Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 12

di
genere
fantascienza

Il freddo mi sveglia prima ancora che io apra gli occhi. È un gelo pungente, tagliente, di quelli che si insinuano nelle ossa e ti fanno irrigidire i muscoli. L'aria nella stanza è talmente fredda che quasi mi brucia le narici a ogni respiro.
Sotto il cumulo di coperte pesanti e giacconi, l'unico vero nucleo di calore è Meave. Dorme profondamente, rannicchiata contro il mio fianco, un braccio gettato sul mio petto e il viso nascosto nell'incavo del mio collo.
Resto immobile qualche minuto, ascoltando il ritmo lento del suo respiro e il sibilo incessante del vento là fuori. Poi, con movimenti calcolati per non disperdere il calore intrappolato sotto i tessuti, comincio a sfilarmi dal suo abbraccio.

«Mmh... no,» mugugna lei contro il mio collo, senza aprire gli occhi, la voce impastata dal sonno. Stringe la presa sul mio petto, come se potesse trattenermi per pura forza di volontà. «Cinque minuti ancora.»
«Devo mettere in moto il pick-up per qualche minuto, altrimenti possiamo dirgli anche addio. Con questo freddo se si scarica la batterie siamo fottuti.» rispondo piano, staccandole con delicatezza le dita dal giaccone.
Meave apre un occhio solo, giusto per fulminarmi. «Odio quando hai ragione.»
«Quindi mi odi sempre» rispondo.
Mugugna qualcosa di incomprensibile e si stringe su se stessa, chiudendosi a riccio sotto le coperte.

Recupero gli stivali e il giaccone, il pavimento di legno che scricchiola a ogni passo verso la finestra del soggiorno. Il vetro è completamente coperto da uno strato di brina opaca. Passo il dorso della mano sulla superficie, raschiando via il ghiaccio per crearmi uno spiraglio.
Quello che vedo non mi piace per niente. Il grigio di ieri ha lasciato il posto a un muro bianco impenetrabile. La neve non ha mai smesso di cadere; anzi, l'intensità è peggiorata. I fiocchi vorticano orizzontali, spinti da raffiche che fanno gemere le travi marce della casa. Il cortile è scomparso, sepolto sotto almeno mezzo metro di neve fresca.
Esco fuori, fa un freddo da cani e fatico anche a tenere gli occhi aperti. Corro verso il veicolo e cerco di metterlo in moto. Giro la chiave due volte prima che si accenda, segno che la batteria sta soffrendo. Lo tengo acceso per dieci minuti e ogni tanto do qualche sgasata. Può bastare per il momento, ma mi terrà occupato fin quando questa bufera non si calmerà. Dovrò uscire più volte per accenderlo.
Rientro in casa, mi tolgo i guanti e cerco di scaldarmi le mani con il mio respiro.

«È ora di andare?»
La voce di Meave, ancora incrinata da un brivido, rompe il silenzio alle mie spalle. Mi volto. Si è messa a sedere sul divano-letto, tirandosi la coperta di lana fin sopra il naso.
Scuoto la testa, tornando a guardare fuori.
«Non andiamo da nessuna parte. La bufera è peggiorata. Le strade sono impraticabili senza catene. Se usciamo adesso, finiamo bloccati in un fosso e a quel punto moriremo di ipotermia.»
«Quindi restiamo qui.» Non è proprio una domanda. È più uno schiarirsi le idee ad alta voce.
«Finché non si calma, sì.» Mi giro a guardarla.
«Ma c'è un problema a cui non avevo pensato ieri notte, distratto com'ero.»
Meave inarca un sopracciglio. «Distratto da cosa, esattamente?»
«Da una rompipalle che ha continuamente freddo nonostante abbia sopra coperte e giubbotti...»
Un piccolo sorriso le attraversa il viso, il primo della giornata, prima che torni seria. «Va bene, va bene. Qual è il problema?»
Indico il pick-up parcheggiato sotto la tettoia mezza diroccata, appena visibile attraverso il vetro incrostato. «Il Dodge è un diesel. Con queste temperature, se il gasolio scende troppo sotto zero, la paraffina che contiene comincia a cristallizzare. Intasa i filtri, blocca le linee. E anche se il mezzo è parzialmente coperto dalla veranda, il vento gli arriva addosso di striscio comunque. La batteria, con questo freddo, potrebbe morire prima ancora del motore.»
Meave si passa una mano tra i capelli arruffati. «E se muore il motore o la batteria siamo fregati, no?»

«Restiamo a piedi in mezzo al nulla, con la bufera che non accenna a smettere e zero possibilità di trovare un altro mezzo prima della prossima città.» Faccio una pausa. «Quindi il motore va tenuto in vita.»
«Ricevuto, capitano. Agli ordini.» dice Meave, ridendo
«C'è un altro problema. Dobbiamo chiudere gli spifferi di questa casa perché fa troppo freddo qui dentro.»

Faccio per allontanarmi dalla finestra, ma sento un fruscio di tessuti. Meave si è alzata dal letto, avvolta nella coperta come in un bozzolo, e cammina scalza sul pavimento di legno fino a fermarsi esattamente al mio fianco. Guarda fuori dal vetro per qualche secondo, poi si gira verso il mio profilo. Lo sento, il suo sguardo addosso, denso e titubante.
«Tutto bene?» le chiedo, incrociando le braccia al petto.
«Io... volevo parlarti di ieri sera,» mormora. La voce è un soffio che si condensa in una nuvoletta bianca nell'aria gelida.
Mi irrigidisco impercettibilmente, l'istinto che alza subito un muro. «Meave, non c'è bisogno di—»
«Sì, invece.» Mi interrompe, facendosi coraggio. Sposta il peso da un piede all'altro, abbassando lo sguardo verso i miei stivali prima di ritrovare il mio.
«So che la volontà era reciproca. So quello che ho fatto e non me ne pento. Ma so anche che dentro di te porti ancora il peso di Tessa. Di quello che è successo.» Fa un respiro tremante. «Voglio solo scusarmi. Se ti ho forzato la mano, se in qualche modo ho approfittato del fatto che eravamo entrambi allo stremo, o se ti ho fatto sentire in colpa verso di lei. Non era mia intenzione.»
Le sue parole restano sospese tra noi, pesanti e fragili allo stesso tempo. Mi aspetto che il fantasma di Tessa mi morda lo stomaco, che la solita rabbia fredda prenda il sopravvento e mi spinga a chiuderla fuori con il sarcasmo.
Ma mentre la guardo — il naso arrossato dal freddo, i capelli in disordine, avvolta in una vecchia coperta polverosa, con un'espressione di genuina preoccupazione — il muro non si alza. Non riesco a essere il bastardo distaccato di sempre. Non con lei.
Sciolgo le braccia. Allungo una mano e le scosto una ciocca di capelli ricaduta sugli occhi, lasciando poi scivolare le dita lungo il suo collo, fino a farle riposare alla base della nuca. La sua pelle è calda, un contrasto netto con le mie dita fredde.
«Guardami.» Lei alza gli occhi, incerti.
«Non devi scusarti di niente,» continuo, scandendo le parole. «Non mi hai forzato la mano. Non faccio mai niente che non voglio fare, dovresti averlo capito ormai. Quello che è successo stanotte era perché lo volevo. Anch'io.»
Faccio scivolare il pollice sulla sua guancia, sentendola rilassarsi impercettibilmente. «Tessa fa parte di me. È una cicatrice che non se ne andrà mai, ed è vero che non l'ho superata del tutto. Ma non significa che io sia morto insieme a lei. Ieri notte mi hai fatto sentire vivo. Non farmi pentire di aver abbassato la guardia.»
Meave resta in silenzio un momento, gli occhi che studiano i miei come se cercasse una crepa nella frase appena detta. «E questo cosa significa, esattamente? Tra noi, intendo. Non ti sto chiedendo un giuramento eterno, Trevis. Solo... vorrei sapere se sto costruendo qualcosa o se mi sto solo aggrappando a un uomo che per una notte mi fa sentire meno sola.»

