Diario di una detenuta 3 – Nuove sensazioni.

di
genere
dominazione

Avevo ancora il telefono tra le mani. Quindici giorni. Forse quattordici, ormai avevo perso il conto preciso da qualche parte tra una sirena e l'altra. Ma sapevo che si stavano assottigliando un'ora alla volta, e quel pensiero mi teneva i pollici fermi sui tasti molto più della paura.

Alle mie spalle, Foster si era già seduto, comodo, la sedia che scricchiolava sotto il peso spostato all'indietro. Non dovevo vederlo per sapere come mi stava guardando. Lo sentivo addosso, quello sguardo — lo stesso con cui un uomo guarda qualcosa che ha già pagato e adesso, semplicemente, sta a vedere funzionare.

Non me ne importava. Avevo ancora il sapore acido di poco prima in gola, ma adesso avevo anche un'arma in mano, e per la prima volta da giorni quell'arma pesava più del resto.

Composi il prefisso. Portai il telefono all'orecchio, voltando le spalle a Foster quel tanto che bastava a nascondere il movimento delle labbra. Quando Gonzalo rispose, la mia bocca tornò da sola alla lingua che ci apparteneva da prima di tutto il resto — lo spagnolo veloce e sporco di Tijuana, quello che nessuno, in quella stanza, avrebbe potuto seguire.

Uno squillo. Due. Tre. Al quarto, uno scatto aprì la linea, e dietro la sua voce sentii il brusio di casa — un clacson lontano, una radio che sparava cumbia da qualche finestra aperta.

«¿Sí?»

Tagliente. Annoiato. Non era cambiato di una virgola.

«Sono io,» dissi, abbassando la voce fino quasi a farla sparire.

Il fruscio di un accendino. Il fumo buttato fuori, lento, in un lungo sospiro. «Lo sapevo che eri tu,» disse, tornando fluido nella lingua di sempre. «Non dobbiamo dirci niente... cosa vuoi?»

Il petto mi si strinse.

«Credevi davvero che ti avrebbero dato una via d'uscita pulita? Ti hanno usata e buttata via alla prima occasione. Lo sapevano tutti, tranne te.»

La rabbia mi bruciò in petto, più veloce della nausea che Foster mi aveva lasciato addosso. Strinsi il telefono finché le nocche non mi si sbiancarono.

«E io che cazzo dovevo fare?» sibilai, a denti stretti, la voce bassa per forza e non per scelta. «Ero sola, Gonzalo. Nessuno voleva darmi un lavoro pulito. Come dovevo mantenere nostro figlio? Con le quattro miserie che mi mandavi ogni mese per sentirti meno in colpa? Non mi bastavano nemmeno per l'affitto.»
Silenzio. Il colpo era arrivato.
«Ho bisogno che parli con tua madre,» dissi, andando dritta al punto prima che potesse riprendere fiato.

Una risata secca, senza un grammo di allegria. «Mia madre?» Sputò la parola come avesse un cattivo sapore. «Scordatelo. Non muoverà un dito per tirarti fuori dai guai. Per lei sei sempre stata la stessa cosa — una puttana di strada. Adesso che sei dentro, le importa ancora meno.»

«Non è per me.» La voce mi si spezzò, ma non mi fermai. «Io non conto più niente, Gonzalo. Nessuno deve muovere un dito per me. È per te. È per Miguel.»

Il suo respiro si fermò. Solo un istante — ma io lo sentii, netto, attraverso tutta quella distanza.

«I servizi sociali l'hanno preso,» continuai, prima che il silenzio potesse richiudersi. «Stanno chiudendo le pratiche per l'affidamento. Se tua madre non va all'ambasciata a rivendicarlo come sangue suo, lo daranno a una nuova famiglia. Lo perderemo per sempre. E penserà che i suoi genitori lo hanno abbandonato.»

Silenzio, di nuovo — ma denso, questa volta, pieno di qualcosa che si muoveva sotto la superficie. Lo stavo colpendo dove sapevo avrebbe fatto più male: non nel cuore, che non ero sicura avesse, ma nell'orgoglio. Nel sangue.

«Puoi odiarmi quanto vuoi,» sussurrai, e qui la voce mi tradì per davvero, si spogliò di tutta la rabbia che avevo tenuto in piedi fino a un secondo prima. «Ma non puoi odiare lui. Lo so che gli vuoi bene, a modo tuo.» Deglutii il nodo che avevo in gola, ricacciando indietro le lacrime. «Non ho più niente. Sono chiusa qui dentro per vent'anni. L'unica speranza che ho di rivederlo un giorno è che lo prendiate voi. Te lo chiedo — no, te lo sto implorando. Per favore. Non farmi perdere anche lui.»

