La Mammina Troia e l’Aperitivo che Finì in Bocca
di
Panny
genere
etero
Le mie giornate erano sempre le stesse, scandite da una routine che ormai conoscevo a memoria. Mi alzavo presto, preparavo la colazione per i ragazzi, andavo al lavoro, tornavo a casa per cucinare il pranzo perché, anche se Francesco e Carlotta avevano ormai diciannove anni, se non gli stavo dietro non avrebbero mai toccato un pasto decente. Poi palestra, doccia, cena e serata con loro sul divano. Qualche volta mi concedevo una coccola: una giornata alle terme o un pomeriggio in un centro benessere, ma il mio pensiero tornava sempre lì, ai miei figli. Ero divorziata da anni e, anche se la vita mi aveva insegnato a cavarmela da sola, non era facile.
Come ogni donna, però, avevo i miei bisogni. Li soddisfacevo con discrezione. Avevo i miei “amici di fiducia”, uomini con cui mi sentivo al sicuro. Cambiavo raramente, ma quando lo facevo… mi divertivo sul serio.
In palestra mi salutavano tutti, anche quelli che non conoscevo. Io rispondevo sempre con un sorriso. Da qualche mese, però, c’era un uomo sui quarantacinque anni che mi salutava con più insistenza. Si chiamava Paolo. Qualche giorno fa, mentre ci alternavamo sugli attrezzi, per la prima volta aveva attaccato discorso.
«Abito nella via dietro casa tua,» mi aveva detto con un sorriso tranquillo. «Ogni tanto ti vedo correre nel quartiere.»
Avevamo parlato un po’ delle nostre vite, del lavoro, dei figli. Alla fine ci eravamo scambiati i numeri di WhatsApp per organizzarci per il corso di yoga in palestra. Quella sera stessa avevamo messaggiato tanto, e il giorno dopo ci eravamo prenotati entrambi.
Come sempre, dopo pranzo andai in palestra. Lo trovai già nella sala yoga. Mi fece cenno di avvicinarmi: mi aveva già preso il tappetino e l’aveva sistemato accanto al suo.
Quel giorno indossavo un top sportivo azzurro con spalline sottili, sopra un maglione di maglia oversize grigio chiaro e sotto leggings aderenti dello stesso tessuto grigio melange. Sapevo che il leggings mi faceva un sedere da urlo e sotto portavo solo una brasiliana semplicissima color carne. (Se volete vedere la foto di quel giorno scrivetemi su Instagram😉)
Durante gli esercizi lui mi guardava spesso. Soprattutto quando ero piegata in avanti: il segno dei glutei e lo spacco in mezzo si vedevano perfettamente. Negli esercizi in coppia i suoi occhi scendevano spesso sulla scollatura. Però non era uno di quegli sguardi penetranti e volgari a cui ero abituata. Lui era gentile. Sembrava davvero interessato a me.
Finito il corso ci fermammo a parlare.
«È stato un bel allenamento,» disse.
«Sì, davvero,» risposi io.
Lui sorrise. «Però la prossima volta non devo mettermi dietro di te, altrimenti non riesco ad allenarmi tranquillo. Eri sempre piegata in avanti…»
Lo guardai con un sorriso malizioso. «Come se ti fosse dispiaciuto guardarmi.»
«No, anzi,» rispose ridendo. «Ero contento di guardarti. Almeno controllavo che facessi l’esercizio correttamente.»
«Ah sì? E che esercizio controllavi quando mi guardavi il seno?» chiesi ridendo.
Scoppiammo a ridere insieme.
«Ok, meglio che non invento altre scuse,» disse lui.
«Sì, forse è meglio,» risposi io, sempre ridendo.
Andammo a fare la doccia separati e ci demmo appuntamento fuori. Mi asciugai con calma, misi la crema, e quando uscii dallo spogliatoio lui era già lì ad aspettarmi.
Decidemmo di andare a prendere un aperitivo. Eravamo entrambi in tuta, comodi. Io ordinai un Long Island, lui un Negroni. Parlammo delle nostre vite, del lavoro, e piano piano i discorsi si fecero più intimi. Scoprii che era single da un po’. Io gli raccontai che ero divorziata.
Arrivammo a parlare di piacere personale.
«Sono cinque mesi che non faccio niente,» confessò lui.