La domanda mi coglie di sorpresa, ma non mi spiazza quanto avrebbe fatto una settimana fa.
«Non lo so ancora,» rispondo, onesto. «Ma so che ogni volta che penso di allontanarmi da te per paura di ripetere lo stesso errore, non ci riesco più. E questo, per uno come me, è già una risposta abbastanza chiara.»
Le labbra di Meave si piegano in un sorriso minuscolo, sollevato e stanco. Si sporge in avanti, accorciando la distanza, e appoggia la fronte contro la mia spalla, chiudendo gli occhi. «Mi basta questo, per ora,» sussurra.
Rimango così qualche secondo, il vento che ulula oltre il vetro e il peso leggero di Meave contro il mio petto, realizzando con lucida chiarezza quanto, in questo mondo andato in malora, io stia iniziando a tenere fottutamente a lei.

Il momento di quiete dura lo spazio di un respiro. Mi allontano dalla finestra, lasciando che il gelo della stanza spazzi via le ultime tracce di torpore. La sopravvivenza non ammette pause lunghe.

«Clem, scendi giù!» urlo, la voce che rimbomba nel corridoio vuoto.
La ragazzina compare sulle scale pochi secondi dopo, lo zaino già in spalla, gli occhi svegli. Le basta vedere il vapore che le esce dalla bocca per capire la gravità della situazione.
«Dobbiamo sigillare questa ghiacciaia, adesso,» ordino. «Meave, Clem: i tappeti in corridoio, lenzuola logore di sopra, qualsiasi cosa troviate. Bloccate le fessure sotto le porte, coprite gli infissi. Dobbiamo creare una zona più calda qui in soggiorno, o moriamo di ipotermia prima di domani.»
«E il camino?» chiede Clem, già mentalmente tre passi avanti.
«Ci penso io dopo. Prima gli spifferi.»

Mentre le due si mettono all'opera, mi occupo del problema successivo. Pulisco il tavolo del soggiorno con un gesto dell'avambraccio e ci rovescio sopra il contenuto dei nostri zaini. Due scatolette di fagioli, una di carne mezza ammaccata, tre barrette proteiche, un pacco di cracker aperto, mezza bottiglia d'acqua. Tutto quello che abbiamo per tre giorni.
Meave e Clem si avvicinano, guardando le scorte in silenzio.
«Un pasto al giorno,» stabilisco. «Dividiamo una scatoletta in tre, la sera. Di giorno solo qualche sorso d'acqua, e se lo stomaco cede davvero, mezza barretta a testa. Nessuno tocca niente senza dirmelo.»
Entrambe annuiscono, senza fare battute.

Mi volto verso il camino. Apro la grata arrugginita e infilo il braccio su per la canna fumaria per controllare la valvola di tiraggio. Mi riempio la manica di fuliggine, ma sento l'aria gelida scendere dall'alto. È libero.
«Funziona, ma ci serve carburante.» Estraggo il coltello tattico dal fodero. «Vado a vedere in cantina cos'hanno lasciato. Continuate a tappare gli spifferi.»
In cantina trovo una catasta di vecchi ciocchi, umidi ma con il cuore ancora buono, e appoggiata al muro un'ascia da spaccalegna con la lama arrugginita ma solida. Un colpo di fortuna che non mi aspettavo.
Risalgo con le braccia cariche e l'ascia in mano. «Non so quanto durerà questa bufera, cerchiamo di farci bastare quello che abbiamo,» mormoro, guardando la catasta scarica sul pavimento.
Mi avvicino alle scale. Alzo l'ascia e la calo con forza sul primo paletto della ringhiera. Il legno vecchio si spacca con uno schiocco secco.
«Posso provare?» chiede Clem, apparendo alle mie spalle con le braccia incrociate, lo sguardo fisso sull'ascia.
La guardo un istante. «Hai mai spaccato legna?»
«No. Ma ho spappolato crani con una spranga, non può essere così diverso.»

Meave, seduta accanto al camino a incastrare uno straccio in una fessura, scoppia in una risata breve, incredula. «Ecco, questa è la frase più inquietante che ho mai sentito da una ragazzina.»
Passo l'ascia a Clem, mostrandole la presa. «Mani distanziate sul manico, non strette insieme. La forza non viene dalle braccia, viene dalla rotazione del busto. Colpisci dove il legno ha già una crepa, non al centro.»
Clem prova un colpo, goffo, che rimbalza di lato senza fare danni. Ci riprova, aggiusta la presa da sola dopo il secondo tentativo, e al terzo il legno cede con uno schiocco pulito.
«Visto?» dice, senza nemmeno un filo di orgoglio nella voce, come se fosse solo un dato acquisito.
«Impari in fretta,» commento.
«Sono sopravvissuta impilando questo tipo di cose in testa.»

Lavoriamo tutti e tre per un'ora abbondante — la ringhiera, poi due sedie da pranzo sfondate che Clem trascina dalla cucina. I muscoli delle braccia mi bruciano, il respiro si fa pesante, e per la prima volta da ore sento il mio corpo produrre calore per conto suo.

Mentre Clem è in cucina a incastrare cartone e stracci intorno agli infissi, mi fermo un istante in soggiorno, il manico dell'ascia appoggiato a terra. Mi passo il dorso della mano sulla fronte sudata.
Meave si avvicina, le mani sporche di polvere, le guance arrossate per lo sforzo e per il freddo. Mi appoggia una mano sul petto, sentendo il respiro accelerato.
«Fermati un attimo,» sussurra, la voce morbida, in netto contrasto con il rumore di distruzione che ha riempito la casa fino a un momento fa. «Riposati. Stai facendo a pezzi mezza casa da solo.»

L'istinto mi direbbe di fare il duro, di dirle che non c'è tempo. Ma la guardo negli occhi, vedo l'apprensione genuina, e decido di non alzare muri. Lascio cadere l'ascia, che sbatte sul pavimento con un tonfo sordo.
Senza dire una parola, la afferro per i fianchi e mi lascio cadere all'indietro sul divano-letto. Meave lancia un piccolo grido di sorpresa, seguendo il mio movimento, e finisce a cavalcioni sopra di me. I materassi sfondati cigolano sotto il nostro peso.
Si accomoda sul mio bacino, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e mi guarda dall'alto con un sorriso che le illumina il viso, spazzando via per un istante l'orrore del mondo fuori da quelle pareti.
«Questo è più efficace di un fuoco, no?» sussurra, maliziosa.
Le metto una mano dietro la nuca e annullo la distanza, baciandola. È un bacio lento, che sa di polvere, fatica, e del bisogno disperato di sentirsi vivi. Restiamo così qualche minuto, il suo peso che mi rilassa i muscoli tesi, finché il sibilo del vento contro la finestra coperta dai tappeti non mi riporta bruscamente alla realtà.
Le do un ultimo bacio sulla fronte. «Non è il momento,» mormoro a malincuore. «Dobbiamo finire. E il pick-up non si scalda da solo.»
Meave sospira, rassegnata, ma annuisce e mi tende la mano per aiutarmi ad alzarmi.

«Adesso ti spiego come funziona,» dico, chiudendomi il giaccone fino al mento mentre Meave mi osserva infilarmi i guanti. «Ho ripensato al problema mentre spaccavamo la ringhiera. Coprire il cofano con i tappeti serve, ma non basta da solo.»

«E cosa manca?»

«Due cose.» Alzo due dita. «Primo: il filtro del gasolio. È il punto dove la paraffina cristallizza più in fretta, perché è la parte più esposta del circuito. Se lo avvolgo con degli stracci, magari legati stretti, rallento di parecchio il congelamento.»

«E il secondo?»

«La batteria.» Faccio una pausa. «Il freddo estremo la scarica più in fretta di quanto qualsiasi utilizzo normale farebbe. Se la lascio dentro il motore tutta la notte con queste temperature, domattina potrebbe non avere abbastanza carica per far girare nemmeno il motorino d'avviamento.»

Meave aggrotta la fronte. «Quindi cosa fai, la vuoi staccare?»

