Il dolore ed il piacere
di
Tilde
genere
etero
Il pavimento di pietra grigia è gelido contro i palmi delle mani e le ginocchia. Ogni passo che faccio è un piccolo scossone, il peso del corpo che grava sulle articolazioni, ma non oso alzare il busto, né la testa. I miei lunghi ricci creano una tunica che nasconde il mio viso fino a strisciare a terra e, più volte, rischio di pestarli con una mano. La catena del guinzaglio tintinna dolcemente sotto il mio mento, un suono metallico e crispato che echeggia contro le alte volte del corridoio all'uscita del castello. L'uomo in rosso cammina a grandi passi davanti a me, vedo il lato lungo della sua cinghia di cuoio oscillare come un pendolo, all'estremità un puntale metallico con il rilievo di uno stemma. Indossa guanti di pelle nera che stringono la mia libertà negata, di cuoio e metallo, legata al mio collo, tirando leggermente ogni volta che rallento.
La mia pelle nuda, ambrata, è coperta solo da brividi. L'aria umida della notte scorsa si è dissolta, lasciando spazio a un mattino terso e crudele che entra dalle finestre alte. I miei seni piccoli, con i capezzoli induriti dal freddo e dalla paura, penzolano liberi, oscillando leggermente mentre avanzo a carponi. Il mio corpo curvo, le cosce morbide che sfregano l'una contro l'altra, i fianchi larghi che dondolano in un ritmo umiliante. Mi sento oscenamente esposta, un oggetto vivo e pulsante trasportato attraverso le sale come un trofeo di caccia.
Usciamo dalla pesante porta di quercia. La luce del sole mi ferisce, accecandomi per un secondo. La ghiaia del viale è bagnata di rugiada e mi bagna le mani in un contatto viscido e penetra nelle ginocchia in un dolore che faccio fatica a trattenere. Le lacrime sgorgano come sfogo incontrollabile. L'uomo in rosso si ferma e schiaccia il guinzaglio con un piede. Il mio viso crolla verso il basso, costringendomi a fermarmi. Poi mi ordina di sedermi sui talloni e le cosce aperte in una posa innaturale e forzata.
Ho il brecciolino che mi buca gli stinchi.
- Mi fa male. Davvero... -
- Non muoverti o te ne pentirai. -
Il mio lamento è meno di un guaito di cane, che lui ignora. Nel suo ordine, la voce è dura, priva di qualsiasi emozione.
Con un piede spinge una ciotola di metallo sotto il mio viso. L'acqua dentro trema, riflettendo la mia immagine distorta e i capelli ricci arruffati che scendono ad incorniciare il viso. È un ordine silenzioso, una degradazione che non richiede parole. La sete mi brucia la gola, ma l'umiliazione di dover bere così, con la faccia a terra, mi paralizza la lingua. Lui si china leggermente, l'ombra mi avvolge, e poi si rialza.
- Qualcuno verrà a prenderti. Adesso bevi, la tua nuova vita sta per cominciare. -
Lo dice, voltandomi le spalle senza nemmeno guardarmi. Poi è solo crocchiare dei sassolini sotto le sue suole. Lo vedo allontanarsi verso l'ingresso del castello, la figura rossa che si rimpicciolisce fino a sparire dietro la porta massiccia che si chiude con un tonfo sordo. Il silenzio mi avvolge, rotto solo dal cinguettio di alcuni uccelli e dal mio stesso respiro affannoso. Resto ferma, immobile, sono una cagna abbandonata nel cortile di un castello.
Alzo lo sguardo, guardandomi intorno: non c'è nessuno, in fondo al vialetto c'è il cancello aperto, potrei scappare. Mi alzo in piedi, mi guardo: nuda, con i segni delle corde, li sfioro ed è un brivido. Vedo gli occhi di Lapo in attesa del mio consenso, li vedo tristi ed impauriti per me al suo cedere la mia carne all'uomo in rosso. Sento la catena che scende fra i miei seni e termina in un monticino davanti i miei piedi nudi. Non fuggo, dò un calcio alla ciotola e mi risiedo abbracciandomi le ginocchia doloranti e peste. Mi volto verso le auto parcheggiate oltre la siepe bassa di alloro. Il cuore mi salta in gola quando riconosco una linea aggressiva: la sportiva gialla che avevo visto a Bagnaia. Ma accanto ad essa, parcheggiata con arroganza al centro, c'è un'altra vettura che mi congela il sangue nelle vene. Un'Aston Martin blu scuro, lucente e perfetta. È la stessa macchina del dottor Pecci.
Il dottore, Franco, l'uomo che mi ha affidato il suo resort migliore. Colui che ho servito con un sorriso professionale mille volte, che ho salutato nei corridoi, che ha sempre guardato me con occhi che non sapevo leggere. Il terrore mi assale come un'ondata. Mi ha comprata? È lui il nuovo proprietario? L'idea di essere vista da lui in questo stato, nuda, a quattro zampe, con una ciotola d'acqua sotto il mento, è un'agonia peggiore della frusta. La mia pelle olivastra si imbianca dalla paura.
Se è lui, la mia vita sociale, la mia reputazione, tutto è finito. Sarei solo una troia da stalla per il suo divertimento privato. Il terrore di una punizione impensabile mi fa tornare nella posizione dolorosa.
Il rumore di un motore diesel interrompe i miei pensieri. Un vecchio camioncino bianco, con la scritta "Servizi comunali" sbiadita sui fianchi, arranca lungo il viale. Si ferma di fronte a me con un sibilo di freni. La portiera si apre e salta giù un giovane uomo. Indossa una tuta sporca di grasso e stivali di gomma marroni. Quando si gira, il sole colpisce il suo viso e io resto a bocca aperta, un sospiro di shock bloccato in gola.
È Giovanni. Il ragazzo romano che avevo incontrato quella sera. Quello del flirt interrotto. respinto. Lui si ferma davanti a me, con le mani sui fianchi, un sorriso sardonico che gli allarga le labbra.
- Tu?! -
- Ecco chi è, la preziosa dell'Elba. Non sembri più così altezzosa oggi, eh, piccola? -
Ignora la mia sorpresa e la sua voce è carica di quell'accento romano marcio e volgare, diverso da quello che avevo trovato affascinante, che ora mi fa venire i brividi.
Mi guarda dall'alto in basso, i suoi occhi percorrono il corpo nudo con una lentezza disgustosa, soffermandosi sul mio petto, sulla mia pancia, sulle mie cosce aperte. Non c'è traccia del ragazzo sconfitto dell'altra sera. Qui è il padrone. Si avvicina e afferra il guinzaglio che pende dal mio collo, tirando bruscamente.
