Doccia con Gloria

di
genere
masturbazione

Ciao.Mi piace “provare” a scrivere racconti erotici.

Ogni anno arriva la vacanza con i miei amici: un gruppo di sette persone, di cui tre ragazzi e quattro ragazze.
Anche se non mi piace molto, qualche sera della settimana ci riserviamo la serata in discoteca a ballare.
Un po’ scazzato, ma comunque propenso a divertirmi, affrontai la serata con entusiasmo in quel locale enorme vicino alla spiaggia.
La sala principale della discoteca era un caos di luci stroboscopiche e bassi che ti entravano nel petto. Eravamo lì con tutto il gruppo, come ogni anno in vacanza, ma nessuno di noi due era davvero tipo da pista. Io e Gloria — una delle ragazze che la pensa molto simile a me sulla discoteca e con cui spesso siamo finiti fuori dalla pista a bere e chiacchierare — dopo un po’ ci siamo guardati e, senza dirci quasi niente, siamo usciti da quella confusione.
Abbiamo seguito un corridoio laterale e siamo finiti in una saletta più piccola, quasi vuota, una sala secondaria rispetto a quella da cui ci eravamo spostati. Lì la musica era diversa: lenta, bassa, quasi da coppiette. Non il nostro caso.
Ci mettemmo a ballare, come accadeva spesso, anche solo per guardare le altre persone e divertirci.
Solo un paio di coppie ballavano piano in un angolo.
Gloria mi prese per un polso e mi tirò verso di lei. Due, forse tre canzoni. Le sue mani sui miei fianchi, le mie una sulla sua schiena e l’altra un po’ più in basso, senza osare. Il profumo dei suoi capelli castani con quei riflessi biondi mi arrivava ogni volta che giravamo. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava, e io ricambiavo sempre sorridendo nel modo giocoso di sempre.
Ci fu un potente scambio di sguardi, a cui nessuno dei due diede peso: siamo soliti a queste cose.
Dopo la serata tornammo a casa: era ormai notte tarda.
La casa aveva ancora l’odore di mare della giornata trascorsa e il profumo della cena di qualche ora prima.
Siamo rimasti tutti in cucina per un po’: qualcuno apriva una bottiglia d’acqua, qualcun altro rideva ancora di una cazzata successa in pista, Gloria stava appoggiata al bancone in attesa che andassimo tutti a letto.
Pian piano ognuno sparì nella propria camera.
In camera non riuscivo a stare fermo. Avevo il sudore della pista sulla pelle, i vestiti che puzzavano di fumo e di altro. Mi tolsi tutto, presi l’accappatoio e uscii in punta di piedi. Il bagno esterno era l’unica cosa che volevo in quel momento: acqua calda, silenzio, lavarmi via la notte.
Uscii nel portico per dirigermi al bagno che per tutta la settimana era stata la mia doccia e il bagno che usavo regolarmente.
La luce del portico era accesa. Socchiusi la porta e mi avviai con tutto il necessario in mano.
Entrai, richiusi quasi del tutto, mi tolsi l’accappatoio e stavo sistemando le cose sul lavandino quando sentii la porta del bagno aprirsi lentamente.
«Matteo? Posso…? Disturbo?»
Era Gloria, in accappatoio e ciabatte. I capelli sciolti le cadevano a metà schiena.
Mi girai di scatto e mi coprii con le mani, ridicolo, già nudo.
Lei ha fatto un sorrisetto stanco.
«Non hai chiuso», ha detto.
«Non pensavo passasse nessuno. E che ci fai qui?»
Ha fatto un passo dentro e ha chiuso la porta dietro di sé. Si è guardata intorno un attimo, poi ha posato gli occhi su di me, sulle mani che cercavano di nascondere l’ovvio.
«Mi serviva una doccia, ma ero combattuta. Poi ti ho sentito uscire e ho pensato che avessi la mia stessa idea… e eccomi qui, insomma.»
Situazione particolare, a cui non sapevo dare una spiegazione. Tra noi non c’era mai stato minimamente nulla, e forse lo notò dal mio sguardo.