«Cazzo, allora è vivo quel criceto che hai in testa.» Un mezzo sorriso mi tira l'angolo della bocca. «La smonto e la porto qui dentro, tra un'accensione e l'altra. Il calore della stanza la tiene abbastanza carica da reggere l'avviamento. Poi la rimonto, faccio girare il motore dieci minuti per scaldare i liquidi, la smonto di nuovo, e la riporto qui.»

«Ogni quanto?»

«Ogni tre ore. Giorno e notte.»
Meave sbatte le palpebre, il conto che le si fa evidente in faccia. «Quindi per tutto il tempo che restiamo bloccati qui, tu esci in quella bufera ogni tre ore per smontare e rimontare una batteria.»
«Esatto.»
«Da solo, nel cuore della notte, con la visibilità a zero.»
«Anche questo esatto. Bello il mondo al giorno d'oggi, vero?»

Scuote la testa, ma non con disapprovazione — più con quella specie di rassegnazione stanca che riserva di solito a me. «Fammi vedere come si fa, così almeno posso farlo io qualche volta. E la notte mi svegli e andiamo insieme. Non vai da solo fuori.»
Sto per rispondere che me la caverò da solo, ma mi fermo. È lo stesso tipo di orgoglio inutile che mi ha quasi fatto perdere lei sull'asfalto di quel piazzale.
«D'accordo,» dico invece. «Ma c'è un problema anche in questo.»

Mi sfilo il guanto destro e sollevo la manica del giaccone, mostrandole l'orologio meccanico al polso. Il quadrante segna le dieci e ventidue.
«Non ha allarme,» spiego. «È a carica manuale, per questo ancora funziona in un mondo dove tutto il resto è morto. Ma proprio perché è manuale, la molla si scarica da sola in circa quaranta ore se non la ricarico. Se mi dimentico anche solo una volta, l'orologio si ferma, e perdiamo il conto esatto delle tre ore. Se succede, usciamo, lo mettiamo in moto e da lì riprendiamo le tre ore. Va bene?»
«Va bene, tutto chiaro.»
«Capito.»
«Ogni volta che rientro e controllo l'ora, giro la corona un paio di volte. Durante la notte ce lo scambiamo nei turni di guardia.»
«Va bene. Ma Trevis... se esci da solo di notte mi incazzo. Svegliami ok?» Mi guarda dritto negli occhi, la voce che non lascia spazio a repliche.
Non discuto. Ha ragione, e in questo momento non ho né il tempo né la voglia di fare il testardo.
«Non preoccuparti, lo farò.»
Mi chiudo il giaccone fino al mento, stringo i guanti e raccolgo due tappeti scartati perché inutilizzabili.
«Andiamo, ti faccio vedere.»

Apro la porta e il vento mi colpisce come un pugno di cemento. La neve orizzontale mi acceca in un istante, pungendo la pelle scoperta del viso come aghi roventi. Avanzo a fatica nella neve che mi arriva quasi alla caviglia, coprendo i dieci metri che mi separano dal veicolo sotto la tettoia mezza sfondata.
Sollevo il cofano. Il metallo è così freddo che mi brucerebbe la pelle senza i guanti tattici.

Prima cosa: Salgo, giro la chiave. Il motorino d'avviamento gira, arranca, tossisce. «Forza, bastardo,» sibilo a denti stretti. Al secondo tentativo, il diesel prende vita con un boato sordo, sputando fumo nero sulla neve bianca.
Lascio girare il motore, controllando l'orologio. Le dieci e trentadue. Giro la corona un paio di volte, per abitudine, anche se non ne avrebbe ancora bisogno — meglio prendere il vizio da subito. Dieci minuti dopo spengo tutto.

Seconda cosa: infilo i tappeti attorno al blocco motore, creando uno strato isolante contro il vento diretto, senza coprire le prese d'aria. Poi individuo il filtro del gasolio, una piccola scatola metallica incastrata vicino al motorino d'avviamento, e ci avvolgo intorno una striscia di stracci spessi, fermandoli con un giro di nastro isolante recuperato dallo zaino. Smonto la batteria, la avvolgo in uno straccio, e corro verso la casa combattendo contro il vento che cerca di spingermi a terra.
«Andiamo, Meave!»

Quando richiudo la porta alle mie spalle, lasciando fuori la bufera, vengo accolto dal calore e dal crepitio rassicurante del legno. Clem e Meave sono sedute a terra, vicinissime al fuoco che divora il corrimano delle scale e i ciocchi della cantina.
Appoggio la batteria a terra e mi sfilo i guanti.

«Le dieci e trentadue,» annuncio, alzando il polso perché Meave veda l'orologio. «Prossimo giro all'una e trentadue.»
«Registrato,» dice lei, e per la prima volta da quando siamo entrati in questa casa, il suo tono non ha nemmeno un'ombra di sarcasmo.
Mi siedo tra lei e Cleme vicino al fuoco che ha acceso la ragazza, con la consapevolezza che questa guerra contro l'inverno è appena cominciata, e che da adesso in poi servirà essere più uniti che mai.

Ormai è quasi sera. Abbiamo reso la casa più isolata e il pick-up è ancora in vita, ma il conto delle energie spese comincia a farsi sentire in ogni muscolo.
Ci sediamo tutti e tre a terra davanti al camino per la cena. Apriamo la nostra unica scatoletta di carne in scatola del giorno e la dividiamo con precisione in tre parti uguali su un piatto di metallo. Mangiamo lentamente, assaporando ogni singolo boccone per ingannare lo stomaco, alternando il cibo a lunghi sorsi d'acqua bollita e intiepidita. Il fuoco crepita, divorando i resti del legno della ringhiera, mentre fuori la bufera continua a ruggire contro i vetri.
Finito di mangiare, Clem sbadiglia forte, vinta dalla stanchezza della giornata.

Mi lascio cadere pesantemente sul bordo del divano e mi slaccio i lacci degli stivali. Per quanto siano calzature tecniche di buona fattura, il tempo, la neve fradicia e il gelo prolungato hanno iniziato a farli cedere. Me li sfilo, appoggiandoli vicino al camino affinché il calore diretto possa asciugare pelle e fodera, e rimango con i calzetti di lana spessa che fumano leggermente per il contrasto termico.

Meave mi si avvicina, rannicchiandosi per il freddo che comunque filtra dalle pareti. Ha un'espressione tra lo scocciato e il rassegnato.
«Trevis... ho provato ad aprire i rubinetti in bagno. Niente. Neanche una goccia, i tubi si saranno congelati e spaccati nella notte. Senti, so che sembra un lusso da matti con quello che sta succedendo fuori, ma c'è un vecchio panetto di sapone nella specchiera... c'è un modo per darsi una ripulita? Mi sento una sporcizia insopportabile addosso.»
Scuoto la testa, passandomi una mano sulla barba incolta.
«L'impianto idraulico è andato, dimenticatelo. L'unico modo per avere acqua è raccogliere la neve fresca da fuori, farla sciogliere in una pentola grande sul fuoco e poi bollirla per renderla sicura.» Faccio una pausa, calcolando i tempi. «E non saranno solo un paio di secchiate. Per ogni pentola d'acqua che ci serve, dobbiamo portarne dentro almeno il triplo di neve. Si scioglie e si riduce a molto meno di quello che sembra.»
Meave sbatte le palpebre. «Il triplo?»
«Anche di più, se è neve soffice e non compattata. E ci servirà acqua sia per lavarci che per bere nei prossimi giorni. Dobbiamo raccoglierne finché ce n'è la forza, non solo quanto basta per stasera.»
Nessuno si perde in lamentele. In questo mondo impari in fretta che lamentarsi brucia energie che non puoi permetterti di sprecare.