Il silenzio che seguì pesava come una lastra di cemento. Sentivo il suo respiro raschiare contro il microfono, irregolare, in lotta — con l'odio di sua madre, con il suo stesso orgoglio da uomo che non chiede scusa a nessuno. Ma sotto tutto quello, lo sapevo, c'era anche altro. Un figlio non calcolato che, in fondo, gli importava comunque qualcosa.
Poi, senza una parola, senza una sola promessa, la linea fece clic. Aveva riattaccato.
Rimasi lì, il telefono ancora premuto contro l'orecchio, ad ascoltare il silenzio piatto della linea morta. Non un segnale di occupato. Niente. Solo vuoto, dello stesso identico colore di tutto il resto di quella giornata.
Abbassai il braccio, lentissima. Il display nero mi restituiva solo il mio stesso riflesso.
Avevo fatto tutto quello che potevo fare da dentro una gabbia.

«Problemi in paradiso?»
La voce di Foster mi strappò via da quel vuoto. Mi voltai. Si stava pulendo gli occhiali con un fazzoletto, gli occhi bassi sulle lenti — un gesto troppo tranquillo per essere innocente. Non aveva capito una sola parola di quello che avevo detto. Eppure qualcosa nel suo sorriso mi disse che il mio dolore, comunque, l'aveva intrattenuto lo stesso.

«Non ti riguarda,» risposi, piatta.
Mi avvicinai alla scrivania e feci scivolare il telefono verso di lui. «Ho finito.»
Lo prese, lo richiuse a chiave nel cassetto in basso. Si sistemò il camice, e in un secondo la sua faccia tornò quella clinica e rassicurante di sempre — come un interruttore, da qualche parte dietro gli occhi, spento e riacceso. «Vedi di non fare casini, là fuori,» disse. «Odio perdere i miei investimenti migliori.»

Non risposi. Alzò la cornetta del telefono fisso, compose un interno. «Agente Benson? Sono Foster. Mendoza si è stabilizzata, l'attacco è rientrato. Può venire a riprenderla.»
Riagganciò e incrociò le braccia, aspettando in silenzio insieme a me che arrivasse qualcuno a trascinarmi di nuovo giù, all'inferno.

La porta pesante dello studio si richiuse alle mie spalle, sigillando dentro l'odore di alcol e la presenza di Foster insieme a tutto il resto. Bastò un passo fuori nel corridoio perché l'aria cambiasse di nuovo: sudore, polvere, un disinfettante molto più economico di quello dell'infermeria.
Camminavo mezzo passo dietro la Benson. I suoi stivali scandivano un ritmo secco sul cemento grigio, tra le due strisce blu sbiadite che correvano lungo i bordi del corridoio — l'unica cosa, in tutto quel posto, che sembrava avere ancora un colore. La schiena dritta, il collo teso, la mano che non si allontanava mai troppo dal cinturone. Era l'esatto opposto di Collins. Se lui sembrava portarsi addosso la stanchezza del mondo intero, lei sembrava nutrirsi delle regole che lo tenevano in piedi.
Dovevo capire che tipo di predatore fosse. Dopo Foster, dopo Evans, la testa mi correva troppo veloce, in bilico tra il panico e un bisogno disperato di afferrare qualcosa — un dato, un pattern, qualunque cosa mi restituisse un minimo di controllo prima di impazzire del tutto.

«Agente Benson.» Cercai di tenere la voce piatta, quasi distratta. «Come funziona per ottenere un lavoro, qui dentro?»
Non rallentò. Non si voltò nemmeno. «Non è roba mia, Mendoza. Le richieste di lavoro devono essere presentate a Brooks. Compili il modulo e lo consegni.» Il tono era quello di un nastro registrato.
«Lo so, ci sarà la fila,» insistetti, allungando il passo per starle a fianco. «Volevo solo un consiglio. Quale mansione ti tiene più lontana dai guai?»
Fu un errore. Lo capii subito.
La Benson si fermò di scatto, proprio davanti al cancello elettronico che separava il corridoio d'accesso dal Braccio C. Si voltò verso di me con una lentezza studiata, la coda tirata che le stringeva i lineamenti fino a ridurle gli occhi a due fessure.