- Alzati, bestia. Andiamo a casa. -
Mi costringe ad alzarmi su due gambe tremanti, ma mi tiene piegata in avanti, la schiena curva per compensare la trazione del guinzaglio. Mi trascina verso il retro del camioncino. Il portellone è aperto e rivela un interno buio e maleodorante. Non è un vano per persone. C'è una vecchia gabbia di metallo arrugginita sul fondo, e il pavimento è coperto di macchie scure, vecchie lettiere e escrementi animali. Il fetore è pungente, una miscela di urina acida, disinfettante economico e muffa.
- Dentro! -
Ordina Giovanni, dandomi una spinta.
Cado sulle ginocchia nella gabbia, le palme delle mani che si posano su una superficie appiccicosa. Il portellone si chiude con un tonfo secco, lasciandomi al buio, illuminata solo da pochi raggi di luce che filtrano attraverso le fessure della lamiera. Giovanni sale in cabina. Il motore si accende con un colpo di tosse, tremolando violentemente sotto di me.
Il camioncino si muove. Non è un viaggio dolce. Ogni buca della strada è un terremoto che mi fa sbattere le ossa contro il metallo del cassone. Devo aggrapparmi alle sbarre per non finire rovesciata nella sporcizia. Dalla cabina, sento la voce di Giovanni che risuona, in parte coperta dal rumore del motore.
- Sai, Matilde, l'altra sera non sei stata carina con me. Eppure il bacio ti piaceva, ti eri bagnata al mio tocco, piccola troia, poi niente, scappi dal maritino... Me lo fai drizzare e poi mi scarti come uno scarafaggio. Non si fa. Puttana. E ora guardati. Sei nella merda, letteralmente. Sei solo un cagnolino col pedigree che deve essere trasportato nel suo nuovo canile. -
Le sue parole sono cariche di delusione e odio. Potesse fermerebbe il furgone e mi violenterebbe, ma non lo fa: è solo un dipendente con un compito preciso.
Come me.
Il camioncino imbocca una strada sterrata. Le oscillazioni peggiorano. Vengo sbattuta contro i lati della gabbia, i seni che si comprimono contro le sbarre fredde. Il fetore mi stordisce, mi entra nel naso e nella bocca. Mi sento sporca, usata. La dignità che avevo cercato di preservare si sta sgretolando con ogni chilometro.
- Ti piacerà la nuova casa. C'è molto spazio per correre nuda. E tanti altri amici a quattro zampe con cui giocare! -
Le sue parole sono sadiche coltellate. Chiudo gli occhi, ma le immagini del dottor Pecci e della sua Aston Martin tornano a tormentarmi. Chi mi ha comprata davvero? Dove mi sta portando? La paura si mescola alla disperazione. Le lacrime ricominciano a scendere lungo le mie guance, calde e salate, mischiandosi con la polvere che mi ricopre il viso. Piango silenziosa, con il corpo scosso dai singhiozzi.
Il viaggio sembra durare un'eternità. Il rumore del motore, il tanfo, la voce deridente di Giovanni che non smette mai di umiliarmi, descrivendo volgare e nel dettaglio cosa farà a me una volta arrivati, come mi userà, come mi addestrerà. La mia mente si offusca, la stanchezza mi pesa sulle palpebre come piombo. Il corpo, esausto dalla notte insonne e dalla posizione forzata, cede. Tra un sobbalzo e l'altro, la coscienza mi abbandona. Crollo sul pianale, la guancia appoggiata sulla lamiera fredda, e scivolo in un sonno profondo e senza sogni.
Non so quanto tempo abbia dormito, ma, in una sorta di dormiveglia, sento il motore spegnersi, lasciando il silenzio ad avvolgermi. Un torpore pesante mi tiene incollata al pavimento metallico. Sento lo sportello del retro scattare, uno rintocco che fa eco nel vuoto della mia coscienza. Resto ferma, non ho il coraggio di alzare la testa e neanche di aprire gli occhi. Sento solo le sue mani. Non sono più quelle che mi hanno strattonata per il guinzaglio, ma forti e sicure, che scivolano sotto il mio corpo nudo e sotto le mie cosce sporche di terra e peggio.
- Andiamo, piccola. Sei a casa ora. -
È un sussurro, la sua voce un velluto che non riconosco, così diversa dagli insulti di prima. Mi solleva delicato, come se fossi di porcellana. Il contatto della sua pelle calda contro la mia fredda e sudicia mi fa scattare un brivido lungo la schiena. La testa mi ciondola all'indietro, mi tira più su e la guancia si appoggia alla spalla ruvida della sua camicia di jeans. Respiro il suo odore, mentre mi trasporta fuori dal veicolo, c'è sudore e lezzo, ma c'è il suo profumo di sandalo che mi era piaciuto quella notte. C'è olio, vigna e terra, riconosco l'aria mattutina dei colli della mia infanzia, schiudo un occhio e vedo, oltre il suo, il profilo di Carmignano. Mi accarezza il viso, ma mi sento sospesa in un limbo, incapace di distinguere tra realtà e incubo.
- Tilde... Sei così bella, anche così. Meriti di essere onorata non vituperata. -
Il mio nome sulle sue labbra suona come una preghiera. Le sue parole dolci filtrano attraverso la nebbia del sonno. Schiudo gli occhi lentamente. Il Sole già alto, il cielo azzurro intenso appena velato di nubi bianche, ma davanti a me c'è solo lui. Giovanni mi guarda dall'alto in basso, e per un istante l'ombra crudele del carnefice svanisce, sostituita dal ragazzo simpatico e romano che avevo conosciuto. La sua espressione è tenera, quasi smarrita. Allungo una mano e, con le dita ancora tremanti, gli accarezzo il bordo della mascella, sentendo la pelle ruvida sotto la polvere delle mie dita.
- Giovanni... - La mia voce è un filo di suono rotto.
- Sono io, tesoro. Nessuno ti farà più male. -
Mi sorride. Poi si china e mi bacia. È un bacio morbido, inizialmente, che cerca di cancellare il sapore del terrore dalla mia bocca. Le sue labbra si muovono sulle mie con una pazienza che mi fa sciogliere, per un attimo, mi abbandono, credendo alla bugia della salvezza. Ma poi, il movimento dei nostri corpi porta il guinzaglio di metallo a schiacciarsi fra i nostri petti. La catena fredda e dura si arrotola fra la pelle nuda dei miei seni e la sua camicia, una serpe di ferro che mi morde il cuore.