Usciamo tutti e tre, a turno, per i primi carichi. Clem prende una vecchia bacinella di metallo e una paletta arrugginita trovata in cantina, e comincia a raccogliere la neve più pulita, quella accumulata sulla ringhiera al riparo dal vento diretto — quella caduta a terra è già mescolata a fango e detriti sollevati dalla bufera. Ogni viaggio le costa un minuto buono fuori nel gelo, il vento che le morde le mani nude nonostante i guanti, per tornare con una bacinella che, una volta svuotata nella pentola grande, si riduce a uno strato d'acqua sporca alto pochi centimetri.
Io stesso esco tre volte, riempiendo un secchio di metallo trovato nel garage, i muscoli delle braccia che bruciano già per lo sforzo di prima con l'ascia. Ogni volta che rientro, la neve nella pentola si scioglie lentamente vicino alle fiamme, trasformandosi prima in una poltiglia grigiastra, poi finalmente in un liquido torbido che va fatto bollire e travasato.

«Cristo,» sbuffa Meave al quarto giro, scaricando la sua bacinella nella pentola già mezza piena. «Serve una montagna di neve per riempire un bicchiere.»
«Benvenuta nell'inverno del dopo,» rispondo, senza fiato anch'io. «Quando questo mondo funzionava ancora, aprivi un rubinetto e non ci pensavi nemmeno. Adesso ogni goccia costa dieci minuti di gelo nelle ossa.»
Ripetiamo l'operazione più e più volte — svuotare, filtrare i detriti più grossi con un canovaccio, far bollire, travasare in pentole più piccole per farla intiepidire — finché non abbiamo abbastanza acqua per bere e lavarci tutti a turno. Ci vogliono quasi due ore di lavoro ininterrotto solo per questo. Le mani mi si sono intorpidite al punto che faccio fatica a sentire le dita quando le stringo intorno al manico della pentola.

Mentre Clem fa il turno per prima, chiudendosi nel bagno con la sua porzione d'acqua tiepida, mi alzo e vado in cucina. Ispeziono i vecchi pensili dei proprietari, aprendo barattoli vuoti e scatole di latta impolverate, finché in fondo a un cassetto non trovo quello che speravo: un vecchio barattolo di bicarbonato di sodio, quasi intatto, e un po' di sale fino.
Torno in soggiorno. Quando Clem esce dal bagno e le porgo il barottolo di bicarbonato. Ha i capelli umidi e l'aria visibilmente rigenerata, anche se rabbrividisce ancora per il freddo che si porta dietro dal bagno — un pezzetto di stoffa pulita strappato da una vecchia federa. «Prendi un po' di bicarbonato, bagnalo con acqua calda e avvolgilo intorno al dito,» le dico, porgendole anche la ciotola. «È il miglior sostituto per il dentifricio che troverai in questo secolo di merda. Lavati i denti così.»
Clem accenna un sorriso grato, prende il necessario e si siede vicino al fuoco.
«Tocca a te,» mi dice Meave, indicandomi il bagno. Ha un tono strano, quasi evasivo, e noto che stringe tra le mani un piccolo sacchetto di tela logora. «Vai pure. Io... sono l'ultima. Voglio prendermi tutto il tempo per far sciogliere altra neve e sistemare le scorte.»
«Come vuoi tu.» rispondo.

Entro in bagno e mi chiudo la porta alle spalle.
L'oscurità qui dentro è quasi totale, interrotta solo dal raggio nitido e freddo della torcia tattica che appoggio sul bordo del lavandino, puntata verso il soffitto per creare un'illuminazione soffusa che lascia comunque metà della stanza in ombra. Le pareti piastrellate restituiscono la luce in modo innaturale, sbiadito, e ogni volta che mi muovo la mia stessa ombra si allunga sul soffitto come qualcosa di più grande di me.

L'aria nel bagno è un blocco di ghiaccio, molto peggiore di quella in soggiorno dove almeno il camino tiene la temperatura sopportabile. Qui dentro, lontano dalle fiamme, il freddo si è depositato in ogni angolo, si è infilato nelle piastrelle, nello specchio incrinato, nel metallo del lavandino che sembra mordere al solo sfiorarlo. Il respiro mi esce denso dalla bocca, un vapore bianco che si mescola a quello, molto più caldo, che sale dalla pentola d'acqua bollente appoggiata a terra — l'unico punto tiepido in tutta la stanza, un'isola di calore che si dissolve nel gelo generale nel giro di pochi centimetri.

Comincio a spogliarmi. Togliere la divisa militare, i pantaloni tattici e la biancheria sporca è una tortura fisica: il freddo azzanna la pelle nuda come cento aghi piantati contemporaneamente nei muscoli. Brividi violenti mi scuotono la schiena. La pelle si copre di pelle d'oca all'istante, i capezzoli che si induriscono al contatto con l'aria gelida, i muscoli dell'addome che si contraggono in uno spasmo involontario. Resto nudo, al buio quasi completo, in una stanza che sembra fatta apposta per congelare un corpo umano nel minor tempo possibile, e per un istante il pensiero mi attraversa lucido e scomodo: è così che ci si assidera, un pezzo alla volta, cominciando dalle estremità.
Afferro la pezza di stoffa strappata, la intingo nell'acqua calda e ci passo sopra il panetto di sapone ruvido, quasi consumato dal tempo prima ancora che io lo toccassi. Il contrasto tra il gelo dell'aria e la stoffa fumante è quasi doloroso — un piacere e una sofferenza che arrivano insieme, indistinguibili l'uno dall'altra. Quando inizio a strofinare, la sensazione di portare via la sporcizia accumulata in giorni di marcia — il fumo dei fuochi, il sudore stantio, le tracce di sangue secco sulla faccia — mi dà un senso di sollievo primordiale che quasi compensa il dolore del freddo. L'acqua nella bacinella si tinge di grigio scuro in pochi secondi, torbida, quasi opaca, la prova fisica di quanto sudiciume porti addosso senza nemmeno accorgermene più.

Ogni parte del corpo che lavo, per il tempo necessario a passarci sopra la pezza, resta bagnata e completamente esposta all'aria gelida, e il sollievo del calore dura solo l'istante in cui la stoffa tocca la pelle. Finisco più in fretta di quanto vorrei, non per pigrizia ma perché il corpo comincia a tremare in modo incontrollabile, e in questo mondo un tremore che non si riesce a fermare è sempre un campanello d'allarme.
Prima di rivestirmi, prendo un pezzo di cotone, lo intingo nel bicarbonato e nel sale e lo avvolgo intorno al dito. Lo strofino con vigore sui denti e sulle gengive. Brucia, ha un sapore metallico e salato, ma lascia un'inaspettata sensazione di fresco che per un momento mi fa quasi dimenticare il gelo.
Negli armadi della camera da letto abbiamo trovato diversi cambi appartenuti alla vecchia famiglia. Infilo un paio di boxer puliti di cotone pesante, pantaloni lunghi e un maglioncino di lana scura, i movimenti resi goffi dalle dita ancora intorpidite. La mia divisa, invece, non la abbandono: la lavo alla meglio nella bacinella con l'acqua rimasta, la strizzo fino a farmi sbiancare le nocche per far uscire quanta più umidità possibile, e la porto con me in soggiorno.
Appendo la divisa umida su una sedia vicino alle fiamme e mi scaldo le mani, sentendo il sangue tornare lentamente a circolare nelle dita con un formicolio quasi doloroso. Clem è già seduta lì vicina, rannicchiata in un felpone enorme che le arriva quasi alle ginocchia, con la faccia pulita e i denti rinfrescati.

«Tocca a te,» dico a Meave, indicandole la porta del bagno.
Lei annuisce. Ha in mano il suo cambio di vestiti recuperato dagli armadi, la sua porzione di acqua calda e quel piccolo sacchetto di plastica impolverato che ha ripescato dal fondo di un cassetto. «Ci metterò un po',» avverte, mandandomi un'occhiata strana, quasi evasiva. «Non venite a cercarmi.» Chiude la porta e il chiavistello di ferro scatta con un suono secco.

Passa parecchio tempo. Io e Clem restiamo in silenzio a guardare le fiamme che divorano i pezzi di legno della ringhiera. L'orologio a carica manuale al polso segna che sono passati più di trenta minuti. Fuori la bufera continua a battere sui vetri protetti dai tappeti, ma dentro la stanza il calore comincia finalmente a stabilizzarsi.