«Per chi mi hai preso, Mendoza?» Si avvicinò abbastanza da farmi sentire il caffè stantio nel fiato. «Il fatto che ti abbia scortata dal dottore per il tuo numero da Oscar ti ha fatto credere che siamo amiche?»
Provai ad aprire bocca. Mi tagliò fuori prima ancora che uscisse un suono.
«Non sono una tua amica. Non sono tua sorella, e di sicuro non sono tua madre.» Scandì ogni parola come si parla a qualcuno che fatica a capire. «Sai cos'è, per me, una detenuta che si porta dietro un mal di testa, una crisi di panico, un naso rotto? Un modulo. Uno dei tanti che devo compilare prima di fine turno. Non m'importa se stai davvero morendo o se hai solo voglia di dieci minuti d'aria diversa. Il modulo è identico.» Lo sguardo le scese, pesante, a schiacciare il mio. «E adesso abbassa quella testa.»
Sbattei le palpebre, colta di sorpresa.
«Ho detto abbassa quella testa del cazzo.» La voce le calò di un'ottava, ed era proprio quel calo a far più paura di un urlo. «Mi guardi solo se te lo permetto. Parli solo se te lo ordino. E quell'aria da cagnolino bastonato non ti serve a niente con me — non provo pena per te, Mendoza. Sei solo un altro problema da smaltire prima di andare a casa. Sono stata chiara?» Abbasai lo sguardo guardando la punta lucida dei suoi stivali. «Chiara.»
«Non ho sentito. Alza la testa e ripetilo più forte!»
«Chiara, agente Benson.»
Rimase lì un momento di troppo, a godersi quel poco di sottomissione che era riuscita a estorcermi. Poi, con un tocco ancora più insidioso di tutto il resto, aggiunse, quasi distratta: «Un consiglio gratis, visto che oggi sono di buonumore. Le nuove che si credono santarelline di solito sono le prime a beccarsi un rapporto disciplinare. Ne ho viste centinaia di stronze come te.»
Non seppi cosa mi facesse più male — il sospetto che avesse capito esattamente cosa succedeva in quella stanza, o la certezza che, comunque fosse, a lei non importava affatto.
Staccò la radio dal cinturone. «C2,» disse nel microfono, senza aspettare una mia risposta.
Il motore del cancello ronzò, e la grata scivolò di lato, riversando addosso a entrambe il frastuono del Braccio C. Ripresi a camminare, gli occhi ostinatamente bassi, sentendomi stupida per aver anche solo provato a parlarle come si parla a una persona.
Davanti alla Cella 114, la Benson si fermò di scatto. Alzai lo sguardo giusto in tempo per vedere il disgusto attraversarle la faccia. Dentro, Yésica era sdraiata con le scarpe ancora ai piedi; Brenda armeggiava con un mucchio di involucri di snack e vestiti sparsi ai piedi del letto. Solo l'angolo di Tatiana restava intatto — coperta tesa, angoli piegati con la stessa precisione della mattina.
«Cos'è questo schifo?» La Benson colpì le sbarre con il palmo aperto. Brenda sussultò; Yésica si tirò su, sbuffando.
«È solo un po' di disordine, stavamo per—» provò Brenda.

«Chiudi quella bocca, Banks. Ti ho dato il permesso di parlare per caso?» Non alzò nemmeno la voce per dirlo. «Sistemate questo porcile prima della prossima ronda, o vi beccate un rapporto disciplinare.»
Ci guardò un'ultima volta — ignorando del tutto Tatiana, che non aveva mosso un muscolo dall'inizio alla fine — poi girò sui tacchi e riprese a marciare lungo il ballatoio.
Restammo immobili finché il rumore dei suoi stivali non si confuse con il resto del blocco. Solo allora Yésica si lasciò ricadere sul materasso, gli occhi al soffitto.
«Puttana bastarda,» disse, con una calma che faceva più paura di un insulto urlato. «Mi chiedo quanto debba essere disperato suo marito per tornare a casa la sera invece di cercarsi una donna normale. Ma probabilmente è già cornuta.»
Brenda ridacchiò, nervosa, raccogliendo gli involucri da terra. Io mi appoggiai alle sbarre fredde e chiusi gli occhi.
Le regole cambiavano ogni cinque minuti, in quel posto. Medici che si comportavano da padroni. Guardie che giocavano a fare le aguzzine con un modulo in mano invece che con un manganello.
Mi sembrò, per la prima volta da quando ero arrivata, che sopravvivere a tutto questo fosse un conto molto più complicato di quanto avessi calcolato salendo su quel furgone.

«Muovetevi,» disse Tatiana, senza alzare gli occhi dal libro. «E non fatevi illusioni sulla prossima ronda.»

Yésica si fermò a metà di un gesto, uno stivale ancora in mano. «Che vuoi dire?»

«Voglio dire che tornerà molto prima.» Girò una pagina, il tono piatto di chi enuncia un fatto verificato troppe volte. «Vi lascia credere di avere tempo. Poi torna dopo qualche minuto, non dopo un'ora. È così che vi rifila i rapporti. L'ho vista fare lo stesso numero decine di volte.»

Nessuna disse niente, ma il ritmo nella cella cambiò di colpo: Brenda sistemò la sua divisa di riserva, Yésica che ripiegava le sue cose in fretta, io che raccoglievo la vaschetta cercando di sembrare più veloce di quanto le mani mi permettessero.

Bastarono dieci minuti. La Benson ricomparve davanti alle sbarre con la stessa faccia di prima — quella di chi si aspetta di trovare ancora disordine, quella già pronta a scrivere. Passò lo sguardo sulla cella una volta, due volte. Tutto era al suo posto.
Qualcosa nella sua mascella si strinse, appena. Come se le avessimo tolto qualcosa che le spettava di diritto.
«Preparatevi per la doccia,» disse alla fine, il tono piatto di chi lascia perdere per mancanza di materiale. «Puzzate da far schifo, tutte quante. E non pensate che sul porcile scherzassi.»