«Quindi sei qui per una doccia?» le ho chiesto, solo per riempire il silenzio.
Ha abbassato lo sguardo al nodo dell’accappatoio. Lo ha sciolto piano e l’ha lasciato scivolare a terra.
È rimasta nuda, forse la prima volta che la vedevo completamente senza niente addosso.
Il seno piccolo e alto, la pancia piatta, il triangolo scuro, le cosce sottili, e quel culo che per anni avevo fatto finta di non notare, con un’abbronzatura che, in generale, da sempre mi fa morire.
«Se proprio volevi vedere…», ha detto, con una voce più bassa, quasi divertita.
L’ho guardata davvero.
«Hai un culo incredibile», le ho detto. «E cazzo, finalmente vedo il tuo culo nudo.»
Sono scoppiato a ridere.
Lei ha abbassato gli occhi e ha visto cosa mi stavo ancora tenendo coperto. Ha alzato un sopracciglio.
«Ah però.»
Sono diventato rosso.
Si è avvicinata. Non c’era più spazio per fingere. Ci siamo ritrovati petto contro petto, pelle contro pelle, come nel lento di poco prima, solo che adesso non c’era tessuto in mezzo.
«Togli quelle mani, io non mi sto coprendo», ha detto, e me le ha tolte dal cazzo.
Lo ha guardato di nuovo, soffermandosi qualche istante in più, poi ha riportato gli occhi a contatto con i miei.
Il mio cazzo era ovviamente già duro, e restava schiacciato lievemente tra i nostri ventri.
Lei ha allungato una mano, mi ha guardato negli occhi e ha aspettato. Io ho annuito appena. Le dita le si sono chiuse intorno all’asta e hanno cominciato a muoversi lente, su e giù.
Mentre mi segava così, stretti, il respiro caldo uno contro l’altro, mi è venuto un pensiero netto: è la stessa Gloria con cui ballavo due ore fa. La stessa che conoscevo da anni. La stessa che adesso mi teneva in mano con quella lentezza quasi timida e già vogliosa.
Ci guardammo a lungo. Nessuna parola. Solo quello sguardo. Io feci un piccolo cenno di sì con la testa. Lei pure. Poi scese piano, accovacciandosi.
Scese senza mai staccare gli occhi dai miei, occhi che dicevano più di tante parole. Parlava con lo sguardo, restando in silenzio.
Le passai una mano sui capelli, poi sulla guancia.
Ci guardammo. Lei fece un cenno a cui risposi. Mi fece l’occhiolino e prese il cazzo in bocca.
Le labbra si chiusero calde intorno alla punta.
Succhiò piano, facendo scorrere tutta l’asta, roteando e muovendo la lingua senza freno.
Poi scese più in basso, un centimetro alla volta, mentre una mano mi teneva la base e l’altra mi accarezzava le palle. Ogni tanto si staccava, faceva scorrere la lingua lungo tutto il lato, mi leccava le palle con colpi umidi e lenti, e tornava a prendermi in bocca. La bava le filava già dal canto delle labbra. Io tenevo una mano sui suoi capelli senza spingere, solo per sentire il movimento della sua testa. Lei alzava gli occhi ogni tanto e mi guardava, oppure li chiudeva e si concentrava sul ritmo.
Tolse il cazzo dalla bocca e mi succhiò una palla, risucchiandola con le labbra. Iniziarono i primi rumori di un gran pompino.
La feci alzare, notando le sue labbra umide e calde, che baciai senza pensarci. Il respiro era già affannoso per entrambi.
Ci guardammo e ci scambiammo un ulteriore cenno.
La presi per i fianchi e la feci sedere sul bancone del lavandino.
Le gambe si aprirono da sole.
Mi abbassai, infilando la faccia tra le sue cosce.
La leccai leggermente, poi le baciai le labbra e l’interno coscia.
Tornai con la lingua sulla figa, addentrandomi quanto potevo.
Girai intorno al clitoride, sfiorandolo appena.
