Da solo con Zia Veronica
di
Lane1902
genere
incesti
Ciao. Mi piace “provare” a scrivere racconti erotici.
Erano passati quasi venti giorni da quella sera con Luna.
Venti giorni in cui zia Veronica era diventata solo qualche messaggio educato e distante. Poi, un mercoledì sera tardi, mi arrivò il suo messaggio.
«Matteo. Devi venire a casa. Non resisto più. Non riesco a togliermi dalla testa quello che abbiamo fatto. Mi sveglio bagnata. Mi tocco pensando a te e a Luna. Ho bisogno di rivederti. Solo noi due. Ti prego.
Devo parlarne a qualcuno e tu sei la persona giusta.»
Lessi quelle parole più volte. Poi risposi soltanto: «Sto arrivando.»
Non capivo cosa fosse reale. Se fosse ancora la stessa zia di quella sera o qualcun’altra. Non me lo sarei mai aspettato e rimasi parecchio sorpreso.
Quando suonai al citofono avevo il cuore che batteva troppo forte. Zia Veronica mi aprì indossando un vestito da casa leggero e un paio di ciabatte. I capelli scuri sciolti sulle spalle, un profumo leggero sul collo, femminile e tagliente.
Capii al volo che non portava il reggiseno: i capezzoli erano già ben delineati sotto al vestitino.
Restammo un attimo sulla soglia a guardarci. Poi lei fece un passo avanti e mi abbracciò. L’abbraccio durò più del necessario. Sentii il calore del suo corpo e il leggero tremore delle dita sulla mia schiena.
«Grazie di essere venuto» mormorò.
Entrammo. Mi portò in cucina e mi versò un bicchiere di vino. Bevemmo in piedi, parlando di cose normali, mentre l’aria tra noi diventava sempre più pesante. Sentivo i suoi occhi addosso in modo ingombrante. Mi squadrava ogni secondo. Fremeva. Non stava ferma un attimo. Sembrava agitata.
A un certo punto appoggiò il bicchiere e abbassò lo sguardo.
«Non so come si fa a ricominciare. Dopo quello che è successo… non so nemmeno se dovremmo.»
«Eppure mi hai scritto» punzecchiai, per farle capire che ero favorevole.
Lei alzò gli occhi.
«Sì. Ti ho scritto. E tu sei qui.»
Fece un passo verso di me, poi un altro. Mi prese una mano e se la portò sul fianco, sotto il vestito. La pelle era calda. Non c’erano mutandine. Non trovai l’elastico.
«Sono preparata» sussurrò. «Mi sono lavata, depilata… tutto. Come se avessi già deciso prima ancora di mandarti quel messaggio.»
«Lo vuoi dannatamente, allora.»
La baciai lì, in cucina. Zia all’inizio si irrigidì. Poi, dopo qualche secondo, si sciolse. Mi prese il labbro tra i denti, lo morse, e mi guardò con occhi schifosamente vogliosi che però cercava di non far trasparire del tutto.
Quando ci staccammo aveva le guance rosse e il respiro corto.
«Non qui» disse. «Vieni.»
Mi prese per mano e mi guidò in camera. Nella stessa stanza dove avevamo scopato con Luna.
Chiuse la porta, si voltò e si sfilò il vestito in un gesto solo. Rimase nuda davanti a me. Seno pesante, capezzoli già duri, la figa depilata e già lucida.
La guardai nuda e pensai che solo tre settimane prima era ancora solo mia zia. Adesso era nuda in quella camera, e stavo per scoparmela di nuovo.
Le tolsi le ciabatte. La spinsi sul letto, mi chinai e le leccai i piedi uno alla volta. Erano diversi da quelli di Luna: un po’ più grandi, meno da ragazza, più morbidi sotto la pianta.
Lei guardava senza parlare.
«I tuoi piedi sono diversi da quelli di Luna» dissi mentre li leccavo. «I suoi sono più piccoli, più… esperti. I tuoi hanno un altro calore.»
Lei emise un suono basso.
«Non so se prenderlo come un complimento.»
Le feci un occhiolino e continuai a leccarle il piede senza sosta. Passai la lingua sulle dita, sul collo del piede, sulle caviglie, poi salii lungo le gambe e le aprii le cosce.