Poi, la porta del bagno si apre.
Meave esce e i suoi passi leggeri sul legno della pavimentazione mi fanno alzare subito la testa. Rimango bloccato a fissarla.
La luce arancione e calda del camino la investe in pieno, tagliando la penombra del corridoio. Meave si è lavata via ogni singola traccia di fuliggine, polvere e disperazione. I capelli, puliti e pettinati, le ricadono umidi e morbidi sulle spalle, incorniciandole il viso. Indossa un maglione di lana color crema trovato nell'armadio, leggermente abbondante ma morbido, e un paio di pantaloni a tuta puliti.
Ma sono i dettagli del viso a lasciarmi spiazzato. Nel piccolo sacchetto — trovato tra le cose lasciate indietro dai proprietari della casa, chissà quanti anni fa, in una fuga che nessuno di loro avrà mai avuto il tempo di completare — Meave ha scovato una matita scura per gli occhi e un rossetto quasi intatto in un tubetto dorato ormai opacizzato dal tempo. Si è truccata. Non in modo pesante: solo un tratto leggero di matita che risalta il verde dei suoi occhi, un velo di colore sugli zigomi, e sulle labbra un rosso tenue, quasi rosato, che le disegna la bocca con una definizione che non le avevo mai visto.

È un gesto assurdo, quasi irreale in mezzo a questo inferno — un rossetto appartenuto a una donna morta o dispersa da anni, ritrovato per caso in un cassetto e usato adesso, in una casa isolata nel mezzo di una bufera, da qualcuno che fino a ieri dormiva con un coltello sotto il cuscino. Eppure è la cosa più potente, umana e provocatoria che io abbia visto da anni.
Clem la guarda a bocca aperta dal suo angolo vicino al fuoco. «Sei... bellissima, Meave.»
Meave le sorride dolcemente, ma i suoi occhi sono già su di me. «Grazie, piccolina.» Poi, senza distogliere lo sguardo da me.

Clem sposta lo sguardo da Meave a me, poi di nuovo a Meave. Non ha bisogno di spiegazioni. A quattordici anni, in questo mondo, ha già imparato a leggere ogni tipo di silenzio, compreso questo. Alzandosi con un movimento lento, quasi teatrale nella sua discrezione. «Comunque io sono stanca morta.» Ci lancia un'occhiata veloce, un accenno di sorriso complice che sparisce subito sotto un'espressione neutra, e si incammina verso le scale, il felpone che le sventola sopra alle ginocchia. «Buonanotte a tutti e due. Non fate troppo rumore, se posso permettermi.»
«Clem—» comincio, ma lei è già a metà scala, e il tono che uso non ha davvero l'energia di un rimprovero.
La sento ridacchiare piano mentre sparisce oltre la porta della camera al piano di sopra. Il legno scricchiola sotto i suoi passi, poi il silenzio torna a calare sulla casa, rotto solo dal crepitio del fuoco e dal vento che continua a spingere contro i vetri sigillati.

Restiamo soli. Meave muove qualche passo lento verso di me. Il contrasto con l'ambiente circostante — le pareti spoglie, la casa che scricchiola, la cenere sparsa vicino al camino — rende la sua figura quasi magnetica, fuori posto in un modo che toglie il fiato invece di stonare.

«Hai intenzione di fissarmi così per sempre o dici qualcosa?» mormora. La voce è bassa, vellutata.
«Stavo cercando le parole giuste,» rispondo, senza staccare gli occhi da lei. «Non ne trovo abbastanza belle.»
Un piccolo sorriso le incurva l'angolo della bocca dipinta. «Prova lo stesso. Non capita spesso, di questi tempi, che qualcuno si sforzi. Specialmente tu.»
Si ferma a meno di un palmo da me. Non c'è più odore di sudore, di fumo o di paura. Meave profuma di pulito, di lana asciutta, di pelle viva — e sotto, appena percettibile, qualcosa di dolciastro e sintetico che deve venire dal rossetto, un profumo così estraneo a questo mondo da sembrare quasi osceno nella sua normalità.
«Sei bella, Meave,» dico infine, la voce che mi esce più bassa del previsto. «Sul serio.»
«Solo bella?» Inclina la testa, il gioco negli occhi che smentisce il tono lamentoso. «Speravo in qualcosa di più elaborato, dopo tutta quella fatica per trovare le parole giuste.»
«Va bene.» Faccio un mezzo passo, colmando quasi del tutto lo spazio rimasto. «Sei la cosa più assurda che questo mondo di merda mi abbia ancora concesso di guardare. In un mondo che ci sta ammazzando giorno dopo giorno, tu riesci omunque a farmi dimenticare per un secondo dove siamo.»

Il sorriso di Meave si allarga, ma qualcosa nel suo sguardo si fa anche più serio, più vulnerabile. «Volevo ricordarti come siamo fatti quando non dobbiamo solo pensare a non morire,» dice, la voce che scende a un soffio. «Volevo ricordarlo anche a me stessa, se devo essere onesta. Da quanto tempo non mi guardavo davvero in uno specchio, prima di stasera? Non per controllare se avevo una ferita o del sangue addosso. Solo per guardarmi.»
«E cosa hai visto?»

Ci pensa un istante, gli occhi che si fanno più lucidi alla luce del fuoco. «Qualcuno che avevo quasi dimenticato di essere,» dice piano. «E per un momento, mi è dispiaciuto mi sono quasi commossa per una cosa così stupida come un rossetto.»
Allunga una mano e la posa sul mio petto. Attraverso il maglione di lana percepisce il mio cuore che batte più forte del normale. «Non ridere,» aggiunge, anche se non sto ridendo affatto.
«Non riderei mai di questo.» Le copro la mano con la mia, tenendola ferma contro il petto. «Se ti fa sentire meglio, anche a me sembra assurdo essere qui a dirti che sei bellissima invece di controllare se fuori sta arrivando qualcuno ad ammazzarci. Ma in questo momento... non riesco a pensare a niente altro.»

La chimica tra noi esplode, calda e improvvisa come la legna che brucia a pochi centimetri dai nostri piedi. Nessuno dei due puzza più di strada. Siamo due corpi puliti, caldi, vicini, in una casa che scricchiola sotto il peso della neve e in un mondo che ha smesso da tempo di concedere momenti come questo.

Prima che possa aggiungere altro, le faccio scivolare le mani sui fianchi e la tiro a me.
Le prendo il viso tra le mani. I miei pollici sfiorano le sue guance truccate con delicatezza, attenti a non rovinare quel poco di colore che si è concessa. Meave chiude gli occhi e si abbandona al mio tocco con un gesto di fiducia totale che mi manda il cervello in corto circuito.
Mi piego verso di lei. Il primo bacio è lento, esplorativo. Il sapore del rossetto è lievemente dolciastro, artificiale, ma mi piace da morire proprio per questo — è la prova che qualcosa di normale, di inutile e bello, è sopravvissuto abbastanza a lungo da arrivare fino a noi. Le sue labbra sono morbide, calde, e rispondono alla mia pressione con una fame che rispecchia la mia. La lingua di Meave sfiora la mia, timida all'inizio, poi più audace. Le mie mani scendono dal suo viso, scivolano lungo il collo sottile fino alle spalle, e la tiro contro di me finché non c'è più spazio tra i nostri corpi.