Il mio corpo si irrigidisce all'istante. I muscoli del collo si contraggono, il respiro si blocca in gola. Non sono una donna amata, sono una proprietà. Il guinzaglio è lì a ricordarmelo, un ponte di umiliazione che collega la mia sottomissione al suo controllo. Oppure a quello dell'uomo in rosso. Sono confusa.
Giovanni sente la mia tensione. Si stacca appena, giusto abbastanza da guardarmi negli occhi, ma non dice nulla. Mi stringe più forte a sé e mi porta dentro il casale.
L'intonaco delle pareti è antico, storico, il pavimento in cotto, ma io vedo solo i dettagli sfocati mentre attraversa corridoi eleganti e curati. Una serie di quadri importanti scorre davanti ai miei occhi. Entra in una stanza che puzza di umido e calcare, vestita di pietra, una lavanderia o un bagno vecchio stile, con una doccia ed un lavatoio di cemento.
Mi appoggia con delicatezza sui piedi, il pavimento è gelido. Le mie gambe tremano impaurite, poi crollo seduta in terra; le raccolgo e piego di lato in un rigurgito di pudore. Lui si inginocchia davanti a me e, per un terribile istante, penso che voglia umiliarmi ancora, costringermi a bere da una ciotola o chissà peggio. Invece, le sue mani vanno al mio collo. Lo scatto del lucchetto risuona nitido nell'ambiente ristretto. Il collare di pelle scivola via, seguito dalla catena che cade a terra con un tonfo sordo ed un tintinnio metallico.
Lui si rialza e mi guarda. Sono sporca, terra e pagliericcio maleodorante coprono le mie curve, i capelli crespi sono un nido disordinato, ma i suoi occhi bruciano mentre mi squadra dalla testa ai piedi. C'è una fame lì, pura e incantata, che mi fa sentire allo stesso tempo venerata e predata.
- Alzati! Dio, che vista... -
Un ordine, poi un mormorio impercettibile ed io resto immobile, le braccia lungo i fianchi e lo sguardo basso. Credo di essere ancora in trappola, che questo sia solo il preludio a un altro tipo di tortura. Non oso muovermi, non oso parlare. Lui si avvicina, apre il rubinetto della doccia. L'acqua zampilla, riempiendo il silenzio.
Giovanni inizia a lavarmi. Le sue mani passano sul mio corpo, spugne umide che sciolgono lo strato di sporcizia. Mi lascio toccare. Un oggetto. Una bambola da pulire prima dell'uso. Le sue dita scorrono lungo le mie braccia, sui miei fianchi curvi, tra le mie cosce. L'acqua calda mi avvolge, ma mi sento fredda dentro, finché le sue mani non si fermano sui miei piccoli seni sensibili.
La carezza si fa più insistente. Il pollice sfiora un capezzolo, indurendolo istantaneamente. Un gemito involontario sfugge dalle mie labbra. Lui sente il cambiamento nel mio respiro. La "pulizia" non è più innocente. La sensualità cresce come un'onda che si rompe sulla riva, inesorabile. Giovanni si spoglia con movimenti rapidi, la camicia e i jeans che cadono a terra senza cerimonie. Il suo cazzo è già duro, un'asta di carne che preme contro la mia pancia, calda e pulsante.
- Sei mia, Matilde, non puoi fuggire. -
La sua voce un sibilo che non è una minaccia, ma una promessa di possesso totale.
Mi spinge contro la parete di pietra bagnata. L'acqua ci scivola addosso, mescolandosi con il vapore. Mi bacia di nuovo, questa volta con meno dolcezza, è più una fame, animalesca, covata, che mi toglie il respiro. Le sue mani mi afferrano i glutei, sollevandomi da terra, io avvolgo le gambe attorno alla sua vita, cercando appiglio nella sua pelle scivolosa.
Non indugia, entra in me deciso, riempendomi. Affogo l'urlo sulla sua spalla, una miscela di dolore e piacere acuto che risuona contro le pietre. Inizia a scoparmi contro il muro, ritmico e potente, ogni spinta mi fa sbattere la schiena contro il sasso duro. L'acqua ci flagella, i nostri corpi si scontrano in un incastro perfetto di sudore e desiderio. Io non penso più, non sento più la paura. C'è solo la voglia di lui, dell'uomo e del fuoco nel mio ventre, del calore che si espande dalle mie ossa fino alla punta delle dita. Mi stringo a lui, serrando le braccia intorno al suo collo, gemendo sulle sue labbra, sciogliendomi nell'azzurro dei suoi occhi.
Giovanni si ferma, il respiro affannoso che si confonde con il rumore dell'acqua. Ed il mio orgasmo si interrompe. Mi guarda con un'intensità che mi spoglia l'anima, quella che sta gridando "ancora". Poi, con forza, mi scende dalle braccia e mi spinge giù, con le ginocchia sul pavimento. L'acqua che mi scorre sulla pelle portando via i miei fluidi di un piacere negato.
- Fammi vedere quanto sei brava. -
È un ordine perentorio, ma la voce è rotta dalla voglia di avermi, di umiliarmi ancora. Alzo gli occhi a cercare i suoi, mi incita, davanti alla mia bocca il suo cazzo dritto, duro, gocciolante d'acqua e di me. La sua mano si annida nei miei capelli, guidandomi, ma non c'è bisogno di forza. Mi avvicino, lo sorreggo alla base con le dita, apro la bocca e lo accolgo all'interno. Il sapore è salato, maschio, intossicante. Inizio a muovere la testa, lentamente, le labbra strette attorno alla cappella, la lingua che gira e preme sul glande. le mie mani sui suoi inguini lo accarezzano dolcemente, le dita delicate sui testicoli, al perianale.
Lui emette un sospiro di piacere, stringe le dita sulla mia testa. Vorrebbe accelerassi; rallento ancora, il movimento è pieno, completo, morbido. Lo prendo in gola il più a fondo possibile, sopprimendo il riflesso di vomito, voglio ingoiarlo tutto, voglio essere la sua cavia, la sua amante, la sua schiava in quel momento. Adoro succhiarlo, adoro donare piacere in quel modo, adoro il sapore dell'uomo; ma lui non lo sa.
Ubbidiente lo faccio scorrere dentro di me stringendo le guance, stimolando il frenulo ed i suoi gemiti riempiono la stanza; è un suono grezzo, animale, che mi eccita oltre ogni limite. Lo succhio con brama, sentendo le sue vene pulsare contro la mia lingua, mentre l'acqua continua a cascarci addosso, un torrente che lava via ogni residuo di pudore e dignità, lasciando solo due corpi nudi che si consumano di piacere sotto il getto violento della doccia.
