La Mente

di
genere
guide

Non è presente sesso esplicito, ma vorrei proporvi un racconto psicologico, un percorso di controllo e cambiamento.
Aspetto le vostre impressioni per proseguire nel viaggio della mente o per cambiare assolutamente indirizzo..

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Controllare la mente, vivere le emozioni e spingersi oltre.
Talvolta è più gratificante che l’atto sessuale in sé.
Il rischio, l’incognito, il gusto del proibito e la sensazione di non poter controllare, ma anche il controllo di situazioni strane da sensazioni impagabili.
Da questi discorsi era partita la sfida. Ne stavo parlando con Valeria, una donna di quarant’anni, separata e con la fissa della palestra, ed è proprio tra un allenamento e l’altro che ci siamo conosciuti e che ogni tanto discutiamo di queste cose.
- tu sei troppo scontata e abitudinaria, non saresti capace di fare nulla di ciò che non hai mai fatto.
- Probabilmente è vero, ed è stato il motivo della mia separazione ma non ne sento l’esigenza. Non ho mai la necessità o la voglia di fare cose diverse. Fatico addirittura ad andare a cena in un ristorante diverso dal solito.
- E non vieni mai nemmeno in palestra ad orari e giorni diversi da quelli a cui sei abituata da anni. Vale, è un peccato. Perché l’essere scontata ti appiattisce. Risulti poco interessante e anche tu non ti diverti a dovere.
- Ma non è vero! E poi si sono abitudinaria ma per scelta, se solo volessi potrei fare qualsiasi cosa!
Era nata la sfida. L’avevo spinta a cambiare qualche stupida routine, niente di che ma facendola andare a bere un caffè in bar fuori mano, cambiando qualche volta giorno dell’allenamento.
- sfida: domani sera ti invito a cena, non ti dico dove e a mangiar cosa. Solo “tacchi alti e gonna corta” come la canzone degli 883.
- Sfida accettata. Con te non ho paura
- Non devi aver paura, ma non sai cosa ti aspetta…. Chissà dove ti porto e chissà cosa dovrai mangiare. È inteso che se non mangi paghi tu!
- Cavolo che cavaliere, ma se è una sfida alla fine è giusto! Vincerò!

[Pensa davvero che io non sia capace? Gli dimostrerò che posso fare qualsiasi cosa. Dopotutto è solo una cena diversa dal solito, controlli la situazione e vinci la scommessa. Non ho nulla da temere con lui.»]

Valeria è, come dicevo prima una quarantenne in formissima, non altissima, ma sfiora il metro e settanta, due gambe da ventenne, un culo da ventenne e due tette che sembrano sode e generose ma sotto i reggiseni sportivi restano sempre mal celate. Mora, e in questi giorni super abbronzata con quel segno bianco del costume che eccita anche di più. Io ho qualche anno in più di lei, ma un paio di salti glieli farei fare eccome.

La sera dopo, come da accordi ci troviamo nel parcheggio della palestra, lei arrivava da casa io dal mio allenamento quotidiano. Niente di che ma un po di allenamento aerobico e un paio di vasche in piscina mi tengono in forma, nonostante la pancetta.
Scende dalla sua auto, mi saluta mentre io metto il borsone sulla mia.
- dammi le chiavi della tua auto, andiamo con la tua e guido io!
Era un’altra delle cose che l’avrebbero destabilizzata ed infatti fa una faccia strana ma mi passa le chiavi
- è già cominciata la sfida?
- Certo! Primo step superato, diciamo che potresti aver già conquistato l’antipasto … sempre che ci sia!
- Spero di sì perché ho anche fame!
-
[«Perché gli ho dato le chiavi? Questo non era nei patti....»]

Ridiamo, saliamo in auto e comincio a guidare.

[«Mi sento uno strano sfarfalleggio allo stomaco, come quando ero ragazzina. Dove mi sta portando? »]

La porto poco fuori la città, in un paese in campagna dove c’è un ristorante elegante con un parcheggio discretamente occupato.
- bello, non ci sono mai stata!
- Non avevo dubbi.. non è la tua solita pizzeria sotto casa.
Entriamo e discutiamo del più e del meno, una cameriera di colore, dal fisico da modella ci accompagna al tavolo e ci versa un calice di bollicine, poi ci porta un piatto con alcune entree di verdura.
Valeria si guarda in torno spaesata ma compiaciuta, apprezza sia la mia compagnia che il posto e le bollicine.

[«L'ambiente è elegante, ma c'è un'atmosfera strana, densa. Mi sento osservata, ma in fondo non mi dispiace.»]

