Protocollo Terapeutico

di
genere
feticismo

Ciao.Mi piace “provare” a scrivere racconti erotici.

Da qualche mese avevo iniziato un percorso con una terapeuta, anche per un discorso legato alla sessualità. Poi, con l’arrivo del caldo e del periodo estivo, è arrivata la svolta.
Lo studio di Serena, la mia terapista, odorava di legno caldo e di aria ferma. Lei mi ha fatto accomodare sulla poltrona di fronte alla sua.
Dopo mesi di cappotti e maglioni, indossava un vestito leggero e un paio di sandali aperti.
Per la prima volta ho visto quei piedi. I suoi. E io, per i piedi, ho un forte debole.
Erano piccoli, curati, con le unghie di un verde scuro. Al dito del piede destro portava un anellino sottile: la prima volta in vita mia che vedevo qualcosa del genere. Sexy da matti.
Li ho guardati ancora. Erano minuscoli, piccolissimi, estremi.
Un 34. Rarissimo per una donna.
Avevo venticinque anni. Lei poco più di trentacinque. Una donna molto piccola, un metro e cinquantacinque a spanne, capelli scuri, un fisico ok e un seno importante.
La voce era calma, professionale, con un calore controllato.
«Allora, Matteo», ha cominciato, «cosa ti porta qui?»
Abbiamo parlato di desiderio, di blocchi, di cosa mi eccitasse davvero e di cosa invece mi facesse sentire a disagio. Io rispondevo. Cercavo di restare concentrato. Ma i miei occhi scivolavano continuamente più in basso.
I suoi piedi dondolavano piano, avanti e indietro. Ogni tanto li faceva scivolare fuori dai sandali e ci rimetteva dentro solo le punte. Un movimento piccolo, naturale. Eppure non riuscivo a smettere di seguirlo.
Scrutavo le sue piante, cercando di vederle perfettamente.
Pensavo a quanto fossero minuscoli. A come l’arco si tendesse quando dondolava. All’anello che brillava ogni volta che muoveva le dita. Su una donna adulta sembrava quasi improbabile. Eppure erano lì, a pochi centimetri dal pavimento, in bella vista.
A un certo punto Serena ha interrotto quello che stavo dicendo.
«Mi stai guardando i piedi.»
Non era una domanda. Era un’osservazione netta, detta con lo stesso tono con cui avrebbe potuto far notare un mio silenzio troppo lungo.
Ho alzato lo sguardo. Ho sentito il calore salirmi in faccia.
«Sì», ho risposto. Non sapevo mentire su quella cosa. «Ho una passione enorme per i piedi. Oggi li hai nudi per la prima volta. Sono maledettamente belli e incredibilmente piccoli.»
Lei ha inclinato leggermente la testa. Non scandalizzata. Interessata.
«Sono piccoli, sì. Un 34, raro. Raccontami. Dimmi di più.»
Le ho raccontato. Senza troppi giri di parole. Del fetish, di quanto i piedi fossero sempre stati al centro delle mie fantasie, di quanto mi fosse difficile ignorarli quando erano scoperti.
Serena ascoltava, prendeva appunti, ma ogni tanto il piede destro scivolava di nuovo fuori dal sandalo, a dondolare lentamente.
Io lo guardavo mentre parlavo. Non riuscivo a farne a meno. Pensavo a come sarebbe stato prenderlo tra le mani. A quanto spazio avrebbe occupato nel mio palmo.
Serena ha fatto un piccolo cenno con la penna.
«Riesci a concentrarti su quello che stiamo dicendo, o i miei piedi stanno occupando troppo spazio?»
Ho esitato.
«Un po’ tutte e due le cose.»
Lei non ha nascosto i piedi. Li ha lasciati dove erano. Ha solo annuito, come se quella risposta fosse esattamente quello che si aspettava di sentire.
Quando l’ora è finita, si è alzata e mi ha riaccompagnato verso la porta. I sandali erano di nuovo ai piedi, ma l’anello restava visibile sotto la luce soffusa del corridoio.
«La prossima settimana approfondiamo», ha detto. «Nel frattempo, prova a notare quando il pensiero ai piedi diventa più forte e quando invece riesci a tenerlo sullo sfondo.»
Io ho annuito. In testa avevo ancora la forma esatta di quelle piante e il modo in cui dondolavano.
Sono salito le scale del seminterrato già sapendo che la settimana successiva sarei tornato con gli stessi occhi.
La seconda seduta arrivò dopo una settimana di caldo che non lasciava tregua.