Il caldo mi esplode in bocca, denso e improvviso, riempiendomi la gola in getti violenti, mentre Giovanni si irrigidisce, le dita affondate nei miei capelli bagnati che mi schiacciano contro il suo pube.
- Tutto, piccola, bevi tutto. -
La sua voce è un lamento spezzato dall'estasi. Guardo i suoi occhi chinati sui miei, semichiusi dal godimento. Io obbedisco, ingoiando il suo seme salato, che mi stava affogando, sentendo le contrazioni del suo cazzo pulsare tra le mie labbra sulla mia lingua. Non mi lascia andare finché l'ultima goccia non scivola in gola, poi si ritrae con un schiocco umido, lasciandomi con il respiro affannoso e il mento sporco di saliva e fluidi.
Non ho tempo di riprendermi. Le sue mani forti mi afferrano sotto le ascelle e mi sollevano da terra come se fossi una piuma, nonostante l'acqua che mi scorre addosso mi renda scivolosa, il suo cazzo ancora sodo scorre su di me dal giugolo al pube. Mi avvinghio al suo collo, le gambe intorno alla vita, sentendo i suoi muscoli duri contro la mia pelle morbida mentre mi trasporta fuori dalla doccia, gocciolando sul pavimento di pietra e cotto. L'aria della casa mi accarezza la pelle umida, facendomi venire i brividi, ma il calore del suo corpo è un forno che mi scioglie. Attraversa il corridoio buio spalancando una porta, e mi ritrovo gettata su un letto grande e soffice; le lenzuola fresche, profumate di pulito e lavanda, si bagnano istantaneamente a contatto con il mio corpo stillante.
Giovanni mi domina con lo sguardo, i suoi occhi chiari mi bruciano la pelle, poi si sporge ed estrae dal cassetto del comodino dei nastri di seta rossa. Il suo cazzo sfiora il mio braccio e lo prendo fra le mie mani vogliose di riaverlo, lo masturbo leggera.
- Puttanella vogliosa! Sei solo mia, ancora per qualche ora, ti farò dimenticare quel coglione di tuo marito. -
La sua voce è un mormorio basso che mi fa tremare le membra, le vorrei serrare come a voler difendere la mia intimità già profanata, ma il mio desiderio è all'estremo e gli accarezzo i piedi con i miei. Mi afferra un polso, sfilandomi la mano dalla sua asta tornata turgida e lo lega alla spalliera, il tessuto liscio si stringe attorno al polso sottile senza ferire, ma bloccando ogni movimento. Ripete con l'altro, poi scende ai piedi, spalancando le mie gambe e legando le caviglie ai pali del letto con nodi precisi Mi trovo completamente esposta, vulnerabile, una farfalla spillata su un tavolo da dissezione, con la figa aperta e il petto che si solleva e abbassa freneticamente. Gemo e lo imploro di scoparmi, di finirmi. La mia mente si offusca mentre si china su di me.
- Sei bagnata, pulcino impaurito, dobbiamo prima asciugarti. -
È un soffio di parole ad un millimetro dalla mio lobo, dal mio collo. La sua lingua è calda e ruvida, raccoglie una goccia d'acqua dalla mia clavicola e la ingoia, poi i denti affondano leggermente nella pelle sensibile, facendomi sobbalzare. È un viaggio metodico, tortuoso, in cui il suo sesso scorre sulla mia pelle arroventata. Si sposta verso il seno, le sue labbra chiudendosi attorno a un capezzolo già indurito, succhiano forte, come a volersi nutrire di me, mentre le sue dita pizzicano l'altro. Il dolore mescolato al piacere mi fa arcuare la schiena, ma i nastri mi tengono ferma. Le lacrime cominciano a scendermi dagli occhi e la visione diventa sempre più offuscata.
- Ti piace, eh? Puttanella. -
Ringhia contro la mia carne prima di mordermi il seno, abbastanza forte da lasciare il segno.
Scende più in basso, le sue labbra che tracciano una linea di fuoco lungo lo stomaco, la lingua che si infila nell'ombelico raccogliendo l'acqua piovuta dalla doccia. Ogni bacio è una scossa, un brivido di piacere, ogni morso una promessa di possesso. Arriva agli inguini, il gioco diventa crudele. Lecca l'acqua interna della coscia, vicinissimo alla mia figa che pulsa di desiderio, ma si ferma prima di toccarla, risalendo verso il ginocchio per poi ridiscendere dall'altra parte.
- Per favore, Giova... -
Imploro, la mia voce rotta è un lamento di godimento, la schiena si solleva cercando il suo contatto. Lui ride, gutturale, poi affonda i denti nella mia pelle più morbida e sensibile,
facendomi urlare. Di dolore e piacere immenso.
Finalmente, la sua bocca si posa sulla mia figa. È un bacio delicato, seguito da un assalto. La sua lingua mi spalanca le labbra, succhiando il clitoride già gonfio, mentre due dita si infilano dentro di me, lentamente, curvandosi per colpire dove farmi vedere le stelle. "Dio, sì!" grido, tirando i nastri di seta, fino a farmi arrossare i polsi per lo sforzo. Lecca, succhia, morde; sono una barca in balia dei venti, il piacere che si accumula nella pancia come una molla pronta a scattare. I suoi movimenti sono ritmici, implacabili e, quando sento la sua lingua vibrare contro il clitoride, esplodo.
L'orgasmo mi travolge come uno scoglio la tempesta d'inverno, facendomi contrarre, urlare, fino a perdere il contatto con la realtà. Ad un passo dallo svenimento.
Mentre sono ancora in preda alle spasmi, mentre la mia figa pulsa intorno alle sue dita, sento il nodo al polso sinistro cedere.
La mia mano libera cerca il suo viso e lo guido sul mio, anelo un bacio che non tarda ad arrivare; poi libera il destro e lo abbraccio. I nastri di seta scivolano via, mentre Giovanni si fa spazio sopra di me, fra le gambe divaricate. Il suo cazzo duro preme contro la mia fica devastata.
Mi muovo sotto di lui sazia, ma disponibile. Mugolo al suo allargarmi le labbra con la punta.
- Sei libera, Tilde. -
Il suo sussurro nel mio orecchio è dolce, privo delle ruvidità di prima.
Restiamo abbracciati, il respiro che rallenta all'unisono, siamo corpi incollati dal sudore e dal sesso. Lui mi accarezza i capelli, le sue dita che scorrono tra i miei riccioli bagnati, e io lo stringo ai fianchi con le mie gambe, lo guardo godendo, mentre lui scivola piano sempre più dentro di me.