Le docce comuni erano un altro girone dell'inferno. Vapore che si attaccava alla pelle prima ancora di essere sotto il getto, acqua che sbatteva contro piastrelle sbeccate, un odore di sapone chimico così forte da bruciare in gola. L'aria era così satura che ci volevano due respiri per farne entrare uno solo.
Mi sedetti su una panca di legno scrostato, l'asciugamano ruvido stretto intorno al corpo, aspettando che si liberasse un soffione.
Una detenuta mi passò davanti — capelli in un groviglio di nodi, occhiaie scure come lividi vecchi, la pelle consumata. Tremava, si spostava da un gruppo all'altro come cercasse l'elemosina.
«Hai uno spazzolino in più? Ho perso il mio...» La voce le usciva sottile, già rotta in partenza. Le altre la ignoravano, giravano la testa. Quando arrivò davanti a me, i suoi occhi vitrei cercarono i miei.
«Mi dispiace, ne ho solo uno. Me l'hanno appena dato,» risposi, cercando almeno di essere gentile nel tono.
Non fece in tempo ad annuire che la donna seduta accanto a me scattò in piedi e la spinse via con violenza. «Levati dalle palle, tossica di merda.» La ragazza inciampò, sbattendo contro la parete, abbassò la testa, e si allontanò trascinando i piedi sul pavimento bagnato — come se fosse già abituata a quel trattamento.

Quando si liberò un angolo, lasciai cadere l'asciugamano sulla panca e mi misi sotto il getto. Tiepida, al limite del freddo — ma lavava via il sudore, la mano di Foster, la voce di Gonzalo. Chiusi gli occhi e lasciai che l'acqua mi scorresse sul viso, provando a non pensare a niente per almeno trenta secondi.
Poi sentii qualcuno fermarsi troppo vicino, dalla mia sinistra.
Mi irrigidii all'istante — il corpo che reagiva ancora prima della testa, il riflesso del vassoio in mensa che non mi aveva ancora lasciata del tutto. Ma la voce che arrivò sopra il rumore dell'acqua non aveva niente della Voss. Era calda. Bassa. Quasi musicale.
«Ehi. Tranquilla, vengo in pace, ahaha.»
Mi voltai. Il vapore si apriva e richiudeva intorno a lei a ogni movimento, come se la stanza stessa non riuscisse a decidere quanto farmela vedere. Pelle scura, lucida sotto l'acqua. Un caschetto di ricci corti, alcuni incollati alla fronte dal getto, che seguivano il movimento della testa con un ritardo di un secondo. Zigomi alti, uno sguardo che non si preoccupava affatto di essere diretto.
Non distolse gli occhi mentre l'acqua le scorreva addosso — lungo il collo, sopra il petto, giù fino ai fianchi stretti — e per un istante nemmeno io riuscii a distoglierli da lei. Era a suo agio nella propria pelle in un modo che, lì dentro, sembrava quasi un atto di ribellione.
Poi il suo sguardo risalì fino al mio, lento, senza fretta di nasconderlo. Sorrise. Largo, luminoso, decisamente furbo.
«Cazzo, sei bella,» disse, passandosi le dita tra i ricci per spingerli indietro. Fece un passo laterale — piccolo, ma bastò a farmi sentire il calore che le usciva dalla pelle, diverso da quello dell'acqua. «Ti andrebbe di conoscermi meglio?»
Sbattei le palpebre. «Cosa?»
Ridacchiò, la testa inclinata di lato, una goccia che le scivolò dal mento fino alla clavicola. «Dai. Hai capito benissimo. Fai solo la finta tonta.»
Sentii il calore salirmi alle guance, più forte di quanto l'acqua tiepida potesse giustificare. Abbassai gli occhi sulle fughe annerite tra le piastrelle. «Io... no, sono etero,» borbottai, sentendomi stupida ancora prima di finire la frase.
Scoppiò a ridere — una risata piena, che rimbalzò contro le piastrelle e per un attimo coprì persino il rumore dell'acqua. «Tesoro, qui dentro siamo quasi tutte etero.» Appoggiò una mano al muro, lo sguardo che tornava a scivolarmi addosso, più lento del necessario. «Non è che diventi lesbica per decreto solo perché sei in galera. È solo che gli uomini, qui, sono introvabili. Ci sono i secondini, certo...» una pausa, il sorriso che si allargava ancora, «ma alla fine tornano sempre tutte dalle donne. Strano, no?»

Non avrei dovuto ridere. Mi scappò comunque — la prima risata vera da quando avevo messo piede in quel posto, leggera, quasi imbarazzante per quanto suonava fuori luogo lì dentro. Mi fece l'occhiolino, soddisfatta di essersela guadagnata.
Chiudemmo i rubinetti quando l'acqua cominciò a farsi davvero gelida. Mentre si stringeva l'asciugamano intorno ai fianchi, si voltò verso di me. «Comunque. Mi chiamo Imani. Non mi sono nemmeno presentata.»
«Camila.»
Mi guardò un'ultima volta — un'occhiata che si prese il suo tempo lungo il collo, le spalle ancora bagnate — e sorrise di nuovo. «Bel nome.» Si girò per andarsene, poi, senza voltarsi del tutto: «Pensaci, eh. Camila.»