Quando scesi nel seminterrato, Serena era già seduta. I sandali erano posati uno accanto all’altro vicino alla poltrona, e i piedi nudi poggiati sul tappeto. Piccoli. Perfetti. L’anellino brillava ogni volta che muoveva leggermente le dita.
Mi sedetti. Cercai di non guardare. Non ci riuscii.
«Come ti sei sentito dopo l’ultima volta?», chiese lei, voce calma, professionale.
«Strano», risposi. «Più consapevole. E più… distratto.»
Lei annuì, prendendo un appunto. Il piede sinistro si spostò di qualche centimetro, scoprendo meglio la pianta.
Io guardavo. Non potevo farne a meno. Pensavo a come sarebbero stati sotto le dita, a quanto fossero piccoli rispetto alle mie mani.
«Distratto in che senso?», insistette.
Esitai. Poi dissi la verità.
«I tuoi piedi. Continuo a pensarci. Anche quando non sono qui.»
Serena non sorrise subito. Inclinò solo la testa, interessata.
«E cosa pensi, esattamente?»
«A come li muovi. A come li hai lasciati nudi la scorsa volta. A quanto mi è difficile concentrarmi su altro quando sono in vista. Adesso che li hai lì, nudi, a mezzo metro da me.»
Lei fece scivolare il piede destro in avanti di poco. Non abbastanza da sembrare un invito esplicito. Solo abbastanza da farmeli avere ancora più chiari davanti agli occhi.
«È una cosa che ti crea disagio durante le sedute?», chiese.
«Sì. E no. Mi eccita. E mi fa sentire in colpa. Sei la mia terapista.»
«Lo so.» Spostò la penna. «E proprio per questo dobbiamo parlarne. Il desiderio non sparisce se lo ignoriamo. Anzi.»
Parlammo a lungo. Di confini, di cosa significasse portare un fetish così forte dentro una stanza dove si doveva lavorare su di sé. Io rispondevo, ma una parte di me restava fissa su quei piedi. Sulle unghie verde scuro. Sull’anello. Sul modo in cui le dita si contraevano leggermente quando lei ascoltava con attenzione.
A un certo punto Serena massaggiò piano una pianta con l’altra. Un gesto naturale, quasi distratto. Ma io lo seguii con lo sguardo fino alla fine.
«Stai di nuovo guardando», disse piano.
Non era un rimprovero. Era un’osservazione.
«Non riesco a evitare», ammisi.
Lei lasciò i piedi così come erano. Nudi. Visibili.
«Allora non evitare. Osserva. E dimmi cosa ti suscita, adesso, mentre li guardi.»
Parlai. Di tensione. Di caldo. Di quanto mi sembrassero fuori posto e allo stesso tempo perfettamente al loro posto in quella stanza. Lei ascoltava, interveniva, mi riportava ogni tanto al discorso terapeutico, ma non nascose mai i piedi.
Quando l’ora finì, si infilò i sandali con calma. Prima il sinistro, poi il destro. L’anello scomparve per un momento sotto la tomaia.
«La prossima è l’ultima prima di agosto», disse mentre mi accompagnava verso la porta. «Poi chiudo per tre settimane.»
Annuì. In testa avevo ancora la forma esatta delle sue piante.
«Ci vediamo mercoledì, Matteo.»
«Ci vediamo.»
Salii le scale del seminterrato con l’erezione ancora mezza dura e la sensazione precisa di quei piedi stampata dietro gli occhi.
La terza seduta arrivò in una giornata di agosto già pesante. L’aria fuori tremava dal caldo. Nel seminterrato c’era quella quiete umida che ormai conoscevo.
Serena era già seduta. Nessun sandalo. I piedi nudi sul tappeto, uno leggermente sopra l’altro. L’anellino al destro. Le unghie verde scuro. Il vestito leggero le scendeva appena sopra le ginocchia, diverso dal solito, quasi sexy.
Mi sedetti. Per qualche secondo non parlammo. Io guardavo i suoi piedi. Lei lasciava che li guardassi.
«Ultima prima delle ferie», disse. Voce calma, professionale. «Tre settimane di pausa. Come ti senti rispetto a quando siamo partiti?»
«Più consapevole. E più irrequieto. Nelle ultime due settimane ho pensato ai tuoi piedi più di quanto vorrei ammettere.»
Serena mosse appena le dita del piede destro.
«Lo so. Si vede. Oggi non forziamo niente. Ma possiamo stare dentro a quello che c’è. Senza girarci intorno.»