«Io invece una o due volte al mese mi vedo con qualche amico per divertirmi,» dissi con tranquillità. Non so perché, ma mi fidavo. Era gentile, mi faceva sentire a mio agio.
A un certo punto lui sorrise malizioso. «Ti trovi con i tuoi amici… e con me non ti trovi mai?»
Risposi con lo stesso tono: «Beh, dipende. Se una persona mi propone qualcosa e l’idea mi ispira… posso anche prendere in considerazione.»
«Ma sentila,» rise lui. Poi, serio: «Allora che dici? Domani mattina hai da fare?»
«No, sono libera. Devo solo aspettare che i miei figli escano di casa.»
«Allora ci vediamo alle nove da te?»
«Va bene. Ti scrivo appena escono.»
Ci salutammo con un abbraccio e un bacio sulla guancia. Mentre mi stringeva, la sua mano mi sfiorò il sedere, ma non ci feci troppo caso: succedeva spesso.
Tornai a casa, preparai la cena e passai una serata tranquilla con Francesco e Carlotta davanti a una serie. Stavo per andare a dormire quando arrivò un suo messaggio: «Buonanotte. A domani. Non dimenticarti.»
Non risposi. Pensavo ancora che stesse scherzando.
La mattina dopo mi svegliai presto. I ragazzi erano già in cucina, mangiavano di fretta per andare a lezione. Alle sette e mezza la casa era già vuota. Feci colazione con calma: fette biscottate con marmellata e un bel caffè latte. Poi vidi la chat di Paolo ancora aperta. Scrissi semplicemente: «Casa libera.»
Lui rispose in un secondo: «Due minuti e sono da te.»
Non ci potevo credere. Stava succedendo davvero. Ero ancora in pigiama: una canotta nera di pizzo di Intimissimi, larga, senza reggiseno, e un pantaloncino nero abbinato. Niente mutandine. Pensai di cambiarmi, di sistemarmi i capelli, ma non feci in tempo ad arrivare al bagno che suonò il campanello.
Andai ad aprire. Paolo era lì, vestito elegantissimo: abito scuro, camicia bianca, cravatta. Pronto per andare al lavoro.
«Non ti aspettavo davvero,» dissi imbarazzata. «Pensavo scherzassi, altrimenti mi sarei fatta trovare almeno un po’ sistemata.»
«Non ti preoccupare,» rispose lui con voce bassa. «Sei stupenda.»
Chiuse la porta dietro di sé. Mi mise una mano dietro la nuca e mi tirò verso di lui. Mi baciò con una passione che mi tolse il fiato. L’altra mano scese subito sul mio sedere, lo strinse forte, mi premette contro di lui. Sentivo il suo cazzo già durissimo contro il mio ventre. Cominciai a strusciarmi lentamente su di lui, mentre la sua lingua invadeva la mia bocca con decisione. Era bravissimo a baciare.
A un certo punto mi fermò, mi guardò negli occhi e, senza dire una parola, mi spinse giù dalle spalle. Capii subito. Mi abbassai e mi misi in ginocchio davanti a lui.
Alzai lo sguardo. Lui mi fissava. Abbassai gli occhi sulla patta dei suoi pantaloni e capii che toccava a me. Allungai le mani, abbassai la cerniera, spostai gli slip e tirai fuori il suo cazzo. Era spesso, non lunghissimo – forse dieci centimetri – ma davvero grosso. La cappella era già lucida.
Lo afferrai e cominciai a scappellarlo lentamente. Lui ansimava forte, senza controllo. Abbassai tutta la pelle e iniziai a leccare la punta con calma, passando la lingua su ogni punto sensibile. Poi presi tutta la cappella in bocca, alzando di nuovo lo sguardo verso di lui. I nostri occhi si incatenarono.
All’improvviso mi prese la testa con entrambe le mani e cominciò a scoparmi la bocca con decisione.
«Prendi, troia,» ringhiò.
Lo disse con una naturalezza che mi spiazzò. Ero abituata a sentirmi chiamare così durante il sesso, ma lui aveva cambiato registro in un secondo. Mi spingeva tutto dentro, era spesso, mi forzava ad aprire bene la bocca. Ogni tanto spingeva più a fondo e sentivo la mandibola dolermi. Mi sputava sul viso mentre continuava: «Ti piace il cazzo, troia? Ne vuoi sempre di più?»