Iniziamo a spogliarci senza dire una parola. I vestiti di lana, appena indossati, finiscono in un mucchio sul pavimento. Meave si alza appena in piedi per far scivolare via il maglione. Alla luce arancione del fuoco, la sua pelle chiara sembra quasi luminosa. I suoi seni sono piccoli, sodi, con i capezzoli che si induriscono all'istante al contatto con l'aria fredda della stanza. Il contrasto tra il calore del camino e il gelo che permea le mura crea un'elettricità statica sulla pelle che mi fa venire i brividi.
Lei mi spinge indietro con delicatezza. Mi lascio andare, appoggiando la schiena contro il tappeto logoro che abbiamo steso davanti al fuoco. Meave si china su di me, i capelli puliti che mi sfiorano il petto nudo, solleticandomi. I suoi baci scendono lungo la mia mascella, sul collo, sul petto. Ogni tocco è una promessa, un ringraziamento per essere arrivati fin qui vivi.
Quando le sue dita afferrano l'elastico dei miei pantaloni, il mio respiro si fa affannoso. Tira fuori il mio cazzo già duro e pulsante. L'aria fredda della stanza mi colpisce l'asta per un secondo prima che lei avvolga le dita calde intorno a me. Meave mi fissa dall'alto, gli occhi verdi spalancati in un misto di adorazione e brama, poi si abbassa.
«Merda...» sibilo tra i denti quando la sua lingua umida sfiora la punta. È un tocco leggero che mi fa contrarre i muscoli delle cosce. Lecca l'intera lunghezza con movimenti lenti e deliberati, come se volesse memorizzare ogni centimetro. La sua saliva mi bagna la pelle, e il calore del fuoco la asciuga subito dopo.
Poi apre la bocca e scende. Calda. Stretta. Bagnata.
La mia testa scatta all'indietro contro il pavimento.
«Sì... così...» gemo, la voce spezzata.
Lei muove la testa su e giù, prendendo sempre più spazio in gola. I suoi occhi sono chiusi, concentrati. Il suono dei suoi baci umidi si mescola allo scoppiettio del legno che brucia. Le mie mani si intrecciano nei suoi capelli per ancorarmi alla realtà, per non scivolare via nel piacere puro che mi travolge mentre le sue dita lavorano la base dell'asta.

Dopo qualche minuto mi mostra le labbra bagnate e rosse, con il respiro affannoso. Si alza in piedi sopra di me, fa scivolare giù gli slip di cotone e posiziona le gambe su entrambi i lati dei miei fianchi. Si abbassa lentamente, una dea nella luce tremolante.
«Ti voglio dentro,» sussurra con la voce roca dal desiderio.
Guida il mio cazzo verso la sua entrata. È bagnata, calda, pronta. Scende su di me centimetro dopo centimetro, inchiodandomi al pavimento. La sensazione di calore e di stretta è quasi dolorosa per quanto è intensa.
«Mmh, sì! Ti voglio.»
«Dio, Meave...» respiro, afferrandole subito i fianchi per sostenerla.
Inizia a muoversi con un ritmo lento e profondo. Si solleva fin quasi a staccarsi, poi spinge di nuovo verso il basso. I suoi occhi sono chiusi, la testa gettata all'indietro, i capelli che le ricadono sulla schiena mentre dalla sua bocca escono gemiti sommessi.

Il movimento dei suoi fianchi è ipnotico, ma il bisogno di prendere il controllo diventa troppo forte. La sento tremare, i suoi muscoli interni che mi stringono in modo disperato. Affondo le mani nei suoi fianchi e la blocco.
«Spostati,» le sussurro all'orecchio, la voce impastata di fame. «Sdraiati.»
Meave obbedisce senza esitare, scivolando di schiena sul tappeto. Mi chino su di lei, catturando le sue labbra in un bacio vorace. Le mie labbra scendono lungo il suo collo, succhiando la pelle proprio dove pulsa l'arteria, fino a raggiungere i suoi seni. Prendo un capezzolo tra le labbra, succhiando e mordicchiando leggermente mentre la mia mano accarezza l'altro.
«Trevis! Sìì...» ansima lei, inarcando la schiena.

Scendo ancora con la bocca sul suo addome piatto. Mi posiziono tra le sue cosce e le afferro le gambe per tirarla a me. Lecco lentamente dalla base fino al clitoride, raccogliendo i suoi umori. Meave geme forte, le anche che si sollevano dal pavimento. La mia lingua piomba dentro di lei, lavorando le pareti bagnate, mentre con il naso premo sulla parte più sensibile.
Infilo un dito dentro la sua figa stretta e calda, muovendolo in ritmico dentro e fuori. «Sì! Lì! Non fermarti!» urla lei, la voce che si rompe.
Aumento il ritmo, leccando e premendo finché il suo corpo non si irrigidisce del tutto. Meave esplode in un orgasmo violento, contorcendosi sul pavimento mentre i suoi muscoli pulsano contratti attorno al mio dito.
Il mio bisogno adesso è incontrollabile. Risalgo sul suo corpo, baciando la sua pelle sudata. Mi posiziono tra le sue gambe, appoggiandomi sui gomiti per non gravarle addosso. Punto la testa del cazzo contro la sua entrata, lei mi aiuta con la sua mano e spingo dentro con un colpo fluido e profondo.
«AH! Sìì! Sìì!» urla, tappandosi la bocca subito dopo.

Inizio a spingere con il bacino, profondo e ritmico. Ogni colpo è la conferma che siamo vivi in mezzo alla morte. Il suono della pelle contro la pelle si unisce al ruggito della bufera fuori.
Sento il piacere accumularsi alla base della schiena, una pressione insopprimibile. Ma la realtà cruda di questo mondo mi riaffiora subito nella mente: niente medicine, niente ospedali, nessuna possibilità di gestire una gravidanza qui dentro.
«Meave...» borbotto a denti stretti. «Sto per venire.»
Lei allenta le gambe attorno alla mia vita, lasciandomi uscire. «Vieni fuori... per favore...» dice ansimando.
Scuoto la testa, lottando contro la nebbia del piacere. «Certo, non preoccuparti.»
Con un ultimo sforzo di volontà mi sfilo da lei prima che sia troppo tardi. Mi prendo l'asta in mano e pompo due volte. Un gemito profondo mi esce dalla gola mentre l'orgasmo mi travolge, schizzando il seme caldo sulla sua pelle bagnata e sulla sua vulva.
Restiamo immobili per qualche secondo, con il respiro pesante che si condensa nell'aria fredda e i battiti del cuore che rallentano insieme.
Mi alzo a fatica, recupero il pezzo di stoffa e lo intingo nella poca acqua rimasta pulita. Torno da lei e la pulisco con delicatezza. Meave mi sorride, un sorriso stanco e dolcissimo, mi prende il panno dalle mani e pulisce me con dita leggere.

Ci rivestiamo rapidamente prima che il gelo ci aggredisca di nuovo. Ci spostiamo sul divano-letto vicino al camino e ci infiliamo sotto il cumulo di coperte. Mi sistemo dietro di lei, avvolgendole le braccia intorno alla vita e appiccicando il petto alla sua schiena. Lei si rannicchia contro di me, cercandomi. Le bacio il collo freddo, poi lei si gira leggermente per cercare le mie labbra in un bacio lungo e lento.
Intrecciamo le dita sotto le coperte. Fuori la neve continua a seppellire il mondo, ma qui dentro, per questa notte, il freddo non può toccarci.

Una mano mi scuote la spalla con decisione, non abbastanza forte da far scattare i miei riflessi di difesa, ma abbastanza da strapparmi dal sonno di colpo.

«Trevis. Trevis, svegliati.»

Apro gli occhi. Le braci nel camino sono ridotte a un bagliore rossastro, appena sufficiente a disegnare il profilo di Meave china su di me, la torcia tattica in mano puntata verso il basso per non accecarmi.
«Che ore sono,» borbotto, la voce ancora impastata.
«Le tue tre ore sono quasi scadute. Guardavo l'orologio ogni tanto, come mi avevi detto.» Fa un passo indietro per lasciarmi spazio per alzarmi. «Non volevo lasciarti dormire oltre, ma nemmeno svegliarti troppo presto per niente.»
Mi passo una mano sulla faccia, sentendo la barba ruvida, e mi tiro a sedere. Il dolore sordo alla base del collo mi ricorda quanto scomodo fosse il divano-letto anche prima che il freddo cominciasse a insinuarsi nelle ossa.

«Bene,» dico, buttando di lato le coperte pesanti. «Grazie per avermi svegliato invece di andarci da sola.»
Meave inarca un sopracciglio, come se l'idea non le fosse nemmeno passata per la testa. «Con quello che sta succedendo fuori? No, grazie. Ci vado con te o non ci vado affatto. Non ho intenzione di montare e smontare una batteria al buio da sola solo per sentirmi indipendente.»
Un fantasma di sorriso mi tira l'angolo della bocca. «Progressi.»
«Non montartela troppo. È solo buonsenso, non fiducia cieca nelle tue capacità.»