La mattina dopo la sveglia delle sirene e dei neon diedero inizio a un'altra giornata identica alla precedente, il sapore di cloro nell'acqua del lavandino, le guardie che abbaiavano ordini che sembravano non avere altro scopo se non ricordarti dove ti trovavi. Il cibo sapeva di cartone bagnato. Senza un lavoro assegnato, le ore vuote si allungavano fino a diventare infinite — le passavo contando i graffi sul muro, ascoltando rumori lontani, cercando di non pensare a niente per più di dieci secondi di fila.

L'ora d'aria era l'unico momento in cui i polmoni sembravano riempirsi fino in fondo. Il cortile era un rettangolo di terra battuta ed erba secca, cemento screpolato, chiuso da reti altissime coronate di filo spinato che luccicava sotto il sole della California.
Mi sedetti da sola su una panca scrostata, le ginocchia al petto, a distanza dai gruppi già formati. Non avevo bisogno che nessuno mi spiegasse come funzionava: le nere da una parte, le latine dall'altra, le bianche a occupare i tavoli migliori e tutto il campo da basket, come se gli fosse dovuto.

«Hai la faccia di una che sta pianificando un omicidio. O una fuga. Spero la seconda, così vengo anch'io.»
Alzai lo sguardo. Imani si era piazzata proprio davanti al sole, i ricci raccolti con un elastico sfilacciato, lo stesso sorriso di ieri ancora incollato in faccia.
«Volevo solo un po' di silenzio,» dissi. Ma senza vera cattiveria — la sua presenza era l'unica cosa, in quel posto, che non sapeva di minaccia.
Si sedette comunque, allungando le gambe, incrociando le caviglie. «Qui dentro è gia triste di suo, se ti isoli anche ti mangia viva. Devi riempirlo, o inizi a sentire cose che non ci sono.» Mi lanciò un'occhiata di lato. «Allora. Cosa ha portato una faccia come la tua in questo resort a cinque stelle?»
Mi passai una mano sul viso. «La droga, in Messico esiste solo quella quando stai cercando di sopravvivere senza un lavoro. Ho trasportato roba per il cartello, pensando di guadagnare abbastanza da portare via mio figlio da Tijuana. Che cretina... il cartello non lascia mai andare via nessuno.»
Annuì, piano. Il sorriso si smorzò appena. «I figli. È sempre per i figli, o per i soldi.»
«E non hai fatto niente? Hai accettato la pena e basta?»
«E cosa avrei dovuto fare secondo te?»
«Non lo so... dare qualche pista o qualche nome così magari ti saresti risparmiata qualche anno.» feci una risata sarcastica.
«Qualche anno in meno? Non funziona così, Imani. Se avessi fatto quello che dici tu, io oggi non sarei qui a parlare con te in questo cortile. Meglio rinchiusa in un carcere che in una bara, no?» Imani non rispose, distolse lo sguardo dal mio viso.
«E tu? Cosa hai fatto?»

«Frode fiscale.» Alzò le spalle, come parlasse del meteo. «Avevo aperto un salone di bellezza tutto mio. «All’inizio non era così grave.» Sorrise, ma senza allegria. «Facevo delle piccole truffe. Arrotondavo gli incassi, aggiungevo qualche prodotto sullo scontrino, facevo pagare un trattamento leggermente più costoso di quello concordato. Cose da pochi dollari. I clienti quasi non se ne accorgevano, e quando se ne accorgevano pensavano fosse un errore.»
«E tu lasciavi correre?»
«Certo che no. Facevo finta di controllare, poi dicevo che il gestionale aveva sbagliato. Rimborsavo la differenza a chi se ne accorgeva. Ma la maggior parte non controllava nemmeno lo scontrino.»
«E poi?»
«Poi ho visto che funzionava. Ho iniziato a gonfiare qualche spesa, a far passare qualche fattura falsa e a tenere una parte degli incassi fuori dai registri. All’inizio erano cifre piccole, abbastanza da non attirare l’attenzione. Ma più andavo avanti, più mi sembrava di poter osare. E adesso eccomi qui.»
Sorrise di nuovo, picchiettandosi la tempia. «Appena esco, lo apro di nuovo. Magari stavolta in modo legale.»
«Con una condanna per frode?» Risi.
«Mi servirà del tempo, ma sì. Lo riaprirò»
«Buona fortuna allora.» Continuai a ridere.
«Il tuo sogno invece qual è?»
«Riprendermi Miguel,» dissi, con una fermezza che sorprese anche me. «Tornare in Messico e sparire per sempre.»

