsi oltre, sentendo la testa che superava l'ingresso della gola. Gli occhi mi lacrimavano, la visione si sfocava. Il mio collo si dilatava. Mi sentivo invasa, posseduta fino al midollo. Il suono dei miei «glug, glug» riempiva la stanza, sporco e vergognoso. Lui godeva di quel suono, lo sapevo senza guardarlo. Lo sentivo nel modo in cui i muscoli delle sue cosce si contraevano sotto i miei polpastrelli.

Cercai di inspirare attraverso il naso, ma l'aria era poca. Il panico mi assalì, un calore che mi saliva al petto, ma la sua mano ferma sulla testa mi ricordava che non potevo muovermi. Dovevo fidarmi, dovevo cedere. La saliva si accumulava, colava dagli angoli della bocca, bagnandogli i testicoli e scendendo lungo il mento. Era un disastro di fluidi.
​La lingua era schiacciata, ma riuscivo a muoverla, a massaggiare la parte inferiore del suo cazzo mentre era sepolto dentro di me. Lui tremò leggermente, un sussulto che partì dalle gambe. Era un potere incredibile, quello di avere un uomo così in balia del mio corpo, anche se ero io quella in ginocchio. Ma non era il mio potere. Era il suo, perché era lui a decidere quando e come.
«Lascia solo il glande tra le labbra. Succhialo,» un altro ordine. Eseguii, affamata d'aria. Il mio petto si sollevava, cercando ossigeno. Mio malgrado, la bocca tornò a lavorare sulla punta, succhiando, creando pressione, sentendo il tessuto che si induriva ancora, diventando pietra. Lui mi guardava dall'alto in basso, i suoi occhi blu ghiaccio che mi fissavano mentre i miei occhi rossi e gonfi lo guardavano supplici.
«Sei brava,» mormorò, e il complimento suonò come una condanna. «Una bocca così non dovrebbe sprecarsi in una cella.»
Ripresi il ritmo, su e giù lungo l'asta, usando la mano per lavorare la base mentre la bocca si concentrava sulla parte superiore. La mano libera gli accarezzava i testicoli, pesanti e tirati, sentendoli contrarsi sotto il tocco. Il respiro del dottore si fece più affannoso, il controllo che mostrava all'inizio iniziò a incrinarsi sotto la pressione del piacere fisico.
«Non fermarti,» sibilò, e la sua mano tornò a spingere la mia testa giù, più forte questa volta. «Prendilo tutto.»
Lo ingoiai fino in fondo, il naso premuto contro la base, la gola che si spalancava per accoglierlo. Il sapore era ovunque, in bocca, nel naso, nella mente. Ero solo un buco da usare, una bocca da scopare, e l'umiliazione si mescolava al caldo torbido che mi bruciava tra le gambe, bagnando la biancheria intima. Lui si muoveva ora, scopava la mia faccia con colpi corti e decisi, i suoi fianchi che sbattevano contro il mio viso con un suono sordo e umido.
La mano nei miei capelli si fece ferma, dolorosa. Spinse un'ultima volta, a fondo, e il suo corpo si irrigidì in un arco di tensione pura. Un caldo liquido esplosivo mi riempì la bocca, denso e salato, colpendo la gola. Mi tirai indietro appena, come ordinato, sentendo lo sperma che mi riempiva le guance, usciva tra le labbra chiuse, mescolandosi alla saliva e colando lungo il mento in un rivolo bianco e viscoso.
Foster si ricompose in un silenzio carico di sufficienza. Il medico rassicurante era tornato al suo posto, chiuso dietro i bottoni del camice bianco. Senza guardarmi in faccia, sfilò un paio di fazzoletti dal dispenser sulla scrivania e me li tese. «Pulisciti. E buttali nel gabinetto, assicurandoti di tirare l'acqua,» ordinò, il tono di nuovo freddo, clinico.

Sputai nei fazzoletti lo sperma che non avevo ingoiato e feci come mi aveva detto. Quando uscii dal piccolo bagno, l'odore di candeggina si mescolava a quello del suo dopobarba in un modo che mi avrebbe fatto vomitare se avessi avuto qualcosa nello stomaco.
Lui era tornato a sedersi dietro la scrivania. Aprì il cassetto inferiore, quello con la serratura, e ne tirò fuori un piccolo cellulare di plastica scura, da pochi dollari. Lo appoggiò sul piano metallico e lo fece scivolare verso di me con due dita.
Allungai la mano, le dita che tremavano impercettibilmente mentre afferravano la plastica. Ce l'avevo fatta.
«Ascoltami bene, Camila,» disse Foster, piantandomi addosso uno sguardo di ghiaccio. «Questo telefono lo usi qui, almeno per il momento. Solo ed esclusivamente in questo studio.» Si sporse in avanti, abbassando la voce. «Sei arrivata da poco. Non hai idea di come funzionino i turni di ronda nel Braccio C, non conosci gli orari della Benson né quelli di Evans, e non sai ogni quanto ribaltano le celle per le perquisizioni a sorpresa. Se te lo trovano addosso là fuori, ti sbattono in isolamento e io mi dimentico chi sei. Intesi?»
Strinsi il telefono nel pugno, sentendo i bordi duri scavarmi nel palmo. Una linea diretta per Tijuana. Una linea diretta per Gonzalo. «Intesi, dottore,» risposi con la voce raschiata ma ferma. Il prezzo era stato pagato, ora toccava a me incassare.

CONTINUA...
scritto il
2026-08-11
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