Il menù è già stato concordato e nessuno viene a disturbarci.
- hai visto che non sono morta?
- No, anzi. Al momento mi sembra che tu stia gestendo bene le emozioni, ma il bello deve ancora arrivare.
Nel mentre arriva ancora la cameriera che ci porta un piatto di Ramen con zampe di gallina.
Vedo Valeria sgranare gli occhi!
- attenta, qui si rischia di perdere.
Le spiego il piatto e attendo che inizi a mangiare
- credo di non farcela, ma dammi un paio di minuti.
- Non c’è problema di tempo, solo che dovrai mangiare anche tu la zuppa, e prepararti per il secondo piatto. Ma non c’è problema, se non vuoi perché va oltre il tuo limite, devi solo pagare la cena.
Valeria sorride, si porta i capelli dietro l’orecchio e prima di portare il cucchiaio alla bocca
- Questa sera supererò ogni limite, voglio stravincere.

Naturalmente non finisce il piatto ma non era certamente negli accordi, possiamo quindi pensare di aver concluso anche la seconda parte.
Prendiamo a chiacchierare di cose più frivole, le faccio qualche domanda sulla sua separazione, naturalmente lei da tutte le colpe all’ex marito che scopava le colleghe e qualsiasi cosa si potesse muovere.
- ma non ti è mai venuto in mente che forse anche tu non lo soddisfacevi? Vale, quanto ma soprattuto come scopavi?
Diventa rossa.
- cosa c’entra? Non è la quantità, si fa con amore. E poi lo abbiamo sempre fatto.
- Quante volte al mese? E come?
- Ma si, non le contavo di sicuro, a letto però si faceva!

- non so se sei ancora recuperabile! Valeria, non si scopa solo a letto! E sono sicuro che era sempre tu sotto e lui sopra! Che tristezza!
- Non è vero! È lui che è un maiale.
- Lui è normale. E non sai cosa ti sei persa. Non lo avete mai fatto in giro? Che so, nei bagni di un locale?
- Ma sei matto?
Nel frattempo ci versano ancora qualche bicchiere di vino, Valeria mangia del pane e poco alla volta si fa un pò più loquace, nel voler parlare del suo matrimonio, del fatto che non può perdonare a lui i tradimenti ma che forse è vero che avrebbe dovuto essere più “disinibita”. Poco alla volta viene dalla mia parte e ammette che la sua pudicizia non ha giocato a favore.
- signori il secondo piatto: “testicoli di toro trifolati. A questo piatto accompagnamo un barbera d’asti con 12 mesi di invecchiamento in botte”
- stai scherzando?
- Mai stato più serio. Valeria, prendi fiato e mangia si dice che conferiscano forza e coraggio e che al contempo donino una bona dose afrodisiaca e di potenza sessuale. Tutte cose di cui hai bisogno.
Sorrido, e tagliato un pezzo con il coltello inizio a gustarmi il piatto.

[«Zampe di gallina? Testicoli? Sta scherzando, non posso farlo. Ma se rifiuto, confermo tutto ciò che dice di me: che sono una fallita, noiosa, rigida. E poi c'è il conto che non sarà certo poca cosa.»]

Valeria fatica ma poco alla volta assaggia e non può che gradire, anche se come le ho spiegato, cerca di non pensare a cosa sta mangiando.
- Guarda che se anche mangio queste cose, e non pensavo di riuscirci, non è che mi trasformo!

[No, devo ingoiare. Fa uno strano effetto, ma la consistenza... non è male. Se riesco a mangiare questo, cos'altro posso fare stasera che non avrei mai immaginato?»]

- Assolutamente. Ed è quello che volevo dimostrarti. Le barriere si possono abbattere. Le cose si possono cambiare e soprattuto non bisogna far sempre le stesse cose e non divertirsi. Hai ancora due o tre passi questa sera. Poi potrai gridar vittoria… ma attenta!
- Dopo questi piatti prelibati non mi ferma più nulla…
- Si, anche i bicchieri di vino fanno la loro parte.

Ridiamo e andiamo avanti a parlare. Attendiamo il dolce, e poi ci sarà la sorpresa.

Dopo pochi minuti ci servono il dolce.
- Biscotti ai semi di papavero, zafferano e noce moscata. Accompagnato da un passito di Pantelleria.

- si narra che nel Medioevo si servivano dolci speziati a fine pasto per "riscaldare gli umori" e proseguire la serata con la stessa carica attribuita ai testicoli di toro. A fine cena ci sposteremo nel salone delle feste per un piccolo spettacolo.