La lingua trovò una bagnatura già abbondante. Arrivai alla sua figa. Lei posò una mano sui miei capelli e gemette mentre la leccavo. Aveva un sapore più maturo, più intenso. I suoi umori mi cosparsero la bocca e le guance. Non volevo smettere più.
Mentre la leccavo pensai che con Luna era stato diverso. Più facile, più da gioco. Qui invece pesava. E proprio per questo mi stava eccitando di più.
Quando mi rialzai, lei mi spinse sul letto e si inginocchiò tra le mie gambe.
Guardò il mio cazzo che svettava verso l’alto, forse ancora un po’ intimorita. Poi si avvicinò e lo ingoiò senza troppi freni.
Il pompino fu lungo e bavoso. Prese il cazzo con una fame consapevole, la saliva che le colava dagli angoli della bocca. Ogni tanto alzava gli occhi, poi si spingeva più a fondo fino a quasi soffocare.
«Mi sono toccata ogni sera pensando a questa cosa» disse quando si staccò un attimo. «A riaverlo in bocca. A riaverlo dentro.»
Lo riprese, leccandomi in lungo e in largo. Massaggiò le palle.
Era pienamente consapevole e intenzionata a fare quel pompino, e lo stava facendo davvero bene. I freni, piano piano, si stavano allentando.
Guardandola mentre mi succhiava pensai a quanto fosse strano e arrapante vedere mia zia in quella posizione, con la bocca piena e gli occhi umidi.
Poi si sedette di fronte a me. Non capii subito cosa volesse fare, finché non mi mise i piedi intorno al cazzo. Ebbi un sussulto.
«Mia zia che mi fa un footjob?» commentai estasiato.
Lei arrossì, stringendo il cazzo tra i piedi.
All’inizio fu goffo. Stringeva male, il cazzo le scappava. Arrossì ancora di più.
«Aspetta… non so come si fa. Luna lo faceva sembrare facile.»
«Luna è brava. Con i piedi facciamo di tutto, zia. Le piace molto usarli.
Pensa che spesso le sborro sui piedini. Se li guarda sempre dopo, tutta compiaciuta.»
Zia spalancò gli occhi.
«Le hai sborrato sui piedi? Sul serio? Dio… ma che porcate fate voi due…»
«È super eccitante, zia.»
Mi guardò e continuò il lavoro. Riprovò. Piano piano trovò un ritmo. I suoi piedi non avevano la precisione di quelli di Luna, ma la sua concentrazione e l’imbarazzo li rendevano erotici in un altro modo. Continuò a lungo, chiedendo se andava bene, se stringeva abbastanza.
Mentre mi strofinava il cazzo con i piedi pensai a quanto fosse assurdo e allo stesso tempo dannatamente eccitante. Mia zia, nuda e arrossata, che per la prima volta cercava di masturbarmi così. Non era brava come Luna, ma proprio quella goffaggine mi stava facendo indurire ancora di più.
Alla fine ne uscì un discreto footjob che mi fece indurire parecchio, e zia lo percepì.
Si fermò, prese un preservativo e me lo mise lei.
Non dissi nulla e assecondai.
La misi a pecora.
Entrai lentamente. Lei gemette e affondò la faccia nel cuscino. Il preservativo smorzava un po’ tutto, e lei lo sentì subito.
«Non è uguale… La volta scorsa si sentiva di più. Dovevo usarlo anche allora, ma non riuscivo a ragionare.»
Iniziai a fotterla tenendole i fianchi e spingendo in profondità.
La scopai con ritmo crescente. Qualche pacca leggera sul culo. Lei reagiva con gemiti e piccole proteste che diventavano subito piacere. Dopo un po’ girò la testa e mi cercò con lo sguardo.
Mentre la scopavo pensai che in quel momento avevo mia zia di quasi cinquant’anni sotto di me, che si faceva fottere dal nipote, e che questo mi piaceva più di quanto avrebbe dovuto.
A un certo punto si tolse da sotto di me, si girò e mi sfilò il preservativo con decisione. Lo lasciò sul letto.
«Basta. Adesso senza. Voglio sentirlo per davvero.»
Quando rientrai, la differenza fu immediata. I suoi gemiti uscirono facili, di puro godimento.
La sua figa era più calda di quella di Luna, più morbida all’ingresso, con una presa lenta e matura che sembrava avvolgermi. Più peso, più calore, più profondità. Il cazzo entrava e usciva con estrema facilità.
Lei parlava.