Mi stava trattando in modo rude, veloce, quasi brutale. Eppure… mi stavo bagnando tantissimo. Sentivo il liquido colarmi lungo le cosce. Le mie mani stringevano forte i suoi glutei.
Continuava a scoparmi la bocca senza pietà. Soffocavo, tossivo, avevo le lacrime agli occhi e la sua saliva ovunque sul viso. Lui ansimava sempre più forte.
«Troia, sto per venire… prendilo tutto, fai la brava mammina.»
Mi inondò la gola con getti forti e caldi. Pulsava dentro la mia bocca mentre continuava a muoversi avanti e indietro. Avevo la bocca piena, tossivo, un po’ di sperma mi colò dalle labbra. Quando finì uscì da me e mi guardò.
Mi piegai a tossire, sputando un po’ sul pavimento. Ne avevo ingoiato tantissimo. Il sapore era amaro, intenso.
Mi alzai con le lacrime agli occhi e lo sperma ancora agli angoli della bocca. Pensavo fosse il suo turno di ricambiare.
«Ci spostiamo in camera mia?» chiesi con voce roca.
Lui si stava già sistemando i pantaloni. «Devo andare al lavoro.»
Si allungò verso la porta. Lo salutai cercando di baciarlo, ma lui mi abbracciò evitando il bacio.
«Buona giornata,» disse semplicemente.
E se ne andò.
Rimasi lì, in piedi nell’ingresso, incredula. Mi aveva usato. Aveva preso quello che voleva e se n’era andato senza darmi niente in cambio. Eppure… ero fradicia. Il cuore mi batteva forte. Sotto sotto, quel modo rude, quel “troia”, quel “brava mammina” mi avevano eccitata da morire.
Andai in camera, aprii l’armadio e tirai fuori il mio pisello di gomma. Questa, però… è un’altra storia.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto entusiasmo ❤️
I vostri complimenti, le vostre esperienze personali e le richieste di nuovi racconti mi fanno davvero piacere. Leggo ogni messaggio con attenzione (anche se a volte rispondo un po’ più lentamente del previsto, soprattutto quando la casella si riempie come oggi!).
Se hai una fantasia, un’esperienza da raccontare o semplicemente vuoi dirmi cosa ti è piaciuto (o cosa vorresti leggere), scrivimi pure. Mi piace conoscere i desideri più nascosti dei miei lettori.
Se vi volete divertire, scrivetemi su Instagram! 📩
La mia email: u6753739252@gmail.com
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💬 Telegram: https://t.me/+Kq8SjuDj_UY2MWZk
Non vedo l’ora di leggervi… e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
A presto,
La vostra Birichina
Come ogni donna, però, avevo i miei bisogni. Li soddisfacevo con discrezione. Avevo i miei “amici di fiducia”, uomini con cui mi sentivo al sicuro. Cambiavo raramente, ma quando lo facevo… mi divertivo sul serio.
In palestra mi salutavano tutti, anche quelli che non conoscevo. Io rispondevo sempre con un sorriso. Da qualche mese, però, c’era un uomo sui quarantacinque anni che mi salutava con più insistenza. Si chiamava Paolo. Qualche giorno fa, mentre ci alternavamo sugli attrezzi, per la prima volta aveva attaccato discorso.
«Abito nella via dietro casa tua,» mi aveva detto con un sorriso tranquillo. «Ogni tanto ti vedo correre nel quartiere.»
Avevamo parlato un po’ delle nostre vite, del lavoro, dei figli. Alla fine ci eravamo scambiati i numeri di WhatsApp per organizzarci per il corso di yoga in palestra. Quella sera stessa avevamo messaggiato tanto, e il giorno dopo ci eravamo prenotati entrambi.
Come sempre, dopo pranzo andai in palestra. Lo trovai già nella sala yoga. Mi fece cenno di avvicinarmi: mi aveva già preso il tappetino e l’aveva sistemato accanto al suo.
Quel giorno indossavo un top sportivo azzurro con spalline sottili, sopra un maglione di maglia oversize grigio chiaro e sotto leggings aderenti dello stesso tessuto grigio melange. Sapevo che il leggings mi faceva un sedere da urlo e sotto portavo solo una brasiliana semplicissima color carne. (Se volete vedere la foto di quel giorno scrivetemi su Instagram😉)
Durante gli esercizi lui mi guardava spesso. Soprattutto quando ero piegata in avanti: il segno dei glutei e lo spacco in mezzo si vedevano perfettamente. Negli esercizi in coppia i suoi occhi scendevano spesso sulla scollatura. Però non era uno di quegli sguardi penetranti e volgari a cui ero abituata. Lui era gentile. Sembrava davvero interessato a me.