Era già bagnata. Quando finalmente ci premettei la punta della lingua sopra, tirò un gemito basso e affondò le dita nei miei capelli. La leccai con colpi lenti e larghi, poi più stretti, più veloci, succhiando ogni tanto. Lei apriva di più le cosce, mi spingeva la testa contro di sé, gemendo a voce bassa ma non troppo. Il sapore era leggero, pulito, e più la leccavo più diventava scivolosa contro la mia lingua. Calda da morire e dannatamente soddisfacente.
I nostri respiri diventavano sempre più affannosi.
Le baciai le gambe, poi le labbra, e diedi un’ultima leccata.
«La facciamo, questa doccia?» dissi, per allentare un po’ la tensione.
Mi fece un cenno con un sorriso d’intesa.
Entrammo e accendemmo l’acqua.
Lei si girò verso il muro, le mani aperte sulle mattonelle, il culo spinto indietro.
Io le restai dietro.
Posai il cazzo nello spacco delle chiappe, toccando il culo di Gloria. L’abbronzatura marcata mi piacque da impazzire.
Mi inginocchiai, le allargai le chiappe e tornai a leccarle la figa, spingendomi sempre più su verso l’ano.
La sorpresi con la lingua nel culo e ebbe un brivido che scomparve subito.
Salii pian piano, leccandole tutta la lunghezza della spina dorsale.
La abbracciai e le diedi due baci sul collo.
Strizzai una chiappa, poi entrambe contemporaneamente.
Infilai due dita dentro, lente, poi più profonde. Lei gemette e aprì di più le gambe.
La sditalinai variando continuamente la velocità: rallentando e poi accelerando di colpo.
Respiri e gemiti sempre più corti, sempre più veloci.
Aggiunsi un terzo dito e continuai allo stesso modo.
Continuai a muovere le dita dentro di lei.
Tornai a strusciare il cazzo tra le sue chiappe scivolose.
A lei piaceva: ogni volta spingeva indietro il bacino, cercando più contatto.
Rimisi due dita nella sua figa e la sditalinai senza sosta.
Respiri veloci, fiato corto. Si spinse all’indietro contro di me, il suo corpo si incollò al mio, una mano andò indietro e si attorcigliò al mio collo.
Alzò leggermente una gamba, lasciandomi ancora più spazio.
Venne di colpo, senza dirmi nulla.
Si irrigidì scaricando il suo orgasmo.
Non smisi di muovermi nella sua figa per tutto il tempo.

Riprese fiato e si girò
«Baciami… adesso.»
Il bacio fu disordinato, bagnato, affamato. Paradossalmente, ebbe ancora più voglia, più fame.
Si inginocchiò di nuovo.
Questa volta non c’era più niente di timido.
Mi prese in bocca fino in fondo, una mano a segarmi la base, l’altra a massaggiarmi le palle. Bava ovunque.
Ogni tanto si staccava solo per respirare e per leccarmi da sotto, dalla base fino alla punta, poi mi reingoiava.
I suoni erano umidi, profondi, mescolati al rumore dell’acqua. Una mano ogni tanto saliva sulle mie cosce, oppure scendeva a toccarsi tra le gambe, oppure si chiudeva intorno a un seno.
A un certo punto rallentò quasi del tutto. Mi guardò dritto negli occhi, mi tenne tutto in bocca senza muovere la testa e fece lavorare solo la lingua, lenta, precisa, a bocca chiusa. Quel silenzio carico — solo l’acqua che cadeva e la sua lingua che si muoveva su di me — fu il momento più puro e più denso di tutta la notte. Un filo di bava le scendeva dal canto della bocca fino al mento e restava lì, lucido.
Tolse il cazzo e lo segò senza freno.
La fermai e gli posai il cazzo sul mento e sulle labbra.
Ci guardammo con l’ennesimo cenno.
«Gloria… sei pazza», le dissi in preda all’eccitazione.
Lei sorrise e mi fece un secondo occhiolino.
Riprese a leccare e succhiare mentre una mano continuava a massaggiarsi la figa.
Mi tenni alle pareti della doccia in alto, cercando di godermi ogni secondo di quel momento.