«Dio quanto sei dentro… la volta scorsa c’era anche Luna che mi guardava… adesso siamo soli e sembra ancora più sbagliato… eppure non voglio che ti fermi.»
Parlava di quanto mi avesse pensato, di come si fosse toccata, del senso di colpa e del desiderio che non la lasciavano in pace. A un certo punto l’eccitazione calò. Si bloccò. Smetté di parlare.
Restammo fermi.
Io ancora dentro di lei. Lei con gli occhi aperti, il respiro corto, il petto che saliva e scendeva. Il sudore le luccicava sulla fronte e tra i seni. Non diceva niente. Mi guardava soltanto. Il silenzio era pesante, quasi più forte delle parole di prima.
In quei secondi pensai solo che non volevo fermarmi. Anche se lei stava avendo un conflitto, io stavo godendo troppo per tirarmi indietro.
Passarono diversi secondi in cui aspettavo solo il «Basta. Fermiamoci» che mi sembrava potesse arrivare da un momento all’altro.
Poi lei chiuse gli occhi, si morse il labbro e riprese a muoversi contro di me con più forza.
«Scusa… ogni tanto mi rendo conto di cosa stiamo facendo e mi si spegne tutto. Poi riparte peggio di prima.»
Non lo diceva tanto per dire: ripartì davvero più forte, muovendosi e bagnandosi di più.
Fu allora che mi spinse sulla schiena e mi salì sopra. Mi tenne i polsi e iniziò a muoversi con decisione. Il seno le oscillava, la pelle del petto arrossata. Mi guardò dall’alto e disse:
«Sai qual è la cosa peggiore? Che mentre mi scopavi con Luna… a un certo punto ho smesso di pensare a quanto fosse sbagliato. E ho iniziato a sperare che non finisse più.»
Si mosse più veloce. Venne così, sopra di me, con un gemito lungo e un morso sulla spalla. Il primo orgasmo.
Restò china sul mio petto, ansimante, il sudore che ci appiccicava la pelle. Poi rise. Una risata breve, nervosa, che partiva proprio da quello che aveva appena detto e provato.
«Sto ridendo… non so nemmeno perché. È tutto così assurdo. Sono appena venuta sul cazzo di mio nipote e sto ridendo. Non capisco più nulla.»
«Sembra ti sia piaciuto però. E penso sia stato anche un gran orgasmo» ribattei, stuzzicandola.
Lei si avvicinò.
«Non hai neanche idea» e mi baciò la fronte.
La spinsi di lato e mi alzai.
La stuzzicai sull’anale mentre ancora recuperava il respiro.
Lei si tese. Per un attimo sembrò sul punto di rifiutare. Poi annuì.
«Piano. Molto piano. Non so se riesco.»
Si mise sulla schiena e si raccolse le gambe. La preparai con i suoi umori e con tanta saliva. Leccai il culo di zia senza sosta, strappandole qualche commento di piacere e più di un gemito.
Puntai il cazzo e cercai un ultimo sguardo per capire cosa fare.
Zia non mi fermò. Spinsi.
Quando entrai – solo mezzo cazzo – era schifosamente stretta. Molto più di Luna. Luna lo prendeva con una naturalezza quasi insolente; zia invece tremava, gli occhi chiusi, le dita conficcate nel lenzuolo.
«Aspetta… fermati… no, continua… piano…»
Restai fermo dentro di lei.
Le leccai i piedi che aveva alti vicino al viso. Erano tesi, le dita contratte.
«Ho quasi cinquant’anni» sussurrò. «E mi sto facendo mettere il cazzo nel culo da mio nipote. Luna lo prendeva tutto… io riesco a malapena a reggerne la metà.»
Mentre restavo fermo dentro al suo culo pensai a quanto fosse stretta e a quanto, nonostante i tremiti, non mi avesse davvero fermato.
Le scopai il culo con metà cazzo. La difficoltà nel muovermi era tanta. Zia strinse dannatamente e dopo poco mi bloccò.
Quando uscii aveva gli occhi lucidi e la fronte sudata. La leccai a lungo – tette, collo, bocca – prima di rimetterla in missionario.
Questa volta aprì le gambe lei stessa, ben aperte. La figa era fradicia: pozzanghere di umori tra le labbra, tutto lucido e scivoloso. Entravo come nel burro sciolto. Ogni spinta produceva un suono bagnato.