Finito il corso ci fermammo a parlare.
«È stato un bel allenamento,» disse.
«Sì, davvero,» risposi io.
Lui sorrise. «Però la prossima volta non devo mettermi dietro di te, altrimenti non riesco ad allenarmi tranquillo. Eri sempre piegata in avanti…»
Lo guardai con un sorriso malizioso. «Come se ti fosse dispiaciuto guardarmi.»
«No, anzi,» rispose ridendo. «Ero contento di guardarti. Almeno controllavo che facessi l’esercizio correttamente.»
«Ah sì? E che esercizio controllavi quando mi guardavi il seno?» chiesi ridendo.
Scoppiammo a ridere insieme.
«Ok, meglio che non invento altre scuse,» disse lui.
«Sì, forse è meglio,» risposi io, sempre ridendo.
Andammo a fare la doccia separati e ci demmo appuntamento fuori. Mi asciugai con calma, misi la crema, e quando uscii dallo spogliatoio lui era già lì ad aspettarmi.
Decidemmo di andare a prendere un aperitivo. Eravamo entrambi in tuta, comodi. Io ordinai un Long Island, lui un Negroni. Parlammo delle nostre vite, del lavoro, e piano piano i discorsi si fecero più intimi. Scoprii che era single da un po’. Io gli raccontai che ero divorziata.
Arrivammo a parlare di piacere personale.
«Sono cinque mesi che non faccio niente,» confessò lui.
«Io invece una o due volte al mese mi vedo con qualche amico per divertirmi,» dissi con tranquillità. Non so perché, ma mi fidavo. Era gentile, mi faceva sentire a mio agio.
A un certo punto lui sorrise malizioso. «Ti trovi con i tuoi amici… e con me non ti trovi mai?»
Risposi con lo stesso tono: «Beh, dipende. Se una persona mi propone qualcosa e l’idea mi ispira… posso anche prendere in considerazione.»
«Ma sentila,» rise lui. Poi, serio: «Allora che dici? Domani mattina hai da fare?»
«No, sono libera. Devo solo aspettare che i miei figli escano di casa.»
«Allora ci vediamo alle nove da te?»
«Va bene. Ti scrivo appena escono.»
Ci salutammo con un abbraccio e un bacio sulla guancia. Mentre mi stringeva, la sua mano mi sfiorò il sedere, ma non ci feci troppo caso: succedeva spesso.
Tornai a casa, preparai la cena e passai una serata tranquilla con Francesco e Carlotta davanti a una serie. Stavo per andare a dormire quando arrivò un suo messaggio: «Buonanotte. A domani. Non dimenticarti.»
Non risposi. Pensavo ancora che stesse scherzando.
La mattina dopo mi svegliai presto. I ragazzi erano già in cucina, mangiavano di fretta per andare a lezione. Alle sette e mezza la casa era già vuota. Feci colazione con calma: fette biscottate con marmellata e un bel caffè latte. Poi vidi la chat di Paolo ancora aperta. Scrissi semplicemente: «Casa libera.»
Lui rispose in un secondo: «Due minuti e sono da te.»
Non ci potevo credere. Stava succedendo davvero. Ero ancora in pigiama: una canotta nera di pizzo di Intimissimi, larga, senza reggiseno, e un pantaloncino nero abbinato. Niente mutandine. Pensai di cambiarmi, di sistemarmi i capelli, ma non feci in tempo ad arrivare al bagno che suonò il campanello.
Andai ad aprire. Paolo era lì, vestito elegantissimo: abito scuro, camicia bianca, cravatta. Pronto per andare al lavoro.
«Non ti aspettavo davvero,» dissi imbarazzata. «Pensavo scherzassi, altrimenti mi sarei fatta trovare almeno un po’ sistemata.»
«Non ti preoccupare,» rispose lui con voce bassa. «Sei stupenda.»