Valeria resta in silenzio, assaggia i biscotti, che sono deliziosi, e sorseggia il vino.
- devo essere sincera, per il momento devo solo ringraziarti. Mi hai fatto passare una serata bellissima, la tua compagnia è deliziosa e mi hai fatto scoprire una cucina incredibile. Più che i piatti, penso che il vino abbia fatto la sua parte.
- Non solo il vino, cara mia. Sono i piatti ed è la tua volontà.
Finito il dolce, vediamo qualche commensale che già si dirige verso la sala, con calma.

- prima di andare a gustarci l’ultima parte della serata, ti chiedo un’altra piccola prova, diciamo l’ultima fatica prima di poterti offrire la serata.
- Visto? Ho già vinto!
- Vai in bagno, e togliti le mutande. Me le darai quando torni.

Arrossisce fino a diventare rosso fuoco. Quasi le manca l’aria sta per esplodere quando il cameriere appoggia il conto sul tavolo e io le faccio vedere il costo: 400 euro!
Sgrana gli occhi. Deglutisce, si versa un bicchiere d’acqua
- Valeria, hai fatto ben altro questa sera, ma se non vuoi pagare il conto, ti conviene fare come ti dico.
- Porco!
Si alza e si dirige verso il bagno.

[«Togliermi le mutande? È impazzito! E se qualcuno se ne accorge? Se mi si vede dalla gonna corta? Ma la sensazione del tessuto fresco sulla pelle naked... il vento leggero quando cammino... Dio, mi tremano le gambe. Mi sento spogliata del mio ruolo di 'donna per bene'. In bagno, mentre mi sfilo lo slip, mi guardo allo specchio: chi è questa donna? Mi sento incredibilmente desiderabile, vulnerabile, ma stranamente potente.»]

Cinque minuti dopo mentre torna al tavolo mi alzo e porgendole la mano ci indirizziamo verso la sala, nel mentre mi passa il piccolo pezzo di stoffa che metto nella mia tasca.
- come ti senti? Fresca?
- Scemo!
Si irrigidisce al mio braccio. I tacchi alti e la gonna corta fanno uno strano effetto..
Il contatto diretto della gonna sulla pelle nuda le ricorda costantemente la sua nudità nascosta in mezzo agli altri. Il rischio di essere scoperta genera una scarica di adrenalina purissima.

Quando la sala è piena, con il più della gente in piedi, ai bordi le luci si abbassano e parte una musica accattivante. Dalla porta sul fondo della stanza entrano tre ragazze dai fisici statuari, bionde e prosperose, vestite con abiti da sera e due ragazzi di colore in smoking.
Iniziano un ballo con della bellissima coreografia, poi cambia musica e due ragazze tolgono l’abito da sera alla terza che resta con una calzamaglia e inizia ad eseguire piroette e balli con dei volteggi incredibili. Le due ragazze tolgono anche il due ragazzi gli smoking da scena praticamente strappandoli e lasciano anche loro in calzamaglia con evidenza dei loro importanti attrezzi in mezzo alle gambe.
Stringo il braccio di Valeria, mi giro verso di lei e la vedo attenta, mi guarda, sorride e mi dice all’orecchio
- bravi! Davvero bravi.

Io sorrido perché meno di dieci minuti dopo la scena è cambiata completamente.
La ragazza che stava ballando, ora è completamente nuda, e continua a ballare tra i due modelli, che hanno indosso solo qualche centrimentro di stoffa a contenere i prepotenti organi sessuali.

Valeria è quasi a bocca aperta che annaspa. Non capisco se vorrebbe andar via o se è attratta da questa danza.

[«Dovrei voltarmi, è scandaloso. E invece non riesco a staccare gli occhi da quei corpi. Guardali... la libertà che emanano. Non c'è vergogna qui. E io sono qui, senza intimo, al braccio di un uomo che mi sta spingendo oltre ogni paletto. La mia vecchia vita sembra così lontana e sbiadita. Cosa mi sono persa per tutti questi anni?»]

Volano via anche gli ultimi due stracci e la bionda copre i sessi con le sue mani.
Loro si girano, mostrano i glutei scolpiti, la luce si abbassa ancora un pò e compaiono le altre due ragazze, inginocchiate nella penombra che non si sa se simulino o meno un pompino ai due neri.