Ci infiliamo giacconi e guanti in silenzio. Fuori, il vento ha perso quella furia cieca che ci ha tenuti prigionieri per ore. La neve cade ancora fitta, ma dritta, senza le raffiche orizzontali di ieri, e la visibilità si allunga per almeno una trentina di metri prima di sciogliersi nel bianco.
Recuperiamo la batteria vicino al camino, e usciamo insieme. Il freddo è comunque un pugno in faccia, ma il lavoro fila più veloce in due: io monto, Meave tiene ferma la torcia e mi passa gli attrezzi senza che debba chiederli. Il diesel parte al primo tentativo stavolta, un boato sordo che rompe il silenzio ovattato della neve.

«Il tempo sta migliorando,» dico, mentre rientriamo, scrollandoci la neve dagli stivali sulla soglia. «Se si calma ancora un po', domattina usciamo. Ti insegno come si spara.»
Meave mi lancia un'occhiata storta. «Io so sparare, idiota.»
«Sì, tutti sanno sparare. Basta puntare il pezzo di ferro e premere il grilletto.» Mi tolgo i guanti, soffiandoci dentro per scaldarmi le dita. «Ma per come tieni in mano una pistola tu, dubito fortemente che riusciresti a colpire un bersaglio a tre metri, a meno che non decida di suicidarsi da solo.»
Lei sbuffa, ma non ribatte. È un piccolo progresso anche quello.

Qualche ora dopo siamo fuori di nuovo, questa volta di giorno, la luce grigia e piatta che filtra da un cielo ancora carico ma meno feroce. Il freddo resta un'ondata gelida che mi secca istantaneamente le narici e mi fa lacrimare gli occhi. La neve ci arriva quasi alle ginocchia. Ho ripulito una porzione del muretto a secco della recinzione e ci ho allineato sopra tre barattoli di latta arrugginiti e un paio di bottiglie di vetro incrostate di fango, recuperate dalla dispensa.
Clementine è uscita in veranda. È infagottata in un giaccone enorme e ha una coperta sulle spalle, seduta sul gradino di legno a guardare la scena con l'aria di chi aspetta l'inizio di uno spettacolo.

Porgo a Meave una delle pistole calibro 9 che abbiamo tolto ai tizi sul ponte. L'acciaio è così freddo che sembra bruciare attraverso i guanti di lana. «Dai, allora,» le dico, facendo un passo indietro. «Fammi vedere come spari. Non ti dico nulla. Il barattolo rosso, quello al centro.»
Meave stringe le labbra in una linea dura. Solleva l'arma. La postura è un disastro: le gambe dritte e rigide, il busto inclinato all'indietro come se la pistola pesasse dieci chili, le mani che stringono l'impugnatura così in basso che il rinculo le spaccherà i polsi. Chiude l'occhio sinistro strizzando metà faccia.
Fa un respiro profondo e preme il grilletto. Il colpo esplode. Nel silenzio ovattato della valle innevata, il botto è assordante, una frustata che fa ronzare le orecchie.
Il barattolo rosso è ancora lì, intatto. La neve è esplosa a un metro e mezzo di distanza, sulla destra. Il rinculo ha spinto le mani di Meave verso l'alto, facendole fare un mezzo passo indietro per non perdere l'equilibrio.

Resto in silenzio due secondi, poi alzo la mia pistola, senza nemmeno estendere completamente il braccio. Premo il grilletto. Bang. Il barattolo rosso schizza in aria e sparisce nella neve.
Abbasso l'arma. «Questo significa sparare. Se mi avessi avuto contro, tu ora saresti a terra con una pallottola in testa.»

Meave si gira verso di me, gli occhi verdi ridotti a due fessure cariche di irritazione. «Vorrei farti presente che tu eri un cecchino dell'esercito e io una parrucchiera,» dice, il tono grondante di ironia velenosa. «Quindi scusa se il mio polso è allenato per il phon e non per un'arma da fuoco, mio caro Chris Kyle.»
Dalla veranda, Clem soffoca una risatina dietro la sciarpa.
Non sorrido, anche se mi costa uno sforzo. Faccio il giro, sprofondando nella neve fresca, e mi metto esattamente dietro di lei. «Non importa cosa facevi prima. Importa che adesso sei qui, e gli stronzi là fuori non ti chiederanno che lavoro facevi prima di sgozzarti.»

Le mie mani guantate afferrano i suoi fianchi. Meave si irrigidisce per un secondo, sorpresa, ma la costringo a muoversi. «Allarga le gambe. Distanza delle spalle. Piega leggermente le ginocchia e butta il peso in avanti. Devi essere tu a dominare il rinculo, non lui a spingere indietro te.»
«Sai,» dice lei, la voce che trema leggermente più per il freddo che per altro, «per essere solo una lezione di tiro, le tue mani stanno esplorando parecchio territorio.»
«Sto correggendo la postura.»
«Certo. E la mano che è appena scesa sul mio fianco sinistro stava correggendo cosa, esattamente?»
Non rispondo subito, ma sento le orecchie scaldarsi nonostante il gelo. «Se vuoi imparare a sparare, devi lasciare che ti sistemi.»
«Non ho detto di smettere,» ribatte lei, un sorriso che le trema agli angoli della bocca nonostante il freddo che le arrossa il viso. «Ho solo detto che sei parecchio meticoloso per essere un ex operatore delle forze speciali.»

Scuoto la testa, ma qualcosa dentro il petto si scalda più di quanto dovrebbe con questa temperatura. Scivolo con le mani sulle sue braccia, fino ad afferrarle le mani. La vicinanza è la stessa di stanotte, il mio petto che le sfiora la schiena a ogni respiro, ma provo a mantenere l'intento freddo, meccanico, anche se non è più del tutto vero.
«L'impugnatura fa schifo,» dico, la voce più bassa di quanto vorrei. «Sali con la mano destra, la V tra pollice e indice deve stare altissima. Se stai così in basso, l'arma impenna. Usa la mano sinistra per avvolgere la destra, non metterla a coppa sotto il caricatore, non è un bicchiere di cristallo.»
Lei esegue, riallineando la canna verso una delle bottiglie di vetro. La presa ora è più salda.

«Ora il respiro,» mormoro. Sono così vicino che vedo il vapore del mio respiro mescolarsi al suo. «La canna della pistola si muove con i tuoi polmoni. Se spari mentre respiri, il colpo va su o giù. Prendi aria. Lasciala uscire. Alla fine dell'espirazione c'è un secondo di pausa naturale in cui il corpo è completamente immobile. Quello è il momento in cui devi premere. Premi il grilletto.»
Meave tiene gli occhi aperti, fissando il bersaglio. Sento i suoi muscoli tesi sotto il giaccone. Inspira profondamente, l'aria gelida che le riempie i polmoni. Poi espira. Il vapore bianco si dissolve nell'aria fredda. Il suo corpo si ferma. L'indice si contrae.

Il colpo parte. Questa volta le sue braccia assorbono il rinculo, le spalle restano in avanti. A venti metri di distanza, la bottiglia di vetro esplode in una pioggia di frammenti brillanti sulla neve.
Dalla veranda, Clem batte due volte le mani guantate.
Meave abbassa lentamente l'arma. Si volta a metà verso di me, un sorrisetto soddisfatto che le piega l'angolo delle labbra congelate. «Visto? Te l'avevo detto che sapevo sparare.»
«Hai avuto un buon insegnante,» rispondo, facendo un passo indietro con riluttanza.
«Modesto, oltre che meticoloso.»

Mi rimetto dietro di lei per farle da guida fisica su altri due colpi. Il bersaglio va in frantumi entrambe le volte. Poi faccio un passo indietro, lasciandola sola. Meave spara altri due colpi in rapida successione. Il primo manca clamorosamente il barattolo, sollevando un getto di neve alle sue spalle; il secondo lo scheggia appena.
Non faccio in tempo a commentare. Un suono basso e gutturale taglia il ronzio che ci ha lasciato lo sparo nelle orecchie.

