I piedi di Vanessa: la mamma vogliosa!

di
genere
feticismo

Ciao. Mi piace “provare” a scrivere racconti erotici.
Erano passate diverse settimane da quel pomeriggio con Vanessa.
Jessica, la figlia, stava per partire per le vacanze e io ero andato a salutarla a metà pomeriggio. Solo un saluto tra amici stretti come sempre fatto.
Lei era come sempre: affettuosa, sorridente, un abbraccio lungo e un bacio sulla guancia.
«Mi mancherai, scemo. Divertiti mentre non ci sono.» poi salì di sopra a finire di preparare la valigia.
Io ero già in prossimità della porta quando sentii i passi leggeri alle mie spalle.
Vanessa.
Vestita da palestra, ciabatte ai piedi, capelli raccolti in fretta. Mi raggiunse senza fretta, si strusciò lentamente contro di me, sicura. Un piedino mi salì sul polpaccio, la mano mi strinse il culo con forza.
La sua voce mi arrivò bassa e spinta dritta all’orecchio.
«Domani sera, prima di cena. Casa mia. Che dici? Tu, io e i miei piedini che so che ti piacciono»
Sentii il sangue scendere tutto in basso, lei di una sicurezza disarmante.
«Sono già duro solo a pensarci», risposi senza filtri.
Lei si staccò appena, mi guardò con quegli occhi vogliosi, e sorrise.
Uscii dal cancello con il cazzo già mezzo duro e la testa piena di immagini su ciò che sarebbe accaduto la sera successiva.
Il giorno dopo arrivai verso le diciotto.
Il cancello si aprì da solo. Vanessa era già in piscina. Musica bassa di sottofondo, sole ancora alto che scendeva pian piano.
Mi fermai a bordo piscina sedendomi nel suo lettino.
Lei rimase in piscina e venne vicino al lettino poggiandosi sul bordo piscina.
Ci provocammo a vicenda per qualche minuto, parole leggere che diventavano sempre più pesanti. Poi lei, con naturalezza, si sfilò il bikini e lo lanciò in acqua.
Restò nuda, l’acqua le arrivava appena sotto i seni.
«Spogliati e vieni qui. Subito.»
La voce era quella di una donna che non aveva intenzione di aspettare.
Mi denudai e mi sedetti a cavalcioni sul bordo, gambe in acqua.
Vanessa non perse tempo. Si avvicinò tra le mie cosce, me le accarezzò e mi prese il cazzo in bocca.
Fu un pompino lungo, rumoroso, sporco, saliva che colava, occhi alzati nei miei mentre le mani mi stringevano i fianchi e le cosce.
Gorgogliava, sbavava, succhiava come se volesse risucchiarmi l’anima.
Io la guardavo, le mani nei suoi capelli, e sentivo solo il calore della sua bocca e la sua lingua.
Poi lei uscì parzialmente dall’acqua, si sedette sul bordo con le gambe a mezz’aria.
Io entrai in acqua e mi chinai per leccarle la figa con la stessa fame. Lei mi teneva la testa, ansimava, si contorceva.
Le mie labbra sapevano di lei.
«Veranda. Adesso.» esclamò tirandomi fuori dall’acqua.
Mi saltò in braccio, ancora bagnata. La portai fino al divano esterno, lo stesso di settimane prima.
La sdraiai, le presi i piedi e cominciai a leccarli. Piccoli, smaltati, ancora umidi.
Lei gemette e chiese subito:
«Mettilo dentro dai.»
Entrai senza resistenze. Le gambe aperte a mezz’aria, i suoi piedini che lei stessa mi infilava in bocca. Li mangiavo mentre la scopavo, affamato, leccando arco e dita mentre il cazzo spariva dentro di lei.
Tolsi il cazzo e portai i suoi piedi sul mio cazzo.
Le piante calde che mi strofinavano, le dita che stringevano. Un footjob bellissimo.
Mi sdraiai e lei salì sopra, mi cavalcò con forza. Affondava sul mio cazzo facendo ritmo e bagnandosi dannatamente.
Ancora footjob, portandosi tra le mie gambe e segandomi più velocemente.
La spinsi via andandole a leccare figa e ano.
Preparai il suo culo con tanta saliva e i suoi umori, mi alzai allargandole le gambe.
Puntai il cazzo sull’ano ed entrai piano.
Lei perse il fiato, occhi spalancati, un gemito lungo e rotto. La scopai lentamente, profondamente, finché non venne in modo contenuto, quasi soffocato, il corpo che si contraeva sotto di me.
Continuai a scoparla finché non riprese fiato.
Dopo poco mi stesi, lei si mise tra le mie gambe e mi prese il cazzo tra i piedi.
Me lo segò con maestria, piante e dita, guardandomi.
Sborrai tanto. Schizzi densi sui suoi piedi e su di me, sulla pancia.
Vanessa si leccò i piedi, impazzii nel vedere la scena, così troiesca. Finito con i piedi si chinò e mi pulì il cazzo con la lingua, leccando anche i fiotti sulla mia pancia, godendoseli uno per uno.