Cinque secondi di buio totale e poi si riaccendono le luci senza più i ballerini.
Un grande applauso chiude la performance e lascia Valeria come inebetita.
- dimmi la verità, ti sei eccitata?
Arrossisce mi guarda mordendosi un labbro e mi dice
- si! Mai vista una cosa del genere.
Forza, andiamo a berci un caffè e se vuoi un cocktail.
Ci dirigiamo verso il bar, beviamo un caffè ma forse per il cocktail è cosa ardua.
- vuoi sederti?
E le indico gli sgabelli intorno al bancone.
- direi che preferisco stare in piedi, non vorrei dar spettacolo.
- Non preoccuparti, ad occhio e croce penso saresti stata l’unica ad avere indosso le mutande! Forza prendi posto.
Valeria si guarda in giro e poi non senza difficoltà si arrampica sullo sgabello sedendosi con le gambe accavallate. Mostrando così ampi e deliziosi scorci delle sue cosce.
- certo che la palestra su di te fa effetti contrastanti rispetto a me.
Ride
- ma toglimi una curiosità, come funziona questo posto?
- Nulla, si cena, ci sono un paio di spettacoli in c’è gente che si ferma per la notte
- Un locale di scambisti! Che vergogna!
- Ma che! È un locale molto raffinato e non è nulla di ciò.
- Ma quindi c’è un altro spettacolo?
- Solo se lo vuoi vedere. Il mio programma “cena” termina qui. Ma se tu vuoi, possiamo vedere la seconda parte.
- Ci sono ancora gli stessi ballerini?
- Aaaa è così ti sono piaciuti! Poi sarei io il porco?
- Scemo! Non ho detto questo ma non puoi nemmeno dirmi che davanti a dei fisici del genere si chiudono gli occhi.
- se vuoi fermarti mi devi dare qualcosa in cambio. Voglio il tuo reggiseno.
- Ma scherzi?
- Perché? Non stanno su?
- Certo che si ma si vede tutto se lo tolgo, la camicia è leggera
- Se vuoi possiamo andare, oppure… ti aspetto qui.
-
Valeria si dirige verso il bagno, qualche minuto dopo torna con una camminata goffa, lenta per non far ballare troppo il seno e mi consegna il reggiseno che aveva appallottolato nella mano.

[«Niente reggiseno ora. La stoffa della camicia è così sottile... Sento i capezzoli rigidi a contatto con la stoffa, ogni movimento mi fa trasalire. Salire su questo sgabello senza mutande è un rischio folle: basta un millimetro e si vede tutto. Sento lo sguardo di tutti addosso, o forse è solo la mia testa? Mi sento bagnata, spaventosamente viva. Non sono più la donna abitudinaria di ieri. Ho perso il controllo, ed è la sensazione più bella della mia vita.»]

- come ti senti?
- Strana! È una sensazione che non avevo mai provato.
- Ti sei abituata a star senza mutande?
- Se devo essere sincera mi fa strano ma non mi disturba più come prima.
- Ti eccita?
- Un pò
- Ti sei toccata in bagno? Quanto sei bagnata?
Valeria arrossisce e non risponde. Non ce la fa.

Il silenzio e il rossore alla domanda dimostrano che la mente ha preso il sopravvento sul corpo, portandola a uno stato di eccitazione latente ma devastante.

Saliamo al piano superiore, la sala è un sottomondo a luci rosse e soffuse, profumato di ambra e pelle lavorata. Pochissimi tavolini bassi, divanetti profondi rientrati in nicchie d'ombra e un’atmosfera densa, quasi palpabile. Intorno a noi, altre coppie conversano a bassa voce; qualcuna si limita a guardare, qualcuna si spinge un po’ più in là, lasciando che le mani scivolino sotto i vestiti nell'oscurità complice.

Spingo delicatamente Valeria verso il divanetto di una nicchia defilata. Nel momento in cui si siede, trasale. La pelle del divano è fredda e liquida contro il retro delle cosce scoperte dalla gonna che è risalita inevitabilmente. Senza mutande e senza reggiseno, sotto quella camicetta sottile, ogni singolo poro della sua pelle è una spia accesa.
— Rimani composta — le sussurro all'orecchio, sedendomi al suo fianco senza toccarla, mantenendo qualche centimetro di distanza.
— Non devi fare nulla. Solo guardare e sentire.