Facemmo dei suoni vergognosi da quanto eravamo eccitati. Zia era schifosamente bagnata e io non riuscivo a non scoparla.
A un certo punto il suono fu particolarmente forte. Lei si bloccò, arrossì fino alle orecchie e si coprì gli occhi. Un sacco d’aria le uscì facendo parecchio rumore.
«Scusa… non riuscivo a controllare… è troppo…»
Non mi fermai.
«Chiamami zia» disse chiaro e forte. «Fammi sapere che sono tua zia mentre mi scopi. Fallo, per piacere.
Voglio sentirtelo dire mentre mi scopi.»
«Zia…»
Lei strinse forte.
«Ancora.»
Ogni volta che la chiamavo zia sentivo un senso di potere sporco. Avevo mia zia sotto di me che me lo chiedeva, e mi piaceva più di quanto avrei voluto ammettere.
Ogni volta che lo dicevo reagiva stringendo di più. Parlava senza sosta, fino a perdere lucidità. Il petto le si alzava a scatti, i capelli le si appiccicavano alla fronte. La baciai con una dolcezza improvvisa. Contro le mie labbra sussurrò:
«Grazie.»
Poi distolse lo sguardo, come se si vergognasse di quella parola.
Le ultime spinte furono lente e profondissime. Lei aveva le gambe che iniziavano a tremarle davvero. Si aggrappò alle lenzuola, tenne gli occhi aperti e venne con un urlo strozzato, lungo, che sembrò svuotarla. Il secondo orgasmo.
Mentre ancora si contraeva mi guardò, la voce rotta:
«Sborra dentro. Fallo. Ti prego. Riempimi. Anche se è da pazzi. Anche se non dovremmo.»
Quelle parole mi tolsero ogni freno. Arrivai pochi secondi dopo.
Sborrai profondo, rallentando. Una quantità di fiotti impressionante. Una sborrata enorme.
Lei continuò a parlare fino all’ultimo getto, dicendomi quanto lo sentiva, quanto era caldo, quanto era sbagliato.
Restai dentro di lei. Il respiro di entrambi era pesante. Il sudore ci faceva aderire pancia contro pancia.
Per qualche secondo non si mosse nessuno.
Poi lei abbassò una mano, si toccò intorno al punto in cui ero ancora conficcato e sentì.
«Sta già uscendo… Matteo… l’ho fatto davvero.»
Il panico arrivò dopo. Si irrigidì. Strinse le cosce intorno a me, come per trattenere, poi le allentò e guardò il casino bianco che iniziava a colare.
«L’ho voluto. L’ho chiesto io.»
In quel momento la guardai e sentii un leggero disagio. L’avevo davvero riempita, e adesso aveva quella faccia. Non era solo arrapamento. C’era anche qualcosa di scomodo.
Restai ancora dentro. Solo quando il respiro si fu un po’ calmato uscii lentamente.
Il vuoto fu immediato e netto. Per me, ma soprattutto per lei. Emise un suono basso, quasi un lamento, e chiuse le gambe di scatto, come se potesse trattenere quello che stava uscendo. Restò così qualche secondo, con gli occhi chiusi, le cosce premute l’una contro l’altra, il respiro ancora irregolare. Poi le aprì di nuovo e guardò.
«Si sente il vuoto» mormorò. «Molto. Troppo.»
Si toccò ancora, si portò le dita davanti agli occhi e le fissò.
Si alzò dal letto con le gambe ancora tremante e andò davanti allo specchio. Si guardò nuda a lungo: i capelli scompigliati, il seno segnato di rossori, le cosce lucide. Poi tornò verso di me e mi sistemò i capelli con un gesto lento, quasi premuroso, mentre i suoi occhi restavano fissi sul riflesso dietro la mia spalla.
Si coprì con la vestaglia, ma lasciò le gambe scoperte. Ogni tanto si toccava tra le cosce, controllando. Aprì la finestra senza dire niente. L’aria fresca entrò nella stanza ancora carica di odore di sesso.
«Forse è meglio se vai» disse alla fine. Non era un ordine. Era quasi una richiesta di aiuto.
Mi rivestii. Prima di uscire lei mi fermò vicino alla porta. Non mi baciò. Mi guardò soltanto.
«Non so se riuscirei a dire di no una seconda volta» mormorò. «E questo mi spaventa.»