- Perché? Perché tutto questo? -
Lo chiedo fra i sospiri, un sussurro contro la sua pelle, mentre mi scopa con amore. Lui mugola, baciandomi la fronte
- Il mio boss... deve apparire in quell'ambiente, Tilde. Deve essere duro, spietato. È il ruolo che deve recitare per gestire certi... affari. -
Si solleva leggermente da me per guardarmi negli occhi e preme fino in fondo tutto sé stesso dentro di me. Vedo qualcosa di diverso nel suo sguardo e godo, chiudendo le palpebre.
È l'estasi.
La mia pelle nuda, ambrata, è coperta solo da brividi. L'aria umida della notte scorsa si è dissolta, lasciando spazio a un mattino terso e crudele che entra dalle finestre alte. I miei seni piccoli, con i capezzoli induriti dal freddo e dalla paura, penzolano liberi, oscillando leggermente mentre avanzo a carponi. Il mio corpo curvo, le cosce morbide che sfregano l'una contro l'altra, i fianchi larghi che dondolano in un ritmo umiliante. Mi sento oscenamente esposta, un oggetto vivo e pulsante trasportato attraverso le sale come un trofeo di caccia.
Usciamo dalla pesante porta di quercia. La luce del sole mi ferisce, accecandomi per un secondo. La ghiaia del viale è bagnata di rugiada e mi bagna le mani in un contatto viscido e penetra nelle ginocchia in un dolore che faccio fatica a trattenere. Le lacrime sgorgano come sfogo incontrollabile. L'uomo in rosso si ferma e schiaccia il guinzaglio con un piede. Il mio viso crolla verso il basso, costringendomi a fermarmi. Poi mi ordina di sedermi sui talloni e le cosce aperte in una posa innaturale e forzata.
Ho il brecciolino che mi buca gli stinchi.
- Mi fa male. Davvero... -
- Non muoverti o te ne pentirai. -
Il mio lamento è meno di un guaito di cane, che lui ignora. Nel suo ordine, la voce è dura, priva di qualsiasi emozione.
Con un piede spinge una ciotola di metallo sotto il mio viso. L'acqua dentro trema, riflettendo la mia immagine distorta e i capelli ricci arruffati che scendono ad incorniciare il viso. È un ordine silenzioso, una degradazione che non richiede parole. La sete mi brucia la gola, ma l'umiliazione di dover bere così, con la faccia a terra, mi paralizza la lingua. Lui si china leggermente, l'ombra mi avvolge, e poi si rialza.
- Qualcuno verrà a prenderti. Adesso bevi, la tua nuova vita sta per cominciare. -
Lo dice, voltandomi le spalle senza nemmeno guardarmi. Poi è solo crocchiare dei sassolini sotto le sue suole. Lo vedo allontanarsi verso l'ingresso del castello, la figura rossa che si rimpicciolisce fino a sparire dietro la porta massiccia che si chiude con un tonfo sordo. Il silenzio mi avvolge, rotto solo dal cinguettio di alcuni uccelli e dal mio stesso respiro affannoso. Resto ferma, immobile, sono una cagna abbandonata nel cortile di un castello.
Alzo lo sguardo, guardandomi intorno: non c'è nessuno, in fondo al vialetto c'è il cancello aperto, potrei scappare. Mi alzo in piedi, mi guardo: nuda, con i segni delle corde, li sfioro ed è un brivido. Vedo gli occhi di Lapo in attesa del mio consenso, li vedo tristi ed impauriti per me al suo cedere la mia carne all'uomo in rosso. Sento la catena che scende fra i miei seni e termina in un monticino davanti i miei piedi nudi. Non fuggo, dò un calcio alla ciotola e mi risiedo abbracciandomi le ginocchia doloranti e peste. Mi volto verso le auto parcheggiate oltre la siepe bassa di alloro. Il cuore mi salta in gola quando riconosco una linea aggressiva: la sportiva gialla che avevo visto a Bagnaia. Ma accanto ad essa, parcheggiata con arroganza al centro, c'è un'altra vettura che mi congela il sangue nelle vene. Un'Aston Martin blu scuro, lucente e perfetta. È la stessa macchina del dottor Pecci.
Il dottore, Franco, l'uomo che mi ha affidato il suo resort migliore. Colui che ho servito con un sorriso professionale mille volte, che ho salutato nei corridoi, che ha sempre guardato me con occhi che non sapevo leggere. Il terrore mi assale come un'ondata. Mi ha comprata? È lui il nuovo proprietario? L'idea di essere vista da lui in questo stato, nuda, a quattro zampe, con una ciotola d'acqua sotto il mento, è un'agonia peggiore della frusta. La mia pelle olivastra si imbianca dalla paura.
Se è lui, la mia vita sociale, la mia reputazione, tutto è finito. Sarei solo una troia da stalla per il suo divertimento privato. Il terrore di una punizione impensabile mi fa tornare nella posizione dolorosa.
Il rumore di un motore diesel interrompe i miei pensieri. Un vecchio camioncino bianco, con la scritta "Servizi comunali" sbiadita sui fianchi, arranca lungo il viale. Si ferma di fronte a me con un sibilo di freni. La portiera si apre e salta giù un giovane uomo. Indossa una tuta sporca di grasso e stivali di gomma marroni. Quando si gira, il sole colpisce il suo viso e io resto a bocca aperta, un sospiro di shock bloccato in gola.
È Giovanni. Il ragazzo romano che avevo incontrato quella sera. Quello del flirt interrotto. respinto. Lui si ferma davanti a me, con le mani sui fianchi, un sorriso sardonico che gli allarga le labbra.
- Tu?! -
- Ecco chi è, la preziosa dell'Elba. Non sembri più così altezzosa oggi, eh, piccola? -
Ignora la mia sorpresa e la sua voce è carica di quell'accento romano marcio e volgare, diverso da quello che avevo trovato affascinante, che ora mi fa venire i brividi.
Mi guarda dall'alto in basso, i suoi occhi percorrono il corpo nudo con una lentezza disgustosa, soffermandosi sul mio petto, sulla mia pancia, sulle mie cosce aperte. Non c'è traccia del ragazzo sconfitto dell'altra sera. Qui è il padrone. Si avvicina e afferra il guinzaglio che pende dal mio collo, tirando bruscamente.
- Alzati, bestia. Andiamo a casa. -
Mi costringe ad alzarmi su due gambe tremanti, ma mi tiene piegata in avanti, la schiena curva per compensare la trazione del guinzaglio. Mi trascina verso il retro del camioncino. Il portellone è aperto e rivela un interno buio e maleodorante. Non è un vano per persone. C'è una vecchia gabbia di metallo arrugginita sul fondo, e il pavimento è coperto di macchie scure, vecchie lettiere e escrementi animali. Il fetore è pungente, una miscela di urina acida, disinfettante economico e muffa.