Al centro della sala, sotto un unico cono di luce calda, i tre ballerini di prima sono di nuovo in scena, ma le regole sono cambiate. Non c'è più coreografia: c'è un'esplorazione lenta, fluida, sfacciata dei loro corpi nudi. La ragazza bionda è genuflessa su un pouf di velluto, mentre i due uomini le si muovono attorno in un rituale d'incanto sensuale che flirta apertamente con la provocazione.
Valeria è rigida come una corda di violino. Le sue mani sono piantate sulle ginocchia per tenere i lembi della gonna serrati, ma la posizione la tradisce: la schiena è dritta, i capezzoli puntano sfacciati contro la seta della camicia, chiaramente visibili a chiunque decida di voltarsi verso di noi.
— Guardali, Vale

le mormoro, la voce bassa, impercettibile agli altri ma tuonante nella sua testa. — Non c'è un solo pensiero rigido in quello che stanno facendo. Nessuno schema, nessuna routine. Solo sensazione pura.

Vedo il suo profilo illuminarsi dei riflessi rossastri della sala. Il suo respiro è corto, ritmico. Un leggero velo di sudore le brilla sulla fronte e sulla clavicola.
— Non riesco... non riesco a smettere di guardare.
Lo dice, senza voltare il viso, la sua voce è un filo incerto.
— E la pelle del divano... mi fa uno strano effetto. Ogni volta che mi muovo di un millimetro...
— Ti ricorda che sei del tutto nuda qui in mezzo?

la interrompo dolcemente. — Che basta che tu apra leggermente le gambe e chiunque a quel tavolo di fronte potrebbe vedere chi sei veramente stasera?

Vedo una goccia di sudore scivolare lungo il suo collo. Deglutisce a fatica, invece di ricomporsi o di coprirsi, le sue dita si allentano lentamente sulle ginocchia. Le gambe, finora serrate, si dischiudono di un soffio, cedendo qualche millimetro alla tentazione.
A un metro da noi, una coppia sulla quarantina si scambia effusioni sempre più audaci: l'uomo ha la mano interamente infilata sotto la gonna di lei, che tiene gli occhi chiusi con la testa reclinata all'indietro, lasciando sfuggire piccoli gemiti soffocati.

Valeria sgrana gli occhi, poi d'istinto sposta lo sguardo su di me. Nei suoi occhi c'è una febbre che non le ho mai visto in palestra, una fame di vita e di proibito che ha soffocato per anni sotto la scusa della donna per bene.
— Mi sta esplodendo la testa

mi sussurra, piegandosi leggermente verso di me, come a cercare protezione ma senza osare sfiorarmi.
— È come se non fossi io. Sento un calore che parte dallo stomaco e... Dio, sono bagnata da morire. Non mi è mai successo solo... guardando.

— Non stai solo guardando, Valeria

le rispondo, sfiorandole appena il lobo dell'orecchio con le labbra.

— Tu stai finalmente lasciando che la tua mente prenda il controllo di quello che provi, senza giudicarti. Ti piace non sapere cosa succederà tra un minuto?

Si morde il labbro inferiore fino a farlo diventare bianco. Poi mi guarda dritta negli occhi, spogliata di ogni difesa, e annuisce lentamente.

— Sì. Mi fa impazzire. Ed è la cosa più bella che abbia mai provato.

— Allora dimostramelo

le dico a bassa voce, inclinando il capo verso di lei.
— Dimostrami che la tua testa ha davvero preso il sopravvento su anni di rigidità.

Resto fermo, le mani appoggiate sul mio ginocchio, senza fare il minimo gesto per toccarla. La vicinanza è un’arma affilata, ma il divieto di contatto è la vera tortura.

— Che cosa devo fare?

mormora. La sua voce non è più quella della donna scettica del parcheggio; è incrinata dall'adrenalina, tesa, completamente sottomessa a quella nuova dimensione.

— Metti una mano tra le tue gambe, Vale. Sopra la gonna.

I suoi occhi si spalancano di colpo. Si gira a guardare la coppia poco distante, poi sposta lo sguardo verso il bancone in penombra dove un cameriere sta riordinando dei calici. La sala privè è immersa in un penombra complice, ma basta un movimento sbagliato per attirare l'attenzione.

— Qui? Ma sei impazzito? Qualcuno potrebbe vederci...

— Il rischio è esattamente il prezzo del biglietto. Hai detto che volevi stravincere, no? Nessuno ti sta chiedendo di fare uno spettacolo. Solo di sfiorarti, lentamente, sentire quanto sei bagnata attraverso la seta della gonna, mentre continui a guardare i ballerini sotto il riflettore. Ma c'è una condizione.

Si morde di nuovo il labbro, il torace che sale e scende con frequenza irregolare under la camicetta senza reggiseno.

— Quale condizione?

— Non puoi accelerare. E non puoi venire. Ti fermerai esattamente un secondo prima, quando te lo dirò io. Il controllo resta a me. Tu devi solo eseguire e goderti la sensazione di essere sul ciglio del burrone.