La abbracciai. Lei mi lasciò fare. Poi chiusi la porta dietro di me.
Erano passati quasi venti giorni da quella sera con Luna.
Venti giorni in cui zia Veronica era diventata solo qualche messaggio educato e distante. Poi, un mercoledì sera tardi, mi arrivò il suo messaggio.
«Matteo. Devi venire a casa. Non resisto più. Non riesco a togliermi dalla testa quello che abbiamo fatto. Mi sveglio bagnata. Mi tocco pensando a te e a Luna. Ho bisogno di rivederti. Solo noi due. Ti prego.
Devo parlarne a qualcuno e tu sei la persona giusta.»
Lessi quelle parole più volte. Poi risposi soltanto: «Sto arrivando.»
Non capivo cosa fosse reale. Se fosse ancora la stessa zia di quella sera o qualcun’altra. Non me lo sarei mai aspettato e rimasi parecchio sorpreso.
Quando suonai al citofono avevo il cuore che batteva troppo forte. Zia Veronica mi aprì indossando un vestito da casa leggero e un paio di ciabatte. I capelli scuri sciolti sulle spalle, un profumo leggero sul collo, femminile e tagliente.
Capii al volo che non portava il reggiseno: i capezzoli erano già ben delineati sotto al vestitino.
Restammo un attimo sulla soglia a guardarci. Poi lei fece un passo avanti e mi abbracciò. L’abbraccio durò più del necessario. Sentii il calore del suo corpo e il leggero tremore delle dita sulla mia schiena.
«Grazie di essere venuto» mormorò.
Entrammo. Mi portò in cucina e mi versò un bicchiere di vino. Bevemmo in piedi, parlando di cose normali, mentre l’aria tra noi diventava sempre più pesante. Sentivo i suoi occhi addosso in modo ingombrante. Mi squadrava ogni secondo. Fremeva. Non stava ferma un attimo. Sembrava agitata.
A un certo punto appoggiò il bicchiere e abbassò lo sguardo.
«Non so come si fa a ricominciare. Dopo quello che è successo… non so nemmeno se dovremmo.»
«Eppure mi hai scritto» punzecchiai, per farle capire che ero favorevole.
Lei alzò gli occhi.
«Sì. Ti ho scritto. E tu sei qui.»
Fece un passo verso di me, poi un altro. Mi prese una mano e se la portò sul fianco, sotto il vestito. La pelle era calda. Non c’erano mutandine. Non trovai l’elastico.
«Sono preparata» sussurrò. «Mi sono lavata, depilata… tutto. Come se avessi già deciso prima ancora di mandarti quel messaggio.»
«Lo vuoi dannatamente, allora.»
La baciai lì, in cucina. Zia all’inizio si irrigidì. Poi, dopo qualche secondo, si sciolse. Mi prese il labbro tra i denti, lo morse, e mi guardò con occhi schifosamente vogliosi che però cercava di non far trasparire del tutto.
Quando ci staccammo aveva le guance rosse e il respiro corto.
«Non qui» disse. «Vieni.»
Mi prese per mano e mi guidò in camera. Nella stessa stanza dove avevamo scopato con Luna.
Chiuse la porta, si voltò e si sfilò il vestito in un gesto solo. Rimase nuda davanti a me. Seno pesante, capezzoli già duri, la figa depilata e già lucida.
La guardai nuda e pensai che solo tre settimane prima era ancora solo mia zia. Adesso era nuda in quella camera, e stavo per scoparmela di nuovo.
Le tolsi le ciabatte. La spinsi sul letto, mi chinai e le leccai i piedi uno alla volta. Erano diversi da quelli di Luna: un po’ più grandi, meno da ragazza, più morbidi sotto la pianta.
Lei guardava senza parlare.
«I tuoi piedi sono diversi da quelli di Luna» dissi mentre li leccavo. «I suoi sono più piccoli, più… esperti. I tuoi hanno un altro calore.»
Lei emise un suono basso.
«Non so se prenderlo come un complimento.»
Le feci un occhiolino e continuai a leccarle il piede senza sosta. Passai la lingua sulle dita, sul collo del piede, sulle caviglie, poi salii lungo le gambe e le aprii le cosce.
La lingua trovò una bagnatura già abbondante. Arrivai alla sua figa. Lei posò una mano sui miei capelli e gemette mentre la leccavo. Aveva un sapore più maturo, più intenso. I suoi umori mi cosparsero la bocca e le guance. Non volevo smettere più.