- Dentro! -
Ordina Giovanni, dandomi una spinta.
Cado sulle ginocchia nella gabbia, le palme delle mani che si posano su una superficie appiccicosa. Il portellone si chiude con un tonfo secco, lasciandomi al buio, illuminata solo da pochi raggi di luce che filtrano attraverso le fessure della lamiera. Giovanni sale in cabina. Il motore si accende con un colpo di tosse, tremolando violentemente sotto di me.
Il camioncino si muove. Non è un viaggio dolce. Ogni buca della strada è un terremoto che mi fa sbattere le ossa contro il metallo del cassone. Devo aggrapparmi alle sbarre per non finire rovesciata nella sporcizia. Dalla cabina, sento la voce di Giovanni che risuona, in parte coperta dal rumore del motore.
- Sai, Matilde, l'altra sera non sei stata carina con me. Eppure il bacio ti piaceva, ti eri bagnata al mio tocco, piccola troia, poi niente, scappi dal maritino... Me lo fai drizzare e poi mi scarti come uno scarafaggio. Non si fa. Puttana. E ora guardati. Sei nella merda, letteralmente. Sei solo un cagnolino col pedigree che deve essere trasportato nel suo nuovo canile. -
Le sue parole sono cariche di delusione e odio. Potesse fermerebbe il furgone e mi violenterebbe, ma non lo fa: è solo un dipendente con un compito preciso.
Come me.
Il camioncino imbocca una strada sterrata. Le oscillazioni peggiorano. Vengo sbattuta contro i lati della gabbia, i seni che si comprimono contro le sbarre fredde. Il fetore mi stordisce, mi entra nel naso e nella bocca. Mi sento sporca, usata. La dignità che avevo cercato di preservare si sta sgretolando con ogni chilometro.
- Ti piacerà la nuova casa. C'è molto spazio per correre nuda. E tanti altri amici a quattro zampe con cui giocare! -
Le sue parole sono sadiche coltellate. Chiudo gli occhi, ma le immagini del dottor Pecci e della sua Aston Martin tornano a tormentarmi. Chi mi ha comprata davvero? Dove mi sta portando? La paura si mescola alla disperazione. Le lacrime ricominciano a scendere lungo le mie guance, calde e salate, mischiandosi con la polvere che mi ricopre il viso. Piango silenziosa, con il corpo scosso dai singhiozzi.
Il viaggio sembra durare un'eternità. Il rumore del motore, il tanfo, la voce deridente di Giovanni che non smette mai di umiliarmi, descrivendo volgare e nel dettaglio cosa farà a me una volta arrivati, come mi userà, come mi addestrerà. La mia mente si offusca, la stanchezza mi pesa sulle palpebre come piombo. Il corpo, esausto dalla notte insonne e dalla posizione forzata, cede. Tra un sobbalzo e l'altro, la coscienza mi abbandona. Crollo sul pianale, la guancia appoggiata sulla lamiera fredda, e scivolo in un sonno profondo e senza sogni.
Non so quanto tempo abbia dormito, ma, in una sorta di dormiveglia, sento il motore spegnersi, lasciando il silenzio ad avvolgermi. Un torpore pesante mi tiene incollata al pavimento metallico. Sento lo sportello del retro scattare, uno rintocco che fa eco nel vuoto della mia coscienza. Resto ferma, non ho il coraggio di alzare la testa e neanche di aprire gli occhi. Sento solo le sue mani. Non sono più quelle che mi hanno strattonata per il guinzaglio, ma forti e sicure, che scivolano sotto il mio corpo nudo e sotto le mie cosce sporche di terra e peggio.
- Andiamo, piccola. Sei a casa ora. -
È un sussurro, la sua voce un velluto che non riconosco, così diversa dagli insulti di prima. Mi solleva delicato, come se fossi di porcellana. Il contatto della sua pelle calda contro la mia fredda e sudicia mi fa scattare un brivido lungo la schiena. La testa mi ciondola all'indietro, mi tira più su e la guancia si appoggia alla spalla ruvida della sua camicia di jeans. Respiro il suo odore, mentre mi trasporta fuori dal veicolo, c'è sudore e lezzo, ma c'è il suo profumo di sandalo che mi era piaciuto quella notte. C'è olio, vigna e terra, riconosco l'aria mattutina dei colli della mia infanzia, schiudo un occhio e vedo, oltre il suo, il profilo di Carmignano. Mi accarezza il viso, ma mi sento sospesa in un limbo, incapace di distinguere tra realtà e incubo.
- Tilde... Sei così bella, anche così. Meriti di essere onorata non vituperata. -
Il mio nome sulle sue labbra suona come una preghiera. Le sue parole dolci filtrano attraverso la nebbia del sonno. Schiudo gli occhi lentamente. Il Sole già alto, il cielo azzurro intenso appena velato di nubi bianche, ma davanti a me c'è solo lui. Giovanni mi guarda dall'alto in basso, e per un istante l'ombra crudele del carnefice svanisce, sostituita dal ragazzo simpatico e romano che avevo conosciuto. La sua espressione è tenera, quasi smarrita. Allungo una mano e, con le dita ancora tremanti, gli accarezzo il bordo della mascella, sentendo la pelle ruvida sotto la polvere delle mie dita.
- Giovanni... - La mia voce è un filo di suono rotto.
- Sono io, tesoro. Nessuno ti farà più male. -
Mi sorride. Poi si china e mi bacia. È un bacio morbido, inizialmente, che cerca di cancellare il sapore del terrore dalla mia bocca. Le sue labbra si muovono sulle mie con una pazienza che mi fa sciogliere, per un attimo, mi abbandono, credendo alla bugia della salvezza. Ma poi, il movimento dei nostri corpi porta il guinzaglio di metallo a schiacciarsi fra i nostri petti. La catena fredda e dura si arrotola fra la pelle nuda dei miei seni e la sua camicia, una serpe di ferro che mi morde il cuore.
Il mio corpo si irrigidisce all'istante. I muscoli del collo si contraggono, il respiro si blocca in gola. Non sono una donna amata, sono una proprietà. Il guinzaglio è lì a ricordarmelo, un ponte di umiliazione che collega la mia sottomissione al suo controllo. Oppure a quello dell'uomo in rosso. Sono confusa.
Giovanni sente la mia tensione. Si stacca appena, giusto abbastanza da guardarmi negli occhi, ma non dice nulla. Mi stringe più forte a sé e mi porta dentro il casale.