Parlammo a lungo. Di quanto il fetish fosse diventato centrale. Di quanto mi fosse difficile separare il lavoro dal desiderio. Lei faceva domande precise, da terapista, ma ogni tanto lasciava che il silenzio si allungasse mentre io restavo fisso sulle sue piante.
A un certo punto posò il blocco.
«Alza lo sguardo. Guardami.»
Obbedii.
«Hai passato tre sedute a guardarmi i piedi. Li hai confessati. Li hai desiderati. Adesso siamo qui, soli, e sono nudi. Dimmi la verità: cosa vorresti fare in questo momento?»
Esitai. La voce mi usciva bassa.
«Toccarli. Leccarli.»
Serena annuì lentamente, come se stesse prendendo atto di una risposta clinica.
«Allora lo facciamo. Ma lo facciamo in modo consapevole. Io ti guido. Tu ascolti e fai quello che ti dico. Capito?»
«Sì.»
Sollevò il piede destro e me lo mise davanti, a mezz’aria, a pochi centimetri dalle mie ginocchia. La pianta era rivolta verso di me.
«Prendi il mio piede. Con tutte e due le mani. Piano.»
Obbedii. Le dita mi tremavano leggermente. Il suo piede era caldo, piccolo, perfetto nel mio palmo. Minuscolo.
«Bene. Ora accarezza la pianta con i pollici. Dall’arco fino alle dita. Lento.»
Feci come diceva. Lei guardava il mio volto, non il piede.
«Cosa senti mentre lo tocchi?»
«Caldo. Morbido. E… troppo presente. Come se occupasse tutto lo spazio.»
«Continua. Più pressione sull’arco.»
Obbedii. Serena respirò un po’ più a fondo, ma la voce restò ferma.
«Adesso avvicina la bocca. Non leccare ancora. Solo avvicinati. Senti il calore sulla pelle.»
Mi sporti. Il calore della sua pianta mi arrivò sulle labbra.
«Lecca. Al centro. Una striscia lenta. Dal tallone verso le dita.»
Leccai. Il sapore era leggero, salato dal caldo della stanza. Serena emise un suono basso, ma continuò a parlare.
«Così. Di nuovo. Più largo. Usa tutta la lingua.»
Obbedii. Lei guidava ogni movimento.
«Adesso le dita. Una alla volta. Prendi la più grande in bocca. Succhia piano.»
Feci come diceva. L’anello mi sfiorava il labbro. Serena teneva il piede fermo, offrendomelo, mentre l’altro restava a terra con le dita che si contraevano.
«Bravo. Continua. Dimmi cosa ti fa stare così.»
«Mi fa perdere il filo. Di tutto. Non riesco più a pensare.»
«Non pensare. Continua a leccare. Tra le dita. Piano.»
Sono rimasto così a lungo. Lei parlava, comandava, correggeva la pressione o la velocità con la voce. Solo dopo diversi minuti ha ritirato il piede destro.
L’ha poggiato a terra. Poi ha sollevato il sinistro e me l’ha messo davanti, alla stessa altezza.
«Ora questo. Stessa cosa. Lento.»
Ho obbedito. Ho preso il piede sinistro tra le mani, ho accarezzato la pianta, poi ho cominciato a leccare. Centro, arco, dita. Una per una. Serena guardava, respirava più fondo, ma la voce restava ferma.
«Bene. Tra le dita. Di più. Succhia la più piccola.»
Ho fatto come diceva. L’anello dell’altro piede brillava a terra, vicino alla mia gamba. Il caldo della stanza rendeva tutto più lento, più denso.
Quando ha ritirato anche il secondo piede, li ha tenuti entrambi nudi, poggiati sul bordo della poltrona, a portata di sguardo.
È rimasta vestita. Il vestito leggero ancora al suo posto. Solo i piedi scoperti.
Ha fatto una pausa. Mi ha guardato.
«Hai leccato tutti e due. Come ti senti adesso?»
«Perso», ho risposto. La voce mi usciva roca. «Non riesco a pensare ad altro.»
Serena ha annuito piano.
«Dimmi una cosa. I footjob. Ti piacciono? Li hai mai provati davvero, o solo immaginati?»
Ho esitato.
«Ricevuto diversi per fortuna. Non con piedi come i tuoi.»
Lei ha mosso leggermente le dita, come per sottolineare le sue parole.
«Vuoi provarne uno? Adesso. Con i miei.»
Il cuore mi batteva forte. Ho annuito.
«Sì.»
«Allora ascolta. Io ti guido. Tu non fai niente che non ti dica. Capito?»