Restammo a parlare ancora, del niente e di tutto — Imani aveva un modo di farti uscire le parole di bocca senza che te ne accorgessi. Ma il sole cominciò a picchiare forte, e il cortile si stava riempiendo troppo.

«Torno dentro,» dissi, alzandomi. «Voglio cinque minuti di pace prima che rientri la mandria.»
«Vai, tesoro. A cena tienimi il posto.» Mi fece l'occhiolino.
Mi incamminai verso l'ingresso del Braccio C, la testa bassa, il percorso più breve. Ma la strada passava vicino al campo da basket, e sentii il tonfo della palla sul cemento prima ancora di vederlo. Risate. Il gruppo di Voss aveva preso possesso di tutta l'area — lei non giocava, se ne stava seduta sugli spalti, una sigaretta accesa tra le dita. Tra le altre riconobbi Samantha Rizzo: canotta fradicia di sudore, una cicatrice sullo zigomo che le tagliava lo sguardo.
Allungai il passo, gli occhi fissi davanti a me. Ma in quel posto la sfortuna non se ne stava mai troppo lontana.

«Ehi Voss, guarda chi c'è.» La voce di Rizzo tagliò tutto il resto del cortile. «Il ratto!»
Mi fermai un istante — le mani che si stringevano da sole. Continua a camminare. Ma qualcosa, l'orgoglio o solo la stanchezza di abbassare sempre la testa, mi fece voltare. Esattamente quello che voleva.
Non feci in tempo a dire niente.
«Ratto! Vieni a giocare un po' con noi.»
Il braccio di Rizzo scattò all'indietro e poi in avanti. Vidi il pallone arancione staccarsi dalle sue mani, ma il tempo che ci misi a riconoscerlo come una minaccia fu già troppo.

Mi arrivò dritto sul naso — lo stesso naso, non ancora guarito dal colpo di Voss in mensa.
Ricordo il rumore, secco e sordo insieme, dentro la testa più che fuori. Poi il bianco. Un lampo che mi cancellò la vista per un tempo che non seppi misurare, e la terra che mi arrivava incontro prima che capissi di essere caduta. I gomiti sbatterono sul cemento. Il sangue arrivò caldo, immediato, riempiendomi la gola e le narici prima ancora che il dolore vero cominciasse.

Da qualche parte, lontano, una risata. «Ops. Fallo.»
Provai a rimettermi in ginocchio, la vista che tornava a fuoco lentamente, sfocata dalle lacrime che non riuscivo a controllare. Rumore di passi — troppi, tutti insieme, troppo vicini. Non capii subito cosa stesse succedendo. Vidi solo un lampo scuro passarmi accanto, veloce, e sparire dentro il gruppo di Rizzo.
Le urla cambiarono registro. Non più risate — qualcosa di più duro, più confuso.

Sentii un corpo colpirne un altro. Si era innescata una rissa. Lo capii dalla voce di Rizzo, diversa da prima, spezzata a metà.
Il cortile cambiò suono tutto insieme. Grida sovrapposte, corpi che si muovevano troppo vicino, troppo veloce perché riuscissi a distinguerli. Una voce, da qualche parte alla mia destra, urlò qualcosa che non capii subito.

Un fischio, poi un altro, si sovrappose a tutto il resto — acuto, insistente, senza fermarsi. Le porte del cortile si spalancarono e un'ondata di divise scure si riversò fuori, gridando ordini che nessuno sembrava ascoltare.

Cercai di rimettermi in piedi. Attraverso il sangue e le lacrime, riuscii a mettere a fuoco solo un dettaglio alla volta: Imani, bloccata a terra sotto il peso di due ragazze bianche. Il manganello nero della Benson che si alzava e scendeva — non su di loro. Su di lei. Una volta dietro le ginocchia. Una sulla schiena. «A terra, animale,» le urlava, e in quella frase capii tutto quello che dovevo capire su chi, in quel cortile, veniva davvero punito e chi no.

«Lasciala, puttana! Hanno iniziato loro.» Il mio grido mi uscì storto, mescolato al sangue che continuava a colarmi dal naso.
Due mani mi afferrarono da dietro, sollevandomi di peso. «Mendoza, ferma. Ferma, cazzo, o ti fanno a pezzi.» La voce di Collins, vicinissima, quasi nell'orecchio. Mi teneva bloccata contro il suo petto, le braccia strette intorno alle mie. «Respira. Non muoverti.»
Mi divincolai comunque — l'adrenalina che cancellava ogni dolore, per un momento. A pochi metri, due guardie ammanettavano Imani con la faccia schiacciata nella terra. Dall'altra parte, Rizzo si stava tirando su a fatica, il labbro spaccato, l'occhio già gonfio — ma anche così, mi guardava con un'espressione che diceva che si sentiva ancora vincitrice.
Non so cosa mi spinse — l'istinto di Tijuana, o solo la disperazione. Mi strappai per un secondo dalla presa di Collins, un passo verso di lei, gli occhi ridotti a fessure.