Valeria deglutisce. Per un istante, per tre interminabili secondi, vedo la sua mente razionale combattere l'ultima battaglia disperata contro la donna che si sta risvegliando. Poi, con una lentezza quasi solenne, la sua mano destra stacca le dita dal tessuto della gonna e scivola verso l'interno della coscia.
Sulla pelle nuda delle gambe, il tocco delle sue stesse dita la fa trasalire. La vedo chiudere gli occhi per un secondo, poi li riapre subito, ricordandosi dell'ordine: deve guardare.
La sua mano risale lentamente finché il palmo si adagia piatto sul cavallo della gonna. Il tessuto è sottile, leggero, e sotto il suo stesso tocco Valeria trattiene il respiro. Un piccolo, quasi impercettibile sussulto le attraversa il bacino.

— Accarezzati, Vale. Lentamente.

La sua mano inizia a muoversi in piccoli cerchi concentrici. La seta si sposta sulla pelle nuda e sensibile, creando un attrito minimo ma devastante. Vedo i suoi capezzoli irrigidirsi ulteriormente sotto la camicia, trasformandosi in due rilievi netti e inequivocabili.

— Guardali

le ricordo, accennando con il mento verso la pista dove la ragazza bionda sta guidando le mani dei due uomini sul proprio corpo.

— Guarda cosa significa non avere vergogna.

Valeria fissa la scena. Il suo respiro si fa affannoso, le labbra dischiuse lasciano uscire piccoli colpi di tosse soffocati per coprire i minimi lamenti che le salgono dalla gola. La sua mano si muove con più decisione, spingendo la stoffa contro la carne. È bagnata, visibilmente bagnata, tanto che il tessuto della gonna comincia ad aderire in modo diverso sulla sua pelle.

— Dio...

sussurra, le pupille dilatate.

— Non ce la faccio... mi sta salendo tutto insieme... è troppo forte...

— Fermati.

La parola cade come una lama affilata nel silenzio bagnato della loro nicchia.
La mano di Valeria si blocca all'istante, piantata sul proprio centro. La vedo tremare, letteralmente tremare da capo a piedi. Il viso è divampato in un rosso acceso, il collo bagnato di sudore. Guarda me con uno sguardo che è una miscela pura di supplicazione, estasi e sconcerto.

— No... ti prego... ancora un secondo...

implora a bassa voce, la voce spezzata dall'orgasmo negato che le sta pulsando disperatamente sotto le dita.

— Togli la mano

le ordino, sottovoce, mantendo lo sguardo fisso nel suo.

— A posto. Ricomponi la gonna. usciamo.

Valeria resta immobile per un secondo, sconvolta dalla velocità con cui l'ho riportata alla realtà, ma la frustrazione erotica le si trasforma immediatamente nel più potente dei cortocircuiti mentali. Toglie la mano, riabbassa leggermente il lembo di stoffa sulle cosce e si sporge verso di me.

— Sei un mostro

le trema la voce, ma nei suoi occhi c'è una luce selvaggia, viva, una fame che la Pizzeria sotto casa non avrebbe mai potuto lontanamente accendere.

— Sono solo quello che ti ha fatto vincere la scommessa, Vale. Alzati. La macchina ci aspetta. Guidi tu.

Il tragitto verso l’uscita dal locale è una marcia lenta e carica di una tensione elettrica indescrivibile. Valeria cammina al mio fianco con i tacchi che battono un ritmo incerto sul pavimento in cotto scuro. Sotto la camicetta leggera e la gonna corta non ha più alcuna difesa; sente l’aria fresca della notte penetrarle i vestiti non appena attraversiamo la porta a vetri del locale.
Nel parcheggio semibuio, l’aria estiva è calda e densa. Valeria si ferma un istante accanto al cofano della mia auto, prende un respiro profondo e si volta verso di me. Ha le guance ancora accaldate e le labbra leggermente gonfie da quanto se le è morse negli ultimi venti minuti.

— Le chiavi

le mormoro, tirandole fuori dalla tasca e porgendogliele.
Lei le guarda, poi guarda me. Le sue dita sfiorano le mie per un secondo prima di afferrare il telecomando. Non dice una parola. Disattiva l’allarme, apre la portiera del lato guida e si infila dentro con un movimento elastico ma cauto, attentissima a non far salire troppo la gonna davanti ai fari di un'altra auto che sta parcheggiando poco distante.
Salgo dal lato passeggero e chiudo lo sportello. Il silenzio dell’abitacolo ci avvolge come una bolla. Valeria appoggia entrambe le mani sul volante, i muscoli delle braccia tesi, la schiena ben staccata dal sedile per evitare che la seta sottile della camicia le sfreghi contro la pelle nuda della schiena e del seno.