«Capito.»
Ha spostato appena la poltrona, si è seduta più avanti e ha preso il mio cazzo ancora coperto tra le piante nude. Le ha fatte scorrere sopra il tessuto, lente, misurando la durezza.
«Guarda i miei piedi. Solo quelli. Non chiudere gli occhi.»
Ho guardato. Le piante calde, piccole, un 34 che sembrava ancora più minuscolo mentre cercava di avvolgermi. L’anello che si muoveva. Le unghie verde scuro.
«Più pressione qui», ha detto, spingendo l’arco contro il glande. «Senti?»
«Sì.»
«Bene. Adesso resta fermo. Li muovo io.»
Il footjob è andato avanti così. Lei comandava il ritmo, la pressione, ogni tanto mi chiedeva cosa sentissi. Io rispondevo a voce bassa, senza riuscire a staccare gli occhi dai suoi piedi.
Dopo un po’ ha rallentato.
«Vuoi di più?», ha chiesto.
Ho annuito. Non riuscivo a dire altro.
Serena ha guardato in basso, verso il tessuto dei miei pantaloni ancora chiusi.
«Tiralo fuori. Piano. Voglio vederti mentre lo fai.»
Obbedii. Mani un po’ tremanti, sbottonai, abbassai la cerniera e tirai fuori il cazzo. Era duro, già lucido. Lei lo osservò per un attimo in silenzio, poi riprese le piante e le fece scorrere nude sulla pelle.
«Così. Molto meglio.»
Continuò il footjob a lungo. Lenta. Precisa. Ogni tanto stringeva di più con le dita, ogni tanto passava solo l’arco caldo lungo tutta la lunghezza. Io guardavo i suoi piedi, l’anello, le unghie scure, e ascoltavo la sua voce. Il mio cazzo pareva enorme comparato a quei piedi.
«Respira. Non chiudere gli occhi. Dimmi cosa senti.»
«I tuoi piedi… caldi… troppo.»
«Bene. Resta così.»
Un footjob esemplare, straordinario. Maestria folle.
Tolse i piedi. Afferrò il cazzo con la mano e mi tirò verso di sé.
Mi fermai a pochi centimetri da lei. La punta del mio cazzo era davvero vicina alla sua faccia.
Lei alzò lo sguardo e mi fissò.
«Come prima. Guido io.»
Guardò il cazzo e lo prese in bocca.
Pompino caldo, avvolgeva il cazzo con fermezza. Una mano teneva ancora la base, l’altra poggiata sulla mia coscia. Ogni tanto si staccava solo per parlare.
«Non venire. Non ancora. Voglio che tu senta tutto.»
Obbedii. Le dita nei suoi capelli neri, lo sguardo che scivolava dai suoi occhi.
Quando si rialzò, asciugò un filo di saliva con il dorso della mano e mi guardò.
«Adesso di più. Sempre di più.
Siediti. Tu stai fermo. Guarda i miei piedi se vuoi, ma non toccarli finché non te lo dico.»
Annuì e mi sedetti al suo posto.
Si sfilò gli slip, li lasciò cadere a terra, poi si levò il vestito dandomi le spalle.
Un culetto tondo, che chiedeva cazzo ma con un’eleganza stratosferica.
Si girò, guardando la punta del mio cazzo.
Mi salì sopra, strofinando la punta sulle labbra della sua figa.
Il cazzo affondò in una figa ben stretta. Ebbi un enorme sussulto.
Mi cavalcò poggiando le tette sulla mia faccia.
Cavalcata lenta all’inizio. Le tette pesanti contro il mio petto, i capezzoli duri. I suoi piedi restavano appoggiati sulle mie cosce, piccoli e caldi. Si muoveva con un ritmo controllato, quasi studioso.
«Guardami negli occhi», disse. «O guarda i piedi. Scegli. Ma resta presente.»
Io alternavo. I suoi occhi. I suoi piedi. Il calore di lei intorno al cazzo.
Piano piano il ritmo divenne più profondo. La voce da terapista cominciò a incrinarsi. I suoni che le uscivano erano meno controllati.
Anche lei stava uscendo dal personaggio: iniziava a godere di quella scopata.
La girai senza che mi fermasse.
La feci sdraiare e la penetrai allargandole le gambe.
Le alzai le gambe e le misi i piedi a mezz’aria, vicino al viso. Mentre la scopavo le leccai le piante. Lente, lunghe strisciate. Lei gemette più forte, le dita dei piedi che si contraevano contro la mia bocca a ogni affondo.