Mentre la leccavo pensai che con Luna era stato diverso. Più facile, più da gioco. Qui invece pesava. E proprio per questo mi stava eccitando di più.
Quando mi rialzai, lei mi spinse sul letto e si inginocchiò tra le mie gambe.
Guardò il mio cazzo che svettava verso l’alto, forse ancora un po’ intimorita. Poi si avvicinò e lo ingoiò senza troppi freni.
Il pompino fu lungo e bavoso. Prese il cazzo con una fame consapevole, la saliva che le colava dagli angoli della bocca. Ogni tanto alzava gli occhi, poi si spingeva più a fondo fino a quasi soffocare.
«Mi sono toccata ogni sera pensando a questa cosa» disse quando si staccò un attimo. «A riaverlo in bocca. A riaverlo dentro.»
Lo riprese, leccandomi in lungo e in largo. Massaggiò le palle.
Era pienamente consapevole e intenzionata a fare quel pompino, e lo stava facendo davvero bene. I freni, piano piano, si stavano allentando.
Guardandola mentre mi succhiava pensai a quanto fosse strano e arrapante vedere mia zia in quella posizione, con la bocca piena e gli occhi umidi.
Poi si sedette di fronte a me. Non capii subito cosa volesse fare, finché non mi mise i piedi intorno al cazzo. Ebbi un sussulto.
«Mia zia che mi fa un footjob?» commentai estasiato.
Lei arrossì, stringendo il cazzo tra i piedi.
All’inizio fu goffo. Stringeva male, il cazzo le scappava. Arrossì ancora di più.
«Aspetta… non so come si fa. Luna lo faceva sembrare facile.»
«Luna è brava. Con i piedi facciamo di tutto, zia. Le piace molto usarli.
Pensa che spesso le sborro sui piedini. Se li guarda sempre dopo, tutta compiaciuta.»
Zia spalancò gli occhi.
«Le hai sborrato sui piedi? Sul serio? Dio… ma che porcate fate voi due…»
«È super eccitante, zia.»
Mi guardò e continuò il lavoro. Riprovò. Piano piano trovò un ritmo. I suoi piedi non avevano la precisione di quelli di Luna, ma la sua concentrazione e l’imbarazzo li rendevano erotici in un altro modo. Continuò a lungo, chiedendo se andava bene, se stringeva abbastanza.
Mentre mi strofinava il cazzo con i piedi pensai a quanto fosse assurdo e allo stesso tempo dannatamente eccitante. Mia zia, nuda e arrossata, che per la prima volta cercava di masturbarmi così. Non era brava come Luna, ma proprio quella goffaggine mi stava facendo indurire ancora di più.
Alla fine ne uscì un discreto footjob che mi fece indurire parecchio, e zia lo percepì.
Si fermò, prese un preservativo e me lo mise lei.
Non dissi nulla e assecondai.
La misi a pecora.
Entrai lentamente. Lei gemette e affondò la faccia nel cuscino. Il preservativo smorzava un po’ tutto, e lei lo sentì subito.
«Non è uguale… La volta scorsa si sentiva di più. Dovevo usarlo anche allora, ma non riuscivo a ragionare.»
Iniziai a fotterla tenendole i fianchi e spingendo in profondità.
La scopai con ritmo crescente. Qualche pacca leggera sul culo. Lei reagiva con gemiti e piccole proteste che diventavano subito piacere. Dopo un po’ girò la testa e mi cercò con lo sguardo.
Mentre la scopavo pensai che in quel momento avevo mia zia di quasi cinquant’anni sotto di me, che si faceva fottere dal nipote, e che questo mi piaceva più di quanto avrebbe dovuto.
A un certo punto si tolse da sotto di me, si girò e mi sfilò il preservativo con decisione. Lo lasciò sul letto.
«Basta. Adesso senza. Voglio sentirlo per davvero.»
Quando rientrai, la differenza fu immediata. I suoi gemiti uscirono facili, di puro godimento.
La sua figa era più calda di quella di Luna, più morbida all’ingresso, con una presa lenta e matura che sembrava avvolgermi. Più peso, più calore, più profondità. Il cazzo entrava e usciva con estrema facilità.
Lei parlava.