— Dove andiamo?

chiede, senza accendere il motore. La sua voce è tornata bassa, quasi un sussurro.

— Verso casa. Ma prendi la provinciale vecchia, quella che passa tra i campi di granoturco. È buia, deserta.

Valeria inserisce la chiave, accende il motore e parte. Guidare in quelle condizioni è per lei una forma deliziosa di tortura. Ogni volta che schiaccia la frizione o passa al freno, le cosce scorrono leggermente sulla pelle del sedile; la mancanza dell'intimo le restituisce una percezione fisica amplificata di qualsiasi movimento. L'orgasmo negato qualche minuto prima nel privè continua a pulsare sotto la pelle come un incendio sotto la cenere.

— Mi tremano le gambe

dice dopo un paio di chilometri, tenendo gli occhi fissi sulla strada asfaltata illuminata solo dai nostri abbaglianti.

— Sento ogni singola vibrazione della macchina. È una sensazione assurda... mi sembra di guidare completamente nuda.
— È perché sei nuda, Vale. Tutto quello che avevi addosso per proteggerti dal mondo esterno è rimasto nella mia tasca e nel bagno di quel ristorante. Adesso ci sei solo tu, la tua testa e questa strada.
Svolta a destra verso la stradina di campagna.

Le siepi e i campi alti d'erba si chiudono attorno alla vettura. Dopo un paio di minuti le indico una piazzola di sosta sterrata, nascosta dietro un filare di pioppi.

— Accosta lì e spegni tutto.

Valeria non esita più. Non c'è più traccia della donna insicura o rigida: la spinta dell'incognito e il desiderio di andare fino in fondo hanno del tutto azzerato le sue difese. Ferma l'auto, spegne i fari e il motore. Il buio della notte di campagna ci inghiotte all'istante, spezzato solo dalla luce fioca della luna che filtra dal parabrezza.
Si volta verso di me, la mano ancora appoggiata sul cambio. Il suo respiro nel silenzio dell'auto è rapido, spezzato.

— E adesso?

domanda, le pupille dilatate nell'oscurità.

— Mi darai il permesso di finire quello che hai fermato prima, o hai in mente qualcos'altro per farmi impazzire?

La guardo negli occhi, godendomi per un ultimo, lunghissimo secondo il trionfo assoluto della mente sul corpo.

— Adesso, Valeria, passa dall'altra parte. La sfida è finita. Ora decidi tu fin dove spingerti.
Valeria non se lo fa ripetere due volte. La frase «Ora decidi tu fin dove spingerti» agisce come la chiave che sblocca definitivamente l'ultimo ingranaggio.
Senza dire una parola, sgancia la cintura di sicurezza con uno scatto secco. Si sposta verso di me con un movimento fluido, arrampicandosi sopra il tunnel centrale dell'auto. La gonna corta sale inesorabilmente e la camicetta leggera, del tutto priva del sostegno del reggiseno, rivela ogni minimo contorno del suo petto alla luce fioca della luna.
Si mette a cavalcioni su di me, nel sedile del passeggero. La sua pelle abbronzata è calda, e quando le sue cosce nude stringono i miei fianchi, il contatto diretto mi fa sentire chiaramente quanto sia bollente e completamente bagnata.

— Sei stato tu a volere questo, ricordatelo

Mi sussurra a un millimetro dalle labbra, gli occhi piantati nei miei.
Si guida con una decisione disinibita, muovendo il bacino con ritmi stretti e continui. L'orgasmo che le avevo negato e congelato nel privè esplode adesso con la violenza di una diga che cede. Valeria inarca la schiena, affondando le dita nelle mie spalle mentre un brivido violento le attraversa tutta la colonna vertebrale, liberando un sospiro acuto che rimbomba nell'abitacolo.
Poi, l'onda di pieno appagamento fisico si estingue, e il silenzio torna a riempire l'auto.
Accade in un secondo. Non appena il corpo si placa, la mente di Valeria compie un contraccolpo violento. Lo scatto d'ansia della "vecchia" Valeria riaffiora in superficie: si stacca bruscamente dal mio petto, ricadendo all'indietro sul sedile del guidatore. Con le mani tremanti cerca di ricomporsi la camicetta, tira giù la gonna con gesti frenetici, quasi a voler cancellare la nudità. I suoi occhi cercano il buio fuori dal finestrino, evitando il mio sguardo. Un rosso di pura vergogna le sale dal collo alle guance.