Dalla linea degli alberi oltre la strada, tre figure emergono arrancando nel bianco. Eccoli i bastardi. Il rumore li ha richiamati. Avanzano a fatica, le gambe rigide per il gelo che affondano fino alle caviglie nella neve fresca, creando solchi profondi dietro di sé come cicatrici scure sul manto bianco. Sono lenti, quasi impacciati, ma puntano dritti verso di noi con quella ostinazione cieca che non conosce stanchezza.
Meave abbassa l'arma. Gli occhi le si spalancano e il respiro le si incastra in gola. Fa un passo indietro, poi un altro, girandosi istintivamente verso il portico per scappare.
Allungo il braccio e la afferro per il colletto del giaccone, strattonandola indietro con forza. «Dove cazzo vai?» le ringhio in faccia. «Adesso rimani qui e spari a quei disgraziati.»
Lei si divincola, gli occhi sgranati dal panico. «Col cazzo, Trevis, scordatelo!»

La blocco con entrambe le mani sulle spalle, stringendo forte. Non c'è più spazio per le battute di prima. «Porca puttana, Meave! Se ti caghi addosso per qualche coglione senza cervello che cammina a due all'ora, cosa farai quando sarai davanti a un uomo armato? Ah, già... piangi come hai fatto sul ponte mentre ti puntano un fucile addosso e sparano a chi è dalla tua parte.»
La frase è una coltellata gratuita, e lo so, ma ottiene l'effetto sperato. Meave si congela. Il panico nei suoi occhi viene inghiottito in una frazione di secondo da una rabbia pura, furiosa. Sulla veranda, intanto, Clem è già scattata in piedi. Ha lasciato cadere la coperta a terra e ha il coltello in mano, pronta a lanciarsi nella neve per darci supporto.

Meave deglutisce a fatica, la mascella contratta. Stringe di nuovo l'impugnatura della pistola. «Ok...» sibila, la voce che trema appena. «Ok. Restami vicino però.»
«Non mi muovo da qui.»
Il primo errante è a quindici metri. I suoi grugniti si mescolano al rumore del vento gelido. «Tira su l'arma,» ordino.
Meave alza la pistola. Le braccia le tremano. Spara. Il colpo centra l'errante in pieno petto. Un fiotto di sangue denso e nerastro macchia i vestiti della creatura, ma questa non fa una piega e continua ad avanzare, le braccia tese in avanti. Meave va nel pallone. Spara di nuovo, ma strappa il grilletto per la fretta. Il colpo vola a un metro dalla testa del morto.
«Merda, merda—» sibila lei, la voce che trema.

Non spreco fiato per rassicurarla. Alzo la mia pistola, inquadro la fronte del cadavere e premo il grilletto. Il cranio esplode in una nube rossa e il corpo si affloscia nella neve come un sacco vuoto.
«Ne arrivano altri due,» dico subito, indicando due figure che hanno appena scavalcato il muretto distrutto. «Avanti, Meave, lo sai fare. Devi solo calmarti. Imposta l'arma, mira, respira e spara. Ce la puoi fare.» Le do una leggera pacca sulla spalla. «Io prendo quello a destra, tu a sinistra.»
Punto la mia arma. Il colpo parte secco e l'errante di destra cade fulminato con un buco in mezzo agli occhi. Sposto immediatamente la mira sul bersaglio di Meave, pronto a coprirla se fallisce.
Lei si prende qualche secondo in più. Allarga le gambe, piega le ginocchia e blocca il respiro, esattamente come le ho mostrato poco fa. Spara. Il colpo sbatte contro la spalla sinistra dell'errante, facendolo sbandare per un istante, ma la creatura recupera l'equilibrio e riprende a trascinarsi in avanti.

Faccio per premere il grilletto, ma Meave alza la mano sinistra. «Aspetta! Aspetta, fammi riprovare.»
Abbasso di un millimetro l'arma. Meave si riassesta. Il respiro si fa profondo, misurato. Ignora il volto putrefatto che le sta arrivando addosso e si concentra sul mirino. Il secondo sparo è perfetto. La testa dell'errante scatta all'indietro e il corpo collassa a terra, macchiando il manto bianco.
«Visto?» ansima lei, la voce che trema ma con un filo di orgoglio dentro.
«Ho detto che ce l'avrei fatta.»
«Non festeggiare ancora.»

Il rumore dei nostri colpi è stato un faro acustico troppo potente. Dai boschi e dalla strada compaiono altre cinque sagome barcollanti, attirate come falene da un fuoco che promette solo carne.
«Ok, ora basta sparare,» annuncio, infilando la Beretta nella fondina e sfilando il coltello dalla fondina.
«Ne stanno arrivando altri, basta sparare o ne arriveranno altri, Clem!» urlo verso la veranda.
«Tu e Meave occupatevi di quei tre vicino al capanno. Io penso agli altri due.»

Non aspetto risposte. Sprofondando nella neve fresca, mi avvento contro i due morti più vicini a me. La loro lentezza causata dalla neve li rende bersagli facili, quasi patetici nella loro goffaggine. Afferro il primo per il bavero del cappotto irrigidito dal gelo e gli pianto la lama nella tempia, spingendo fino a trapassare il cervello.

Uso il suo stesso peso per spingerlo all'indietro. Lo scaglio addosso al secondo errante, facendoli crollare entrambi nel groviglio di neve. Non gli do il tempo di rialzarsi. Faccio un passo in avanti e calo il tacco del mio stivale pesante dritto sulla tempia del secondo morto, schiacciandogli il cranio con uno scricchiolio umido che si perde quasi nel silenzio ovattato della neve.
Mi volto subito verso le ragazze. Clem sa combattere, non è una novità: si è mossa con agilità nella neve e ha già neutralizzato il primo pugnalandolo all'orecchio, mentre Meave ha abbattuto il secondo e sta finendo il terzo incastrato contro la parete del capanno. Se la sono cavata in fretta, molto più in fretta di quanto avrei osato sperare qualche giorno fa.

Recupero il fiato, pulendo la lama del coltello sui pantaloni di un cadavere, e mi avvicino a loro. Clem sta estraendo la sua lama dal cranio dell'ultimo morto, il gesto ormai talmente automatico da sembrare quasi noioso per lei. Alzo una mano e le do un cinque che schiocca nell'aria fredda, un riconoscimento silenzioso per la sua prontezza.
Poi mi volto verso Meave. Ha il respiro corto, le guance arrossate dal freddo e dall'adrenalina, e tiene ancora il coltello sporco in mano, le nocche bianche intorno all'impugnatura.
«Ce l'ho fatta,» dice, la voce che trema ancora, ma con qualcosa di diverso sotto il tremore. «Ce l'ho fatta senza andare in panico questa volta.»
«Ce l'hai fatta,» confermo.

Faccio un passo verso di lei, le avvolgo un braccio dietro le spalle e la tiro a me in un abbraccio ruvido ma solido. «Stiamo diventando una buona squadra,» le dico, vicino all'orecchio.
Lei non risponde subito, ma sento che si appoggia contro il mio giaccone per un secondo, scaricando la tensione accumulata. Poi, contro il mio petto, la sento sussurrare: «Prossima lezione, insegnami anche come si fa a non tremare dopo. Perché questa parte fa ancora abbastanza schifo.»
«Quella non si insegna,» rispondo, piano. «Ci si abitua e basta. E anche quando ci si abitua, un pezzettino continua a tremare per sempre. Non è debolezza, Meave. È l'unica prova che sei ancora umana.»

Si stacca appena, quel tanto che basta per guardarmi in faccia, gli occhi ancora lucidi ma più fermi di un minuto fa. «Allora spero di non smettere mai di tremare.»
Guardo i corpi sparsi nella neve e il cielo grigio che minaccia altra bufera. «Ripuliamo le lame e rientriamo in casa,» dico infine. «Inizio a non sentire più le dita dei piedi, e sospetto che tra poco quella bufera torni a farci visita.»

[CONTINUA...]
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2026-08-28
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