Restammo nudi in veranda a rifiatare e bevemmo due bottiglie di vino.
Parlammo un po’ di Jessica, poco, giusto il necessario per rendere tutto più sporco.
La guardai tutta: l’abbronzatura, il segno del costume poco marcato perché la maiala prende il sole nuda a casa, i piedini con uno smalto nero sexy da matti, il suo culo e l’ano bello aperto e la sua faccia sempre più vogliosa.
Più Vanessa beveva, più i suoi piedi si facevano insistenti. Me li metteva sulle cosce, vicinissimi al cazzo, me li faceva leccare, me li strofinava mentre mi guardava e parlava.
A un certo punto prese e si sedette a cavalcioni su di me, ancora nuda, e cominciò a strusciarsi piano.
Il mio cazzo duro tra le labbra della figa, poi sul ventre, poi di nuovo tra le labbra.
Si eccitava da sola, ansimava, gli occhi lucidi e vogliosi.
«Voglio che mi scopi nel letto di Jessica.»
Lo disse chiaro, tondo, perverso.
«Portami su. Adesso.»
La presi in braccio.
Lei si aggrappò al mio collo e continuò a parlare mentre salimmo le scale, voce bassa e sporca contro il mio orecchio.
Nella camera di Jessica mi buttò sul letto.
Salì subito in reverse cowgirl e si strofinò a lungo, bagnandomi tutto il cazzo e le palle, eccitandosi ancora di più.
Gemette davvero tanto. Dopo un po’ tolse il cazzo dalla figa e lo riprese tra i piedi, ancora in quella posizione, i suoi piedini piccoli che mi lavoravano mentre mi dava la schiena.
Reverse footjob lento e preciso.
Poi si girò e mi succhiò di nuovo, forse ancora meglio di prima. Labbra strette, lingua sotto, saliva che colava.
La fermai prima di venire e la feci stendere.
Le leccai la figa come non l’avevo mai leccata: intensa, profonda, senza pietà. Lei si contorceva, mi stringeva la testa con le cosce, ansimava forte.
Poi passai ai piedi. Li succhiai uno per uno, arco, piante, dita, mentre lei mi premeva la faccia contro e gemeva.
«Dai, mettilo dentro», disse.
Un missionario breve, giusto per sentirmi di nuovo bagnato di lei, e subito dopo le puntai il cazzo sull’ano.
Entrai piano.
Lei perse il fiato, occhi spalancati, un gemito lungo e rotto. La scopai lentamente, profondamente. Venne in modo contenuto, quasi soffocato, il corpo che si contraeva sotto di me.
Continuai ancora un po’ finché non riprese fiato.
Mi stesi. Lei si mise tra le mie gambe e mi fece un footjob breve ma cattivo.
Di nuovo reverse cowgirl, stavolta dritto nel culo.
Lei saltellava sul mio cazzo che le scopava il culo senza freni.
Poi la misi a pecora.
Le leccai figa e ano a lungo.
Entrai di nuovo nel culo.
Le diedi due-tre ceffoni sulle chiappe, le tirai i capelli e cominciai a scoparla forte.
Lei emetteva gridolini misti di dolore e piacere.
Più andavo avanti e più le mancava il fiato.
A un certo punto lo perse del tutto e squirtò in maniera oscena: mi finì addosso e bagnò il letto di Jessica.
Tirai fuori il cazzo un attimo, le diedi una sculacciata e dissi:
«Dai, ultimo footjob. Muovi quei piedini.»
Reverse footjob mentre era ancora a pecora. I suoi piedi sul cazzo e il suo ano aperto davanti a me.
Le accarezzai le gambe, le solleticai un po’ le piante.
Non ce la facevo più ma volevo ancora qualche colpo.
Tornai nel suo culo e ripresi a scoparla a ritmo folle, tirandole i capelli, rude, profondo.
Lei urlava, gemeva, si contorceva, solo suoni rotti.
Alla fine uscii, unii i suoi piedi e ci sborrai sopra.
Una sborrata enorme, densa, che le ricoprì completamente le piante.
Vanessa crollò sul letto, senza fiato.
Muoveva i piedi, giocava con lo sperma, se lo spalmava tra le dita.
Poi si girò a pancia in su, alzò le gambe tenendo i piedi a mezz’aria ancora sporchi e mi guardò.
«Baciami.»
La baciai.
Profondo, sporco, pieno del sapore di tutto quello che ci eravamo fatti.
Vanessa aveva cinquant’anni e si era appena fatta sfondare il culo come una troia, si era fatta leccare i piedi, si era fatta sborrare addosso e aveva squirtato sul letto di sua figlia.
E lo aveva fatto con una fame da far schifo.
Lei mi guardò ancora con i piedi sporchi di sborra alzati in aria e disse, a voce roca:
«A cinquant’anni mi faccio ancora aprire il culo e sborrare sui piedi sul letto di mia figlia. E scopo meglio di quando ne avevo venti. E lo rifarei subito.»
scritto il
2026-07-27
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