— Dio mio... cosa ho fatto...

mormora con la voce incrinata, soffocata da un improvviso senso di colpa.

— Io non sono questa. Io non faccio queste cose in macchina, come una ragazzina, in mezzo ai campi...

È il momento critico. L'automatismo di anni di condizionamenti e pudore sta cercando di riprendere il sopravvento, spingendola a pentirsi e a rientrare nella sua gabbia protettiva.
Ma questa volta la crepa nel muro è troppo profonda.
La vedo bloccarsi a metà gesto, con le dita ancora aggrappate ai bottoni della camicia. Il suo respiro, prima affannoso per il panico, inizia a rallentare. Sta lottando con se stessa, ma non con il corpo: con la testa. Sta elaborando il cortocircuito.
«Perché mi sto vergognando?» si chiede in un silenzio assordante. «Perché dovrei sentirmi in colpa per aver provato il piacere più intenso della mia vita? Chi lo decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?»
Il controllo della mente scatta di nuovo, ma questa volta non è una resa all'inibizione: è la presa di coscienza definitiva della sua evoluzione. L'ansia comincia a cedere il passo a un'adrenalina nuova, lucida. Valeria capisce che la vergogna è solo un vecchio riflesso incondizionato, una maschera che non le appartiene più.
Lentamente, stacca le dita tremanti dai bottoni della camicia. Non si copre.
Fa un respiro profondo, espira l'ultima traccia di esitazione e si volta verso di me. Il rossore sulle guance c'è ancora, ma nei suoi occhi non c'è più traccia di pentimento. C’è una consapevolezza del tutto nuova, quasi feroce.

— Ho avuto paura per un secondo

dice, e la sua voce ora è ferma, densa.

— Ho pensato di essermi spinta troppo oltre. Ma la verità è che non sono mai stata così presente a me stessa come stasera.

Sulle sue labbra compare un piccolo sorriso, sfrontato e consapevole.

— Il vecchio modo di vivere è finito stasera. E la cosa più spaventosa... è che non ho nessuna intenzione di tornare indietro.

— Ben fatto, Valeria. Adesso però ripartiamo, per stasera direi che possiamo chiudere qui.

Le mie parole cadono nell'abitacolo come un punto fermo, un'ulteriore conferma che la sfida è stata superata e che il controllo, pur rimanendo fluido, ha trovato la sua conclusione perfetta.
Valeria accenna un cenno con la testa. La gestualità affrettata di prima è del tutto scomparsa: non c'è più la fretta scompigliata di chi vuole nascondersi, ma la compostezza di una donna che ha appena ridefinito i propri confini. Con gesti calmi e deliberati, finisce di sistemare la camicetta, senza però darsi la pena di allacciarla del tutto, e lascia che le gambe rimangano scoperte quel tanto che basta per ricordarle la sua nuova condizione.
Infila la chiave, accende il motore e innesta la prima. I fari fendono di nuovo il buio dei campi di granoturco, illuminando la stradina sterrata mentre ci immettiamo sulla provinciale.
Durante il tragitto verso la città, il silenzio tra noi non è più carico di tensione o imbarazzo, ma di una complicità matura, quasi elettrica. Valeria guida con una mano sola sul volante, il braccio rilassato, lo sguardo fisso sulla strada e un cenno di sorriso costante ad addolcirle il profilo.

— A cosa stai pensando?

le chiedo a bassa voce, mentre la città comincia a riapparire con i suoi lampioni e le sue piazze desolate.

— A domani
risponde subito, senza esitare.

— Agli orari della palestra. Agli orari della mia vita. A come cambierà tutto adesso che so cosa c'è dall'altra parte.

Arriviamo nel parcheggio della palestra, esattamente dove la serata era iniziata. Accanto alla sua auto, la mia sembra quasi il ricordo di un'altra epoca. Valeria spegne il motore, sgancia la cintura e si volta a guardarmi.

— Niente intimo, è nella mia tasca, ricordi?

le dico con una nota di provocazione nella voce.
Lei mi fissa negli occhi, fa un respiro profondo e scuote la testa, divertita.

— Tienilo pure tu. Un promemoria per te... e un trofeo per me.

— Grazie per la cena ! Ma la prossima sfida la decido io.

dice, con quella nuova luce nello sguardo che ha spazzato via anni di routine.

- non essere così sicura, prima di correre devi riprendere a camminare. Ti chiamo domani e ne riparliamo.


scritto il
2026-09-02
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