«Guardati le spalle, troia,» le urlai, la voce che si spezzava sul sangue in gola. «Perché te la stacco a morsi, quella faccia da cagna.»
Rizzo smise di sorridere. Da lontano, Voss girò la testa verso di me — lenta, gelida — e capii che aveva registrato ogni singola parola.

«Basta così, Mendoza!» Collins mi strinse il colletto della divisa, tirandomi indietro con forza. «Muoviti. In infermeria. Adesso.»
Mi spinse verso l'ingresso, lontano da tutto il resto, ma continuai a guardare indietro finché potei — Imani trascinata via, Rizzo che non mi toglieva gli occhi di dosso. Le avevo appena dichiarato guerra. Ma con la rabbia e la frustrazione del momento, non riuscivo a pensare che avrei potuto fare altrimenti.

I tre giorni senza Imani erano stati interminabili. Il naso mi faceva ancora male se lo toccavo, ma il segno viola sotto l'occhio quella sera sfumava verso un giallo spento. Ogni volta che incrociavo la Rizzo o la Benson nel corridoio, sentivo la pressione salire sotto la pelle. L'isolamento, però, si era preso Imani per settantadue ore, e io mi ero portata addosso un senso di colpa pesante come un macigno per tutto il tempo.
Quando la porta delle docce si aprì quella sera, l'aria satura di vapore si mosse appena. La vidi subito. L'isolamento le aveva scavato un po' le occhiaie, ma gli occhi grandi erano scuri e accesi come al solito. Si piazzò sotto il soffione a tre metri da me, lasciando che l'acqua caldissima le inzuppasse i ricci.

«Sei viva,» dissi, sopra il rumore dell'acqua che sbatteva sulle piastrelle.
Lei si girò, facendo un sorriso lento che le distese i lineamenti.
«Servirà molto più di qualche giorno al buio per sbarazzarti di me, Camila.»

Finimmo di lavarci in silenzio, ma c'era una tensione diversa nell'aria, più sottile e concentrata. Quando uscimmo dalle nicchie dei soffioni per asciugarci nell'angolo in fondo, dove il vapore era più denso e nascondeva la vista dal corridoio, mi girai verso di lei.

«Non dovevi farlo, Imani,» mormorai, strofinandomi l'asciugamano ruvido sulle braccia. «Ti sei presa tre giorni di isolamento, ti sei fatta pestare dalla Benson solo per difendere me. Non dovevi metterti nei guai.»
Imani fermò il movimento del suo asciugamano. Si avvicinò di un passo. La sua pelle scura, ancora umida, profumava di sapone economico della prigione, ma addosso a lei sembrava quasi un profumo buono.
«Nessuno tocca le mie cose senza pagarne il prezzo,» rispose a bassa voce, la voce roca e calda.
«Non sono una tua cosa,» ribattei, ma la voce mi si incrinò al centro della frase.
Eravamo incredibilmente vicine. Il vapore attorno a noi creava una bolla calda che nascondeva tutto il resto del blocco. Guardarla da così vicino mi faceva battere il cuore a mille; sentivo l'imbarazzo bruciarmi sulle guance mentre i suoi occhi scivolavano sulle mie labbra e poi risalivano ai miei.
«Forse no,» sussurrò, facendo un altro mezzo passo. Il suo viso era a un dito dal mio. «Ma in cambio di quei tre giorni... potresti dirmi almeno un grazie.»
«Te l'ho appena detto,» risposi, cercando di mantenere la voce ferma mentre il respiro mi si faceva corto.
Imani fece un sorriso furbo, abbassando lo sguardo sul mio collo. «Non a voce, Camila.»

Mi prese delicatamente per il polso. La sua mano era calda, le dita sottili ma sicure. Spinse leggermente la porta di compensato di uno dei piccoli bagni di servizio in fondo al reparto docce, un box stretto con la serratura mezza rotta. Mi fece entrare e si infilò subito dietro di me, tirando la porta finché non fece lo scatto.

Lo spazio era risicato. Eravamo schiacciate l'una contro l'altra, il rumore lontano dell'acqua che scorreva soffocato dal legno della porta e dalle voci delle altre detenute.
«Imani...» iniziai, ma non finii la frase.
Non avevo mai baciato una donna. In tutta la mia vita l'intimità era sempre stata una faccenda di uomini: mani pesanti, spintoni di fretta, un peso maschile da sopportare o un compromesso da pagare per sopravvivere. Con un uomo sapevi cosa aspettarti, conoscevi la ruvidezza, la traiettoria. Quello, invece, era un territorio sconosciuto che mi faceva tremare le ginocchia.

Imani accorciò l'ultimo centimetro. Quando la sua bocca sfiorò la mia, l'impatto fu così morbido che trasalii. Non c'era la fretta predatrice a cui ero abituata. Era una pressione lenta, calda, un contatto delicato che mi spiazzò del tutto. Le sue labbra assaggiarono le mie con una pazienza quasi crudele, chiedendo permesso senza pretendere niente. Un brivido mi partì dalla nuca e mi scese lungo la spina dorsale, facendomi socchiudere gli occhi.