«Cazzo… così… lecca… non smettere…»
Non comandava più ogni singolo movimento. Il controllo stava cedendo. Ogni spinta la faceva perdere sempre di più le redini.
Tolsi il cazzo e ricevetti un’occhiata di dissenso.
La feci girare di nuovo, a pecora, con le braccia poggiate sullo schienale.
Un culo bellissimo, piccolo, una schiena con movimenti lenti, sexy.
Le accarezzai la colonna vertebrale. Leccai una chiappa e salii dal centro del culo fino a leccarle metà schiena. Lei rabbrividì.
La scopai da dietro, una mano sui fianchi, l’altra che le accarezzava il sedere.
Con un dito stimolai l’ano, senza azzardare di più.
Lei spinse indietro con forza, a ogni colpo sempre di più, un suono basso e rotto in gola.
«Più a fondo… così…»
Mi spinse indietro con i piedi.
Lo prese con le piante in un reverse footjob da prova vera.
Le piante premevano, le dita stringevano, il ritmo sicuro, esperto. Io non l’avevo mai provato. Lei sì. Si sentiva dalla precisione con cui muoveva i piedi, dal modo in cui alternava pressione e sfioramento sul glande. Quei piedi sembravano ancora più minuscoli mentre cercavano di prendermi tutto.
Estasiato. Senza parole.
Il respiro mi si era spezzato in gola. Rimasì fermo, il cazzo ancora tra le sue piante, lo sguardo perso.
«È… la prima volta che… così», riuscii a dire. La voce era roca, quasi assente. «Non avevo mai…»
Serena smise di muovere i piedi. Mi guardò girando la testa. Il sorriso era diverso. Meno terapeutico. Più soddisfatto.
«Con i piedi ho sempre avuto un certo talento. Ne ho portati all’orgasmo diversi usando solo le piante e le dita. È una forma di controllo che mi riesce naturale. E adesso l’hai provata anche tu.»
Respirai a fondo. Il seminterrato era silenzioso. Si sentiva solo il nostro respiro.
Guardai i suoi piedi. Ancora lucidi di saliva e di me.
«Posso sborrarti sui piedini?»
Lei inclinò leggermente la testa, come se la domanda fosse la cosa più naturale del mondo.
«Certo. Fallo. È la chiusura che ci meritiamo. Che ti meriti. E che merito io.»
Mi chinai e le baciai le chiappe, leccai la parte bassa della schiena e poi le labbra della figa.
Lei lasciò il mio cazzo e unì i piedi, mostrando le piante perfette e morbide.
Mi misi in ginocchio. Li presi tra le mani un’ultima volta, riaccarezzai le piante, le leccai e poi presi in bocca entrambi i piedi, mangiandomi le dita.
Mi tirai su, posai il cazzo sulle sue piante e mi segai.
Sborrai tantissimo, facendo cadere tutta la sborra su quei piedi. Calda, densa, che colava tra le dita piccole, sull’arco, sull’anello.
Serena guardò la sborra sulle sue piante.
Cominciò a muovere piano le dita, spargendola. La fece scorrere sull’arco, tra le dita, sull’anello. Premé una pianta contro l’altra, strofinandole lentamente, cospargendosi ancora di più. Quei piedi minuscoli, lucidi e bianchi di sborra, sembravano ancora più piccoli, ancora più sporchi, ancora più porno.
Alzò lo sguardo su di me, un sorriso basso e soddisfatto.
«Guarda che macello… Questi piedini sono la mia arma. Me li hai leccati, succhiati. Me li hai ricoperti di sborra dopo una scopata necessaria.
Li ho usati come una vera troia.»
Continuò a giocarci ancora un poco, muovendo le dita nella sborra con una lentezza quasi studiosa. Poi ritirò i piedi e si sistemò meglio sulla poltrona. Aveva perso per un attimo le parole da terapista.
Accarezzò il cazzo con il piede destro e mi allontanò.
Riprese posto sul divanetto e tornò al tono di prima, calmo, professionale, come se nulla fosse successo.
«Bene, Matteo. Direi che per oggi possiamo fermarci qui. La prossima seduta… dopo le ferie.»
Mi rivestii. Lei rimase seduta, nuda, con i piedi ancora sporchi di sborra.
Mi congedò accompagnandomi fino alla porta dello studio.
«Non ti dimenticare. La prossima volta ne parliamo a dovere.»
Poi tornò indietro, mostrandomi il culetto e camminando sulle punte.
scritto il
2026-08-07
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