L'intonaco delle pareti è antico, storico, il pavimento in cotto, ma io vedo solo i dettagli sfocati mentre attraversa corridoi eleganti e curati. Una serie di quadri importanti scorre davanti ai miei occhi. Entra in una stanza che puzza di umido e calcare, vestita di pietra, una lavanderia o un bagno vecchio stile, con una doccia ed un lavatoio di cemento.
Mi appoggia con delicatezza sui piedi, il pavimento è gelido. Le mie gambe tremano impaurite, poi crollo seduta in terra; le raccolgo e piego di lato in un rigurgito di pudore. Lui si inginocchia davanti a me e, per un terribile istante, penso che voglia umiliarmi ancora, costringermi a bere da una ciotola o chissà peggio. Invece, le sue mani vanno al mio collo. Lo scatto del lucchetto risuona nitido nell'ambiente ristretto. Il collare di pelle scivola via, seguito dalla catena che cade a terra con un tonfo sordo ed un tintinnio metallico.
Lui si rialza e mi guarda. Sono sporca, terra e pagliericcio maleodorante coprono le mie curve, i capelli crespi sono un nido disordinato, ma i suoi occhi bruciano mentre mi squadra dalla testa ai piedi. C'è una fame lì, pura e incantata, che mi fa sentire allo stesso tempo venerata e predata.
- Alzati! Dio, che vista... -
Un ordine, poi un mormorio impercettibile ed io resto immobile, le braccia lungo i fianchi e lo sguardo basso. Credo di essere ancora in trappola, che questo sia solo il preludio a un altro tipo di tortura. Non oso muovermi, non oso parlare. Lui si avvicina, apre il rubinetto della doccia. L'acqua zampilla, riempiendo il silenzio.
Giovanni inizia a lavarmi. Le sue mani passano sul mio corpo, spugne umide che sciolgono lo strato di sporcizia. Mi lascio toccare. Un oggetto. Una bambola da pulire prima dell'uso. Le sue dita scorrono lungo le mie braccia, sui miei fianchi curvi, tra le mie cosce. L'acqua calda mi avvolge, ma mi sento fredda dentro, finché le sue mani non si fermano sui miei piccoli seni sensibili.
La carezza si fa più insistente. Il pollice sfiora un capezzolo, indurendolo istantaneamente. Un gemito involontario sfugge dalle mie labbra. Lui sente il cambiamento nel mio respiro. La "pulizia" non è più innocente. La sensualità cresce come un'onda che si rompe sulla riva, inesorabile. Giovanni si spoglia con movimenti rapidi, la camicia e i jeans che cadono a terra senza cerimonie. Il suo cazzo è già duro, un'asta di carne che preme contro la mia pancia, calda e pulsante.
- Sei mia, Matilde, non puoi fuggire. -
La sua voce un sibilo che non è una minaccia, ma una promessa di possesso totale.
Mi spinge contro la parete di pietra bagnata. L'acqua ci scivola addosso, mescolandosi con il vapore. Mi bacia di nuovo, questa volta con meno dolcezza, è più una fame, animalesca, covata, che mi toglie il respiro. Le sue mani mi afferrano i glutei, sollevandomi da terra, io avvolgo le gambe attorno alla sua vita, cercando appiglio nella sua pelle scivolosa.
Non indugia, entra in me deciso, riempendomi. Affogo l'urlo sulla sua spalla, una miscela di dolore e piacere acuto che risuona contro le pietre. Inizia a scoparmi contro il muro, ritmico e potente, ogni spinta mi fa sbattere la schiena contro il sasso duro. L'acqua ci flagella, i nostri corpi si scontrano in un incastro perfetto di sudore e desiderio. Io non penso più, non sento più la paura. C'è solo la voglia di lui, dell'uomo e del fuoco nel mio ventre, del calore che si espande dalle mie ossa fino alla punta delle dita. Mi stringo a lui, serrando le braccia intorno al suo collo, gemendo sulle sue labbra, sciogliendomi nell'azzurro dei suoi occhi.
Giovanni si ferma, il respiro affannoso che si confonde con il rumore dell'acqua. Ed il mio orgasmo si interrompe. Mi guarda con un'intensità che mi spoglia l'anima, quella che sta gridando "ancora". Poi, con forza, mi scende dalle braccia e mi spinge giù, con le ginocchia sul pavimento. L'acqua che mi scorre sulla pelle portando via i miei fluidi di un piacere negato.
- Fammi vedere quanto sei brava. -
È un ordine perentorio, ma la voce è rotta dalla voglia di avermi, di umiliarmi ancora. Alzo gli occhi a cercare i suoi, mi incita, davanti alla mia bocca il suo cazzo dritto, duro, gocciolante d'acqua e di me. La sua mano si annida nei miei capelli, guidandomi, ma non c'è bisogno di forza. Mi avvicino, lo sorreggo alla base con le dita, apro la bocca e lo accolgo all'interno. Il sapore è salato, maschio, intossicante. Inizio a muovere la testa, lentamente, le labbra strette attorno alla cappella, la lingua che gira e preme sul glande. le mie mani sui suoi inguini lo accarezzano dolcemente, le dita delicate sui testicoli, al perianale.
Lui emette un sospiro di piacere, stringe le dita sulla mia testa. Vorrebbe accelerassi; rallento ancora, il movimento è pieno, completo, morbido. Lo prendo in gola il più a fondo possibile, sopprimendo il riflesso di vomito, voglio ingoiarlo tutto, voglio essere la sua cavia, la sua amante, la sua schiava in quel momento. Adoro succhiarlo, adoro donare piacere in quel modo, adoro il sapore dell'uomo; ma lui non lo sa.
Ubbidiente lo faccio scorrere dentro di me stringendo le guance, stimolando il frenulo ed i suoi gemiti riempiono la stanza; è un suono grezzo, animale, che mi eccita oltre ogni limite. Lo succhio con brama, sentendo le sue vene pulsare contro la mia lingua, mentre l'acqua continua a cascarci addosso, un torrente che lava via ogni residuo di pudore e dignità, lasciando solo due corpi nudi che si consumano di piacere sotto il getto violento della doccia.
Il caldo mi esplode in bocca, denso e improvviso, riempiendomi la gola in getti violenti, mentre Giovanni si irrigidisce, le dita affondate nei miei capelli bagnati che mi schiacciano contro il suo pube.
- Tutto, piccola, bevi tutto. -
La sua voce è un lamento spezzato dall'estasi. Guardo i suoi occhi chinati sui miei, semichiusi dal godimento. Io obbedisco, ingoiando il suo seme salato, che mi stava affogando, sentendo le contrazioni del suo cazzo pulsare tra le mie labbra sulla mia lingua. Non mi lascia andare finché l'ultima goccia non scivola in gola, poi si ritrae con un schiocco umido, lasciandomi con il respiro affannoso e il mento sporco di saliva e fluidi.