Chiuse la porta dietro di sé. Mi mise una mano dietro la nuca e mi tirò verso di lui. Mi baciò con una passione che mi tolse il fiato. L’altra mano scese subito sul mio sedere, lo strinse forte, mi premette contro di lui. Sentivo il suo cazzo già durissimo contro il mio ventre. Cominciai a strusciarmi lentamente su di lui, mentre la sua lingua invadeva la mia bocca con decisione. Era bravissimo a baciare.
A un certo punto mi fermò, mi guardò negli occhi e, senza dire una parola, mi spinse giù dalle spalle. Capii subito. Mi abbassai e mi misi in ginocchio davanti a lui.
Alzai lo sguardo. Lui mi fissava. Abbassai gli occhi sulla patta dei suoi pantaloni e capii che toccava a me. Allungai le mani, abbassai la cerniera, spostai gli slip e tirai fuori il suo cazzo. Era spesso, non lunghissimo – forse dieci centimetri – ma davvero grosso. La cappella era già lucida.
Lo afferrai e cominciai a scappellarlo lentamente. Lui ansimava forte, senza controllo. Abbassai tutta la pelle e iniziai a leccare la punta con calma, passando la lingua su ogni punto sensibile. Poi presi tutta la cappella in bocca, alzando di nuovo lo sguardo verso di lui. I nostri occhi si incatenarono.
All’improvviso mi prese la testa con entrambe le mani e cominciò a scoparmi la bocca con decisione.
«Prendi, troia,» ringhiò.
Lo disse con una naturalezza che mi spiazzò. Ero abituata a sentirmi chiamare così durante il sesso, ma lui aveva cambiato registro in un secondo. Mi spingeva tutto dentro, era spesso, mi forzava ad aprire bene la bocca. Ogni tanto spingeva più a fondo e sentivo la mandibola dolermi. Mi sputava sul viso mentre continuava: «Ti piace il cazzo, troia? Ne vuoi sempre di più?»
Mi stava trattando in modo rude, veloce, quasi brutale. Eppure… mi stavo bagnando tantissimo. Sentivo il liquido colarmi lungo le cosce. Le mie mani stringevano forte i suoi glutei.
Continuava a scoparmi la bocca senza pietà. Soffocavo, tossivo, avevo le lacrime agli occhi e la sua saliva ovunque sul viso. Lui ansimava sempre più forte.
«Troia, sto per venire… prendilo tutto, fai la brava mammina.»
Mi inondò la gola con getti forti e caldi. Pulsava dentro la mia bocca mentre continuava a muoversi avanti e indietro. Avevo la bocca piena, tossivo, un po’ di sperma mi colò dalle labbra. Quando finì uscì da me e mi guardò.
Mi piegai a tossire, sputando un po’ sul pavimento. Ne avevo ingoiato tantissimo. Il sapore era amaro, intenso.
Mi alzai con le lacrime agli occhi e lo sperma ancora agli angoli della bocca. Pensavo fosse il suo turno di ricambiare.
«Ci spostiamo in camera mia?» chiesi con voce roca.
Lui si stava già sistemando i pantaloni. «Devo andare al lavoro.»
Si allungò verso la porta. Lo salutai cercando di baciarlo, ma lui mi abbracciò evitando il bacio.
«Buona giornata,» disse semplicemente.
E se ne andò.
Rimasi lì, in piedi nell’ingresso, incredula. Mi aveva usato. Aveva preso quello che voleva e se n’era andato senza darmi niente in cambio. Eppure… ero fradicia. Il cuore mi batteva forte. Sotto sotto, quel modo rude, quel “troia”, quel “brava mammina” mi avevano eccitata da morire.
Andai in camera, aprii l’armadio e tirai fuori il mio pisello di gomma. Questa, però… è un’altra storia.
Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e a scrivermi con così tanto entusiasmo ❤️
I vostri complimenti, le vostre esperienze personali e le richieste di nuovi racconti mi fanno davvero piacere. Leggo ogni messaggio con attenzione (anche se a volte rispondo un po’ più lentamente del previsto, soprattutto quando la casella si riempie come oggi!).
Se hai una fantasia, un’esperienza da raccontare o semplicemente vuoi dirmi cosa ti è piaciuto (o cosa vorresti leggere), scrivimi pure. Mi piace conoscere i desideri più nascosti dei miei lettori.
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Non vedo l’ora di leggervi… e chissà, magari la vostra idea diventerà il prossimo racconto 🔥
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