Lei continuò.
Non mi accorsi della sborrata che avanzava prorompente.
Cercai di trattenerla il più possibile, guardando in giro, ma il succhiare senza sosta di Gloria, con le labbra a ventosa, non aiutò di certo.
Quel faccino da brava ragazza che avevo sempre avuto accanto mi stava regalando un pompino da ricordare.
Una bocca fatata che danzava sul mio cazzo, due labbra morbide che tenevano stretto il mio membro tirandomi fuori tutto.
Non feci nemmeno in tempo a capire di essere al culmine, né ad avvisarla.
Sborrai gemendo, quasi senza accorgermene: il primo fiotto finì inevitabilmente in bocca. Gloria si staccò e prese il cazzo con entrambe le mani per segarlo; tutti gli altri fiotti le cosparsero la faccia, uno dopo l’altro.
Una sborrata densa, parecchio voluminosa, un quantitativo di fiotti che raramente tiro fuori.
Naso, fronte, guance, appena appena sui capelli: la ricoprii tutta. Dovette chiudere gli occhi per tutta la sborra che le cadeva addosso.
Tremavo, le gambe quasi mi cedettero e dovetti tenermi alle pareti della doccia. Lei mi tolse via tutto.
Qualche secondo di silenzio, di sola acqua che cadeva, il mio fiato che usciva affannoso e lei lì, con il mio cazzo ancora tra le mani.
Poi, con gli occhi ancora chiusi e la faccia completamente colata:
«Matteo… aiutami», disse, ridendo un minimo.
Presi il doccino e glielo sparai sulla faccia, lavando via tutta la sborrata.
Lei aprì la bocca e lasciò che l’acqua le portasse via il sapore, poi prese il mio cazzo ancora ultrasensibile e lo pulì con la lingua e le dita, delicatissima.
Sensazione paradisiaca, con ancora il cazzo sensibilissimo e la sua dolce bocca a sfiorarlo.
Si alzò e mi saltò in braccio.
Ci guardammo intensamente per diversi secondi.
Mi prese per la testa e limonammo senza freni: era più sesso quel limone di tutto quello che avevamo fatto pochi secondi prima.
Ci baciammo come se dovessimo recuperare anni.
A un certo punto mi morse piano il labbro inferiore e non si staccò. Restò lì, attaccata alla mia bocca, il respiro caldo mescolato all’acqua, qualche secondo in più del necessario, come se non volesse davvero lasciare andare. Limonammo per istanti che sembrarono infiniti, con i respiri affannati e i cuori a mille.
Lei mi guardò, ci guardammo, vogliosi, eccitati, pronti a saltarci addosso di nuovo.
Ci placammo dopo poco e ci lavammo restando il più possibile vicini dentro la doccia, ritardando il più possibile l’uscita e la fine di quell’avventura. Forse consapevoli che, una volta usciti, la magia sarebbe svanita.
Dopo la doccia ci asciugammo dentro al bagno, aiutandoci.
Io le passavo l’asciugamano sulla schiena e sul culo, lei me lo passava sul petto e sui fianchi. Ci siamo rimessi gli accappatoi in silenzio.
Prima di aprire la porta l’ho stretta forte contro di me. Le ho messo entrambe le mani sotto l’accappatoio e le ho strizzato il culo con forza. Lei ha alzato la faccia e mi ha baciato ancora, lungo, lento, gli occhi aperti nei miei fino all’ultimo secondo.
Siamo usciti nel portico.
Si intravedeva già l’inizio dell’alba all’orizzonte.
Siamo entrati in casa e ci siamo diretti verso le nostre camere.
Lei mi ha guardato di lato. Aveva ancora i capelli bagnati appiccicati al collo e un piccolo sorriso stanco, quasi privato.
Non abbiamo aggiunto altro.
Ci siamo baciati ancora, per diversi secondi, e ci siamo dati la buonanotte.
Siamo andati ciascuno nella propria stanza, e il silenzio della casa ci ha riassorbiti come se niente fosse successo.
scritto il
2026-08-27
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