Non ho tempo di riprendermi. Le sue mani forti mi afferrano sotto le ascelle e mi sollevano da terra come se fossi una piuma, nonostante l'acqua che mi scorre addosso mi renda scivolosa, il suo cazzo ancora sodo scorre su di me dal giugolo al pube. Mi avvinghio al suo collo, le gambe intorno alla vita, sentendo i suoi muscoli duri contro la mia pelle morbida mentre mi trasporta fuori dalla doccia, gocciolando sul pavimento di pietra e cotto. L'aria della casa mi accarezza la pelle umida, facendomi venire i brividi, ma il calore del suo corpo è un forno che mi scioglie. Attraversa il corridoio buio spalancando una porta, e mi ritrovo gettata su un letto grande e soffice; le lenzuola fresche, profumate di pulito e lavanda, si bagnano istantaneamente a contatto con il mio corpo stillante.
Giovanni mi domina con lo sguardo, i suoi occhi chiari mi bruciano la pelle, poi si sporge ed estrae dal cassetto del comodino dei nastri di seta rossa. Il suo cazzo sfiora il mio braccio e lo prendo fra le mie mani vogliose di riaverlo, lo masturbo leggera.
- Puttanella vogliosa! Sei solo mia, ancora per qualche ora, ti farò dimenticare quel coglione di tuo marito. -
La sua voce è un mormorio basso che mi fa tremare le membra, le vorrei serrare come a voler difendere la mia intimità già profanata, ma il mio desiderio è all'estremo e gli accarezzo i piedi con i miei. Mi afferra un polso, sfilandomi la mano dalla sua asta tornata turgida e lo lega alla spalliera, il tessuto liscio si stringe attorno al polso sottile senza ferire, ma bloccando ogni movimento. Ripete con l'altro, poi scende ai piedi, spalancando le mie gambe e legando le caviglie ai pali del letto con nodi precisi Mi trovo completamente esposta, vulnerabile, una farfalla spillata su un tavolo da dissezione, con la figa aperta e il petto che si solleva e abbassa freneticamente. Gemo e lo imploro di scoparmi, di finirmi. La mia mente si offusca mentre si china su di me.
- Sei bagnata, pulcino impaurito, dobbiamo prima asciugarti. -
È un soffio di parole ad un millimetro dalla mio lobo, dal mio collo. La sua lingua è calda e ruvida, raccoglie una goccia d'acqua dalla mia clavicola e la ingoia, poi i denti affondano leggermente nella pelle sensibile, facendomi sobbalzare. È un viaggio metodico, tortuoso, in cui il suo sesso scorre sulla mia pelle arroventata. Si sposta verso il seno, le sue labbra chiudendosi attorno a un capezzolo già indurito, succhiano forte, come a volersi nutrire di me, mentre le sue dita pizzicano l'altro. Il dolore mescolato al piacere mi fa arcuare la schiena, ma i nastri mi tengono ferma. Le lacrime cominciano a scendermi dagli occhi e la visione diventa sempre più offuscata.
- Ti piace, eh? Puttanella. -
Ringhia contro la mia carne prima di mordermi il seno, abbastanza forte da lasciare il segno.
Scende più in basso, le sue labbra che tracciano una linea di fuoco lungo lo stomaco, la lingua che si infila nell'ombelico raccogliendo l'acqua piovuta dalla doccia. Ogni bacio è una scossa, un brivido di piacere, ogni morso una promessa di possesso. Arriva agli inguini, il gioco diventa crudele. Lecca l'acqua interna della coscia, vicinissimo alla mia figa che pulsa di desiderio, ma si ferma prima di toccarla, risalendo verso il ginocchio per poi ridiscendere dall'altra parte.
- Per favore, Giova... -
Imploro, la mia voce rotta è un lamento di godimento, la schiena si solleva cercando il suo contatto. Lui ride, gutturale, poi affonda i denti nella mia pelle più morbida e sensibile,
facendomi urlare. Di dolore e piacere immenso.
Finalmente, la sua bocca si posa sulla mia figa. È un bacio delicato, seguito da un assalto. La sua lingua mi spalanca le labbra, succhiando il clitoride già gonfio, mentre due dita si infilano dentro di me, lentamente, curvandosi per colpire dove farmi vedere le stelle. "Dio, sì!" grido, tirando i nastri di seta, fino a farmi arrossare i polsi per lo sforzo. Lecca, succhia, morde; sono una barca in balia dei venti, il piacere che si accumula nella pancia come una molla pronta a scattare. I suoi movimenti sono ritmici, implacabili e, quando sento la sua lingua vibrare contro il clitoride, esplodo.
L'orgasmo mi travolge come uno scoglio la tempesta d'inverno, facendomi contrarre, urlare, fino a perdere il contatto con la realtà. Ad un passo dallo svenimento.
Mentre sono ancora in preda alle spasmi, mentre la mia figa pulsa intorno alle sue dita, sento il nodo al polso sinistro cedere.
La mia mano libera cerca il suo viso e lo guido sul mio, anelo un bacio che non tarda ad arrivare; poi libera il destro e lo abbraccio. I nastri di seta scivolano via, mentre Giovanni si fa spazio sopra di me, fra le gambe divaricate. Il suo cazzo duro preme contro la mia fica devastata.
Mi muovo sotto di lui sazia, ma disponibile. Mugolo al suo allargarmi le labbra con la punta.
- Sei libera, Tilde. -
Il suo sussurro nel mio orecchio è dolce, privo delle ruvidità di prima.
Restiamo abbracciati, il respiro che rallenta all'unisono, siamo corpi incollati dal sudore e dal sesso. Lui mi accarezza i capelli, le sue dita che scorrono tra i miei riccioli bagnati, e io lo stringo ai fianchi con le mie gambe, lo guardo godendo, mentre lui scivola piano sempre più dentro di me.
- Perché? Perché tutto questo? -
Lo chiedo fra i sospiri, un sussurro contro la sua pelle, mentre mi scopa con amore. Lui mugola, baciandomi la fronte
- Il mio boss... deve apparire in quell'ambiente, Tilde. Deve essere duro, spietato. È il ruolo che deve recitare per gestire certi... affari. -
Si solleva leggermente da me per guardarmi negli occhi e preme fino in fondo tutto sé stesso dentro di me. Vedo qualcosa di diverso nel suo sguardo e godo, chiudendo le palpebre.
È l'estasi.
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