«Dio quanto sei dentro… la volta scorsa c’era anche Luna che mi guardava… adesso siamo soli e sembra ancora più sbagliato… eppure non voglio che ti fermi.»
Parlava di quanto mi avesse pensato, di come si fosse toccata, del senso di colpa e del desiderio che non la lasciavano in pace. A un certo punto l’eccitazione calò. Si bloccò. Smetté di parlare.
Restammo fermi.
Io ancora dentro di lei. Lei con gli occhi aperti, il respiro corto, il petto che saliva e scendeva. Il sudore le luccicava sulla fronte e tra i seni. Non diceva niente. Mi guardava soltanto. Il silenzio era pesante, quasi più forte delle parole di prima.
In quei secondi pensai solo che non volevo fermarmi. Anche se lei stava avendo un conflitto, io stavo godendo troppo per tirarmi indietro.
Passarono diversi secondi in cui aspettavo solo il «Basta. Fermiamoci» che mi sembrava potesse arrivare da un momento all’altro.
Poi lei chiuse gli occhi, si morse il labbro e riprese a muoversi contro di me con più forza.
«Scusa… ogni tanto mi rendo conto di cosa stiamo facendo e mi si spegne tutto. Poi riparte peggio di prima.»
Non lo diceva tanto per dire: ripartì davvero più forte, muovendosi e bagnandosi di più.
Fu allora che mi spinse sulla schiena e mi salì sopra. Mi tenne i polsi e iniziò a muoversi con decisione. Il seno le oscillava, la pelle del petto arrossata. Mi guardò dall’alto e disse:
«Sai qual è la cosa peggiore? Che mentre mi scopavi con Luna… a un certo punto ho smesso di pensare a quanto fosse sbagliato. E ho iniziato a sperare che non finisse più.»
Si mosse più veloce. Venne così, sopra di me, con un gemito lungo e un morso sulla spalla. Il primo orgasmo.
Restò china sul mio petto, ansimante, il sudore che ci appiccicava la pelle. Poi rise. Una risata breve, nervosa, che partiva proprio da quello che aveva appena detto e provato.
«Sto ridendo… non so nemmeno perché. È tutto così assurdo. Sono appena venuta sul cazzo di mio nipote e sto ridendo. Non capisco più nulla.»
«Sembra ti sia piaciuto però. E penso sia stato anche un gran orgasmo» ribattei, stuzzicandola.
Lei si avvicinò.
«Non hai neanche idea» e mi baciò la fronte.
La spinsi di lato e mi alzai.
La stuzzicai sull’anale mentre ancora recuperava il respiro.
Lei si tese. Per un attimo sembrò sul punto di rifiutare. Poi annuì.
«Piano. Molto piano. Non so se riesco.»
Si mise sulla schiena e si raccolse le gambe. La preparai con i suoi umori e con tanta saliva. Leccai il culo di zia senza sosta, strappandole qualche commento di piacere e più di un gemito.
Puntai il cazzo e cercai un ultimo sguardo per capire cosa fare.
Zia non mi fermò. Spinsi.
Quando entrai – solo mezzo cazzo – era schifosamente stretta. Molto più di Luna. Luna lo prendeva con una naturalezza quasi insolente; zia invece tremava, gli occhi chiusi, le dita conficcate nel lenzuolo.
«Aspetta… fermati… no, continua… piano…»
Restai fermo dentro di lei.
Le leccai i piedi che aveva alti vicino al viso. Erano tesi, le dita contratte.
«Ho quasi cinquant’anni» sussurrò. «E mi sto facendo mettere il cazzo nel culo da mio nipote. Luna lo prendeva tutto… io riesco a malapena a reggerne la metà.»
Mentre restavo fermo dentro al suo culo pensai a quanto fosse stretta e a quanto, nonostante i tremiti, non mi avesse davvero fermato.
Le scopai il culo con metà cazzo. La difficoltà nel muovermi era tanta. Zia strinse dannatamente e dopo poco mi bloccò.
Quando uscii aveva gli occhi lucidi e la fronte sudata. La leccai a lungo – tette, collo, bocca – prima di rimetterla in missionario.
Questa volta aprì le gambe lei stessa, ben aperte. La figa era fradicia: pozzanghere di umori tra le labbra, tutto lucido e scivoloso. Entravo come nel burro sciolto. Ogni spinta produceva un suono bagnato.