Il primo bacio sfumò in un secondo, più profondo, più caldo. La sua lingua incontrò la mia con un'intensità che mi tolse il fiato, e l'imbarazzo iniziale cominciò a dissolversi in una vampa di calore che mi partì dallo stomaco. La sensazione della sua bocca sulla mia era incredibilmente eccitante, spaventosamente piacevole.
Senza rompere il bacio, le sue dita agganciarono il lembo dell'asciugamano che mi fasciava il petto e lo lasciarono cadere a terra. Un istante dopo, con un gesto fluido, fece scivolare via anche il suo.

Il contatto pelle contro pelle fu una scossa elettrica. Sentire il seno di un'altra donna premere direttamente contro il mio fu una sensazione del tutto nuova, quasi ipnotica. La morbidezza della sua pelle bagnata che aderiva alla mia, la corrispondenza perfetta delle nostre curve, il calore diffuso dei nostri petti che si schiacciavano nello spazio ristretto mi fecero girare la testa. I nostri capezzoli, resi turgidi dall'acqua fredda delle docce, si sfiorarono, mandandomi scariche di piacere improvvise e incontrollabili dritto al basso ventre.
L'ansia cominciò a mischiarsi a un desiderio ruvido, sconosciuto. Imani fece scivolare una mano lungo il mio fianco bagnato e la risalì lentamente, finché le sue dita calde e ferme non avvolsero interamente il mio seno. Lo strinse con delicatezza, impastando la carne morbida, e io lasciai uscire un sospiro roco contro la sua bocca.
Poi mi afferrò il polso. La sua presa era decisa. Guidò la mia mano tremante sul suo petto, appoggiando il mio palmo aperto proprio sopra il suo seno sinistro. Sotto le mie dita sentii la pelle liscia come seta, la fermezza muscolare della sua carne e il battito accelerato del suo cuore che picchiava forte contro la cassa toracica. Sentii il suo capezzolo duro premere contro il centro del mio palmo. Stringevo d'istinto, mossa da una curiosità primordiale, e Imani emise un piccolo gemito soffocato che le vibrò in gola, inclinando la testa all'indietro.
Era un piacere acuto, sconvolgente, totalmente diverso da qualsiasi cosa avessi mai provato. Mi piaceva. Mi piaceva così tanto che mi spaventava.

Imani staccò le labbra dalle mie e scese con la bocca lungo la linea del mio collo, lasciando una scia di baci caldi che mi fecero salire la pelle d'oca. Sentii i suoi denti sfiorarmi la clavicola, poi la sua testa scese ancora, puntando al mio seno scoperto, la sua mano che continuava ad accarezzarmi con un ritmo lento e seducente.

L'intensità del momento mi travolse come un'onda. Il calore della sua bocca sulla mia pelle, la novità assoluta di quel corpo femminile così simile eppure così diverso dal mio, la consapevolezza di trovarmi in un buco di bagno in mezzo a un carcere... tutto insieme diventò troppo. La testa mi girava, il respiro mi si spezzò in gola.
Appoggiai i palmi delle mani sulle sue spalle calde e umide. «Imani...» ansimai, le dita che si piantarono leggermente nella sua pelle per fare perno.
Lei non si fermò subito, mi baciò la parte superiore del petto, la sua mano che stringeva ancora un po' il mio seno.
«Imani, ti prego... fermati,» sussurrai, la voce che mi tremava, carica di una disperazione sincera ma priva di rabbia.
Allora si bloccò. Rimase ferma per un istante con il viso affondato tra il mio collo e la mia spalla, il suo respiro caldo che mi solleticava la pelle. Poi sollevò lentamente la testa. I suoi occhi grandi e scuri incrociarono i miei; erano lucidi, accesi dal desiderio, ma incredibilmente attenti.
«Non... non sono pronta,» balbettai, cercando di riprendere fiato, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie mentre cercavo di coprirmi con le braccia. «Non l'ho mai fatto. Cerca di capirmi...»
Imani mi fissò per qualche secondo nel silenzio del bagno, valutando la mia reazione. Poi, lentamente, il suo sguardo si addolcì. Un piccolo sorriso comprensivo le increspò le labbra bagnate.
«Ehi,» mormorò, alzando le mani aperte in segno di resa, senza allontanarsi del tutto per non lasciarmi al freddo. «Tranquilla, Camila. Nessun problema. Non facciamo niente che tu non voglia.»
Si chinò con calma, raccolse il mio asciugamano dal pavimento umido e me lo appoggiò sulle spalle, aiutandomi a coprirmi. Il suo tocco adesso era puro rispetto, privo di ogni malizia. Mi guardò negli occhi una volta ancora, facendomi un leggero cenno con la testa.
«Nessuna fretta, tesoro. Ma almeno adesso sai cosa ti perdi. Ti ho dato un assaggio.»

[CONTINUA...]
scritto il
2026-08-25
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