Facemmo dei suoni vergognosi da quanto eravamo eccitati. Zia era schifosamente bagnata e io non riuscivo a non scoparla.
A un certo punto il suono fu particolarmente forte. Lei si bloccò, arrossì fino alle orecchie e si coprì gli occhi. Un sacco d’aria le uscì facendo parecchio rumore.
«Scusa… non riuscivo a controllare… è troppo…»
Non mi fermai.
«Chiamami zia» disse chiaro e forte. «Fammi sapere che sono tua zia mentre mi scopi. Fallo, per piacere.
Voglio sentirtelo dire mentre mi scopi.»
«Zia…»
Lei strinse forte.
«Ancora.»
Ogni volta che la chiamavo zia sentivo un senso di potere sporco. Avevo mia zia sotto di me che me lo chiedeva, e mi piaceva più di quanto avrei voluto ammettere.
Ogni volta che lo dicevo reagiva stringendo di più. Parlava senza sosta, fino a perdere lucidità. Il petto le si alzava a scatti, i capelli le si appiccicavano alla fronte. La baciai con una dolcezza improvvisa. Contro le mie labbra sussurrò:
«Grazie.»
Poi distolse lo sguardo, come se si vergognasse di quella parola.
Le ultime spinte furono lente e profondissime. Lei aveva le gambe che iniziavano a tremarle davvero. Si aggrappò alle lenzuola, tenne gli occhi aperti e venne con un urlo strozzato, lungo, che sembrò svuotarla. Il secondo orgasmo.
Mentre ancora si contraeva mi guardò, la voce rotta:
«Sborra dentro. Fallo. Ti prego. Riempimi. Anche se è da pazzi. Anche se non dovremmo.»
Quelle parole mi tolsero ogni freno. Arrivai pochi secondi dopo.
Sborrai profondo, rallentando. Una quantità di fiotti impressionante. Una sborrata enorme.
Lei continuò a parlare fino all’ultimo getto, dicendomi quanto lo sentiva, quanto era caldo, quanto era sbagliato.
Restai dentro di lei. Il respiro di entrambi era pesante. Il sudore ci faceva aderire pancia contro pancia.
Per qualche secondo non si mosse nessuno.
Poi lei abbassò una mano, si toccò intorno al punto in cui ero ancora conficcato e sentì.
«Sta già uscendo… Matteo… l’ho fatto davvero.»
Il panico arrivò dopo. Si irrigidì. Strinse le cosce intorno a me, come per trattenere, poi le allentò e guardò il casino bianco che iniziava a colare.
«L’ho voluto. L’ho chiesto io.»
In quel momento la guardai e sentii un leggero disagio. L’avevo davvero riempita, e adesso aveva quella faccia. Non era solo arrapamento. C’era anche qualcosa di scomodo.
Restai ancora dentro. Solo quando il respiro si fu un po’ calmato uscii lentamente.
Il vuoto fu immediato e netto. Per me, ma soprattutto per lei. Emise un suono basso, quasi un lamento, e chiuse le gambe di scatto, come se potesse trattenere quello che stava uscendo. Restò così qualche secondo, con gli occhi chiusi, le cosce premute l’una contro l’altra, il respiro ancora irregolare. Poi le aprì di nuovo e guardò.
«Si sente il vuoto» mormorò. «Molto. Troppo.»
Si toccò ancora, si portò le dita davanti agli occhi e le fissò.
Si alzò dal letto con le gambe ancora tremante e andò davanti allo specchio. Si guardò nuda a lungo: i capelli scompigliati, il seno segnato di rossori, le cosce lucide. Poi tornò verso di me e mi sistemò i capelli con un gesto lento, quasi premuroso, mentre i suoi occhi restavano fissi sul riflesso dietro la mia spalla.
Si coprì con la vestaglia, ma lasciò le gambe scoperte. Ogni tanto si toccava tra le cosce, controllando. Aprì la finestra senza dire niente. L’aria fresca entrò nella stanza ancora carica di odore di sesso.
«Forse è meglio se vai» disse alla fine. Non era un ordine. Era quasi una richiesta di aiuto.
Mi rivestii. Prima di uscire lei mi fermò vicino alla porta. Non mi baciò. Mi guardò soltanto.
«Non so se riuscirei a dire di no una seconda volta» mormorò. «E questo mi spaventa.»
La abbracciai. Lei mi lasciò fare. Poi chiusi la porta dietro di me.
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